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ATTI 



DELLA 



E. ACCADEMIA DEI LINCEI 



ANNO CCCIII. 

1906 



SERIE Q,TTI2srT_A. 



MEMORIE 

DELLA GLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE 

VOLUME XII. 




ROMA 

TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI 



PROPRIETÀ DEL CAV. V. SALVIUCCI 



1906 



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9 4 0061 



Introduzione al Diritto civile internazionale italiano. 
Memoria del prof. G. F. GABBA 

presentata nella seduta del 16 aprile 1905. 



PREFAZIONE. 

Non tutte le umane genti menano vita civile, non sono cioè tutte ordinate a Stato, 
con gerarchia di pubblici poteri, e con un sistema di leggi, che disciplinino ad ordine 
privato e pubblico le relazioni fra i cittadini, e quelle fra i cittadini e l' intiera so- 
cietà. Conseguentemente fra genti civili e genti barbare non può esistere quella comu- 
nione di principi giuridici, che è premessa e base dell'odierno diritto internazionale, 
e non possono trovare applicazione che i più elementari principi di questo diritto, 
massimamente quelli che rispondono a doveri umanitari, come per esempio quello 
di rispettare la vita dei prigionieri di guerra, di non far guerra d'esterminio, i quali 
doveri poi fanno carico di preferenza al popolo civile, senza condizione di reciprocità. 
Non è facile invece di erigere in principio di diritto internazionale a prò di genti 
barbare quello p. es. dell'incolumità del territorio abitato da queste. Soltanto fra 
genti civili il diritto internazionale può intercedere, cui ufficio è guarentire, e quasi 
continuare, anche al di fuori di ogni singolo Stato, l' interno ordine giuridico di questo. 
E quanto maggiori sono le affinità di sentimento, di educazione e di cultura, tanto 
più vanno acquistando le relazioni giuridiche fra i civili Stati, non solo in sicurezza 
e perfezione, ma altresì in copia e varietà. Da questo punto di vista il diritto inter- 
nazionale odierno è proprio diritto delle genti cristiane, che sono le sole civili, e la 
cui civiltà riposa su fondamentali convinzioni comuni, morali e giuridiche. 

Il diritto internazionale delle genti civili non si limita al solo negativo ufficio 
di guarentire l' indipendenza e la sicurezza di ogni singola gente, di prevenire e di 
reprimere le offese da gente a gente, sicché tutte coesistano in pace, conoscendosi e 
riconoscendosi, ma quasi senza toccarsi, siccome poteva bastare alla scienza e alla 
pratica di altri tempi. Oggi il diritto internazionale ha altresì e principalmente un 
positivo ufficio, che va continuamente allargandosi, di favorire e assicurare positivi 
scambi di utilità e di servigi fra le genti, ed una vera cooperazione di queste al 
raggiungimento di vantaggiosi scopi comuni. Vantaggi e scopi attinenti ad ogni ordine 



— 4 — 

di interessi delle nazioni, le quali vanno così costituendo un vero diritto sociale 
internazionale, oltre al vecchio diritto internazionale individuale, e forse anche arri- 
veranno un giorno a completare, con un vero diritto pubblico internazionale, quella 
società internazionale, che nei passati secoli non era neppure un sogno, e che oggi 
è un voto e una speranza, non prossima bensì, di tutti i popoli civili. 

Uno dei frutti più caratteristici di questo progresso, e quasi trasformazione, del 
diritto internazionale, è il rapido incremento a cui oggi assistiamo del così detto 
diritto internazionale privato. Se di questo ritrovasi il cominciamento collo stesso 
svilupparsi delle relazioni commerciali fra i popoli moderni, il sistematico studio però, 
e la sempre più larga applicazione pratica per opera di leggi nazionali e di trattati, 
sono opera e gloria del secolo decimonono. E ciò per virtù delle moltiplicate, e sempre 
più varie e numerose relazioni fra le genti, avvicinate materialmente ogni giorno più 
dai mezzi di comunicazione, e quindi anche negli interessi, e nelle relazioni sociali di 
ogni genere. Come sono queste principalmente relazioni fra private persone, e, mentre dal 
diritto privato devono essere governate, non possono venire assoggettate ad un' unica 
e universale legislazione giuridico-privata, che non esiste, così è diventato uno dei prin- 
cipali compiti del diritto internazionale odierno, quello di dar norme alle relazioni giu- 
ridico-private fra individui appartenenti a differenti Stati o nazioni civili. Norme, le 
quali in pari tempo rispondano all' intendimento e al vero interesse delle parti fra cui 
le relazioni intercedono, e conservino alla legislazione giuridico-privata di ciascuno dei 
rispettivi Stati quell'autorità, che gli interessi di questi le conferiscono. L' insieme di 
tali norme costituisce appunto il cosidetto diritto internazionale privato, che fra le 
varie discipline costituenti la scienza del diritto internazionale è certamente quella 
a cui maggior intensità di studi oggi si rivolge, e i cui pratici risultati vanno pure 
ogni giorno aumentandosi per virtù di leggi nazionali e di trattati internazionali. 

Quale sia propriamente il compito di codesta disciplina, vuoisi ora deter- 
minare. 

Le nazioni civili hanno, come ho detto, comuni i concetti fondamentali, morali 
e giuridici, ed anche le forme della interna loro vita sono in gran parte le stesse; 
ciò posto, e data la grande e crescente copia di relazioni giuridiche, non soltanto da 
Stato a Stato, ma anche fra individui di differenti Stati, diventa necessario che questi 
convengano anche nelle norme direttive di questa seconda specie di relazioni, le quali 
norme appunto costituiscono il cosidetto diritto internazionale privato. Se l'affinità e 
l'affratellamento dei cittadini degli Stati civili fossero giunti o giungessero a tanto 
che essi non si distinguessero ormai più che per appartenere a territori e sovranità 
differenti, anche le norme e le istituzioni giuridico-civili sarebbero eguali in tutti 
gli Stati, e verrebbe meno l'occasione di quel diritto. Invece di adoperare a conci- 
liare nel miglior modo il rispetto della legislazione nazionale con quello delle legi- 
slazioni estere nelle relazioni giuridico-private fra nazionali e forestieri, si appliche- 
rebbe dovunque un'unica legge a quelle relazioni, senza riguardo alla nazionalità 
delle parti; un diritto civile universale terrebbe luogo del cosidetto diritto interna- 
zionale privato, il quale presuppone di sua natura da una parte moltiplicità di leggi, 
e differenze, benché non troppe, fra queste, e dall'altra affinità di scopi e di rapporti 
giuridici fra individui appartenenti a Stati o nazioni diverse. 



Ma noi siamo ancor lontani dall'unificazione del diritto civile presso tutti i po- 
poli civili; i progressi che si sono fatti e che si vanno facendo nella uniformità delle 
idee morali e giuridiche accennano a tal meta, la quale forse non verrà mai pienamente 
raggiunta. Differenze di indole, di tradizioni, di abitudini, e la stessa varia rapidità 
del civile progresso nei differenti popoli faranno sempre sì che il diritto di ciascuno 
conservi peculiarità sue proprie, e vada anche producendone di nuove. Le relazioni 
quindi giuridico-private, che si vanno facendo sempre più numerose e varie fra 
cittadini di diversi Stati, accanto a comuni concetti fondamentali, presentano, e con- 
tinueranno a presentare, in un avvenire incalcolabile, differenze più o meno rilevanti 
nella esplicazione loro, cioè negli effetti che se j?e desumono, e nelle forme con cui 
vengono poste in essere in ogni singolo Stato. Ciò posto, la necessità di una dottrina 
della miglior possibile conciliazione delle leggi di due o più diversi Stati nelle rela- 
zioni giuridico-private, intercedenti fra cittadini di Stati diversi, è manifesta. E questa 
dottrina costituisce in ogni Stato una parte indispensabile della civile giurisprudenza. 

Il compito di essa non è difficile a definire in generali termini. 

Essa non può proporsi che l'uno o l'altro dei seguenti due scopi, secondo la varia 
indole dei casi. 

nel medesimo caso differenti leggi giuridico-private di differenti Stati ven- 
gono contemporaneamente applicate; oppure, ove ciò possibile non sia, vuoisi desi- 
gnare fra quelle varie leggi una che debba venire applicata di preferenza. 

In questa guisa, in luogo di un diritto civile universale, le genti civili, sostan- 
zialmente affini nelle idee e nelle istituzioni giuridiche comuni, abbisognano e devono 
contentarsi di norme intese a dirimere il conflitto fra le loro leggi nelle relazioni 
giuridico-private, intercedenti fra i sudditi loro, nel modo più consono in pari tempo 
all' interesse degli Stati medesimi e a quello delle persone fra cui quelle relazioni 
intercedono. 

Affinchè però il diritto internazionale privato, o diritto civile internazionale 
potesse compiere l'anzidetto ufficio suo, sarebbe necessario che le norme di cui esso 
componesi fossero universalmente ed egualmente formulate ed ammesse da tutte le 
nazioni civili. Poiché un' unica legislazione civile per tutte le civili nazioni è impos- 
sibile, almeno dovrebbero queste concordare nel modo di conciliare fra di loro le diffe- 
renti loro leggi, quando questa conciliazione è voluta da relazioni giuridiche interce- 
denti fra i sudditi delle une e delle altre. Ma anche questo apparentemente modesto 
ideale non ha potuto finora, né si vede quando potrà venir raggiunto in tutta la sua 
pienezza. Di ciò le cause sono quelle stesse che impediscono la comunione del diritto 
civile fra tutte le genti civili. La differenza cioè dell'educazione e delle tradizioni 
giuridiche fa sì che in taluni importanti argomenti del giure civile talune nazioni 
non si possano accordare con altre circa comuni criteri della preferenza da dare ad 
una fra le legislazioni che si trovano in conflitto in questo o in quel caso interna- 
zionale privato. Si pensi p. es. alle differenze fra le legislazioni di differenti Stati 
intorno all'acquisto e alla perdita della cittadinanza, e alla impossibilità che vengano 
accettate comuni regole di diritto internazionale privato su questi argomenti. 

Ma se non in tutte le specie di questioni internazionali private vi ha finora accordo 
universale fra le genti civili intorno ai criteri direttivi del contemperamento e della 



— 6 — 

preferenza fra le legislazioni confligenti, in parecchie però tale accordo esiste. E come 
oggi più che mai, e ogni giorno più, sentesi il bisogno di tale accordo, e la scienza 
adopera continuamente a ricercare e formulare nel più razionale e opportuno modo 
quei criteri, e a raccomandarli in pari tempo alla pubblica opinione e ai legislatori, 
egli è anche lecito credere che, o per via di concordi disposizioni delle singole legi- 
slazioni, o per via di trattati, il giure internazionale privato positivo si incammina 
con rapido passo a sempre maggior estensione e saldezza di principi. 

Di quei due mezzi però del progresso e del completamento del diritto interna- 
zionale privato positivo, che sono le legislazioni nazionali, e i trattati internazionali, 
io sono d'avviso con Laurent {Droit eivil internalional, Bruxelles, 1881, voi. I, p. 89, 
e pp. 649-55) che oggi e per molto tempo ancora il primo sia più efficace del secondo. 
Fu certamente lodevole iniziativa del legislatore italiano l'aver convertito in legge 
nazionale, oltre a taluni canoni internazionali privati, già ammessi nelle leggi e nel 
costume di tutte le nazioni civili, anche altri che avevano oramai il suffragio unanime 
degli scrittori. Benché a più d'una non lieve censura diano materia gli articoli 6-12 
Disp. Prel. del Codice civile, non si può tuttavia disconoscere che nelle quistioni 
internazionali private, in quanto gli oggetti e gli effetti di queste concernono l'Italia, 
il legislatore italiano ha recato certezza e sicurezza di principi, che mancavano in 
tutti gli Stati civili e in quasi tutti ancor mancano, e, precorrendo così tutte le 
altre nazioni, ha dato a queste un buono ed utile esempio. E questo esempio è stato 
fecondo di buoni effetti. Imperocché non mancò il suffragio della scienza a parecchi 
canoni adottati dal legislatore italiano, per opera specialmente dell' Inslitut de droit 
international, della International lavo association, e dei Congressi dei giuristi te- 
deschi. Ed anche la più recente legislazione civile, la germanica, ha adottato taluni 
canoni del diritto internazionale privato italiano. 

Vi hanno però argomenti di questo diritto, i quali non possono essere discipli- 
nati che per via di trattati. Tale p. es. la competenza dei tribunali nazionali, sia 
contenziosa, sia volontaria in confronto di forestieri, e la esecuzione nello Stato di 
sentenze e di altri provvedimenti giudiziali forestieri. E a questa parte del diritto inter- 
nazionale privato mirano appunto le Convenzioni internazionali già stipulate, ed altre 
progettate all'Aja. 

Illustrare codesta parte della nostra legislazione, in cui l' Italia ha preceduto 
tutte le altre, e sembra destinata ad essere dalle altre nazioni imitata, è certamente 
opera proficua in pari tempo alla giurisprudenza nazionale, ed alla scienza del diritto 
privato internazionale. E con tale intento molti buoni libri sono già stati pubbli- 
cati fra noi, ma in tutti questi libri io non trovo che siano state considerate debi- 
tamente le questioni più generali del gius civile intemazionale italiano, e specialmente 
quelle relative ai limiti di luogo dell'applicazione sua, e ai più generali criteri della 
sua interpretazione. Colmare codesta lacuna della giurisprudenza nostra, è appunto e 
soltanto l'assunto di questo mio scritto. 

Esso non è che un contributo, una introduzione alla scienza del gius civile inter- 
nazionale privato italiano. Coi detti intendimenti condotto, esso non sarà certamente 
ripetizione di cose dette da tanti altri, né quindi, almeno da questo punto di vista, 
parrà superfluo ed inutile. 



— 7 — 



CAPITOLO I. 
Denominazione del soggetto di questo scritto ('). 

Nella precedente prefazione, io ebbi a promiscuamente adoperare le due espres- 
sioni diritto intemazionale privato, e diritto civile internazionale, pure avendo pre- 
ferita quest'ultima nell' intitolazione di questo scritto. Vengo ora a giustificare la lo- 
cuzione diritto civile internazionale da me preferita, e, prima di me, dall' illustre 
Laurent. 

Come è noto, lo studio delle relazioni giuridico-private fra forestieri o tra fo- 
restieri e nazionali nello Stato, o fra persone di qualunque nazionalità all'estero, aventi 
effetti nello Stato, venne con differenti espressioni designato. Oggi è più di ogni altra 
usitata l'espressione diritto intemazionale privato. Ma non pochi tedeschi preferiscono 
la locuzione limiti delle leggi nello spazio (òrtliche Grànzen), e gli inglesi e gli 
americani adoperano quella di conflitto delle leggi (conflict of laws) in generale. 

Di tutte queste denominazioni io ripudio le ultime due, come troppo astratta la 
prima, e troppo generica la seconda, ed anche la denominazione diritto internazionale 
privato, benché tanto generalmente gradita e adoperata, non mi sembra appropriata. 

Prescindendo infatti dal riflesso, che il vocabolo internazionale sia male appro- 
priato, perchè le stesse questioni dette internazionali private possono insorgere anche 
fra provincie di un medesimo Stato, come accadeva una volta quando ogni provincia 
di un medesimo Stato era retta da propri statuti o consuetudini, e come ancora acca- 
deva in Italia dopo la unificazione politica, e prima della emanazione del nuovo Codice 
civile italiano, vigendo in questo intervallo di tempo negli ex-Stati italiani le proprie 
leggi civili di ciascuno di questi, quella denominazione non designa esattamente l'ob- 
bietto suo, cioè le questioni cui propriamente si riferisce. Imperocché, come in gene- 
rale il diritto intemazionale intercede fra nazioni e nazioni, quel diritto che più 
particolarmente si chiama internazionale privato dovrebbesi a rigor di parola repu- 
tare del pari diritto privato intercedente fra nazioni e nazioni. Il che non è affatto. 
Sono private persone, od anche persone pubbliche, in quanto queste assumono l'aspetto 
di private, i subbietti di quel diritto, sono gli interessi privati, la volontà e gl'in- 
tendimenti di quelle persone, l'oggetto delle cosidette controversie internazionali 
private, e i principali criteri con cui dirimere queste controversie. E se a que- 
st'uopo è necessario tener conto delle leggi civili degli Stati a cui le persone inte- 
ressate appartengono, sia per osservarle contemporaneamente, sia per dare la prefe- 
renza ad una di esse, ciò si fa appunto onde meglio servire quegli interessi, e meglio 
interpretare quegl' intendimenti. Vero è che nel regolare rapporti giuridico-privati 
internazionali sono frequenti le occasioni di tener conto altresì degli interessi degli 
Stati, in cui essi furono posti in essere, o producono effetti, o a cui le parti apparten- 

(') Sulla più conveniente denominazione delle materie, intorno a cui verte questo libro, scrisse 
una pregevole monografia E. Cimbali, Una nuova denominazione del così detto diritto inter- 
nazionale privato, Roma 1893. 



gono, ma questo secondo elemento o criterio di quelle controversie è secondario, an- 
ziché principale, e ciò in duplice senso, e per duplice motivo. Primieramente non in 
tutte le questioni vi è luogo a tener conto dell'interesse proprio o politico degli Stati, 
a cui appartengono le parti, mentre dell'interesse e dell'intenzione di queste persone 
bisogna tener conto sempre. Secondariamente, allorché in una questione internazio- 
nale privata l' interesse degli Stati si trova in disaccordo con quello delle parti, pre- 
vale bensì il primo al secondo, ma questa prevalenza assume l'aspetto di deroga 
alla regola generale, che le questioni private internazionali si devono dirimere 
nello stesso modo in cui le private nazionali, cioè nel modo che più verosimilmente 
risponde alla presumibile intenzione delle parti. Così p. es. nel regolare la successione 
immobiliare di un forestiero la maggior parte delle legislazioni dà ancor oggi la 
preferenza alla legge dello Stato dove gli immobili sono situati, perchè quei legislatori 
ritengono che tutto ciò che concerne la condizione giuridica dei beni immobili tocchi 
davvicino il pubblico interesse; la legislazione italiana invece vuole che si abbia riguardo 
alla legge dello Stato a cui il defunto apparteneva, perchè il nostro legislatore ritiene 
che la volontà espressa, o presunta, del defunto voglia essere di preferenza rispettata; 
ma tutti gli scrittori odierni approvano codesta innovazione del legislatore italiano, 
appunto perchè vi ravvisano una nuova e ragionevole applicazione dal principio supremo 
che la volontà e l'interesse dei privati, italiani o forestieri, devono prevalere nell'inter- 
pretazione degli atti e fatti della vita civile. 

Né varrebbe certamente a scemare il peso delle esposte considerazioni il riflesso 
che dietro il forestiero che pone in essere o fa valere un suo diritto privato nel nostro 
Stato, vi ha lo Stato estero a cui quegli appartiene, il quale secondo Stato ha pure 
interesse alla tutela di quel diritto per parte delle leggi e delle autorità nostre. Im- 
perocché codesto interesse non vale a far sì che i subbietti immediati delle relazioni 
internazionali private non siano le persone, fra cui esse intercedono, né può quindi 
giustificare una locuzione, la quale sulle prime suscita il concetto opposto. 

Io fui dapprima tentato di sostituire alla locuzione diritto internazionale pri- 
vato, quella di diritto civile dei forestieri ('). E veramente questa locuzione desi- 
gnerebbe chiaramente una gran parte della materia da studiare, cioè quella parte che 
concerne relazioni giuridico-private dei forestieri fra loro, o con nazionali, sia nello 
Stato, sia all'estero, in quanto queste ultime producano effetti nello Stato, ma essa 
non abbraccierebbe tutta quanta la materia a cui si riferisce. Non includerebbe infatti 
le relazioni giuridico-private poste in essere in estero Stato fra italiani soltanto, le 
quali producano effetti in Italia. Anche codeste relazioni civili internazionali racchiude 
invece la denominazione: diritto civile internazionale. 

Non è poi senza ragione e senza significato lo spostamento della parola inter- 
nazionale nella locuzione da me preferita, confrontata con quella solita. Si sa che nel 
discorso umano i menomi mutamenti sono spesso di grande importanza, e ciò appunto 
mi pare che si possa dire nel caso presente. Quel porre la parola intemazionale alla 
fine della locuzione basta a togliere l'apparenza che subbietti del diritto privato in- 

(') E lo dissi anche in una mia lettera a Edoardo Cimbali, riprodotta da questo nel suo scritto 
citato nella pag. preced., nota ('), pag. 53. 



— 9 — 

ternazionale siano gli Stati, e questo è di certo un gran vantaggio. Civile poi amo 
dire col Laurent, anziché privato, il diritto che forma oggetto del presento studio. 
Benché i duo termini siano sinonimi, quello però sembrami servir meglio di questo a 
far avvertire che subbietti delle relazioni giuridiche, intraprese a studiare, sono per- 
sone private, anziché gli Stati considerati come enti pubblici. E italiano dico il diritto 
civile internazionale, che imprendo a studiare, poiché oggetto di questo studio sono 
propriamente le norme civili internazionali vigenti in Italia. 



CAPITOLO II. 
Il Diritto civile internazionale positivo italiano. 

Il diritto civile, sia nazionale, sia internazionale, è un complesso di leggi rego- 
latrici sia della capacità di acquistare e di esercitare diritti d' indole privata, sia delle 
relazioni e dei negozi giuridico-privati ; relazioni e negozi che in due classi possono 
distinguersi: personali o famigliari, e patrimoniali. 

La capacità dei forestieri di acquistare ed esercitare diritti privati in Italia è 
riconosciuta dall'articolo 3 del Codice civile italiano, in questi termini: « lo straniero 
è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti agli italiani ». 

Cotesto canone generale, di cui molti recenti scrittori lodano altamente l' Italia, 
non era stato prima, e non è ancora oggi proclamato tal quale da nessun' altra legi- 
slazione. Le legislazioni italiane anteriori al nuovo Codice civile non ammettevano il 
forestiero a godere dei diritti civili, se non a condizione di reciprocità (es. il Cod. 
civ. austr. § 33, Cod alb. art. 26, LL. Civili delle Due Sicilie art. 9, Cod. est. art. 33 ('). 
In Francia (1. 26 giugno 1889) il forestiero non è ammesso a godere dei diritti civili, 
se non alla condizione di venire autorizzato a stabilirvi il proprio domicilio, altri- 
menti egli non gode che dei diritti stipulati dai trattati. 

Il legislatore italiano volle prescindere dalle anzidette, e da ogni altra condizione; 
interpretando quel sentimento umanitario di fratellanza, che ogni giorno più si dif- 
fonde fra i civili popoli, e che è profondo e sincero nella nazione italiana, convitò 
tutti gli uomini appartenenti a civili nazioni a comunione di diritto coi nazionali. 
Se questo generoso esempio verrà imitato da altre nazioni, io non so. Che esso possa 
tal quale, cioè in tutta la generalità dei suoi termini, presto diventare canone giu- 
ridico universale, io non credo. Se poi quella generalità si possa o no dir soverchia, 
se, in altri termini, il legislatore italiano possa o no venir tacciato di imprudente 
cosmopolitismo, io non voglio qui indagare. Certamente però il legislatore italianon non 
può avere inteso, per es., di convitare indifferentemente europei, e Papuasi o Fid- 
giani, a nozze con ragazze italiane ( 2 ). 

(*) V. Gianzana, Lo straniero nel diritto civile italiano, Torino 1884, voi. I. 

( 2 ) Il legislatore toscano però aveva preceduto il Codice civile italiano nel parificare i fore- 
stieri ai nazionali nelle successioni ereditarie, senza condizione di reciprocità (Motuproprio Grandu- 
cale 11 dicembre 1835). 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5\ 2 



— 10 — 

Condizione di reciprocità non è più menzionata nel gius civile internazionale 
italiano che in materia procedurale, cioè nell'articolo 105 del Codice di procedura 
civile, concernente la competenza del giudice italiano in confronto di forestieri. Essa 
ha invece larga parte nel diritto civile internazionale degli altri popoli, e nel diritto 
internazionale pubblico (')• 

Che si intenda per diritti civili, non vi ha luogo a discutere in Italia, come si 
è discusso in Francia. Sono essi tutti i diritti, sia di acquistare, sia di disporre, e, in 
generale, di porre in essere relazioni e negozi giuridici, che le leggi italiane riconoscono 
ai cittadini italiani, come persone private, sia mediante volontà unilaterale, sia me- 
diante consenso, ed anche col concorso di una pubblica autorità, purché questo con- 
corso non abbia carattere di concessione, di atto d' impero dello Stato, ad essa autorità 
delegato. Onde, per es. non è dubbio che in virtù dell'articolo 3 un forestiero non 
potrebbe porre in essere una adozione, neppure d'un italiano in Italia, né conseguire 
legittimazione sovrana di un proprio figlio, benché sembri, sulle prime, potersi venire 
a contraria conclusione, argomentando dall'articolo 6 delle disposizioni preliminari 
del codice civile italiano. 

Dal godimento dei diritti civili bisogna però distinguere il loro esercizio. Rispetto 
al primo, l'articolo 3 del Codice civile parifica i forestieri agli italiani. Rispetto al 
secondo, la capacita personale e le relazioni giuridico-private dei forestieri sono rego- 
late dagli articoli 6-12 delle Disposizioni Preliminari del Codice civile italiano. 

Gli articoli 6-12 presuppongono l'astratta possibilità, riconosciuta dall'articolo 3 
del Codice civile, che i forestieri acquistino ogni specie di diritto privato, attribuito 
agli italiani, cioè ammesso dalla legge per questi, e determinano la legge da appli- 
carsi ai forestieri nell'acquisto e nell'esercizio di ciascuna di quelle specie di diritti. 
Determinano cioè quando si debba applicare ai forestieri la loro legge nazionale, 
oppure la legge italiana, od anche un'altra legge, e ciò non con altra mira né con 
altri criteri, se non di rispettare e conciliare in pari tempo il presumibile intendi- 
mento dei forestieri, l'autonomia e l'interesse degli esteri Stati, e quelli dell'Italia. 
Se ciò il legislatore italiano non facesse, egli convertirebbe in danno dei forestieri il 
beneficio loro arrecato dall'articolo 3 del Codice civile, costringendoli a seguire la 
legge italiana, e a disconoscere la loro propria, contro l' intenzione e l' interesse loro, 
e conferirebbe ai forestieri un diritto che gli italiani non hanno, consentendo loro di 
porre in essere relazioni giuridiche e di far valere in Italia diritti, ripugnanti a im- 
periose esigenze del nostro Stato. 

Dove il diritto civile internazionale positivo italiano non dà norme speciali circa 
la legge da applicare a relazioni o negozi giuridici, a cui partecipano forestieri, 
devonsi loro indubbiamente applicare le leggi italiane. Onde, per es., mentre le rela- 
zioni fra tutore e pupillo forestieri sono regolate in Italia dalla loro legge nazionale, 
in virtù dell'articolo 6 D. P. C. C. I., la capacità invece del forestiero di assumere 
in Italia la tutela di un italiano, e l'esercizio di questa tutela, sono regolati dalla 
legge italiana in virtù dell'art. 3 Cod. civ. it. 



(') V. Lue, Il sistema della reciprocità, Milano 1898. 



— 11 — 

Non tutte le norme relative all'esercizio dei diritti civili o privati dei forestieri 
in Italia sono contenute negli articoli 6-12 D.P. C. C. L. Altre non poche si trovano 
sparse negli altri Codici del diritto privato, in leggi estranee a questo diritto, e in 
trattati. 

Intorno all'acquisto e alla perdita della cittadinanza italiana dispongono gli arti- 
coli 4-15 del Codice civile italiano, modificati dagli articoli 35-36 della legge sulla 
emigrazione 31 gennaio 1901. 

L'articolo 58 del Codice di commercio modifica parzialmente il disposto del- 
l'articolo 9 D. P. C. C. I., rispetto alle obbligazioni commerciali. 

Gli articoli 941 e 48 del Codice di procedura civile trattano della esecuzione 
degli atti delle autorità giudiziarie straniere. 

Talune modificazioni dei canoni generali contenute negli articoli 6-12 D. P. C. C. I. 
riscontratisi pure in trattati dell' Italia con esteri Stati. 

Norme relative alla comunicazione d'atti giudiziali e stragiudiziali, alle commis- 
sioni rogatorie, alla cautio iudicatum solvi, all'assistenza giudiziaria gratuita, all'ar- 
resto personale, vennero concordate fra l' Italia, il Belgio, la Spagna, il Lussemburgo, 
l'Olanda, la Francia, l' Inghilterra, il Portogallo, la Svizzera con una convenzione 
firmata all'Aja 14 novembre 1896, approvata in Italia con R. Decreto 14 maggio 1899. 
E altre norme, relative ai conflitti di legge in materia di matrimonio, di divorzio e 
di separazione, e per regolare la tutela dei minori furono pure concordate, in tre sepa- 
rate convenzioni, all'Aia il 12 giugno 1902 fra l'Italia, la Germania. l'Austria, il Belgio, 
la Spagna, la Francia, il Lussemburgo, l'Olanda, il Portogallo, la Rumenia, la Svezia 
e Norvegia e la Svizzera. Delle quali tre convenzioni, la prima, deroga parzialmente, 
e gli articoli 3 e 4, al canone generale dell'art. 100 del Codice civile intorno al ma- 
trimonio dei forestieri in Italia. 

Il diritto civile internazionale italiano è anch'esso, come tutto quanto il diritto 
civile in generale, in parte dispositivo, in parte imperativo. Dispositive sono quelle 
norme la cui applicazione è imposta al giudice soltanto se le parti interessate non 
ne abbiano stabilito altre differenti ; imperative sono quelle a cui le parti interessate 
non possono derogare, e che il giudice deve quindi sempre applicare. 

Imperative sono le norme relative: 1° ai rapporti personali (art. 6 D. P. C. C. L); 
2° al diritto reale (art. 7 ib.) : 3° alla competenza, al procedimento, alla esecuzione delle 
sentenze, alle prove (art. 10 ib.): 4° alle forme esterne degli atti (art. 9, capov. 1, 
ib.). E imperativo, con forma proibitiva, è anche il disposto dell'art. 12 (ib.). 

Dispositive sono le norme relative alla contrattazione (art. 9, capov. 2, ib.), e 
alle disposizioni di ultima volontà (ib.). Rispetto a queste ultime non può essere 
dubbio che varrebbe in Italia un testamento, sia di un italiano, sia di un forestiero, 
in qualunque luogo posto in essere, ma da eseguirsi in Italia, il quale consistesse 
soltanto nel designare come eredi coloro che sarebbero tali a termini di una legge 
diversa da quella della nazione a cui il testatore apparteneva quando morì, e magari 
anche da quella a cui apparteneva quando testò. Salva, ben inteso la inapplicabi- 
lità in Italia di disposizioni testamentarie contrarie alle leggi italiane a sensi del- 
l'art. 12. 



— 12 — 

Un'altra distinzione, e importantissima, come in seguito si vedrà, è da farsi fra 
i canoni contenuti negli articoli 6-12 D. P. C. C. I. 

Alcuni di questi canoni sono attinti dal consenso universale delle genti, cioè 
dalla consuetudine internazionale, come p. es. l'art. 7 capov. che vuole i beni immo- 
bili regolati dalla legge del luogo ; l'art. 9 in princ, in quanto statuisce che valide 
forme esterne dei civili negozi siano quelle stabilite dalla legge del luogo in cui 
questi vengono posti in essere; l'art. 10 in princ. e /., che vuole regolato il pro- 
cedimento della legge del luogo dove seguì il giudizio, e l'esecuzione degli atti e 
delle sentenze regolata dalla legge del luogo, in cui la si vuole intraprendere. 

Altri canoni sono attinti dalla scienza, e propriamente o dal prevalente insegna- 
mento degli scrittori, o dalla convinzione scientifica propria di chi formulò i rela- 
tivi testi di legge. 

Alla prima categoria appartengono: l'art. 6 che statuisce che l'unica legge re- 
golatrice dello Stato e della capacità delle persone debba essere la legge nazionale ; 
l'art. 7 in princ, in quanto statuisce che la legge del luogo dove una cosa mobile ri- 
siede, possa applicarsi alle questioui di diritto reale mobiliare; l'art. 8, in quanto 
statuisce che le successioni ereditarie debbano essere governate dalla legge nazionale 
del defunto; l'art. 10, in quanto statuisce che i giudicati civili esteri possano rice- 
vere esecuzione in Italia, previo giudizio di delibazione, regolato dal Codice di pro- 
cedura civile; l'art. 12, il quale statuisce non potere uè leggi, né atti, né sentenze 
estere derogare all'ordine pubblico italiano. Alla seconda categoria appartengono: 
l'art. 9 capov., in quanto pone certe norme per la scelta della legge da applicarsi al 
contenuto dei civili negozi, in cui sono parte forestieri, e l'art. 10, 2° capov., in quanto 
statuisce che i mezzi di piova siano regolati dalla legge del luogo in cui i negozi 
giuridici vengono posti in essere. 



CAPITOLO III. 

Autorità dei canoni contenuti negli articoli 6-12 delle Disposizioni Preli- 
minari del Codice civile italiano. — Fondamentale considerazione. 

Così come sono formulati i canoni contenuti negli articoli 6-12 D. P. C. C. I., 
generali cioè e assoluti come sono, sembrano dover venire applicati dal giudice ita- 
liano a tutti quanti i casi civili internazionali, di cui egli debba conoscere, senza 
distinzione nessuna fra essi casi, e senza nessuna limitazione. E tanto se il giudice 
italiano debba conoscerne in via principale, quanto se in via incidentale. 

Casi civili internazionali di fronte all' Italia s' intendono rapporti giuridico-privati, 
di qualunque specie, posti in essere: a) nello Stato italiano: tra forestieri, o tra per- 
sone di diversa nazionalità, da avere effetto in Italia, oppure fra italiani, o fra fore- 
stieri, o fra persone di diversa nazionalità, da avere il vero e proprio loro effetto in 
estero Stato ; b) in uno Stato estero : fra persone di qualunque nazionalità, da avere 
il vero e proprio loro effetto in Italia. Non è invece caso civile internazionale di fronte 
all' Italia un rapporto giuridico posto in essere in estero Stato, fra sudditi di questo, 



— 13 — 

e che ivi deve avere il vero e proprio suo effetto, se, e soltanto perchè successivamente 
siano succeduti nei diritti di quelle persone cittadini italiani, o anche forestieri di 
un terzo Stato domiciliati o dimoranti in Italia. Interessano poi l' Italia casi civili 
internazionali di questo genere, solo perchè ed in quanto vengano sottoposti a cogni- 
zione di giudici italiani. 

Che l'originario e benemerito compilatore dei canoni consegnati negli articoli 6-12, 
l'illustre P. S. Mancini, abhia veramente inteso di formulare principi di diritto 
civile internazionale universale, non è dubbio. Egli credeva forniti di tauta intrin- 
seca razionalità tutti quei canoni, compresi quelli rispetto ai quali non vi era ancora 
consenso di tutte le legislazioni, o conferma nel diritto consuetudinario internazionale 
universale, che non esitava a proporne l'adozione a tutti quanti i popoli civili. Ma il 
legislatore italiano, inserendo tali e quali i canoni scientifici di Mancini nel Codice ci- 
vile italiano, intese veramente che il giudice italiano li abbia ad applicare tutti quanti 
ai relativi casi internazionali, sottoposti alla cognizione sua, tanto se questi interessino 
principalmente l'Italia, quanto se interessino principalmente altri Stati, come se, quei 
canoni veramente fossero tutti quanti accettati universalmente dalle civili nazioni? 

Io non credo, e reputo la contraria opinione dominante fondamentale errore della 
dottrina insegnata fino ad ora fra noi intorno agli articoli 6-12. Soltanto la giurispru- 
denza si è qualche volta emancipata da tale insegnamento, ma senza trarne occasione 
a considerazioni e premesse più generali e fondamentali. 

Porre in chiaro codesto errore è appunto la ragione e lo scopo principale del pre- 
sente mio scritto. Non lieve impresa codesta, e, agli occhi dei più, sorprendente e teme- 
rario proposito ; ma mentre io non confido di poterlo debitamente attuare, sono invece 
profondamente convinto che esso non solamente è fondato, ma anche necessario, affinchè 
la interpretazione del gius civile internazionale italiano risponda, più che non è stato 
finora, al fine di esso, e anche del diritto internazionale in generale, e non venga, 
come talvolta è accaduto, a soluzioni che a quel fine manifestamente contraddicono, 
e al retto senso giuridico ripugnano. 

Giustizia civile internazionale rispetto a casi civili internazionali s' intende ma- 
nifestamente tal decisione di codesti casi, che possa venir riconosciuta e rispettata 
in tutti gli Stati cui essi concernono. Perchè ciò sia, egli è pur manifesto richie- 
dersi che le norme giuridiche adoperate per decidere siano accettate ugualmente da 
tutti quegli Stati. Non si richiede altresì che il giudice sia internazionale, cioè costituito 
da quegli Stati unitamente, e quindi considerato da ognuno di essi come proprio. 
Possono essi accordarsi per rispettare reciprocamente le decisioni dei giudici di ciascuno, 
in ordine agli effetti che esse possono avere fuori dello Stato a cui quel giudice appar- 
tiene. Ma una giustizia civile internazionale esercitata secondo norme giuridiche rico- 
nosciute da uno o da alcuni soltanto degli Stati cui i casi civili internazionali con- 
temporaneamente concernono, senza distinzione fra essi, è una impossibilità giuridica, 
un giuridico assurdo. Il primo punto del problema del diritto internazionale privato, 
dice il Naumann è definire quaré la legge competente a risolvere b singole relative 
questioni ('). Nulla di più certo di tutto ciò. 

(') Internai. Privatr. in Form eines Oesetzentwurfs etc. Berlino. 1896. 



— 14 — 

Ciò posto, se la legge di uno Stato statuisce norme civili internazionali che par- 
vero giuste al legislatore, ma non sono, cioè non sono ancora, accettate da tutti i civili 
Stati, egli è tanto evidente, quanto le anzidette premesse, ed è razionale illazione da 
queste, che siffatte norme non hanno altro carattere se non di leggi proprie di quello 
Stato, e che esse non possono venire applicate a casi civili iDternazionali fra esso Stato 
e un altro che non le ha del pari adottate, se non quando l'interesse del primo Stato 
al caso civile internazionale di cui si tratta, prevalga all' interesse del secondo. In 
vista del quale prevalente interesse può ritenersi che il secondo Stato rispetterà la 
decisione dal giudice del primo, per quella minore parte d' interesse che quello ha 
pure nel caso civile intercedente fra i due Stati. 

È questo un canone fondamentale del giure privato internazionale. Lo formulò 
il Savigny (Syst. d. li. R. R. Vili, p. 108) con queste parole: «rispetto ad ogni 
negozio giuridico devesi ricercare il territorio giuridico (Rechtsgebiet), al quale esso 
appartiene ed è soggetto in virtù della peculiare sua natura » . E certamente tutti 
quanti i canoni del gius civile internazionale, universalmente ricevuti, rispondono a 
questo canone, e con questo si spiegano. 

Egli è adunque manifestamente inammissibile che tutti quanti i canoni contenuti 
negli articoli 6-12 D. P. C. C. I., cioè tanto quelli universalmente ammessi dalle 
genti civili, quanto quelli ammessi dal solo legislatore italiano, o da pochi altri oltre 
questo, vengano dal giudice italiano applicati ai relativi casi civili internazionali in- 
tercedenti fra l'Italia e un altro civile Stato qualunque, senza alcuna distinzione fra 
essi. I primi soltanto sono vero e proprio diritto internazionale ; i secondi sono diritto 
italiano in materia civile internazionale ; i primi soltanto possono venire applicati dal 
giudice italiano ai relativi casi civili internazionali intercedenti fra l'Italia e un altro 
Stato qualunque ; i secondi non lo possono se non a casi civili internazionali, intercedenti 
bensì fra l' Italia e un altro Stato che non li ammetta, ma interessanti di preferenza 
l'Italia. Se essi interessano invece di preferenza quell'altro Stato, il giudice italiano, che 
debba tuttavia conoscerne, deve ad essi applicare il gius civile internazionale vigente 
in quello Stato, come lo devo applicare ai casi civili internazionali, non solo aventi 
il loro proprio effetto in estero Stato, ma quivi pure posti in errore, e che sopra 
ho detto non essere neppure propriamente tali di fronte all'Italia. 

Che se codesti limiti dell'applicazione dei canoni civili internazionali italiani, 
non ancora universalmente accettati, non vengano assunti fra le fondamentali dottrine 
della interpretazione degli articoli 6-12, D. P. C. C. L, non è dubbio che il gius 
civile internazionale italiano, invece di rispondere al finale scopo del diritto civile 
internazionale in generale, che è quello di dirimere conflitti di legge nei casi civili 
internazionali, non farà che suscitarli, togliendo in pari tempo autorità e considerazione 
internazionale a questa parte della legislazione e della giustizia italiana. 

Che la esposta dottrina risponda allo intendimento del legislatore italiano, io 
non dubito, perchè non mi è lecito dubitarne. 

Credere che il legislatore italiano abbia inteso invadere colle proprie statuizioni 
il campo dell'autonomia e della sovranità legislativa di altri Stati, suscitare conflitti 
civili internazionali, invece di dirimerli, andando così contro allo scopo che certamente 
egli si è proposto, promuovere decisioni giudiziali italiane che non vtrranno affatto 



— 15 — 

riconosciute da altri Stati maggiormente interessati al caso civile internazionale de- 
ciso in Italia, credere tutto ciò non è lecito al certo; è veramente, come dicevano 
i Romani, un jus calumniare. L'illustre autore degli articoli 6-12 D. P. C. C. I. 
ebbe certamente la mira di proporre canoni convenienti a tutti quanti i popoli civili, 
e li formulò veramente in termini generali e assoluti rispondenti a tal mira ; ma tali 
canoni, assunti nel codice civile italiano, banno cessato di essere meramente scien- 
tifici e accademici, per diventare leggi italiane, e, diventati tali, non possono manife- 
stamente avere più lato impero di tutte le altre leggi italiane, non possono cioè 
imperare che in Italia, e, poiché a casi civili internazionali si riferiscono, non pos- 
sono venire applicati se non a quelli di tali casi, che interessano maggiormente l'Italia 
che un altro Stato, benché fra i due Stati intercedano, ove essi non siano accettati 
tal quali nell' uno Stato e nell'altro. Altrimenti avrebbe il legislatore italiano voluto 
imporre ad altri Stati ciò che lo scienziato e l'accademico miravano soltanto a pro- 
porre; insupponibile proposito legislativo. 

Nulla si ha negli articoli 6-12 D. P. C. C. I. che espressamente contraddica 
a codesta mia fondamentale dottrina, ad eccezione di ciò che si legge nella clausola 
finale dell'articolo 8; ma appunto cotesta clausola apparve non a me soltanto (') ma 
anche alla maggior parte dei più competenti scrittori ( 2 ) e fu altresì dichiarata da 
parecchi giudicati di Cassazione ( 3 ) trascendente la competenza del legislatore italiano, 
e da aversi per non scritta. Vani sforzi furono fatti da altri scrittori e giudicati per 
sostenere il contrario ( 4 ). 

L'art. 8 D. P. C. C. I. suona : « le successioni legittime e testamentarie, sia 
quanto all'ordine di succedere, sia circa la misura dei diritti successori, e la intrin- 
seca validità delle disposizioni, sono regolate dalla legge nazionale della persona, della 
cui eredità si tratta, di qualunque natura siano i beni ed in qualunque paese si tro- 
vino » . Queste ultime parole « e in qualunque paese si trovino » costituiscono la clau- 

(') La clausola finale dell'art. 8 D. P. C. C. I. (v. le mie Questioni di diritto civile, voi. I; 
pag. 105 e segg. Torino 1898). 

( 2 ) Fedozzi (Rio. crit. di giurispr. p. controversa in materia di dir. internazionale privato, 
pag. 20 e segg, Modena 1898); Fiore (Dir. int. e priv. Ili, n. 1305 e segg.); Gianzana (Lo stra- 
niero, voi 2.°, parte 2 a , n. 178); Lomonaco (Tratt. di dir. civ. int., pag. 202); Contuzzi (Il Cod. civ., 
Introd., pag. xxvm); Fusinato (Temi Veneta, 1898, 425) ammette egli pure l'irrazionalità della 
clausola finale in discorso, ma per rispettarne in qualche modo il disposto, opina che il giudice 
italiano assegni al coerede sui beni situati all'estero la parte voluta dalla legge estera, e quel di 
più che gli assegnerebbe la legge nazionale del defunto lo prelevi dai beni ereditari situati in 
Italia. Ma, prescindendo da altre considerazioni, se si trattasse di un erede il quale non fosse am- 
messo al possesso di immobili situati in estero Stato, perchè forestiero a questo, p. es. alla Russia, 
o agli Stati Uniti, a che gioverebbegli rispetto a tali beni una sentenza italiana, basata sull'art. 8? 

( 3 ) Cass. Torino 22 dicembre 4870 (Annali 1871, I, 385), e 22 giugno 1874 (Giur. Tor. 
1874, pag. 569); Cass. Palermo 25 aprile 1894 (Giur it. 1891, I, 1, 901); App. Bologna 15 gen- 
naio 1875 (Giur. Tor., XIII, 237); App. Palermo 23 novembre 1896 (Foro it. 1897, I, 417). 

( 4 ) Pacifici-Mazzoni (Istit., 4 a ed. voi. I, nota 3, pag. 435); Ricci (Tratt. voi. I. pag. 228); 
Diena (Ardi giur. 1897, pag. 334 e Temi Veneta 1905); Anzilotti (Studi critici di diritto privato, 
pag. 248 e segg.); Cass. Torino, 21 febbraio 1884 (Foro it. 1884, I 572); Cass. Napoli, 21 giugno 
1895 (ib. 1896 I, 194); App. Venezia, 12 febbraio 1895 (ib. 1895, 1, 1011); App. Genova, 12 aprile 
1901 (Temi Genov. 1901, 295); App. Milano, 16 aprile 1901 (Mon. Trib. 1901, 407). 



— le- 
sola finale a cui alludo. Or se codesta clausola venga applicata dal giudice italiano 
a beni ereditari lasciati in estero Stato da persona la cui eredità siasi aperta in Italia, 
e della quale egli debba conoscere, potrebbero venire da lui attribuiti quei beni a 
persone, che la legge di quello Stato ne esclude, oppure distribuiti in modo diverso 
da quello statuito da essa legge. E questo sarebbe vero disconoscimento della sovra- 
nità legislativa di quello Stato, e in pari tempo opera vana, perchè quel giudicato 
italiano non verrebbe certamente in quello Stato riconosciuto ed eseguito. Ciò non può 
aver voluto il nostro legislatore, epperò è giusto, è necessario ritenere che la clausola 
in discorso non possa dal giudice italiano venire applicata a beni ereditari, special- 
mente immobiliari, situati in esteri Stati, i quali non accettino del pari il canone 
che essa contiene, che cioè rispetto a tali beni e Stati ella si abbia per non scritta. 
Non vale, a mio avviso, l' obbiettare che sia mancare di riverenza al legislatore 
lo attribuirgli un manifesto errore, sia pure parziale, ed anche l'altro obbietto che il 
giudice italiano deve applicare la legge così come è scritta, e non arrogarsi di li- 
mitarne la testuale portata. Imperocché l'una obbiezione e l'altra vengono ad arbi- 
trariamente restringere il campo della interpretazione razionale della legge, ad esclu 
dere in particolare che vi possano essere leggi, e non vi siano mai state, le quali o 
per la loro oscurità, o per la manifesta loro contraddizione a principi più generali, cui 
pur sono subordinate, prò non scriptis habentur. Ed or non è egli un principio generale, 
direttivo di tutta quanta la interpretazione delle leggi, che queste non imperano fuori 
del territorio dello Stato, in cui vennero promulgate? 

È, ripeto, la clausola finale dell'art. 8 il solo passo degli articoli 6-12 D. P. C. C. I., 
il quale espressamente ripugna allo intendimento, che io reputo doversi attribuire 
al legislatore italiano, di limitare l'applicazione di quegli articoli ai soli casi civili 
internazionali privati interessanti di preferenza l' Italia, ove da essi discordino i canoni 
civili internazionali di altri Stati, che in pari tempo a quei casi abbiano interesse. Ma 
come codesta limitazione s' impone al giudice italiano in virtù di un generale prin- 
cipio, non solo del giure civile internazionale, ma eziandio di tutto il giure inter- 
nazionale, ed anzi di tutto quanto il diritto positivo, è lecito non soltanto di avere 
negli indicati casi per non scritta la clausola finale dell'articolo 8, ma altresì di non 
argomentare da questa clausola un intendimento del legislatore italiano, non rispon- 
dente a ragione, circa la portata pratica dei canoni civili internazionali italiani, in ge- 
nerale, che non siano ancora universalmente ricevuti dalle genti civili. 

Come cioè dalla più generale premessa intorno al limite razionale dell'applicazione 
dei canoni civili internazionali italiani, non universalmente ammessi, vuoisi dedurre 
l' inapplicabilità della clausola finale dell'articolo 8, così pure la irrazionalità, o, a 
meglio dire, la soverchia generalità di questa clausola è additamento di quella gene- 
rale premessa. Ma ciò non fecero quanti hanno finora rettamente determinato il valor 
pratico di quella clausola. E questo è l' unico loro torto. In tal guisa, la retta defini- 
zione di un punto solo e isolato è rimasta isolata anch'essa, e non potè ritrarre maggior 
luce e valida conferma da una dottrina analoga, più generale, suscettiva di altre con- 
simili applicazioni- 
Chi del resto, seguendo l'insegnamento del grande Savigny (Syst. d. h. R. R., 
voi. 8, pag. 130), opinò non potere il giudice anteporre le convinzioni proprie ad un 



— 17 — 

canone positivo della propria legge intorno ad un dato caso di collisione di diffe- 
renti legislazioni, e quindi doversi la clausola tinaie dell'art. 8 D. P. C. C. I. appli- 
care alla lettera, cioè qualunque sia la norma civile internazionale di uno Stato estero 
rispetto ai beni immobili lasciati in questo Stato da un forestiero defunto, mantiene 
libertà, e, per me, obbligo di applicare, dentro i limiti voluti dalla ragione e dalla 
scienza, tutti gli altri canoni del gius civile internazionale italiano, poiché i termini 
generali, in cui questi sono formulati, non escludono ulteriore ricerca dottrinale 
circa le condizioni della loro applicazione, né quindi una razionale distinzione fra i 
casi, nei quali possono venire applicati, e quelli in cui non lo possono. 

La suesposta dottrina, che primo io ho l'ardimento di porre a fondamento di 
una nuova e più razionale trattazione del gius civile internazionale italiano, verrà, come 
ho detto, svolta e applicata in questo mio scritto. Ma già fin d'ora il mio lettore deve 
riconoscere che il mio ardimento non è soverchio, riflettendo ai gravi argomenti razionali 
che io ho addotti. E riflettendo inoltre che i limiti da me apposti all'applicazione del 
gius civile internazionale italiano sono pur riconosciuti dalle altre legislazioni, che 
contengono norme su tal materia, p. es. dalla legislazione germanica. Nella materia 
appunto della successione ereditaria dei forestieri, la legge introduttiva del Codice 
civile germanico, dopo avere nel § 25 "statuito lo stesso principio dell'articolo 8 
D. P. C. C. L, soggiunge nel § 28 che il § 25 « non è applicabile a oggetti che non 
si trovano nel territorio dello Stato, le cui leggi devonsi applicare (cioè dello Stato a 
cui il defunto apparteneva quando morì), e che nello Stato in cui si trovano sono 
sottoposti a speciali disposizioni » . Ma quello che più importa qui notare è che il 
legislatore germanico non pone principi di gius civile internazionale, applicabili a 
casi concernenti qualsivoglia gruppo di Stati, se non già universalmente ricevuti dagli 
Stati civili. Che il legislatore italiano sia stato meno saggio del tedesco, nessuno deve 
supporre, mentre il testo della legge italiana, ad eccezione appunto del mentovato art. 8, 
non ve lo costringe, e nella indeterminatezza sua consente che non lo supponga ('). 

(') L'alta stima e l'affetto che io nutro per il prof. Anzilotti mi impongono di tener conto di 
ciò che intorno ai limiti dell'applicazione del diritto civile internazionale italiano egli ebbe a scri- 
vere nei suoi dottissimi e davvero studiatissimi Studi critici di diritto internazionale privato 
(Rocca S. Casciauo, 1898). Io debbo riconoscere che a lui pel primo balenò il concetto della so- 
verchia generalità dei canoni degli art. 6-12 D. P. C. C. S. Egli dice infatti: •' il legislatore, scri- 
vendo gli articoli 6-12 parve dimenticare, per un momento, di essere il legislatore italiano, e prese 
veste e linguaggio di legislatore universale» (p. 105); e: «il legislatore né deve né può regolare 
questioni di diritto internazionale inter nationes; può e deve unicamente prendere in considerazione 
le quistioni di diritto privato che sorgono inter nationes dal punto di vista del proprio ordine 
giuridico » (pp. 109-110); « una analisi sottile porterebbe forse a scoprire un vizio generale e con- 
genito della nostra legge (internazionale privata), derivato appunto dal difetto di una chiara idea 
dell'indole e della competenza di una legge nazionale in materia internazionale privata» (p. 131); 
« le leggi interne in materia internazionale si intendono aver valore per lo Stato che le ha fatte, 
e quindi per quei rapporti giuridici, e per quelle parti di essi, che spiegano i loro effetti nel ter- 
ritorio dello Stato » (p. 142). Ma a queste sane e indiscuttibili premesse egli non attribuisce poi 
nessun valore pratico nella interpretazione degli articoli 6-12, ed anzi glielo nega del tutto. Impe- 
rocché il concetto direttivo di quasi tutto il suo volume.. ? del quale egli fa l'applicazione princi- 
palmente alla quistione del rinvio legislativo, è precisan.jnte questo: che il giudice italiano deve 
applicare quegli articoli in tutta la loro obbiettiva estensione, senza distinguere casi civili inter- 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5*. 3 



— 18 — 

Lo svolgimento, che io darò in questo scritto alla suesposta mia dottrina fondamen- 
tale, consisterà nella ricerca dei criteri concreti sia per determinare quello che dissi 
prevalente interesse di uno degli Stati fra i quali intercede un dato caso civile interna- 
zionale, l'appartenenza cioè, come dice il Savigny, del caso piuttosto ad uno che ad 



nazionali che interessano V ordine giuridico italiano, e quelli che non lo interessano. E questa 
tesi giurisprudenziale applica l'Anzilotti anche alla tanto discussa clausola finale dell'art. 8. Se 
essa contraddica o no alle anzidette premesse scientifiche sue, Anzilotti non ricerca. Egli la reputa 
abbastanza giustificata dal riflesso che « il giudice non può ritenere che la espansione extraterrito- 
riale della legge non offenda il diritto internazionale, senza supporre che il legislatore stesso lo 
abbia violato » (p. 310), e che la legge stessa internazionale privata può benissimo dar norma anche 
a casi interessanti l'ordine giuridico estero, i quali cadano sotto la cognizione del giudice nazio- 
nale (passim). In realtà però codeste proposizioni sono in contraddizione colle anteriori premesse, 
le quali mettono appunto capo al concetto che il legislatore italiano ha violato il diritto interna- 
zionale attribuendo universalità d'impero internazionale agli articoli 6-12 D. P. C. C. S. Se invero 
il giureconsulto Anzilotti riconosce codesta violazione, perchè non deve poterla riconoscere il giu- 
dice? E se il giureconsulto Anzilotti afferma che le leggi interne civili internazionali s'intendono 
riferibili soltanto ai casi attinenti all'ordine giuridico nazionale, perchè non potrà e non dovrà 
anche il giudice intenderle in questo modo, e quindi circoscrivere all'orbita dell' ordine giuridieo 
italiano l'applicazione di quelli fra i canoni del giure civile internazionale italiano, che non siano 
accettati del pari dall' Italia e dagli esteri Stati ? Grave ed eccezional cosa al certo è il rifiutare ad 
una legge tutta quella estensione d'impero che la lettera di essa le attribuisce, ma la interpretazione 
restrittiva delle leggi è pure ammessa in giurisprudenza, né si possono ad essa prestabilire limiti a 
priori. La sola condizione della interpretazione restrittiva si è che essa sia veramente voluta dalla 
juris rado, che cioè lo avere il legislatore attribuito alla legge una troppo lata cerchia di appli- 
cazione, si possa veramente reputare giuridico errore. Or che veramente un errore giuridico del 
legislatore italiano sia stato il dare agli art. 6-12 una estensione illimitata d'impero, quindi anche 
al di là dei confini dell'ordine giuridico italiano, ha dichiarato e ben dimostrato l'Anzilotti. Se non 
che l'Anzilotti non parmi avere abbastanza riflettuto all'indole e alla gravità di questo errore 
legislativo. Esso consiste propriamente nello aver dato il legislatore italiano a quelle fra le norme 
civili internazionali sue, che non sono universalmente accettate, una estensione d'impero non con- 
sentita da generali principi, che egli medesimo indubbiamente professa, benché, siccome appunto 
accade pei più generali canoni giuridici, non li abbia in nessun luogo espressamente formulati. 
Due sono questi principi. L'uno, generale non solo, ma generalissimo, perchè presiede non al solo 
diritto civile internazionale proprio di uno Stato, ma a tutto quanto il diritto civile di questo, 
è la territorialità di tutte quante le leggi nazionali, cioè il non poter queste imperare fuori del 
territorio dello Stato, e il non poter quindi applicarsi a fatti giuridici accaduti fuori di quel ter- 
ritorio, se non in quanto essi mirano a produrre effetto dentro di esso. L'altro presiede a 
tutto quanto il diritto internazionale, civile e pubblico, ed è il mirare tutte le norme di cui esso 
componesi, a dirimere conflitti fra le genti, e non a suscitarli. Colla scorta di questi principi 
vuol essere interpretato il gius civile internazionale italiano, cioè deve ritenersi che lo stesso 
legislatore italiano intenda, voglia, che lo si interpreti. E questa interpretazione conduce e induce 
manifestamente il giudice italiano a reputare non solo, ina a dichiarare essere contra rationem 
juris, cioè errore giuridico, la illimitata estensione data dal legislatore italiano all'impero degli 
articoli 6-12 D. P. C. C. I., in quanto questi articoli contengono canoni civili internazionali non 
ammessi da tutte le nazioni civili; doversi quindi codesto impero restringere dentro i confini 
dell'ordine giuridico italiano; e l'una cosa e l'altra dichiarare in nome dello stesso legislatore ita- 
liano, cioè come risultato del doveroso e retto contemperamento degli articoli 6-12 con più generali 
e veramente fondamentali canoni giuridici, ai quali quel legislatore ha certamente conferito primato 
sui primi, e virtù di corrispondente correzione di questi. Il non aver fatto questo ragionamento è, a 
mio avviso, la causa per cui Anzilotti non dedusse dalle sue premesse la logica conseguenza. E spe- 



— 19 — 

altro di quei territori giuridici, sia per designare la legge civile internazionale che 
il giudice italiano dovrebbe applicare a quei casi civili internazionali, intercedenti fra 
l'Italia ed esteri Stati, ma non interessanti principalmente l'Italia, rispetto ai quali 
gli articoli 6-12 delle D. P. C. C. I. contengono canoni non ammessi da quegli Stati. 



CAPITOLO IV. 
Interpretazione del diritto civile internazionale italiano. 

Dentro i limiti che io ho detto sopra doversi rispettare nella applicazione del 
diritto positivo civile internazionale italiano, l' interprete di questo diritto, al pari di 
quello del diritto civile comune, può incontrare casi che a termini di un dato passo 
di legge non si possono risolvere. E tanto nel diritto civile internazionale, quanto in 
quello comune, deve l'interprete seguire in tali casi la norma contenuta nell'art. 3 
D. P. C. 0. I., ricorrerà cioè « a disposizioni che regolano casi simili o materie ana- 
loghe » , e, ove il caso rimanga tuttavia dubbio, « deciderà secondo i principi generali 
del diritto ». 

Che analogia di caso a caso possa darsi nel diritto civile internazionale, non è 
dubbio, ma, come le disposizioni positive italiane intorno a questo sono poche, egli 
è chiaro che le occasioni della interpretazione analogica sono senza paragone meno 
frequenti in questo diritto, che in quello comune. Pur qualcuna vi ha. Non è dubbio, 
per esempio, che il canone sancito dall'art. 6 D. P. C. C. I. devesi applicare anche 



cialmente il non aver egli dato la debita importanza al grave inconveniente pratico della sua dottrina, 
di creare, anziché di togliere, conflitti giuridici intemazionali. Imperocché egli è certo che giudicati 
italiani intorno a casi civili internazionali pertinenti all' ordine giuridico di uno Stato estero, benché 
autorizzati dalla letterale formula della legge italiana, non avranno valore alcuno nell'estero Stato, e 
potranno essere contraddetti e resi inefficaci dal giudice estero, tutte le volte che il giure civile 
internazionale estero non concordi con quello italiano. Egli ò certamente un far torto al legi- 
slatore italiano, il reputare che egli abbia reso possibile un così assurdo e deplorevole risultato al- 
trimenti che per una svista legislativa, e lo esitare a correggere codesta svista, sia interpretando 
restrittivamente, sia anche avendo per non scritta una disposizione di legge la cui imprudente for- 
mulazione racchiuda siffatta possibilità. Un solo argomento potrebbe addursi a favore della tesi 
giurisprudenziale dell'Anzilotti, se lo si potesse ammettere: l'assenza cioè di un criterio sicuro, e 
che nessun legislatore possa disconescere, onde distinguere ogni singolo ordine giuridico nazionale 
da tutti gli altri: ma chi ciò reputasse, dovrebbe negare la stessa possibilità di un diritto civile o 
privato internazionale. Non è perù l'Anzilotti di tale avviso, poiché egli non può pensare di avere ado- 
perata una espressione, non che vuota di senso, neppure insuscettibile di sicura e universale determi- 
nazione concreta, tutte le volte che nel succitato suo libro egli ha mentovato l'ordine giuridico na- 
zionale, benché egli non vi abbia avuto occasione di proporsi la ricerca dei più speciali criteri pratici 
di quella determinazione. Del resto l'egregio Anzilotti ha anche mancato di osservare che, eccet- 
tuata la sola clausola finale dell'art. 8, tutti gli altri canoni del giure civile internazionale italiano 
non si possono dir corretti né contraddetti da chi adoperi a determinare ciò che in essi è indeter- 
minato, cioè la sfera del loro pratico impero. Codesta determinazione non trascende l'ufficio dell'in- 
terprete della legge, e non parte necessariamente dal presupposto che quella indeterminatezza sia 
voluta confusione o non distinzione, per parte del legislatore, di casi pratici diversi e distinti fra loro. 



— 20 — 

alle relazioni nascenti da procreazione illegittima, attesa l'analogia evidente fra queste 
relazioni e quelle di famiglia dal detto articolo contemplate. 

Allorché un dato caso civile internazionale non è contemplato da espressa dispo- 
sizione di legge, né per via di analogia può essere definito, abbiasi quindi una vera 
e propria lacuna di logge, quali si devono intendere i principi generali con cui col- 
mare codesta lacuna? Da qual fonte può il giudice desumerli? 

Insegnano molti interpreti del Codice civile italiano che tali sono principi astratti 
dalle disposizioni positive di questo codice, ma è erronea sentenza codesta. Imperocché 
ella non si attaglia manifestamente a quei casi od argomenti, i quali non abbiano nes- 
suna affinità né con altri singoli casi od argomenti, né con un complesso di casi o 
argomenti contemplati dal Codice. Non è dunque possibile che quei generali principi 
siano altra cosa che le razionali premesse da cui il diritto positivo, o nella totalità 
sua, o in singole sue parti, è dominato e ispirato. Né altra può essere la fonte di quei 
principi, se non la ragione, né altra la via per ricercarli fuorché il ragionamento, il risalire 
cioè dalle positive disposizioni della legge, concernenti una data categoria di giuri- 
diche relazioni, alle ragioni loro, prossime, remote o remotissime, formulando corri- 
spondenti canoni giuridici razionali, via via più generali, fino ai generalissimi. 

Diritto razionale codesto, il quale, a differenza dal diritto naturale di una volta, 
non si contrappone, né può contraddire al diritto positivo, poiché in questo ha il suo 
punto di partenza, e lo completa, epperò vale a colmare le lacune che esso nella sua 
pratica evoluzione presenta, e non può non presentare. 

Il fin qui detto, se è vero rispetto al diritto civile positivo in generale, ancor 
più facilmente apparisce tale rispetto al diritto positivo civile internazionale in par- 
ticolare. Questo è trattato ed esposto dal legislatore italiano fuori del corpo del Co- 
dice civile; vi è, per così dire, aggiunto per di fuori, nelle Disposizioni Preliminari. 
Già per questo motivo, e per non aver esso analogia alcuna col diritto civile comune, 
egli è evidente che i principi generali suoi non si possono astrarre dalle positive 
disposizioni di questo. Sono poi soli pochi articoli ad esso dedicati, e da questi è pur 
evidente che a quei generali principi non è possibile risalire. Lacune non poche il 
diritto positivo nostro in tale materia presenta, come in seguito si farà chiaro. Egli 
è a dirsi quindi che, a maggior ragione ancora che nel diritto positivo civile comune, 
i principi generali necessari a colmare le lacune del diritto civile internazionale po- 
sitivo devonsi col sussidio della ragione ricercare e formulare.. E può anche dirsi che 
in ragione appunto della scarsezza dei canoni di questo diritto, il campo del ragiona- 
mento, inteso a colmar le lacune di questo, è relativamente più vasto assai che 
nel diritto positivo civile comune, che cioè l'interprete deve a quell'uopo spaziare libe- 
ramente nello stesso campo della scienza del diritto internazionale, oggi tanto pro- 
gredita, e dei cui lumi il legislatore tanto lodevolmente si è valso. 

Parranno a non pochi soverchie arditezze codeste, né io mi voglio maggiormente 
diffondere onde giustificarle. L'applicazione pratica ne sarà la miglior giustificazione, 
sarà cioè la riprova che, senza accordare l'anzidetta estensione all' interpretazione del 
diritto positivo, è impossibile disciplinare convenientemente la vita giuridica reale, 
in quelle forme sue, che o siano sfuggite all'occhio del legislatore, o che questi non 
poteva prevedere. 



— 21 — 

Qui aggiungo soltanto cbe dello stesso avviso è, rispetto al diritto civile co- 
mune, l'illustre Unger. Riferendosi egli al § 7 del Codice civile austriaco, dal quale 
furono tratti l'articolo 15 del Codice Albertino, e l' art. 3 D. P. C. C. I., con una 
sola differenza di parole ('), afferma: « come il giudice romano e l' iuglese, così 
anche il giudice austriaco non può jus corrigere, ma jus supplere. In realtà egli 
esercita una attività quasi legislativa, quando ricorre all' analogia. Che se egli non 
può né colla interpretazione razionale, né con quella analogica trovare il diritto, egli 
deve desumerlo dalla propria coscienza giuridica, dal suo proprio educato senso giu- 
ridico, e col lume della scienza e apprezzando tutte le circostanze determinare ciò 
che nel caso sia aequum el boaum » (*). Ciò che l'Unger afferma rispetto al giudice 
austriaco, io ripeto rispetto al giudice italiano. E altrettanto afferma il Bar rispetto 
alla interpretazione del gius civile internazionale. « Allorquando, — egli dice — il 
giudice non può decidere un caso civile internazionale, a termini o sensi del diritto 
positivo internazionale, devono, come accadeva rispetto al jus gentium dei Romani, 
decidere generali considerazioni, e nulla si oppone a che il giudice abbia piena po- 
destà di decisione, benché in questa guisa diventino possibili incertezze nel diritto, 
quali del resto non mancano in nessuna parte della giurisprudenza » ( 3 ). 

Che se si domanda quali siano i criteri razionali, coi quali risolvere casi civili 
internazionali, non contemplati affatto dal legislatore italiano, e nei quali neppure 
l' interpretazione analogica può sovvenire, io rispondo, che essi vari sono come le cate- 
gorie dei casi che li richiedono, e che corrispondentemente vario è anche il grado 
della loro altezza e generalità. 

Criteri razionali supremi sono per es. i seguenti: 1° la sovranità legislativa di 
ogni Stato deve essere esclusivamente rispettata nella propria cerchia di questo; 
2° i diritti acquisiti devono essere rispettati ; 3° le frodi alla legge non devono essere 
tollerate; 4° l'intenzione dei disponenti e dei contraenti deve essere attentamente 
scrutata, e fedelmente eseguita; 5° nessun forestiero può essere eslege in Italia. 



CAPITOLO V. 
Lacune del diritto civile internazionale italiano. 

Che molte lacune presenti il diritto, positivo civile comune italiano, che questo cioè 
non contenga disposizioni colle quali definire, o direttamente, o per via d'analogia, casi 
pratici non preveduti affatto dal legislatore, è noto ad ogni giurista. Basta citare per es. 
i contratti per corrispondenza, i jura vìcinilaiis, il diritto di superficie, il contratto di 
lavoro industriale. Che lacune consimili possa presentare anche il diritto positivo civile 
internazionale italiano può facilmente ognuno aspettarselo, al riflettere soltanto che le 

(') Nel § 7 austriaco si parla di principi naturali del diritto (Natiirliche Bechtsgrundsiitze) ; 
nell'art. 3 it. si parla di principi generali del diritto. 

( 2 ) Die Haftung des Staates fur Verzugs und Vergùtungszinsen, p. 9, 10, Vienna, 1903. La 
stessa dottrina egli propugna nel posteriore suo scritto Zur Revision des Allg. bùrg. Gesetzb, 
Vienna, 1904. 

( 3 ) Holtzendorff, Encykl. 6 a ed., voi. 2°, p. 10. 



— 22 — 

norme positive di questo diritto sono assai poche. Ma non è questa la principale ca- 
gione di codeste lacune: essa è tutta propria della speciale indole di questa parte 
del diritto civile. 

Il diritto civile internazionale è, in sostanza, a differenza dal diritto civile comune 
o nazionale, di indole in certa guisa formale. Imperocché le norme di esso non disci- 
plinano già singoli istituti giuridici, ma soltanto il modo onde pervenire a discipli- 
narli, nel caso di conflitto fra più leggi di diversi Stati intorno ai medesimi, sia 
additando la legge da preferirsi, sia assegnando a ciascuna legge la propria parte 
d'impero. Ne consegue che nella esposizione di tali norme il legislatore schiera 
davanti al suo pensiero i vari casi di quel conflitto, e che la prima è completa sol- 
tanto se la enumerazione dei secondi lo è del pari. Or egli è facile che questa 
enumerazione completa non sia, attesa la grande varietà di quei casi, e non sia 
quindi neppure completa la esposizione delle relative norme civili internazionali. Ciò 
è appunto accaduto al legislatore italiano. 

Ecco alcuni esempi di codeste lacune di legge. 

Negli articoli 6-12 D. P. C. C. I. è fatto più volte richiamo alla legge nazio- 
nale; ma egli è noto esservi tali differenze fra le legislazioni in materia di citta- 
dinanza, per cui una medesima persona è reputata da più Stati suddita loro, ed 
anche può accadere che una persona non abbia nessuna nazionalità. Quale nazionalità 
dovrà il giudice italiano preferire nel primo caso? Qual legge dovrà egli applicare 
nel secondo? Gli articoli 6 e 12 noi dicono, né forniscono criteri perchè lo dica il 
giudice. 

L'art. 9 statuisce che la sostanza e gli effetti delle obbligazioni si reputano 
* regolati dalla legge del luogo, in cui gli atti furono fatti » , ma se un contratto 
vien posto in essere per corrispondenza fra due Stati, in quale di questi lo si repu- 
terà posto in essere, e quindi qual legge vi si applicherà, mentre è nota la di- 
screpanza delle opinioni e delle leggi intorno al momento, e quindi al luogo, in cui 
si perfezionano contratti di questa specie? Vero è che questa questione non è neppure 
risoluta nel diritto civile comune italiano, mentre lo è nel diritto mercantile, ma i 
nostri giureconsulti sono proclivi ad estendere anche ai contratti civili la regola 
scritta nell'art. 36 del Codice di commercio rispetto ai contratti mercantili. Vi hanno 
molte legislazioni però che in proposito seguono il principio della dichiarazione, anziché 
quello della cognizione, preferito dal legislatore italiano. Or come si concilieranno 
codeste discrepanti leggi, a quale partito si appiglierà il giudice italiano rispetto a 
contratti posti in essere fra l'Italia e uno Stato estero, le cui leggi siano discordi 
dalle italiane intorno al momento della perfezione di essi? Del quale momento la 
designazione trae pur seco quella del luogo in cui quella perfezione debba reputarsi 
avvenuta. Su di ciò nessuna norma fornisce il diritto positivo internazionale civile ita- 
liano, e nessuna se ne può inferire dai canoni di esso intorno alla contrattazione. 

L'art. 6 statuisce che i rapporti di famiglia sono regolati dalla legge della nazione 
a cui le persone appartengono. Ma se un rapporto di famiglia, per esempio una pre- 
tesa di alimenti per titolo di parentela, venga accampata fra parenti di differente 
nazionalità, quale sarà la legge da applicare? La legge dell'attore, o quella del con- 
venuto? Anche questa questione non si può decidere a sensi del nostro diritto posi- 



— 23 — 

tivo civile internazionale, né pev via di interpretazione diretta, nò per via di inter- 
pretazione analogica. 

Ancora, l'art. 6 non ha di mira clic persone isolate, ma vi sono casi in cui la 
condizione personale di un individuo vuol essere considerata in relazione a quella di 
un altro. Ciò accade in tutte quelle che io chiamo unioni personali, e delle quali 
ragionerò nel seguito di questo scritto. Or bene di quale persona fra le due in tal 
grado collegate deve essere di preferenza applicata la legge nazionale? Nò l'art. 6, nò 
altro delle D. P. C. C. I. definisce codesto punto. 

E ancora, l'art. 6 D. P. C. C. I. suppone manifestamente che in ogni Stato viga 
una sola legge nazionale; ma se più leggi nazionali vigano in un medesimo Stato, 
quale di esse debba ai rapporti personali del forestiero applicarsi, esso articolo non 
dice, né per via di analogia si può determinare. 

L'art. 12 D. P. C. C. I. toglie ogni efficacia in Italia a leggi, atti, disposi- 
zioni provenienti dall'estero, che contraddicano a leggi positive italiane, o d'ordine 
pubblico, o di buon costume. Ma non dice qual legge debba applicarsi alle persone, 
e ai beni, cui dovrebbe, ma non può, per uno di quei motivi, applicarsi una legge 
forestiera. Uno schiavo estero, per esempio, dimorante in Italia, qual legge seguirà ? 
Neppure a questa domanda può rispondersi con interpretazione analogica. 

Sono queste, ed altre ancora, vere lacune del nostro diritto positivo civile inter- 
nazionale, che non possono venir risolute se non col lume della ragione e della scienza, 
dei generali e dei più generali principi cioè, che al diritto civile internazionale positivo 
presiedono. 



CAPITOLO VI. 
Continuazione. 

Le lacune del diritto civile positivo internazionale italiano, precedentemente enu- 
merate, riguardano specie di casi civili internazionali non contemplate affatto da quel 
diritto, né aventi analogia con specie contemplate. Ma anche di queste ultime si possono 
dare casi, nel conoscere dei quali il giudice italiano si trovi in assoluto difetto di legge 
positiva da applicare. Tali sono, in generale, casi civili internazionali, i quali, benché 
cadano sotto la cognizione del giudice italiano, non cadono invece, giusta le cose dette 
in un capitolo precedente intorno al limite razionale della autorità del diritto positivo 
civile internazionale italiano, sotto l'impero di questo diritto, ma vogliono essere dal 
giudice italiano giudicati secondo il diritto civile internazionale di uno Stato estero. E, 
in particolare, sono casi in cui nello Stato estero, il cui diritto civile internazionale do- 
vrebbe essere dal giudice italiano applicato, o non esistono affatto norme positive di tal 
genere, o manca quella relativa alla specie, cui il caso in questione appartiene. 

Io non ho posto in un precedente capitolo (III) nessun concreto criterio di quella 
che dissi col Savigny appartenenza dei singoli casi civili internazionali piuttosto all'uno 
o ad uno, che all'altro o ad un"altro degli Stati fra cui essi intercedono; ho detto 
che avrei più tardi definito questo punto. Non è però ancor giunto il momento di co- 
desta definizione, ma ad illustrare e confermare la mia precedente asserzione, mi 



— 24 — 

basta alludere a taluni casi civili internazionali, nei qual è evidente ad ognuno che il 
giudice italiano, chiamato a conoscerne, non può pensare di applicarvi le relative di- 
sposizioni del diritto civile internazionale positivo italiano. 

Tali sono tutti quanti i casi civili internaziouali, intercedenti nell'origine loro 
fra due o più Stati esteri, e poi, o per mutato domicilio delle parti interessate, o per 
successione ereditaria di persone, o italiane o domiciliate in Italia, alle parti origina- 
riamente interessate, sottoposti a decisione del giudice italiano. Per es.: due sudditi 
dello Stato estero A pongono in essere fra di loro una società per esercitare un dato 
commercio nello Stato estero B; sciolta la società, vengono a stabilirsi in Italia, 
diventando o no sudditi italiani, e qui sorgono fra di loro questioni concernenti la 
liquidazione dei loro reciproci diritti ed obblighi ; oppure queste quistioni sorgono fra 
gli eredi dei due soci, i quali siano persone domiciliate in Italia, forestiere o ita- 
liane; — un suddito dello Stato estero A ha ereditato nello Stato estero B da un 
suddito di questo, beni esistenti in questo Stato, e posteriormente a questo acquisto 
stabilisce il suo domicilio in Italia, dove pure sono domiciliati coeredi, o pretendenti a 
quella stessa eredità, e sudditi pure dello Stato B, e fra quello e questi sorge conte- 
stazione in Italia circa l' interpretazione del testamento del de cujus, e rispetto a cose 
mobili di cui il primo si è impossessato e che possiede in Italia; — un suddito 
dello Stato estero A ha quivi riconosciuto come proprio figlio naturale un suddito 
dello Stato estero B ; muore il primo, e il secondo viene a stabilirsi in Italia, diven- 
tando o no suddito italiano, e qui viene impugnato il riconoscimento da un suddito dello 
Stato A, il quale lo vuole escludere dalla eredità di chi lo riconobbe come proprio 
figlio naturale. 

In tutte le anzidette ipotesi, e in altre dello stesso genere, che è facile configurare, 
egli è evidente che il giudice italiano deve conoscere di casi internazionali privati sorti 
fra due Stati esteri, e quindi certamente fin dall'origine regolati da norme civili inter- 
nazionali, che non potevano essere le italiane, ma che pure dovevano rimanere sole 
imperative per il giudice di qualunque Stato, il quale avesse in seguito occasione di 
conoscere di quei casi. Codesta evidenza riposa sul canone generalissimo del rispetto 
dei diritti acquisiti, che ho detto sopra (Gap. IV) presiedere pure al giure civile 
internazionale. 

Quali norme civili internazionali applicherà il giudice italiano, che abbia occa- 
sione di conoscere di casi siffatti? Certamente norme desunte da una legge estera, 
e, propriamente, da una legge estera civile internazionale. Quale sia questa legge io 
non voglio qui definire, poiché il criterio di questa definizione non è appunto altro 
che quello della appartenenza di ogni singolo caso civile internazionale piuttosto ad 
uno che ad altro degli Stati fra cui intercede, ii quale criterio io mi sono fin qui 
riservato di esporre più tardi, e non è affatto necessario che esponga in questo mo- 
mento. 

Ora egli è possibile, che quella qualunque legge civile internazionale forestiera, 
la quale dovrebb'essere applicata dal giudice italiano a taluno dei casi civili inter- 
nazionali tratteggiati sopra, non esista, cioè o manchi affatto, oppure sia tale che non 
se ne possa in nessun modo, per via d'interpretazione, desumere la regola di quel caso. 
Ove ciò accada, d'onde trarrà il giudice italiano la norma giuridica da applicare? 



— 25 — 

Dalla scienza di certo, giusta le considerazioni fatte poco sopra (Cap. IV), ma 
io credo che, se libera è la interpretazione della scienza pel giudico italiano, allor- 
quando questi deve colmare vere lacune del diritto positivo patrio in casi nei quali questo 
dovrebbe essere applicato, quando invece egli debba colmare lacune di un diritto 
forestiero in casi, in cui questo diritto dovrebbe imperare e non già l'italiano, que- 
st'ultimo diritto egli deve non ostante applicare, ove esso contenga una norma rela- 
tiva al caso in quistione. Egli lo deve applicare non già come legge, ma bensì come 
la più autorevole espressione dei suggerimenti della scienza. 

Che al giure positivo italiano civile internazionale possa veramente attribuirsi 
codesto carattere, codesta dignità, nessuno mette in dubbio oramai né in Italia, né in 
nessun altro paese civile. 

Parrebbe sulle prime potersi dire interpretazione analogica del diritto positivo 
civile internazionale italiano, questa di cui parlo ora, ma in realtà essa differisce da 
quella ordinariamente intesa per tale, e a cui può dar materia il nostro diritto positivo 
civile internazionale nella propria sua sfera, cioè nei casi internazionali concernenti 
principalmente l'Italia. La seconda interpreta propriamente la legge, la prima invece pro- 
priamente vi supplisce. Quella fa arguire il pensiero proprio del legislatore nazio- 
nale, che questi non espresse; questa fa arguire invece il pensiero del legislatore 
forestiero, in un caso che questi avrebbe dovuto regolare, ma non regolò, e che il 
legislatore nazionale non può non ostante sottoporre alla volontà propria. Quella è 
analogia fra casi singoli, questa è piuttosto analogia tra famiglie di casi, concernenti 
le une lo Stato italiano, le altre uno Stato estero. 

Riprendendo uno fra gli esempi addotti poco sopra, il giudice italiano che dovesse 
giudicare della validità e degli effetti di una società costituita in uno Stato estero 
fra due forestieri a questo Stato e all'Italia, ma non trovasse canoni civili internazionali 
vigenti in proposito in quell'estero Stato, dovrebbe applicare i canoni statuiti nel- 
l'art. 9, cap. D. P. C. C. 1. E li applicherebbe non già in virtù della propria impe- 
rativa forza di essi in quello Stato, ma bensì per analogia del caso in quistione 
a quello di una società posta in essere tra forestieri in Italia, e per l'autorità razio- 
nale che egli non può non attribuire ai canoni civili internazionali italiani, astratta- 
mente, accademicamente considerati, quali appunto, e pur troppo, non si accorse di 
formularli lo stesso nostro legislatore, nell'atto di promulgarli come leggi italiane. 

Soltanto se per via dell'anzidetta analogia non potranno i casi in discorso venire 
decisi dal giudice italiano a termini del diritto positivo italiano, egli dovrà interpre- 
tare liberamente da sé i suggerimenti della scienza, colla scorta cioè di questi sug- 
gerimenti egli dovrà risalire ai principi generali e magari generalissimi del gius 
civile internazionale, che a quei casi convengono. 



Classe di scienze morali ecc. — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 



— 26 — 

CAPITOLO VII. 
Subbietti del diritto civile internazionale italiano. 

Possono essere subbietti del diritto civile internazionale italiano tanto sudditi 
dello Stato, quanto forestieri. 

I primi sono tali rispetto ai rapporti giuridici posti in essere da loro o in Italia 
con forestieri, o in uno Stato estero con altri sudditi italiani oppure con forestieri, 
sudditi di quello o di un altro Stato estero, se ed in quanto tutti codesti rapporti 
giuridici producano effetti in Italia. 

I secondi sono subbietti del diritto civile internazionale rispetto ai rapporti giu- 
ridici da essi posti in essere o in Italia, sia con italiani, sia fra di loro, abbiano essi 
o no la medesima nazionalità, oppure in estero Stato, sia con italiani, sia fra di loro, 
abbiano essi o no la medesima e qualunque nazionalità, se ed in quanto codesti rap- 
porti giuridici producano effetti in Italia. 

I forestieri, subbietti di rapporti giuridici internazionali in Italia, possono essere 
persone fisiche e persone morali. 

I forestieri, persone fisiche, sono tali subbietti in virtù dell'art. 3 del Codice 
civile italiano. 

I forestieri, persone morali, se e a quali condizioni possano essere subbietti del 
diritto civile internazionale in Italia, vuol essere a parte considerato. E questa con- 
siderazione deve farsi partitamente per le persone morali forestiere d' indole privata, 
e per quelle d' indole pubblica. 

§ 1- 
Le persone morali forestiere d'indole privata. 

Colla espressione persone morali, in lato senso intesa, designansi due diverse 
categorie di enti : le vere e proprie persone giuridiche, e le società, siano civili, siano 
mercantili, purché queste società non vengano assimilate alle persone giuridiche, come 
lo sono p. es. le società commerciali nel vigente Codice mercantile italiano, giusta la 
prevalente opinione dei nostri giureconsulti. Dell' una e dell'altra categoria di persone 
morali vuoisi qui distintamente ragionare. 

Persone giuridiche estere, cioè aventi estera nazionalità, si intendono quelle co- 
stituite in esteri Stati in modo conforme alle leggi vigenti in proposito in questi 
Stati. 

Che codeste persone possano, debbano essere riconosciute, come tali, anche in 
Italia, è pacifica opinione nella giurisprudenza e nella dottrina giuridica italiana. 
Opinano cioè tutti i giureconsulti che, come l'art. 12 del Codice civile italiano con- 
sidera persone tutti i corpi morali legalmente riconosciuti, così l'art. 6 D. P. C. C. I. 
colla parola persone si riferisca indifferentemente a persone fisiche e a persone giu- 
ridiche. 



— 27 — 

Soltanto vi ha dissenso circa il richiedersi o no riconoscimento anche por parte 
dello Stato italiano delle persone giuridiche legalmente esistenti in esteri Stati, af- 
finchè esse possano farsi valere in Italia, e adire, occorrendo, i tribunali italiani. 
Disputa codesta, che anche in estere giurisprudenze viene agitata ('). 

Prima di considerare codesto punto, un altro vnol essere preso in esame, vera- 
mente preliminare nella quistione dei diritti spettanti in Italia non solo alle persone giu- 
ridiche estere d' indole privata, ma auche a quelle d' indole pubblica, e non solo alle 
persone giuridiche estere in generale, ma anche alle società estere, non aventi giuri- 
dica personalità. Tal punto è la distinzione fra la operosità di codesti enti in Italia, 
in ordine alla loro specifica missione, lo allargamento cioè di codesta operosità oltre 
i confini del loro Stato, e dentro quelli del nostro, e il semplice esercizio di diritti 
civili in Italia, quali p. es. l'esigere crediti, il possedervi e lo acquistarvi beni, 
siano mobili, siano immobili. 

Dubbio non è che una persona giuridica privata estera non possa estendere la ope- 
rosità sua caratteristica, esercitare cioè la sua propria missione, qualunque sia questa, 
in Italia, istituendovi una filiale o succursale, senza che dallo Stato italiano sia 
stata riconosciuta, e propriamente costituita in persona giuridica italiana. E lo Stato 
italiano emanerà o no codesto provvedimento, secondo che lo reputerà o no utile, o 
almeno non dannoso all' Italia. E p. es. rifiuterà di riconoscere case filiali di un or- 
dine religioso stabilito e riconosciuto in un estero Stato, il quale rientri nel novero 
di quelli soppressi in Italia. 

Ma il semplice esercizio dei diritti civili, attribuiti a italiani e forestieri dall'art. 3 
del Codice civile, e, propriamente, sia la capacità di possedere tali diritti, sia quella 
di esercitarli, pare a me, come alla generalità dei giureconsulti, che trattarono co- 
desto argomento (-), che in tesi generale non si possano negare a persone giuridiche 
private estere. Dico in tesi generale, perchè in particolare soggiungo che quei diritti 
si debbono riconoscere spettanti in Italia a quelle persone giuridiche: a) alla con- 
dizione che la legge nazionale delle medesime glieli consenta, b) dentro i limiti 
e alle condizioni imposte dalla legge italiana sia rispetto agli acquisti dei corpi 
morali in generale, sia rispetto alla estensione dei diritti a queste consentiti, sia ri- 
spetto alle modalità dell'esercizio dei medesimi. 

Vi ha però chi pensa doversi codesta tesi limitare alle persone giuridiche private 
estere di una specie ammessa del pari o non divietata in Italia ( 3 ). E codesta restrizione 
viene affermata, riferendola specialmente alle corporazioni religiose. 

Io convengo che non si può consentire la formazione di nuove manimorte in 
Italia, solo perchè uno Stato estero le ammette, e molto meno di manimorte divie- 
tate dalla legge italiana. Ma da ciò non si può inferire che alle persone giuridiche 
private estere, di una specie sconosciuta od anche divietata in Italia, si debba negare 
l'esercizio dei diritti civili. Se invero si tratta di acquisti di beni in Italia, lo 

(*) Fedozzi, Gli enti collettivi nel diritto intarnazionale privato. Verona 1897. V. ivi una 
sentenza Cass. Torino, 18 novembre 1882 che non esige quel riconoscimento, e un'altra della Cass. 
di Roma, 2 luglio 1889 che lo esige. 

( 2 ) Fedozzi, op. cit. passim, e specialmente pp. 213 segg. 

( 3 ) Questo canone, narra Fedozzi (ib. p. 18) essere pure ammesso nel Belgio. 



— 28 — 

Stato italiano ha il mezzo di impedirli a persone giuridiche private estere, a cui 
per qualunque motivo reputi non conveniente accordarlo, valendosi della legge 
5 giugno 1850. E nel valersi di questa legge lo Stato italiano può anche fare ragio- 
nevoli distinzioni fra enti ed enti morali esteri, che il canone generale anzidetto 
interdirebbe. Che se non di acquisti in Italia si tratti per parte di persone giuridico- 
private estere, ma semplicemente di azioni giudiziali di queste onde far valere diritti 
già acquistati, come p. es. esigere la restituzione di un mutuo, o il prezzo di una 
vendita, ognun vede che il negare codeste azioni a quelle persone, qualunque esse 
siano, e se anche si tratti di una casa di Gesuiti, sarebbe né più né meno che 
offesa al senso morale, non soltanto italiano, ma veramente internazionale. Onde io 
non posso che approvare la sentenza della Cassazione di Torino 20 marzo 1883 (*), 
che a Gesuiti stranieri riconobbe il diritto di farsi rappresentare da un procuratore 
davanti ai tribunali italiani, onde far valere loro privati diritti. 

Ho detto sopra che le persone giuridiche private estere devono sottostare alle 
speciali leggi italiane, che disciplinano codesti enti, sia rispetto agli acquisti loro, 
sia rispetto alla estensione e alle modalità di esercizio dei loro diritti. Conseguen- 
temente oltre ad essere a loro applicabile la legge 5 giugno 1850 relativa alla auto- 
rizzazione governativa dei loro acquisti, non potrà p. es. altresì, come bene osserva 
il Fedozzi ( 2 ), durare più di 30 anni, in virtù dell'art. 518 del Codice civile, l'usu- 
frutto a loro assegnato, sia per atto tra vivi, sia per disposizione di ultima volontà. 
In generale poi nulla esse possono intraprendere in Italia in contraddizione all'art. 12 
D. P. C. C. I. 

Le società estere, siano civili, siano commerciali, ed anche le associazioni non 
aventi scopi patrimoniali, e delle quali sono tanti oggi gli esempì in ordine ai più 
vari scopi d'interesse privato nazionale, e umanitario ( :ì ), insegnano tutti i giure- 
consulti odierni, ed è anche ammesso da quasi tutte le legislazioni contemporanee ( 4 ), 
che per il solo fatto di essere riconosciute nel paese estero, devono pur essere rico- 
nosciute nello Stato, nelle forme volute dalle leggi di questo. Non pochi trattati, 
anche dell' Italia con esteri Stati, contengono anche una esplicita stipulazione in tal 
senso. I limiti e le condizioni dei concreti diritti delle società estere in Italia, ricer- 
cherò più sotto. 

Si è obbiettato contro l'anzidetta tesi che, non essendo persone, o almeno non 
essendo sempre, e in tutte le legislazioni, vere e proprie persone, le società civili 
e commerciali, queste ultime in particolare, non si possano ad esse applicare l'art. 2 
del Codice civile, e l'art. 6 D. P. C. CI.; e da questa premessa fu determinata una 
sentenza della Cassazione di Torino 7 marzo 1884 ( 5 ). Ma codesta obbiezione non vale. 
Se le società non hanno una propria personalità, distinta da quella dei soci, ma sono 
piuttosto una collettività di persone, e i diritti loro sono la somma dei diritti di 

(') Legge, XXIII, 1, 804. 
(») Ib. p. 218. 

( 3 ) Ne tratta a parte il Fedozzi (ib., p. 240 segg.). 

( 4 ) Ib. p. 190 segg. 

( 5 ) Legge 1884, II, 226. 



— 29 — 

tutte queste persone, i quali diritti vengono tutti insieme fatti valere, ne consegue 
che il rispetto dovuto alle persone tìsiche forestiere, la parificazione di queste per- 
sone ai cittadini italiani nei diritti civili, giusta il disposto dell'art. 3 del Codice 
civile, e conseguentemente anche l'art. 6 D. P. C. C. I., devonsi estendere alle collet- 
tività di persone fisiche estere, siano collettività-società civili, oppure società com- 
merciali, o semplici associazioni. 

Estere si dicono società e associazioni, che non solo sono state costituite in 
estero Stato, ma che qui pure hanno il loro domicilio, la loro sede sociale, o almeno 
la principale delle loro sedi, intendendosi per sede il luogo dove sta la direzione 
suprema, dove si accentra l'amministrazione dei loro affari. Ciò è pure statuito 
dall'art. 230 del vigente Codice di commercio italiano, il quale considera società na- 
zionali le società costituite in paese estero, le quali abbiano nel Regno la loro sede 
e l'oggetto principale della loro impresa, e le assoggetta alle disposizioni di detto 
Codice anche per la forma e la validità del loro atto costitutivo. Può darsi però che 
rispetto ad un dato oggetto, e in vista dell' indole di questo, la legge dello Stato, 
in cui questo oggetto risiede, assegni il proprio territorio a sede della relativa so- 
cietà, e in pari tempo imponga a questa certi caratteri, affinchè possa venir consi- 
derata italiana. Così p. es. il Codice italiano della marina mercantile considera ita- 
liana una nave iscritta in uno dei Dipartimenti marittimi del Regno, e non permette 
che essa possa essere posseduta per intiero da forestieri che non risiedano in Italia 
da almeno cinque anni, oppure per più di un terzo da forestieri che non possano 
allegare siffatta residenza (art. ■ 40). Disposizione codesta, a cui ne rispondono di 
analoghe in altre legislazioni ('). 

Anche rispetto alle società estere è da farsi quella stessa distinzione, fatta 
poc'anzi rispetto alle persone giuridico-private estere, fra la semplice capacità di 
diritti civili, e la estensione della loro specifica operosità al di fuori degli Stati a 
cui appartengono, in cui hanno la loro sede. 

Rispetto alle società commerciali in particolare, è pacifico nella scienza e quasi 
universalmente ammesso nei civili Stati ( 2 ) che, legalmente costituite nello Stato, 
a cui appartengono, esse possono esercitare anche negli altri Stati la capacità giuridica, 
attribuita loro dalla legge nazionale, e acquistare e far valere i diritti civili che le 
leggi degli Stati esseri consentono alle società in generale, e a quelle commerciali 
in particolare, senza bisogno di un previo formale riconoscimento. E lo stesso è a ri- 
tenersi rispetto alle società civili e alle associazioni, benché per solito gli interna- 
zionalisti meno frequentemente considerino queste, perchè egli è anche meno frequente 
che le società civili in particolare estendano l'operosità loro al di là dei confini dello 
Stato, in cui hanno la loro sede. 

Ma una società, commerciale in particolare, non è, né può essere altrettanto 
libera di estendere la propria operosità negli Stati esteri, come di acquistarvi ed 
esercitarvi civili diritti. Poiché esigenze di ordine pubblico inducono i legislatori a 
disciplinare istituti, la cui operosità, diffusa in tutto lo Stato, può avere effetti dan- 

0) Vedi Fedozzi (ib. p. 205). 

(*) Vedi Fedozzi (ib. p. 192 segg.). 



— 30 — 
nosi alla popolazione, sia morali, sia economici, e- poiché siffatta operosità non può 
essere efficacemente esercitata nello Stato da società estere, senza impiantare in quello 
sedi succursali o rappresentanze, così non può disconoscersi allo Stato il diritto di 
sottoporle dentro il proprio territorio alle stesse discipline, agli stessi obblighi, siano 
d' indole amministrativa, siano d' indole finanziaria, cui sono sottoposte le società con- 
simili nazionali. E ciò fece appunto il legislatore italiano, rispetto alle società com- 
merciali estere, aventi una sede secondaria, o una rappresentanza in Italia, colle di- 
sposizioni contenute negli articoli 230-232 del Codice di commercio. 

Vale del resto, anche per la operosità di società estere in Italia, come, in ge- 
nerale, per l'esercizio dei diritti riconosciuti dalla legge italiana ai forestieri, la li- 
mitazione, generale del pari, sancita dall'art. 12 D. P. C. C. I. Che se non all'ordine 
morale e pubblico italiano ripugni lo scopo di una società estera, ma a quello di 
un terzo Stato, e questa società impianti a tale scopo una sede secondaria o rap- 
presentanza in Italia, io sono d'avviso, benché altri ritenga l'opposto, che a codesta 
sede o rappresentanza dovrebbesi vietare di funzionare in Italia. Se infatti l'ordine 
pubblico del terzo Stato sia disconosciuto ed offeso, parmi che sia caso codesto, se 
mai ve ne ha, di richiamare la comitas gentium come criterio del gius civile inter- 
nazionale. E se offeso sia l'ordine morale di quel terzo Stato, come non è oramai 
possibile che ciò che è immorale in uno Stato civile, non lo sia del pari in tutti 
gli altri, io credo che, se non la lettera, certamente lo spirito dell'art. 12 D. P. C. 
C. I. imponga al nostro Stato di non prestar mano a intraprese, aventi scopo siffatto, 
benché egli non ne risenta immediato nocumento ('). Vi hanno leggi ed esigenze 
morali universali, che ogni Stato deve, se ed in quanto lo può, impedire che in nessun 
altro paese vengano disconosciute e violate da persone esistenti e con atti posti in 
essere nel suo proprio territorio. 

Ed anche si deve riconoscere all'Italia, e ad ogni Stato il diritto di interdire 
l'operosità nello Stato a società estere, il cui scopo non sarebbe per sé medesimo con- 
trario né alla morale né all'ordine pubblico italiano, ma che lo Stato reputasse tut- 
tavia non opportuno concedere che società estere si proponessero dentro il proprio 
territorio. Così p. es. potrebbe l' Italia proibire ad una società estera di assicurazione 
di operare in Italia, sia impiantando qui una sede secondaria o una rappresentanza, 
sia anche soltanto contrattando assicurazioni per corrispondenza, ove il Governo ita- 
liano credesse utile al paese attribuir monopolio di assicurazioni a Ditte italiane. E 
potrebbe anche il Governo italiano vietare lo spaccio di biglietti di lotterie estere, 
governative o private, sia punendo gli spacciatori, sia negando azione giudiziale pei 
relativi contratti, come potrebbe negare azione a contratti di assicurazione conchiusi 
per corrispondenza con Ditte estere, cui fosse stato vietato di operare in Italia. Co- 
desti monopoli, codeste sanzioni non sarebbero maggiormente illecite o illiberali di 
qualunque esclusione di merci estere dai confini di uno Stato, cui nessun trattato 
internazionale impedisce di decretarla. 

(') Vedi, il prò e il contro, presso Fedozzi (ib. p. 208 segg.). 



— 31 — 

CAPITOLO Vili. 

Continuazione. 

Persone giuridico-pubbliche estere. 

Anche le persone giuridico-pubbliche estere vogliono essere considerate nel discorso 
de' subbietti del giure civile internazionale italiano. Tali sono gli Stati esteri e le 
Provincie, i Comuni, di cui quelli si compongono. 

Rispetto a tutte queste persone non vi ha luogo alla distinzione fatta, rispetto 
alle persone giuridico-private estere, fra l'acquisto e l'esercizio di diritti civili in Italia, 
e la estensione in Italia della loro propria e caratteristica operosità. Imperocché, es- 
sendo di indole politica la operosità delle persone giuridico-pubbliche, ella non può 
certamente venir dispiegata che dentro i confini dello Stato, a cui esse appartengono. 

Che Stati e Provincie, Comuni di uno Stato possano avere occasione e interesse 
di acquistare diritti civili in un estero Stato, è chiaro ad ognuno. Niuno infatti ignora 
i numerosi e svariati contratti di indole privata, e anche i prestiti di danaro, che 
tuttodì si vengono stipulando in ogni Stato fra cittadini di questo e persone giuri- 
dico-pubbliche estere di ogni specie. E questo ordinario e universale fatto dimostra 
in pari tempo essere oggi universale convinzione delle genti civili che anche a quelle 
persone, al pari delle persone fisiche forestiere, e delle persone giuridico-private 
estere, non si può disconoscere nello Stato la capacità dei diritti civili, che le leggi 
nazionali riconoscono ai cittadini, in generale, e alle persone morali in particolare. 

Codesta communis opinio non può in realtà venir messa in questione ìd Italia. 
L'art. 3 del Codice civile, che ho osservato di sopra doversi applicare, oltreché alle 
persone giuridico-private nazionali anche a quelle forestiere, lo si deve applicare del 
pari alle persone giuridico-pubbliche estere, per l'ovvia ragione che, allorquando queste 
pretendono o fanno valere diritti civili in Italia, assumono veste di persone giuridico- 
private. Vi ha bensì in Italia, come anche in Francia (') chi richiede previa auto- 
rizzazione, o almeno precedente accordo fra gli Stati, affinchè ciascuno di questi possa 
far valere diritti civili nel territorio degli altri, ma io non ne vedo la ragione. Im- 
perocché, come fu già osservato da molti, e lo stesso Laurent ebbe a riconoscerlo, 
dopo averlo negato ( 2 ), il riconoscimento reciproco dei civili Stati, come tali, fra di 
loro, non può limitarsi alla sola loro personalità politica, ma deve anche estendersi 
a quella giuridico-privata, che dalla prima non si può disgiungere, perchè ne è in- 
dispensabile mezzo. Non si può del resto affermare quella tesi rispetto agli Stati 
esteri, senza doverla estendere anche alle Provincie e ai Comuni, onde quelli si com- 
pongono, perchè la personalità dei secondi vien loro conferita dai primi, sicché il ri- 
conoscimento di quelli implica il riconoscimento di questi. 

(') Vedi Fedozzi (ib. pp. 9-11). 
( a ) Ib. p. 9. 



— 32 — 

Ho detto che gli Stati, le Provincie, i Comuni esteri hanno in Italia, come tali 
e sole perchè tali, capacità dei diritti civili, alla pari delle persone morali estere. Da 
ciò consegue che anche a quelle persone giuridico-politiche estere applicansi le speciali 
leggi italiane intorno agli acquisti e all'esercizio dei diritti civili. E specialmente 
consegue da quella premessa che Stati, Provincie, Comuni esteri non possono acqui- 
stare beni stabili in Italia, né qui acquistare mobili né immobili per via di dona- 
zioni o di disposizioni testamentarie, se non alle condizioni e colle formalità statuite 
dalla legge 5 giugno 1850. 

Su questo proposito non sono concordi le opinioni degli scrittori, e anche in 
Francia vi ha dissenso circa l'applicabilità degli art. 919, 937 del Code Civil agli 
Stati esteri in particolare. La giurisprudenza francese tiene l'affermativa rispetto alle 
Provincie e ai Comuni esteri ('), ma non rispetto agli esteri Stati ( 2 ); quella italiana 
è oscillante rispetto a questi fra opposte dottrine. La Cassazione di Torino dichiarò 
non necessaria l'autorizzazione, voluta dalla legge 5 giugno 1850, in una sentenza 
18 novembre 1882 ( 3 ), adottò invece la opinione opposta in un'altra sentenza 21 di- 
cembre 1897 ( 4 ) ; concernente la prima sentenza un lascito ereditario allo Stato di Da- 
nimarca, la seconda un lascito ereditario a un ufficio dello Stato austriaco, cioè alla 
Direzione generale della 'pubblica beneficenza in Trieste. 

Delle due opposte sentenze io credo doversi preferire la seconda. 

E di vero, se la capacità degli Stati esteri a diritti civili in Italia, reputasi tesi 
basata sul diritto positivo civile internazionale italiano, questo diritto consta, rispetto 
alle persone morali, dell'art. 3 del Codice civile, e di altre leggi, estranee a questo co- 
dice, fra le quali ha speciale importanza quella del 5 giugno 1850. Invocare questo di- 
ritto, e in pari tempo mutilarlo per mere considerazioni dottrinali, non è di certo un 
rettamente interpretarlo. Quale è poi la ragione addotta solitamente per esimere gli Stati 
esteri dall'autorizzazione dello Stato italiano ad acquistar beni in Italia? Si dice 
che non è conciliabile il concetto di autorizzazione di uno Stato estero ad acqui- 
stare in Italia, con quello della indipendenza reciproca degli Stati. Ma, oltreché 
codesto obbietto potrebbe farsi valere anche rispetto agli acquisti di Provincie e 
Comuni esteri, che pure soglionsi far dipendere da autorizzazione dello Stato, coloro 
che a questa non vogliono sottoporre gli acquisti di Stati esteri, quando uno di questi 
vuole acquistare beni in Italia, viene con ciò a parificarsi alle persone giuridico- 
private estere, le quali senza autorizzazione del Governo italiano non possono acqui- 
stare in Italia, se non dentro i limiti stabiliti dalla legge 5 giugno 1850. Se si 
ammette che anche in tali acquisti lo Stato estero apparisca principalmente come 
persona pubblica, se ne deve logicamente inferire che neppure l'autorizzazione del 
Governo italiano possa ai medesimi accordarsi, perchè l'art. 3 del Codice civile 
italiano, e la legge 5 giugno 1850 si riferiscono certamente a persone morali aventi 
carattere privato, e quindi non possono applicarsi a Stati esteri, se non in quanto 
essi acquistino beni nello Stato quali persone private. Epperò io non posso nep- 

(!) Fedozzi (ib. p. 21 segg.). 

(») Ib. p. 102. 

( 3 ) Giur. it., 1883, 1, 1, 125. 

( 4 ) Foro it., 1898, 1, 1, 104. 



— 38 — 

pure convenire con quei giuristi (') i quali opinano che l'autorizzazione dello Stato ad 
acquisti di Stati esteri nel territorio suo debba assumere carattere tacito, anziché 
essere espressa, e che solo eccezionalmente possa opporsi un veto espresso ai mede- 
simi. Se è diritto dello Stato consentire o no codesti acquisti, di questo diritto 
egli deve poter far uso nel naturale e ordinario modo, cioè esprimendo l'assenso o il 
divieto. Non è logico del resto che non debba essere espressa l'autorizzazione, mentre 
deve essere espresso il divieto. 

Tutto ciò io affermo, interpretando i combinati testi di legge: art. 3 Cod. civ. it., 
art. 6 D. P. C. C. I. e legge 5 giugno 1850, e ponendo come premessa che le persone 
giuridico-pubbliche estere tutte quante, compresi gli Stati, assumono carattere di 
persone private nell'esercizio e nello acquisto dei diritti civili, possibili per esse, cioè 
dei diritti patrimoniali, sia nel territorio in cui risiedono, sia in Italia. Lo apparire, 
il doversi ammettere codesto sdoppiamento di personalità in tali enti è, in sostanza, 
la vera e sola ragione della tesi che io ho poc'anzi propugnata. Imperocché, ammesso 
che i citati testi del nostro diritto positivo si devono riferire, in generale, oltre che 
alle persone fìsiche, anche alle persone giuridiche di indole privata, e tutti insieme 
inducono ad attribuire in generale alle persone giuridico-private forestiere gli stessi 
diritti civili che le leggi italiane riconoscono a quelle nazionali, non è possibile poi 
far distinzione fra le persone giuridico-private estere di per sé stanti, e quelle che 
intimamente si immedesimano con persone giuridico-pubbliche estere, poiché quei 
testi di legge codesta distinzione in nessun modo giustificano, né occasionano. 

Io non mi maraviglio però che in Francia, dove non esistono testi di legge 
uguali all'art. 3 del Cod. civ. it. e all'art. 6 D. P. C. C. I., la giurisprudenza sia 
prevalentemente contraria alla tesi da me dianzi propugnata, e la dottrina discorde 
intorno ad essa. Per verità, che uno Stato estero, od anche un altro minor ente pub- 
blico estero, possegga beni immobili nello Stato è cosa non conveniente dal punto di 
vista politico, se anche dal punto di vista giuridico-privato reputisi ammissibile. La 
proprietà immobiliare è un diritto privato, la cui importanza politica è stata sempre, 
ed è anche oggi universalmente, riconosciuta, perchè il territorio è la base dello Stato, 
e non solo ogni sovranità vera è territoriale, ma anche la vita pubblica degli Stati 
o assume aspetto territoriale locale, come nelle Provincie e nei Comuni, oppure nelle 
circoscrizioni territoriali si esplica con effetto sullo Stato intero, come p. es. nei collegi 
elettorali. Ora ognuno sa che la proprietà territoriale attribuisce in pari tempo a chi 
l'ha una potente autorità morale sugli abitanti, nell'atto in cui questi esercitano i 
loro diritti pubblici o politici. Se quindi io non oso consigliare all' Italia di seguire 
l'esempio degli Stati Uniti e della Russia, interdicendo non solo a persone giuridico- 
pubbliche estere, ma anche ai privati forestieri di possedere beni immobili nello 
Stato, credo però che sarebbe saggia misura il divietare alle prime codesto possesso. 
E questo divieto vorrei propriamente esteso a tutte le persone giuridico-pubbliche 
estere, non limitato ai soli esteri Stati, per le ragioni che ho già sopra accennate. 
Ma fintantoché legge siffatta non venga promulgata in Italia, io non credo che a tutte 
quelle persone si possano interdire acquisti di beni mobili e immobili in Italia, salva 

(') Vedi Fedozzi, op. cit., p. 21. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5». 5 



— 34 — 

la osservanza delle leggi italiane intorno agli acquisti delle persone morali, e spe- 
cialmente della legge 5 giugno 1850. 

Le Provincie e i Comuni esteri però non potranno acquistare beni in Italia, se 
non anche autorizzativi dalla loro legge nazionale e dentro i limiti di questa auto- 
rizzazione. 

Le fin qui dette cose intorno alla capacità di diritti civili nelle persone giuri- 
dico-pubbliche estere, non pregiudicano la soluzione da darsi alla questione della com- 
petenza dei tribunali dello Stato italiano in confronto di tali persone, e specialmente 
degli esteri Stati. Questa quistione va studiata e risoluta con criteri e da punti di 
vista indipendenti affatto da quello della capacità giuridica di tali persone, e non è 
ancor questo il luogo di trattarne nel presente scritto. 



CAPITOLO IX. 

Continuazione. — Il Sommo Pontefice. 

Che fino alla presa di Roma, e alla annessione di questa città al Regno d'Italia, 
il Sommo Pontefice fosse subbietto del gius civile internazionale in Italia, come al- 
trove, non era dubbio. Tale subbietto egli era come sovrano territoriale, cioè come 
persona internazionale in virtù di questa sua qualità. 

Dopo quegli avvenimenti, il Sommo Pontefice può egli ancora venir considerato 
persona internazionale, e quindi subbietto del gius civile internazionale? E ciò tanto 
in Italia, quanto in qualunque altro paese, poiché l' importanza giuridica dell'annes- 
sione di Roma all' Italia, per ciò che riguarda la condizione giuridica del Sommo 
Pontefice, non può essere apprezzata che in un modo solo in qualunque Stato, il quale 
abbia, o espressamente o di fatto, riconosciuto quell'annessione, e quindi, in un 
modo o nell'altro, in tutti gli Stati. 

Per rispondere all'anzidetta domanda, occorre premettere il concetto di persona 
internazionale. 

Tale è, nel più lato significato della espressione, una persona, in cui tutti gli 
Stati riconoscono autorità, cioè diritto di emanare provvedimenti, insindacabili e inop- 
pugnabili per parte di essi Stati, in una sfera qualunque di interessi di una intiera 
e determinata popolazione. 

Nella sua concreta applicazione, il suesposto concetto generale suole venir riferito 
soltanto alle persone Stali, e a chi questi rappresenta, essendo lo Stato, pensato come 
ente a sé, personificazione di poteri supremi, cui sottostà una data popolazione, con- 
tenuta in un dato territorio. E come ogni Stato è immedesimato colla popolazione e 
col territorio che gli sono soggetti, così le persone internazionali, che si intendono 
Stati, e coloro che questi rappresentano, si intendono tali gli uni di fronte agli altri, 
in quanto ciascuno di essi ha una propria ed esclusiva sfera di azione, popolare e 
territoriale, e il rispetto di tali persone è universale in quanto è reciproco fra tutte 
quante, avendo per oggetto, per ciascuna di esse in confronto di tutte le altre, le 



— 35 — 

manifestazioni della suprema autorità sua dentro la sfera d'azione sua propria. E 
come sovrani si dicono gli Stati, e anche i rappresentanti di questi, aventi carattere 
di monarchi, così persone internazionali s' intendono finalmente persone sovrane di una 
popolazione e di un territorio dati, o l'universale rispetto di ciascuna di esse è il 
rispetto di ogni singola sovranità dentro la propria sua sfera, per parte di tutte le 
altre. Il concetto di una persona internazionale, che non ha territorio, che non è so- 
vrana di questo e della popolazione sua. che è riconosciuta e rispettata da tutti gli 
Stati, senza essere Stato, e mentre spiega l'azione sua dentro il territorio di tutti 
gli Stati, benché non in materie propriamente pubbliche e politiche, è nel comune 
discorso, e, fino ad oggi, anche nella scienza, nonsenso, contraddizione nei termini. 

Ma se tale è in concreto l'ordinario significato di persona internazionale, a che prò 
avrei io dato di questo una definizione tanto generale, da poterlasi precisamente appli- 
care anche alla ipotesi ultima accennata, la quale ho chiamato nonsenso, contraddi- 
zione nei termini, perchè ed in quanto a quell'ordinario significato ripugna? 

Il concreto nell'ordine dei fenomeni morali e giuridici è di sua natura storico, 
e la storia è non soltanto successione di fatti diversi, ma altresì modificazione di 
concetti, da tempo anche assai lungo, e generalmente, e magari universalmente ri- 
cevuti. E appunto quello che io ho detto concreto significato ordinario della espres- 
sione persona internazionale, non può più oggi reputarsi così assoluto, come fino a 
ieri lo è stato. Non lo può precisamente in vista della nuova situazione giuridica in 
cui oggi si trova il Sommo Pontefice. Spogliato questi della temporale o territoriale 
sovranità, gli rimane quella sovranità spirituale, che ha pur sempre avuto, e quindi 
per comprendere anche il potere spirituale pontificio nel concetto di sovranità, egli è 
manifestamente mestieri dare a questa parola quel più generale e ampio significato, 
che io le ho attribuito poco sopra. 

Sovrano il Sommo Pontefice nel più generale e lato senso di quella parola, egli 
non può tuttavia venir considerato persona internazionale, reputato cioè sovrano spi- 
rituale da tutti gli Stati ove siauo cattolici, e il cattolicismo sia permesso dalla 
legge, se non ad una evidente condizione. Alla condizione cioè che, là dove risiede, 
egli goda, per diritto, indipendenza piena dalla sovranità territoriale, cioè non possa 
giuridicamente mai venir chiamato a rispondere di nessun suo atto davanti a nessuna 
autorità locale, né- possa giuridicamente mai subire ostacoli nessuni per opera di nes- 
suna locale autorità nell' intraprendere nessuno suo atto. E per atti del Sommo Pon- 
tefice devonsi intendere, non soltanto i veri e propri atti costituenti l'esercizio 
della suprema autorità spirituale, ma altresì tutti quanti gli atti che qualunque pri- 
vata persona può avere occasione di compiere, siano essi leciti o illeciti, salvo soltanto, 
s' intende, pei primi l' inefficacia se alle leggi locali non siano conformi, e pei se- 
condi la inefficacia se alle leggi locali contraddicano. Né tutto ciò è ancor sufficiente. 
Egli è pur manifestamente necessario, affinchè il Sommo Pontefice sia persona inter- 
nazionale, come autorità suprema e universale in materia spirituale, che là dove egli 
risiede senza essere sovrano territoriale, siano giuridicamente esenti da ogni respon- 
sabilità di fronte alle autorità locali, e da ogni azione di queste auche le persone e 
le istituzioni che lo aiutano nell'esercizio di quell'autorità, mentre disimpegnano le 
relative funzioni loro, e per ragione di queste, e che gli archivi, le casse pontificie 



— 36 - 

siano giuridicamente esenti da ogni ingerenza e manomissione, per qualsivoglia pre- 
testo, per parte delle locali autorità. 

Affinchè poi tutte queste guarentigie, condizioni, premesse, indispensabili oggi 
al Sommo Pontefice considerato persona internazionale, possano sicuramente produrre 
codesto effetto, egli è d'uopo che il fondamento giuridico loro risieda non già soltanto 
nella legislazione dello Stato in cui il Sommo Pontefice ha la sua sede, ma nello 
stesso diritto internazionale, cioè in un accordo fra quello Stato e tutti gli altri Stati 
civili, sicché la legislazione del primo, in ciò che attiene alla condizione giuridica 
del Sommo Pontefice, sia espressione di un tale accordo e costituisca propriamente un 
obbligo di quello Stato non solo verso i propri cittadini, ma anche verso tutti gli 
altri civili Stati. 

Poste le cose fin qui dette, non è difficile risolvere la proposta quistione, se oggi 
il Sommo Pontefice, non più sovrano territoriale, ma soltanto Sovrano spirituale possa 
reputarsi persona internazionale, investita di autorità spirituale suprema e univer- 
sale in materia religiosa. 

Il Sommo Pontefice risiede in Italia, in Roma; una legge speciale italiana del 
13 marzo 1871, intitolata delle Prerogalive del Sommo Pontefice, e della Santa 
Sede, detta anche legge delle guarentigie del Sommo Pontefice, e della Santa Sede, 
detta anche legge delle guarentigie del Sommo Pontefice, mira appunto a costituire 
questo in condizione di indipendenza e di sicurezza nell'esercizio della sua spirituale 
autorità. Ha essa raggiunto codesto scopo nel modo e nella misura indicati sopra, di 
guisa che, in virtù di essa, il Sommo Pontefice possa venir reputato persona interna- 
zionale nell'esercizio della suprema sua autorità spirituale, cioè questa autorità possa 
venir riconosciuta e rispettata come tale non soltanto dagli Italiani, ma altresì da tutti 
gli altri Stati civili, in cui sono ammessi ed esistono sudditi cattolici? 

A prima giunta, pare di no. Imperocché l'attuale condizione giuridica del Sommo 
Pontefice, le guarentigie della indipendenza di lui nell'esercizio della autorità su- 
prema spirituale sua in tutti gli Stati, sono statuite da una legge italiana, la quale 
né è stata frutto di un previo accordo fra l' Italia e gli altri Stati civili, né da accordo 
fra tutti i civili Stati è stata finora sanzionata. La realtà delle cose però non risponde 
all'apparenza. In realtà, se si ha riguardo alle dichiarazioni, siano governative siano 
parlamentari, che precedettero e prepararono la legge italiana delle guarentigie, egli 
è fuori di dubbio che il Regno d' Italia ha inteso di adempiere con questa legge a 
un dovere, e di assumere obblighi non solo verso il popolo italiano, ma altresì verso 
tutti gli altri Stati, che hanno sudditi cattolici. E ciò prova altresì il contenuto di 
quella legge, e specialmente la immunità che essa accorda ai rappresentanti diplo- 
matici esteri presso la Santa Sede, e a quelli del Sommo Pontefice presso esteri 
Stati (art. 11). L'astratta possibilità che lo Stato italiano abbia ad abrogare o mo- 
dificare la legge delle guarentigie, come ebbe ad emanarla, nessuno in Italia crede 
che abbia a verificarsi, almeno per un avvenire incalcolabile. Dal canto loro tutti 
gli Stati civili, aventi sudditi cattolici, dimostrarono finora col fatto di interpretare 
nell'anzidetto modo l' intendimento e il proposito del Regno d' Italia nello emanare la 
legge delle guarentigie, di fare su essa lo stesso serio e saldo assegnamento come se 
negli stessi termini di quella legge fosse stato stipulato un vero e proprio trattato 



— 37 — 

internazionale. Nessuno Stato ha mosso reclami all' Italia a motivo della cessata 
sovranità territoriale del Sommo Pontefice, e in pari tempo nessuno Stato ha cessato 
di considerare il Sommo Pontefice come autorità spirituale suprema sui propri sud- 
diti cattolici, e nessuno Stato, che prima aveva rappresentanti diplomatici presso di 
lui, ha soppresso codesta rappresentanza in seguito alla cessazione del potere tem- 
porale pontifìcio, che auzi la Prussia la istituì posteriormente a codesto avvenimento. 

Di fatto adunque, se non per rigoroso diritto, la situazione giuridica costituita 
al Sommo Pontefice dalla legge italiana delle guarentigie, ha oggi veramente carat- 
tere internazionale, cioè di persona internazionale, nel senso di autorità suprema spi- 
rituale universale, imperante in tutti i civili Stati aventi sudditi cattolici, alle condi- 
zioni, s' intende, e dentro i limiti prestabiliti da ciascuno di questi. Autorità suprema 
universale, assolutamente indipendente nell'esercizio suo, benché non più fornita di 
sovranità territoriale a guarentigia di questa indipendenza. E codesta suprema auto- 
rità spirituale universale del Sommo Pontefice può ben essere detta, come suole, 
sovranità spirituale. Se invero sovrani fino ad oggi furono soltanto gli Stati, e sovrani 
furono detti i capi di questi in qualità di monarchi, ed oggi l'autorità spirituale su- 
prema del Sommo Pontefice, benché distaccata affatto da signoria territoriale, è non 
solo universalmente riconosciuta, ma anche da tutti gli Stati lasciata esercitare 
dentro i propri loro confini, nella speciale sua propria sfera, basta riflettere che 
codesta autorità è propriamente inerente alla persona del Sommo Pontefice, più che 
oggi non lo sia alle persone dei monarchi la suprema autorità politica, per conchiu- 
derne che nel diritto internazionale odierno, a similitudine dei monarchi, anche 
la persona internazionale del Sommo Pontefice può dirsi persona sovrana, e l'autorità 
internazionale di lui può dirsi sovranità, in un ordine bensì distinto e diverso da 
quello in cui si esercita la sovranità statuale e monarchica, cioè nell'ordine spirituale. 

Molto si è scritto in Italia e fuori intorno alla figura giuridica del Sommo 
Pontefice, giusta la legge lo marzo 1871 ('). Che questa legge abbia conferito ca- 
rattere di sovranità al Sommo Pontefice, è generalmente ammesso. Ma di quale in- 
dole propriamente sia questa sovranità, e dentro quali veri e propri limiti contenuta 
disputano e discordano i giuristi ( 2 ) e forse, come io ebbi già a dire in altra occa- 
sione ( :ì ), gli stessi autori di quella legge non ebbero chiare idee in proposito. Che 
ad una sovranità territoriale del Sommo Pontefice, ristretta ai palazzi vaticani ( 4 ). 
non dia luogo a pensare né la lettera né, molto meno, la ragione e lo spirito della 
legge delle guarentigie è oramai universalmente riconosciuto; ma il carattere spiri- 
tuale della sovranità pontificia non suol venire debitamente apprezzato e svolto, nel 
vero e proprio carattere, nella vera e propria importanza giuridica sua. Più d'uno 
sembra trovar difficoltà a conciliare i due termini: spirituale e giuridico. E anche 
generalmente non viene avvertito e posto in chiaro il carattere internazionale, e non 
soltanto nazionale italiano di quella sovranità. 

(') Fedozzi, op. cit., p. 130 seg. 

(2) Id. ib. 

( 3 ) / Tribunali vaticani e il Sommo Pontefice, Fano, 1883. 

( 4 ) Opinione di Soderini, La sovranità del Papa ecc. (Rassegna st., voi. 3°, p. 533) e di Corsi, 
La situazione attuale della Santa Sede nel diritto internazionale (La Legge, 1886, p. 385 segg.). 



— 38 — 

Ora, che la legge delle guarentigie miri ad assicurare il libero ed indipendente 
esercizio, quale a sovrano si conviene, della suprema autorità spirituale del Sommo 
Pontefice, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, la quale mira è poi di fatto 
stata riconosciuta e assecondata, cioè messa a profitto da tutti gli Stati, ritrassi ma- 
nifestamente, come già ebbi ad osservare, dal diritto che essa legge riconosce al 
Sommo Pontefice di corrispondere cogli esteri Stati per mezzo di agenti diplomatici, 
ricevuti e mandati, e ai quali sono pure riconosciute le ordinarie immunità, che li 
costituiscono in condizione esterritoriale. E la stessa sicura illazione ritraesi dal 
diritto che la legge delle guarentigie attribuisce al Sommo Pontefice di libere e 
insindacabili comunicazioni postali e telegrafiche in ogni direzione (art, 12). Or 
questa piena e assoluta libertà e indipendenza, assicurata dalla legge delle gua- 
rentigie alle relazioni del Sommo Pontefice col mondo intiero, è manifestamente 
nn mezzo necessario affinchè egli eserciti la suprema autorità sua spirituale anche 
fuori d' Italia, dovunque questa autorità è riconosciuta, e quindi implica il ricono- 
scimento per parte del legislatore italiano della sovranità spirituale non solo italiana, 
ma internazionale, o meglio universale, del Sommo Pontefice. 

Conferma poi il carattere di sovrano, del Sommo Pontefice, l'essere statuito 
nella legge delle guarentigie che egli è persona sacra e inviolabile (art. 1), dovun- 
que, s' intende, egli si ritrovi, e qualunque atto egli intraprenda sia nell'esercizio 
della sua autorità spirituale, sia nella sua vita privata, o come cittadino italiano, o come 
forestiero, secondo che sia italiana o forestiera la nazionalità sua. E propriamente, in 
virtù dell' inviolabilità del Sommo Pontefice, gli atti qualunque di questo né possono 
dar motivo a rimostranze, ad un intervento qualunque delle autorità italiane non solo 
in confronto della persona sua, in qualunque luogo ella si trovi, ma neppure in con- 
fronto delle autorità pontificie inferiori, coadiuvanti il Sommo Pontefice nell'esercizio 
del suo ministero (art. 10), né ad intraprendere visite, perquisizioni e sequestri di 
carte, documenti, libri, registri, negli Uffizi o Congregazioni pontificie (art. 8), in 
qualunque luogo queste risiedano. E ad assicurare le dette esenzioni della persona 
del Pontefice e di quella dei cooperatori suoi nell'esercizio dell'autorità pontificia, la 
legge delle guarentigie interdice ad ogni qualunque ufficiale, sia giudiziario, sia am- 
ministrativo italiano di entrare, senza il consenso del Sommo Pontefice, nei palazzi 
pontifici (art. 4). Codesta immunità dei palazzi pontifici è stata variamente inter- 
pretata dai giuristi. Prescindendo da coloro, i quali vollero ravvisarvi un avanzo 
di sovranità territoriale, altri non vedono chiaramente a quale concetto giuridico ri- 
condurla, se ad una semplice immunità locale, oppure ad una vera e propria pro- 
prietà di quei palazzi, accompagnata dalla immunità loro, parendo ostare a questo 
secondo concetto lo attribuire la legge delle guarentigie (art. 10) al Sommo Ponte- 
fice il semplice uso e l'amministrazione dei musei pontifici. A mio avviso, il Sommo 
Pontefice è, cioè è rimasto, proprietario, come tale, dei palazzi pontifici che non gli 
furono tolti, e non vale a far dubitare di ciò la deroga parziale, e, pure a mio 
avviso deplorabilissima da molti punti di vista, a quel diritto di proprietà rispetto 
ai musei pontifici. Checché in proposito si pensi, la immunità locale pontificia è anche 
di per sé sola segno della sovranità che la legge delle guarentigie ba inteso ricono- 
scere al Sommo Pontefice. 



— 39 — 

Non ho mentovato finora come altro segno di questa sovranità gli onori reali 
che la detta legge gli attribuisce (art. 3), perchè non necessaria conseguenza questi 
di quella, che potrebbe ben sussistere anche senza di essi. Come però le esteriori forme 
sogliono corrispondere alla sostanza, così può ben dirsi che gli onori reali attribuiti 
al Sommo Pontefice confermano anch'essi il carattere sovrano riconosciutogli dalla 
legge delle guarentigie. 

Le esposte conclusioni mi paiono tanto chiare quanto sicure. Esse riguardano 
però il diritto pubblico internazionale. Ora importa desumerne conseguenze nella cer- 
chia civile internazionale. 

Che al pari dei monarchi territoriali il Sommo Pontefice sia capace di diritti 
civili in Italia, sia come persona privata, sia come sovrano, niun dubita e non è 
possibile dubitare. Ma dall' un punto di vista e dall'altro la situazione giuridica del 
Sommo Pontefice, rispetto ai diritti d' indole privata, differisce da quella dei monarchi 
esteri in ciò che, mentre pei primi il possesso e l'esercizio di quei diritti in Italia 
sono infrequenti e quasi eccezionali, sono invece normali e ordinari per il secondo, il 
quale risiede in Italia. 

Quale però sia precisamente la condizione giuridica del Sommo Pontefice in 
Italia in ordine ai diritti civili suoi, e ai giuridici rapporti che ne provengono con 
terze persone, la legge delle guarentigie non definisce, e la scienza del gius civile 
internazionale italiano non ha finora accuratamente indagato e posto in chiaro. 

Come privata persona, il Sommo Pontefice è subbietto del gius comune civile 
italiano, oppure del gius civile internazionale italiano, secondochè egli sia di nazio- 
nalità italiana o forestiera. Che per l'assunzione al Pontificato un cittadino italiano 
non cessi di esser tale, non è a dubitarsi, perchè altrimenti egli rimarrebbe persona 
senza nazionalità. 

Se il Sommo Pontefice è cittadino italiano, la capacità sua di acquistare, i ti- 
toli dei suoi acquisti, le relazioni giuridiche, siano reali, siano personali, che dai di- 
ritti suoi provengono fra lui e le terze persone, i modi, le forme degli acquisti e 
delle relazioni giuridico-private sue, gli effetti tutti quanti di tutti i suoi privati di- 
ritti, sono quelli e quali e quanti il diritto civile comune italiano statuisce. Ma della 
capacità giuridico-privata, in particolare, del Sommo Pontefice, riprenderò il discorso 
più sotto. Se italiano adunque, il Sommo Pontefice è come persona privata subbietto 
del diritto civile nazionale italiano, e non del gius civile internazionale italiano. 

Se è di nazionalità forestiera, egli è, come persona privata, subbietto del gius 
civile internazionale italiano. 

Come Sovrano, il Sommo Pontefice ho detto sopra essere capace di diritti civili 
in Italia, al pari dei monarchi forestieri. Egli è infatti, come ho detto già, proprie- 
tario dei Palazzi Vaticani e della Villa di Castel Gandolfo; è creditore dello Stato 
di una rendita annua di tre milioni di lire, donazioni pure immobiliari ha ricevuto, 
e nessuno mai in Italia ha messo in dubbio che egli possa raccogliere in Italia ere- 
dità o legati ('). Ma sarà necessaria agli acquisti del Sommo Pontefice, come tale, 

(') Come neppure se ne dubita in Austria (Fedozzi, op. cit., p. 136). In Francia lo stesso 
fu dichiarato dalla Cassazione di Parigi, 16 marzo 1894 (I.d. P. 1904. p. 835) a proposito del la- 
scito fatto al Pontefice dalla marchesa Du Plessis-Bellière. 



— 40 — 

in Italia, l'autorizzazione del Governo italiano, a termini della legge 5 giugno 1850, 
che sopra ho detto necessaria per gli acquisti in Italia da parte di Stati e Sovrani 
esteri ? 

Finora questa quistione non è stata sollevata in Italia che una volta sola, e venne 
decisa negativamente con sentenza della Cassazione di Palermo 11 aprile 1874 (*); ma 
in questa decisione venne applicato un Eegio Rescritto 27 luglio 1819, che la Corte 
ritenne ancora in vigore. Facile è invece il rispondere affermativamente, argomentando 
dalla identica affermazione fatta sopra rispetto agli Stati e monarchi esteri territoriali. 
Grave è però questa soluzione, se si rifletta da una parte che lo spirito della legge 
delle guarenligie non è di ostilità al Papato come istituzione religiosa, ma soltanto 
al Papato come istituzione politica, cioè come sovranità temporale, e dall'altra che i 
motivi di gelosia e di indipendenza politica, pei quali nessuno Stato può compiacersi 
che un altro Stato o che un Sovrano estero territoriale acquisti e accumuli ric- 
chezze, principalmente immobiliari, dentro il proprio territorio, non possono esistere 
di fronte al Papato, sovranità meramente spirituale. Pur nondimeno, se si riflette 
che la legge 5 giugno 1850 ha principalmente per iscopo di prevenire il soverchio 
incremento delle manimorte, panni che non si possa, senza far violenza alla lettera 
e allo spirito di questa legge, negarne l'applicazione agli acquisti del Sommo Ponte- 
fice, come Sovrano spirituale, in Italia. 

Libera invece e indipendente dalle leggi italiane è la gestione del patrimonio 
della Santa Sede, qualunque siano i beni di cui esso componesi, come pur libera e in- 
dipendente sarebbe la gestione del patrimonio che ad uno Stato o monarca estero 
venisse permesso di acquistare in Italia. Onde a buon diritto venne censurata la im- 
posizione fatta alla pontificia Congregazione di Propaganda, di convertire in rendita 
pubblica italiana i propri capitali. 

Tutte le cose fin qui dette intorno alla condizione giuridico-privata del Sommo 
Pontefice, sia come persona privata, sia come Sovrano, avrebbero mero valor teorico, 
se a far rispettare i diritti civili, sia del Sommo Pontefice in confronto di terze persone, 
sia di queste in confronto del Sommo Pontefice, non ci fossero mezzi e guarentigie 
idonee, prestabilite del pari dalla legge positiva. Ma pur troppo da questo punto 
di vista la legge delle guarentigie non soltanto non provvede affatto, ma statuisce 
canoni, i quali ingenerano difficoltà insuperabili, e la scienza, dal canto suo, non 
trova modo di orientarsi, attesa la eccezionale e mal definita situazione giuridica 
del Sommo Pontefice, specialmente in quanto egli non è mera persona privata, né 
italiana, né forestiera. 

Poca luce arreca in questa difficile materia ciò che ho detto sopra intorno al 
carattere sovrano spettante al Sommo Pontefice in virtù della legge delle guarentigie. 

Posto invero che il Sommo Pontefice è Sovrano, benché spirituale soltanto, ne 
consegue che alla competenza dei tribunali italiani in suo confronto devonsi appli- 
care le dottrine del giure internazionale odierno in confronto dei monarchi esteri, 
quand'anche dimoranti in Italia. Ora egli è da tutti i giuristi ammesso che un so- 
vrano estero non può essere oggetto di nessun atto dell'autorità giudiziaria dello 

(') Legge XIV, 1, 541. 



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Stato. Imperocché egli non può manifestamente godere nello Stato immunità minori 
di quelle che vi sono attribuite ai suoi rappresentanti i quali vengono considerati 
persone esterritoriali. Vero è che i rappresentanti diplomatici cadono sotto la com- 
petenza delle autorità giudiziarie locali quando, come persone private, si fanno at- 
tori davanti a queste, o quando, come persone private, pongono in essere nello Stato 
affari estranei al loro ufficio, nel quale ultimo caso è ancor possibile esecuzione sui 
beni che essi possiedano fuori del recinto della loro dimora; ma codesto esecuzioni 
la scienza non ha finora affermato possibili rispetto a monarchi esteri che dimoras- 
sero nello Stato, a cagione di rapporti giuridico-privati da essi quivi posti in essere 
come persone private. Ciò anzitutto perchè occasioni pratiche di pronunciarsi in 
proposito essa finora non ebbe, e non è facile che abbia in avvenire, neppure rispetto a 
Sovrani esteri, residenti nei loro Stati, i quali posseggano nello Stato nostro beni come 
privati, di che non sono pochi gli esempi in Italia. Che se tali occasioni si offrissero, io 
non credo che alcun tribunale, od altra autorità qualunque di un civile Stato, si ripute- 
rebbe competente ad esercitare nessun atto della giurisdizione sua in confronto di mi 
sovrano estero dimorante nello Stato. Di fronte agli atti d'impero delle pubbliche 
autorità, non è ammessa distinzione fra la persona pubblica e la persona privata del 
Sovrano locale, né di nessun altro Sovrano. Egli è del resto preveduto in tutte 
le costituzioni degli Stati monarchici che gli interessi giuridico-privati del monarca 
siano fatti valere, non da un semplice procuratore, ma da un apposito organo dello 
Stato incaricato di tale incombenza, il quale surroga e copre pienamente la persona 
del monarca, e può comparire in giudizio in luogo di questo. 

Applicando questi canoni al Sommo Pontefice, se ne deve inferire che, essendo 
questi sovrano, distinto e indipendente dal monarca italiano, e al pari di questo 
residente in Italia, non possa nessun tribunale italiano affermare la propria competenza 
in confronto di lui personalmente, sia come attore, sia come convenuto, per occasione di 
rapporti giuridico-privati da lui posti in essere con terze persone esistenti in Italia. 
E veramente la legge delle guarentigie venne intesa in questo senso da autorevoli 
ministri italiani; cioè dal ministro Visconti-Venosta in una sua circolare 19 di- 
cembre 1870, e dal ministro Lanza in un suo discorso parlamentare del 9 die. 1870. 
Scriveva il primo alle estere potenze : « il Pontefice, il quale esercita una giurisdi- 
zione sopra tanta parte delle società delle nazioni, non sia alla sua volta sottoposto 
alla giurisdizione di uno Stato particolare » ; e il secondo : « la persona del Sommo 
Pontefice essere esente da qualunque autorità o giurisdizione dello Stato ». 

Ma, praticamente considerata, codesta soluzione è ella soddisfacente? 

No certo. Basta infatti, a convincersene, il riflettere che, mentre in virtù della 
legge delle guarentigie il Sommo Pontefice è sovrano, né maggiormente può nei suoi 
rapporti giuridico-privati sottostare alle autorità nazionali di quello che un sovrano 
estero dimorante in Italia, vi ha però questa gran differenza fra le due giuridiche 
figure, che il sommo Pontefice non è soltanto dimorante, ma residente in Italia, 
cioè ha qui la sua sede, e oltracciò egli è anche il più delle volte cittadino ita- 
liano. Dal che consegue essere normale pel Sommo Pontefice ciò che è eccezionale 
per un sovrano estero residente in Italia, cioè lo aver egli, come persona privata, 
rapporti giuridico-privati con terze persone. Si pensi ai rapporti di debito e di 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5" 6 



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credito, in cui può trovarsi il Pontefice eletto, per fatti anteriori alla sua elezione, 
a quelli che, essendo Pontefice, egli può ancora porre in essere, sia amministrando 
il proprio patrimonio famigliare, sia contraendo debiti, sia facendo donazioni È egli 
tollerabile che i tribunali italiani si rifiutino di pronunziarsi intorno a controversie 
occasionate da tntti questi giuridici rapporti? No certamente. È un partito codesto 
intollerabile egualmente pel Sommo Pontefice e pei terzi che hanno rapporti giuri- 
dico-privati con lui. Lo stesso è a dirsi rispetto ai rapporti giuridico-privati del 
Sommo Pontefice, come sovrano. Le sono tutte conseguenze codeste della mal definita 
situazione giuridica del Sommo Pontefice nella legge delle guarentigie, di ciò che 
questa legge dice e non dice su questo proposito. 

Che cosa potrebbe farsi onde riparare alla grave lacuna del diritto italiano at- 
tuale rispetto alle guarentigie pratiche dei diritti, e de' rapporti giuridico-privati del 
Sommo Pontefice con terze persone, in Italia, vuoisi ricercare, riprendendo la distin- 
zione fra quei diritti e rapporti giuridico-privati che concernono la persona privata del 
Sommo Pontefice, e quelli che concernono la di lui persona pubblica o sovrana. 

Quanto ai primi, converrebbe che del privato patrimonio del Sommo Pontefice 
avesse cura non già un eventuale procuratore di lui, nominato di caso in caso, ma 
un organo del pontificio Governo, stabilmente incaricato di tale ufficio. Organo siffatto 
esiste, come ho già osservato, in ogni Stato monarchico odierno, rispetto ai diritti 
ed obblighi privati del monarca, ed esiste pure in Italia. Il Re d' Italia è personal- 
mente sottratto alla competenza dei tribunali, sia come attore, sia come convenuto. 
Ma iu luogo di lui comparisce in giudizio, nell' interesse del patrimonio privato del 
Re, oltre che della lista civile, l'amministratore precostituito a tal uopo (art. 138 
Cod. Proc. civ.) ('). Costituito un organo dal pontificio governo a curare e far valere 
i diritti e i rapporti giuridico-privati del Sommo Pontefice, come persona privata, 
la competenza dei tribunali italiani in confronto di tale organo, sia come attore, sia 
come convenuto, sarebbe certa nel giure civile internazionale odierno, come lo sarebbe 
in confronto di un consimile organo ufficiale di un sovrano estero, dimorante in Italia, 
pei diritti e i rapporti giuridici di quel sovrano, posti in essere durante il di lui 
soggiorno in Italia, e da farsi valere in questo Stato. Ma un tale organo del ponti- 
ficio governo non esiste, né quindi la legge delle guarentigie, né altra legge lo men- 
zionano. Occorrerebbe che venisse istituito, e a quest' uopo sarebbe necessario un ac- 
cordo fra lo Stato italiano e il Sommo Pontefice, ma la difficoltà di codesto accordo 
è manifesta ad ognuno. Fintantoché codesta lacuna del diritto italiano concernente il 
Sommo Pontefice non sarà stata colmata, perdurerà in Italia la presente assurda e 
intollerabile condizione di cose, che i rapporti giuridico-privati, intercedenti in Italia 
fra il Sommo Pontefice e terze persone, non hanno guarentigia giudiziaria, per nes- 
suna delle parti. Della quale condizione di cose il pericolo è per verità maggiore 
pel Sommo Pontefice, che non pei terzi, dovendosi naturalmente supporre che più fa- 
cilmente il primo dei secondi riconosca e adempia i propri obblighi privati sponta- 



(') Privilegio che l'art. 138 estende non per giuridica necessità, ma per mera convenienza, 
alle Regine e ai Principi reali. 



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neamente, e rifugga, magari col sacrificio del proprio diritto, da contestazioni giudi- 
ziarie. 

A proposito delle guarentigie pratiche dei principi, che presiedono alla condizione 
giuridico-privata del Sommo Pontefice, come persona privata, è ora opportuno che io 
consideri un argomento, di cui sopra ho differito il discorso. 

lo ho detto che la capacità giuridico-privata del Sommo Pontefice, considerato 
come persona privata, va regolata dalla legge comune italiana, se è egli italiano, 
e dalla sua legge nazionale forestiera, se egli è forestiero ; ciò in virtù del- 
l'art. 6 D. P. C. C. I. Or se diasi caso che un Pontefice italiano cada in una tal 
condizione di spirito che giustificherebbe per diritto italiano la interdizione o la ina- 
bilitazione, potrà l'autorità giudiziaria italiana emanare direttamente in di lui con- 
fronto i relativi provvedimenti, statuiti dalla legge italiana, poiché non è certamente 
possibile che essi vengano presi in confronto di un organo del governo pontificio che 
lo rappresenti? No certamente. Oltre che a tali provvedimenti è un ostacolo di fatto 
il divieto fatto dalla legge delle guarentigie alle autorità italiane di introdursi nei 
palazzi pontifici, sono essi incompatibili con quella inviolabilità della persona del 
Sommo Pontefice, che è scritta in quella legge, e che emana dal carattere di sovrano 
che al Sommo Pontefice questa legge attribuisce. Più ancora in materia veramente 
personalissima, quale è appunto la capacità, che non in quella dei rapporti giuridico- 
privati patrimoniali, è impossibile scindere la personalità sovrana del Sommo Ponte- 
fice, come di qualunque altro sovrano, dalla personalità meramente umana o privata. 
Dovranno per conseguenza i tribunali italiani riconoscere o no capacità giuridico- 
privata al Sommo Pontefice, in ragione delle di lui condizioni psichiche, secondo che 
si saranno in proposito pronunziati organi del governo pontificio competenti per questo 
genere di pronunzie. Non può del resto far troppa meraviglia codesta tesi, ove si ri- 
fletta che neppure rispetto a S. M. il Re d' Italia provvedono le leggi nella detta 
materia, sicché i tribunali non potrebbero in proposito in confronto di lui pronunziarsi. 

Quanto ai diritti e ai rapporti giuridico-privati del Sommo Pontefice, come so- 
vrano in Italia, vuoisi riflettere che essi vengono curati e fatti valere non già diret- 
tamente e personalmente dal Sommo Pontefice, ma da organi pontifici prestabiliti a 
tal uopo. E anche in ciò vi ha analogia fra il Sommo Pontefice come sovrano, e i 
sovrani territoriali esteri. Questi non pongono oramai più in essere, personalmente, 
in nessun civile Stato, diritti e rapporti giuridico-privati nell' interesse del loro Stato, 
né personalmente li fanno valere, ma lasciano disimpegnare codesti uffici da appositi 
organi di Stato. Come in generale l'esercizio della sovranità dei monarchi territoriali, 
cosi pure quello della sovranità spirituale pontificia si fa per merzo di organi od 
uffici, il cui armonico insieme costituisce una specie di Stato pontificio (sii venia 
verbo), e la cui attività attua il pontificio governo, nel quale appunto l'esercizio 
della pontificia sovranità spirituale consiste. E non impedisce che dalla persona 
del Pontefice sovrano si distinguano l'organismo amministrativo e il governo ponti- 
ficio, la circostanza che il Sommo Pontefice ha assai più diretta parte nel governo 
della Chiesa, che non i capi degli Stati territoriali e gli odierni monarchi nel go- 
verno di quegli Stati, lo impersonarsi cioè il governo ecclesiastico nel Sommo Pontefice, 
come non si impersona il governo civile nei capi degli Stati, e nei monarchi. Impe- 



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rocche egli è un fatto che gli organi supremi del pontificio governo, le Congregazioni 
cardinalizie per esempio, hanno ciascuno uua propria e ben definita sfera di azione, 
e dentro questa una propria autonomia e iniziativa, benché negli affari più gravi 
l'approvazione del Sommo Pontefice sia necessaria, e l'intervento di questo non abbia 
confini. Or, fra gli organi del pontificio governo, ve ne ha pure la cui incombenza 
è appunto di curare gli svariati interessi patrimoniali di quel governo, e quindi i 
diritti e i rapporti giuridico-privati del pari svariati, che si collegano con quegli 
interessi. 

Ciò posto, la competenza dei tribunali italiani in confronto del Sommo Pontefice, 
come sovrano, rispetto a diritti e rapporti giuridico-privati di lui in Italia, è ana- 
loga alla competenza di quei tribunali in confronto di Stati esteri, in casi analoghi. 

Egli è noto essere molto discusso il tema della competenza dei tribunali ita- 
liani in confronto di Stati esteri in materia giuridico-privata ('); pur nondimeno egli 
è pacifico nel giure civile internazionale odierno che questa competenza esista almeno 
rispetto alle quistioni immobiliari, concernenti immobili situati nello Stato e appar- 
tenenti a Stati esteri, e rispetto a diritti e rapporti giuridici, concernenti una azienda 
patrimoniale qualunque, istituita nel territorio nazionale da uno Stato estero. Per 
tali quistioni gli Stati esteri possono comparire davanti ai tribunali italiani, sia come 
attori, sia come convenuti, purché, s' intende, la rappresentanza di quelli sia assunta 
o da competenti organi costituzionali di quegli Stati, o da chi sia stato costituito 
da questi a dirigere e rappresentare le dette aziende. 

Analogamente, i tribunali italiani si devono ritenere competenti in confronto del 
Sommo Pontefice, come sovrano, cioè in confronto dello Stato spirituale pontificio e 
del governo di questo, nelle quistioni immobiliari concernenti immobili appartenenti 
alla Santa Sede in Italia. E anche si devono ritenere avere tale competenza in tutte 
le altre quistioni giuridico-private, relative a diritti e rapporti giuridico-patrimoniali 
della Santa Sede in Italia, perchè rispetto ad essi la Santa Sede presenta una 
analogia, che non potrebbe essere più appropriata né più manifesta, colle aziende 
patrimoniali istituite e mantenute da Stati esteri in Italia. Ma siffatta competenza 
non può venire esercitata se non in confronto degli organi del pontificio governo, che 
le norme organiche di questo destinano a far valere sia come attori, sia come con- 
venuti, i diritti e i rapporti giuridici patrimoniali del Sommo Pontefice, come so- 
vrano, cioè della Santa Sede, o governo spirituale pontificio. 

Questi organi esistono, mentre non esiste quello desiderato più sopra, in ordine 
ai diritti e rapporti giuridico-privati e patrimoniali del Pontefice come persona pri- 
vata; ma un accordo fra lo Stato italiano e il Sommo Pontefice non esiste maggior- 
mente rispetto ai primi che rispetto al secondo, onde per tal mezzo venga resa pos- 
sibile una normale amministrazione della giustizia civile, e quindi un normale 
commercio giuridico fra gli italiani da una parte, e il Sommo Pontefice e il suo 



(*) V. il mio scritto De la compétence des tribunaux à Végard des Souverains et des Etatt 
étrangers (Journ. d. Droit interri, prive, 1888-1890 e l'altro mio scritto: Della competenza dei tri- 
bunali italiani in confronto di Stati esteri, nelle mie Nuove questioni di diritto civile, Torino, 
1905, voi. 2. V. anche Fedozzi, op. cit., p. 24 e segg. 



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governo dall'altra. Fintantoché codesta lacuna del diritto italiano concernente il 
Sommo Pontefice non verrà colmata, non sarà maggiormente possibile la competenza 
dei tribunali italiani a definire diritti e rapporti giuridico-privati del Sommo Ponte- 
fice, come sovrano, cioè del governo spirituale pontificio, di quello che a definire 
diritti e rapporti giuridici privati del Sommo Pontefice, come persona privata. E di 
questa anormale, intollerabile condizione di cose, il pericolo sarà maggiore per il 
Sommo Pontefice dal primo punto di vista, che non per i terzi, come ho già detto 
che lo sarà anche dal secondo, e per la stessa ragione pur detta sopra. 

In conclusione, la difficoltà, che sulle prime pare insuperabile, dell'ammini- 
strazione della giustizia italiana rispetto a tutti quanti i diritti e rapporti giuri- 
dico-privati del Sommo Pontefice, proveniente dal carattere sovrano di questo, e dalla 
conseguente incompetenza dei tribunali in confronto della sua persona, potrebbe essere 
in realtà superata mediante la concordata istituzione di un apposito organo della pon- 
tificia amministrazione, incaricato di rappresentare il Sommo Pontefice nell'esercizio 
dei diritti privati a lui spettanti come persona privata, e mediante il riconoscimento 
per parte dello Stato italiano degli organi che già esistono nella pontificia ammini- 
strazione onde rappresentare il Sommo Pontefice come persona sovrana, cioè il pon- 
tificio spirituale stato e governo, nell'esercizio dei diritti privati patrimoniali, posti 
in essere pei fini di quello Stato e governo. 

Che tutto ciò sia possibile, nessuno può negare; che sia però difficile ognuno 
riconosce. La legge delle guarentigie non apre di certo nessun adito a siffatti prov- 
vedimenti. Vorrà quindi essere una aggiunta alla legge delle guarentigie l'invocato 
ordinamento dell'amministrazione della giustizia civile. E questa aggiunta dovrà 
assumere il carattere di accordo fra la Santa Sede e l'Italia. Che questo accordo fra 
il Sommo Pontefice e la Santa Sede da un lato, le terze private persone dall'altro, 
abbia un giorno a potersi fare, è lecita, perchè ragionevole speranza. Non è infatti, 
come ho già avvertito, il solo interesse degli italiani che lo reclama, ma altresì 
quello del Sommo Pontefice e della Santa Sede. Né possono questi credere di ovviare 
alle dette difficoltà mediante i tribunali vaticani, ai quali, come a giudizio di arbitri, 
si debbono anticipatamente ed eventualmente sottomettere tutti coloro, i quali stipu- 
lano contratti col Pontefice e colla Santa Sede. Imperocché non tutti i diritti civili 
patrimoniali, di cui i tribunali possono avere occasione di conoscere, hanno origine 
contrattuale. E in pari tempo il Sommo Pontefice e la Santa Sede non possono illu- 
dersi, credendo che non debba un giorno stancarsi la pazienza degli Italiani nel sop- 
portare una condizione di cose, che ben può dirsi intollerabile. Già non pochi casi 
particolari si sono dati, che hanno provocato in Italia gravi lamenti, e solenni reclami 
di opportuni e pronti rimedi. 

Non avranno però gli invocati provvedimenti soltanto carattere di aggiunta alla 
legge delle guarentigie, ma anche di parziale modificazione di questa. Imperocché 
l'accordo dello Stato italiano col Sommo Pontefice onde costituire una rappresentanza 
legale di lui e del suo Stato e governo nel far valere i loro diritti e rapporti giu- 
ridico-privati, deve avere necessariamente per effetto che l'art. 7 di detta legge 
subisca una deroga rispetto alla intimazione degli atti processuali, e dei decreti e 
delle sentenze giudiziali. Deroga da limitarsi a punti da convenirsi e determinarsi 



— 46 — 

nei palazzi pontifici, nei quali risiedono gli organi della pontifìcia amministrazione, 
destinati a ricevere quelle intimazioni. 

Né ciò basterà. La competenza giudiziale non è soltanto di decretare e decidere, 
ma anche di far eseguire i decreti e le sentenze. Or che si abbia mai a convenire 
fra il Sommo Pontefice e lo Stato italiano, che si possano fare esecuzioni ordinate da 
giudici italiani su beni situati dentro i palazzi pontifici, in onta al disposto dell'art. 7 
della legge delle guarentigie, nessuno può aspettarsi, né proporre. Ciò equivarrebbe 
a negare e togliere affatto la inviolabilità della sede del Sommo Pontefice, e quindi 
la sovranità di questo, di vulnerare, oltre che nella lettera, nello spirito, la legge 
delle guarentigie. Ma i beni patrimoniali che il Sommo Pontefice, come persona 
privata, e il Sommo Pontefice, come sovrano, cioè il governo pontificio possiedano 
al di fuori de' palazzi pontifici, potrebbero essere riconosciuti passibili di esecu- 
zione giudiziale, in confronto sempre degli organi pontifici, cui essi siano affidati, 
senza che ciò significasse e traesse seco l' inconveniente anzidetto. In tesi generale una 
competenza giudiziaria che si limiti alla dichiarazione del diritto, e non possa esten- 
dersi alla esecuzione coattiva del diritto dichiarato, è inammissibile concetto ('). E 
poiché il limitare nell'anzidetto modo la esecuzione dei decreti e delle sentenze dei 
tribunali italiani, in confronto del Sommo Pontefice e della Santa Sede, non potrebbe 
in molti casi raggiungere il voluto scopo, sarebbe anche desiderabile che, in aggiunta 
alla legge delle guarentigie, si convenisse fra il Sommo Pontefice e lo Stato italiano 
che dei decreti e delle sentenze civili dei tribunali italiani in confronto dei com- 
petenti organi pontifici, curassero questi medesimi la esecuzione, così come per es. 
nel diritto italiano le autorità amministrative hanno obbligo di eseguire esse stesse 
le sentenze dei tribunali dichiaranti la illegalità di un loro provvedimento, in con- 
fronto di private persone. 

Senza aggiungere e derogare alla legge delle guarentigie, salvando però ciò che 
vi ha di sostanziale nella lettera e nello spirito di essa, egli è ben possibile definire 
la situazione del Sommo Pontefice, sia di fronte al giure internazionale pubblico uni- 
versale, sia di fronte al giure civile internazionale italiano, ma le definizioni a cui 
si viene, dal secondo punto di vista specialmente, hanno il pratico effetto di rendere 
impossibile l'amministrazione della giustizia italiana fra il Sommo Pontefice e la 
Santa Sede da una parte, i cittadini italiani e anche i forestieri domiciliati o resi- 
denti in Italia dall'altra, con grave e intollerabile danno tanto per l'una parte, quanto 
per l'altra. 



(') Ciò io ho posto in chiaro, in relazione appunto alla Santa Sede, nel citato mio scritto: 
/ tribunali vaticani ecc. V. sopra p. 37, nota 3. 



RELAZIONE 

letta dal Socio G. Hulsen, relatore, a nome anche del Socio G. Gatti, nella 
seduta del 18 febbraio 1906, sulla Memoria del prof. L. Cantarelli 
avente per titolo : La serie dei Prefetti d'Egitto — I. Da Ottaviano 
Augusto a Diocleziano. 

La Memoria del prof. Cantarelli è composta con piena conoscenza del materiale 
assai ricco e disperso in molte pubblicazioni, specialmente epigrafiche e papiro-logiche. 
L'autore, rinnovando e notevolmente accrescendo il dotto lavoro dell' insigne archeo- 
logo Giovanni Labus, che per il primo stabilì sopra basi scientifiche la successione 
dei prefetti di Egitto da Augusto a Caracalla, offre in questo scritto la prima parte 
di una sua opera poderosa, la quale conterrà tutta la serie ragionata dei viceré che 
governarono quella provincia dall' anno 30 av. Cr. sino alla fine della prefettura, 
cessata con l' invasione degli Arabi nel secolo settimo. Oltre la diligente recensione 
delle fonti e le notizie degli studi moderni, che gettarono luce sopra molti punti 
oscuri e controversi, l'A. ha indicato per ogni prefetto gli avvenimenti conosciuti 
della sua amministrazione, e dovunque è stato possibile ha risoluto con sagacia e 
critica parecchi problemi relativi alla loro cronologia. 

Il lavoro quindi del prof. Cantarelli, del quale ci auguriamo di veder presto 
compiuta la seconda parte, è un prezioso contributo non solamente alla storia del- 
l' Egitto, ma anche a quella dell' Impero Romano in generale ; e perciò esprimiamo 
il giudizio, che merita di essere inserito nelle Memorie dell'Accademia. 



Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 



— 48 



La Serie dei Prefetti di Egitto. 
Memoria del prof. LUIGI CANTARELLI. 



i. 
Da Ottaviano Augusto a Diocleziano. 

(A. 30 av. Cr.-A. D. 288). 

INTRODUZIONE. 

L' Egitto, come a tutti è ben noto, divenne provincia romana con la conquista di 
Alessandria il primo agosto dell' anno 30 av. Cr. e cotesto anno, ultimo del regno 
di Cleopatra, fu il primo della nuova dinastia che succedeva a quella dei Lagidi ('). 
Augusto, il nuovo re, mantenne intatto nelle sue linee fondamentali, l' ordinamento 
amministrativo dell' antica monarchia indigena, ridusse la provincia a patrimonio della 
casa imperiale ed escludendo dal governo di essa ogni ingerenza del Senato ne pose a 
capo un cavaliere, il quale, sebbene nelle sue relazioni con l'imperatore debba consi- 
derarsi come un semplice procurator, di fronte agli Egiziani è un vero e proprio 
viceré rappresentante il successore dei Tolomei ( 2 ). Fornito dei pieni poteri civili e 
militari, di un imperium ad simili tudinem proconsulis, come dice Ulpiano ( 3 ), il 
governatore di Egitto che risiedeva in Alessandria e la cai durata in ufficio era dipen- 

(') La nuova èra usata da quel tempo in Egitto, perchè concordasse col nuovo anno ales- 
sandrino ormai stabile, si computò dal primo Thoth (giorno iniziale dell'anno egiziano) cioè dal 
29 agosto del 30 av. Cr., di maniera clic il primo anno del regno di Augusto nell'Egitto si stese 
dal 29 agosto del 30 av. Cr. al 28 agosto del 29 av. Cr. In seguito poi, come primo anno del regno 
di ciascun imperatore, si calcolava lo spazio di tempo che dal suo avvento al trono si stendeva al 
29 agosto seguente, cioè al primo Thoth. Così, per es. l' editto del prefetto Tiberio Alessandro 
(Dittenberger, Or. Gr. Inscr. II, CG9) porta la data del secondo anno del regno di Galba, sebbene 
questo principe non abbia regnato che pochi mesi. Commodo e Caracalla, nel computo degli anni 
di regno, sogliono includervi anche quelli dei loro rispettivi padri Marco Aurelio e Settimio Severo ; 
e cosi altri imperatori. È bene aver presenti queste regole cronologiche, perchè le lapidi e i 
papiri egiziani relativi ai prefetti sono per lo più datati secondo il calendario alessandrino; talvolta 
i documenti sono datati anche secondo 1' « annus vagus », con l'aggiunta x«t' ào/aiov;. Cfr. P. M. 
Meyer, Heerwesen, p. 101, n. 369; v. p. 226; Mommsen, Droit public romain, V, 69 e seg.; Si- 
maika, La prov. romaine d'Ègypte, p. 54 e seg. 

( 2 ) Sul carattere regio che aveva il prefetto romano, v. le belle osservazioni di Giacomo Lum- 
broso, a proposito del passo di Tacito, Hist., I, 11, nei Rendiconti della R. Accad. dei Lincei, 
1886, II, p. 57 segg. Il prefetto era assistito da un consiglio (ovppovXiov) che si adunava nel prae- 
torium (B. G. U. 288, 15: è» rfi> nnat^Tcooiio toh xoarioTov fjy[s t uói>og]). Cfr. Graffai) Milne, Ilistory 
of Egypt under Roman Rule, p. 4. 

(3) Ulp. Digg., I, 17, i. 



— 49 — 

dente dal beneplacito dell'imperatore ( l ), chiamavasi, praefectus Alexandreae et 
Aegypti (") od anche semplicemente praefectus Aegypti ( 3 ), titolo che più tardi, nella 
seconda metà del secolo quarto, come vedremo, a suo tempo, mutò in quello di prae- 
fectus Augustalis o^ Augustalis soltanto ( 4 ). 

La prefettura di Egitto ebbe lunga esistenza; i suoi termini estremi sono due 
conquiste della città ove risiedeva : la prima, già ricordata, dell' anno 30 av. Cr. ; la 
seconda dell' a. D. 642, quando, dopo più mesi di assedio, Alessandria cadde in potere 
dell'arabo 'Amr ibn el ÀsI. Iu questo periodo di più che sei secoli sono in gran numero 
i personaggi che governarono l'Egitto: taluni famosi nella storia di Roma ; di molti 
invece sopravvive il nome solo nelle lapidi, nei papiri o in altri documenti antichi che 
li ricordano. La ricostruzione di questa lunghissima serie di prefetti tentò più volte 
l'ingegno e la dottrina dei moderni ricercatori, ma l'onore di avere stabilito, per il primo, 
sopra basi scientifiche, la successione di coloro che ressero la provincia da Ottaviano 
Augusto a Caracalla, spetta ad un italiano, l' insigne archeologo Giovanni Labus. 
Dal 1826, però, data di quel lavoro ( 5 ), fino ad oggi si è fatto molto cammino: le 
numerose scoperte epigrafiche e papirologiche hanno notevolmente accresciuti i docu- 
menti antichi che concernono i nostri prefetti ( G ) e gli studi speciali di taluni dotti 
moderni, sia con liste generali, sia con liste parziali, o con singole ricerche, gettarono 
luce su molti punti oscuri e controversi ; per la qual cosa è lecito ora, tenendo conto 
di tutto questo vasto materiale scientifico e coordinando i resultati ai quali è giunta la 
critica moderna, riprendere la serie ragionata del Labus, correggerne gli errori, colmarne 
le lacune e condurla a compimento. Siffatto è il lavoro a cui mi sono accinto da più 

(') Da un maximum di sedici anni che tanti governò l'Egitto, Galerio, lo zio di Seneca, si 
va ad un minimum di pochi mesi, come per la prefettura di Seio Strabone. 

( 2 ) Questo titolo è dato dalla iscrizione trilingue di Cornelio Gallo, il primo prefetto di Egitto 
(C. Ili, 14147 5 = Dittenberger, 0. G. L, II, 654), mentre il testo greco corrispondente lo chiama 
soltanto \ini\ xfjg Al) vnxov xuxaaxc.Osig. 

( 3 ) Questo titolo è molto frequente negli scrittori; p. es. in Tacito, [list. II, 74 e nelle iscrizioni 
latine; mentre in quelle greche trovasi chiamato snccQ^og Alyvnxov, ed anche fjyefiév, titolo fre- 
quente anche nei papiri. Dione Cassio (53, 29; 54, 5; 58, 19; 63, 18; 71,28) lo chiama talvolta 
6 ifjg Aìyimtov «q/uìv ; Arriano (Anaò., 3, 5, 7), i'm«Qxog Aìyimxov; Giuseppe Flavio (B. Iud.,IV, 
616; V, 45), ó diénwv jfjy A'ùyvniov, Filone, {in Flaccum, § 1, 6, 18, 19; leg. ad Gaium § 20) 
adopera per designarlo, il titolo énitponog corrispondente al titolo procurator col quale Plinio 
seniore (n. k., 36, 57) chiama il prefetto Vitrasio Pollione e Ammiano Marcellino (XVH, 4, 5) il 
prefetto Cornelio Gallo. Cfr. Suet. Nero, 35. Tac. Ann. XII, 60. 

( 4 ) È noto che, nel secondo secolo dell'impero, in forza di una costituzione di Marco Aurelio, 
al prefetto di Egitto fu attribuito il predicato onorifico di vir perfectissimus, ma nei documenti 
greci, nei quali da Nerone in poi lo si trova detto ó xftdxiaxog rjyefiwv, invece che col titolo corri- 
rispondente ó , ic«rt] i uóiaiog, lo si trova chiamato per abuso col titolo di Xn^nQÓraxog che è proprio 
invece dei senatori. Il titolo óiaarjt.ióiarog è attribuito ai prefetti di Egitto nel nuovo ordinamento 
di Diocleziano, per esser di nuovo sostituito dal titolo Xa/nriQÓiaxog nella seconda metà del secolo 
quarto. Su questi vari predicati, v. P. Meyer, presso Hirschfeld, nei Berlin. Sitzungsberichte, 1901, p. 584. 
nota 3; Hirschfeld, Kaiserl. Verivaltungsbeamten* p. 348; Magie, de Romanorum : iuris p. sacrique 
vocabulis, pp. 104, 105. 

( 5 ) Di un epigrafe latina scoperta vi Egitto dal viaggiatore, G. B. Befconi e in occasione 
di essa dei prefetti di quella provincia da Ottaviano Augusto a Caracalla, Milano, MDCCCXXVT. 

('■) I prefetti di Egitto da Augusto a Caracalla, conosciuti dal Labus, erano 56; ora sono 7' 



— 50 — 

anni ; le difficoltà, la lunghezza delle ricerche e il ginepraio delle controversie crono- 
logiche che si addensano intorno ai prefetti di Egitto, erano tali da togliermi talvolta 
la speranza di condurlo a termine se non mi avesse sorretto il pensiero che il nome 
italiano continuasse a figurare col mio modesto lavoro in questo campo di ricerche 
spinose e difficili, sagacemente iniziate dal Lahus. — Il lavoro è diviso in due parti : 
la prima che si pubblica ora, contiene la serie dei prefetti dal regno di Ottaviano 
Augusto a quello di Diocleziano (a. 30 av. Cr. - a. D. 288); la seconda che seguirà 
in breve tempo alla prima, ne conterrà la continuazione dal regno di Diocleziano 
sino alla vittoria degli Arabi (a. D. 288-642) che pose termine alla prefettura di 
Egitto. Per ogni prefetto, oltre le fonti e gli studi moderni, saranno indicati gli 
avvenimenti conosciuti della sua amministrazione e discusse le eventuali e relative 
controversie, in modo che il lettore possa conoscere esattamente, come si suol dire, 
lo stato della questione ('). La mia serie non pretende di essere completa, perchè nel 
momento in cui si pubblica può essere scoperto o pubblicato qualche nuovo documento 
che ci riveli un prefetto sin qui non conosciuto. Nelle mie ricerche mi sono giovato spe- 
cialmente dei lavori di P. Meyer, di Seymour De Ricci, di A. Stein che saranno 
più innanzi indicati e della eccellente ' Prosopographia Iraperii Romani ' (Prosop.) del 
Klebs, del Dessau e del v. Rohden che dovrei citare ad ogni momento, ma che, per 
brevità, citerò soltanto nei punti dubbi o controversi. E qui ponendo fine a queste 
osservazioni preliminari, mi sia lecito di ringraziare pubblicamente l'illustre prof. 
G. Vitelli che con molta liberalità mise a mia disposizione i fogli di stampa dei 
Papiri Fiorentini nei quali occorrono nomi di taluni prefetti ; il signor Seymour De 
Ricci che mi fu largo di utili indicazioni ; il eh. prof. A. Stein e l'amico mio profes- 
sore Ch. Hiilsen che vollero, con squisita gentilezza, rivedere le bozze di stampa del 
mio lavoro, postillandole di preziose e sagaci osservazioni. 

Ed ora, prima di dar principio alla nostra serie, è necessario esaminare rapida- 
mente le liste dei prefetti che 1' hanno preceduta. 

Della serie del Labus, ho già accennato più sopra i pregi e i difetti, ma qui 
ne devo difendere, cosa singolare, la paternità, contro i dubbi sollevati dal Mommsen 
e dal De Ricci ( 2 ) che ne vogliono invece autore il Borghesi. La mia dimostrazione 
sarà assai semplice e breve; io non farò altro che riferire contro quei dubbi, la te- 
stimonianza del Labus e dello stesso Borghesi. Il primo, nella prefazione alla serie 
predetta, scrive così: « quindici di questi prefetti notati furono dal ch. Letronne; 
non pochi altri furono scoperti da me sui marmi e nei libri; ma li più debboli al 
ch. amico Borghesi, che porger mi volle cortesemente la mano, e mi confortò a dar 

(') Alla fine di tutta la serie indicheremo i principali frammenti epigrafici e papiracei che 
contengono menzione di prefetti, senza il nome. 

( a ) Il Mommsen nel suo studio sopra Plinio il giovane {Etnie sur le Pline le Jeune, trad. 
Morel, p. 26, n. 1 = Hermes, III, p. 54, n. 1), a proposito di un prefetto di Egitto, cita così il 
lavoro del Labus « Labus (ep. latina del Belzoni, p. 98) ou plutot Borghesi pense que c'est le 
Pompeius Pianta etc. » e nel C- I. L-, III, 24, nota 4, dice così: « simivm traditili - , qnod emendavit 
Labus sive Borghesius, Epigr. scop. in Egitto, p. ili ». Seymour De Ricci poi (Revue des 
Et. Grecques, 1902, p. 420) è più esplicito: « l'honneur d'avoir le premier établi la succession des 
préfets d'Auguste à Septime Sevère, revient à Borghesi, dont le travail fut publié par Giovanni 
Labus dans une brochure intitulée Di un'epigrafe latina etc.)». 



— 51 — 

fuori questa fatica, affermandomi, essere dell' onore italiano, che poiché gii an- 
tiquari delle altre nazioni sono tutti rivolli alla illustrazione delle cose egiziane, 
anche fra noi alcuno sorga a mostrare non esserci ramo di erudizione archeologica 
in cui non amiamo di esercitarci. Il valentuomo, che da più anni è inteso a racco- 
gliere le iscrizioni ipatiche, ed a riordinare i fasti consolari, onde a buon diritto 
fu appellato principe dei cronografi, tanto più voloutieri, per favorirmi, spogliò le sue 
schede, quanto che i prefetti d' Egitto quasi mai giunsero a stringere i fasci ; onde 
non sono persone di cui egli abbia a trattare. Bramava però che ne conducessi la 
serie sino all' invasione de' Saraceni in cui tini quest' ufficio, o per lo meno sino 
all' impero di Costantino ; ma sebbene io tenga in serbo assai cose anche a quest' uopo, 
il breve tempo concedutomi dalle attuali mie occupazioni non vuole che proceda più 
innanzi » (p. 50-51) e più oltre (p. 143) dovendo citare un frammento inedito rife- 
ribile ad un ignoto prefetto di Egitto e contenuto in un codice vaticano, (C. VI, 16 lo) 
scrive: «ne debbo l'apografo al comune amico Borghesi". 11 Borghesi, poi, nella 
lettera del 2 luglio 1850 diretta al Labus (Oeuvres, Vili, p. 242) scrive queste 
parole : « veramente sarebbe desiderabile che applicaste l' animo ad una nuova edi- 
zione della vostra serie di quei prefetti [d'Egitto] attesoché la prima, a 
motivo della quantità delle scoperte posteriori, rimane ora quasi inutile ». Or bene, 
da queste due sole testimonianze, risulta chiaramente dimostrato che il Borghesi si 
limitò a comunicare al Labus le sue schede; che la serie dei prefetti di Egitto è lavoro 
originale dell' insigne archeologo bresciano, e che il volerne attribuire invece la pater- 
nità, come fanno il Mommsen e il De Ricci, al Borghesi, sarebbe cosa ingiusta e 
contraria al suum cuique tribuere ('). Ed ora veniamo alle altre liste. 

Ma per renderne più chiaro l'esame le divideremo in due categorie: I. Liste 
generali, IL Liste parziali. 



I. Liste generali. 

1. G. Franz, Corpus Inscriptionum Graecarum di A. Boeckh, III, pp. 310-323. 
G. Franz (1804-1851) che dall'Accademia di Berlino ebbe l'incarico di continuare 
la pubblicazione delle iscrizioni greche raccolte dal Boeckh, nei prolegomeni ai titoli 
egiziani, enumera i prefetti di Egitto dall' anno 30 av. Cr. all' a. D. 302 (prima 
lista: pp. 310-323) e gli Augustali dall'a. 354 all' a. 435 (seconda lista: p. 323). 
Il Franz, nella prima lista si giova della serie del Labus, di quella proposta dal 
Varges, de statu Aegypti provinciae romanae, (Goettingen, 1842) che non conosco, e 
delle ricerche del Letronne delle quali diremo appresso; nella seconda lista, ripro- 
duce, in sostanza, quella che trovasi nel Codice Teodosiano del Gotofredo. 

(') L'illustre archeologo francese A. Héron de Villefosse, uno degli editori delle opere del 
Borghesi, al quale mi sono rivolto per conoscere, se era possibile, la fonte o l' origine del giudizio 
pronunziato dal Mommsen sull'operetta del Labus, mi rispose gentilmente così: « Je crois que 
Mommsen a écrit sa phrase d'après ce que dit Labus lui-mème. La piume de Mommsen a dù 
dépasser sa pensée »; convenendo pienamente con me che sarebbe ingiusto di rifiutare al Labus la 
paternità del suo lavoro. 



— 52 - 

2. De Vit, O/iomasticon, I (1867), p. 92. La lista dei prefetti va dall' a. 30 
all' a. 302 ; quella degli Augustali dall' a. 354 fin dopo 1' a. 453. Dipende dal Franz, 
ma si giova dei lavori speciali del Borghesi e del Letronne. 

3. E. De Ruggiero, Dizionario epigrafico, I (1886), pp. 279-280; 287. Nell'ar- 
ticolo eccellente di questo Dizionario siili' Egitto, il dottissimo professore dell' Uni- 
versità romana inserisce una lista alfabetica dei prefetti e degli Augustali, nella 
quale tiene conto delle liste precedenti e cita le fonti relative ad ogni singolo prefetto. 

4. G. Botti, Notice des monumenls exposés au musée grèco-romain d' Alexandrie, 
Alexandrie, 1893, pp. xxi-xxvi. Il De Ricci (Rev. des Études grecques, 1902, 
p. 420 e seg.) da cui tolgo la notizia di questa lista, dice che è stabilita scientifi- 
camente. 

5. J. Grafton Milne, A history of Egypt under roman rule (London, 1898). 
La seconda appendice (pp. 176-181) a quest'opera, contiene una lista dei prefetti 
di Egitto dall' a. 30 av. Cr. fino all' a. 639 ; con la citazione in margine delle fonti 
relative ad ogni prefetto; la lista però presenta molte lacune nel periodo dopo Dio- 
cleziano perchè non tien conto dei documenti atanasiani di cui diremo appresso. 

6. P. Meyer, Das Heerwesen der Plolemàer uni Ròmer in Aegypten, Leipzig, 
1900, pp. 145-147; 228-229. P. Meyer, imo dei più dotti conoscitori dell'Egitto 
al tempo dei Tolomei e dei Romani, giovandosi delle numerose scoperte papirologiche 
che tanto hanno giovato alla serie dei nostri prefetti, pubblicava due studi impor- 
tanti, l'uno nell'Hermes del 1897, voi. 32, pp. 210-234, l'altro nell'Hermes del 1898, 
voi. 33, pp. 262-274, che, pieni di sagaci osservazioni, formano la base della lista 
pubblicata nel libro citato Heerwesen che va dalle origine della prefettura fino a 
Diocleziano, e alla quale l'autore porta alcune modificazioni ed aggiunte in una breve 
nota (Praefecti Aegypti unter Commodus) inserita nei Beitràge zur alien Geschichle, 
I (1902), pp. 477-478. I lavori di P. Meyer sono indispensabili per chi si proponga 
uno studio speciale sul nostro tema. 

7. A. Stein non ha pubblicato una vera e propria lista dei prefetti di Egitto, ma 
i suoi studi intorno a molti di essi, editi 1' uno {Praefecti Aegypt') nell' Hermes, 32 
(1897), pp. 663-667; gli altri nei Beiblatt der Jahreshefte des óslerr. Arch. Inst. 
in Wien, II, (1899), col. 107-108; III, (1900), col. 209-212; 222; cf. anche Hermes, 
34 (1899), pp. 528-530, sono così sagaci, colgono quasi sempre nel segno, che non 
possono non esser qui citati particolarmente per la loro capitale importanza. Lo Stein 
è autore in grandissima parte anche degli articoli pubblicati sui nostri prefetti nella 
Enciclopedia Reale del Pauly-Wissowa, che citeremo a tempo e a luogo. 

8. Seymour De Ricci, The Praefects of Egypt, I, II (Proceedings of the Society 
of Biblical Archaeology, XXII [1900], pp. 372-374; ibid.. XXIV [1902], pp. 56-67; 
97-107). La lista del De Ricci va dall'origine sino alla fine della prefettura; le 
fonti e i lavori moderni vi sono citati con mirabile diligenza ; dimodoché essa presenta 

fino al 1902 lo stato della scienza sul nostro tema. Gli altri lavori del De Ricci 
sui prefetti saranno citati a tempo e a luogo. 

9. Lady M. of Amherst of Hackney, A sketch of Egyptian History (Londra 
1904). La lista dei prefetti che si trova nell'appendice (pp. 422-425) riproduce, con 
poche modificazioni, quello di S. De Ricci, citato al numero precedente. 



— 53 — 



II. Liste parziali. 



1. Nella edizione del Codice Teodosiano di Giacomo Gotofredo (1587-1652) vi 
è una lista dei prefetti di Egitto citati nel Codice stesso dall' a. 354 all' a. 435 
(voi. VI, 2, p. 334, Lugduni 1665). Questa è la prima lista conosciuta dei nostri 
prefetti limitata però al periodo indicato. L' indiculus è riprodotto nella nuova edi- 
zione del Codice Teodosiano curata da T. Mommsen (Berol., 1904) I, p. cxcv. 

2. Nel Glossarium medicee et inftmae lalinitatis del Du Cange (C. du Fresne), 
pubblicato nel 1678 (v. la nuova edizione Favre, I [1883], p. 477) trovasi la lista 
degli Augustali (s. v.), fatti cominciare con Artemio al tempo di Costantino, mentre, 
il primo prefetto di Egitto che portò il titolo di Augustalis, fu, come vedremo a suo 
tempo, Taziano, nel 367. La lista giunge fino al regno di Eraclio (610-641). 

3. J. A. Letronne, Recueil des Inscriptions Grecques et Lalines de l'Égypte, I 
(1842), pp. 234-238, stabilisce la serie dei prefetti di Egitto sotto Tiberio, ma le 
ulteriori scoperte archeologiche modificarono i risultati a cui era giunto quest' insigne 
erudito. Di lui citiamo qui anche le Recherches pour servir à l'histoire de l'Égypte, 
Paris 1823 e la recensione sulla serie del Labus che trovasi nelle sue Oeuvres 
Choisies, I, pp. 470-477. 11 Letronne è molto benemerito degli studi intorno ai 
prefetti, ma ormai la scienza ha fatto tali progressi in questo tema, che le sue con- 
clusioni non possono, come vedremo, essere nella massima parte accettate. 

4. Carlo Wescher, in un buon articolo pubblicato nel Ballettino dell' Istituto 
Archeologico Germanico, 1866, pp. 54-56, studia la serie dei prefetti sotto Augusto; 
la lista del Wescher è riprodotta con alcune modificazioni dal Gardthausen, Augustus 
und scine Zeit, II, 2 (1896), pp. 447-448. — Sui primi prefetti sono importanti 
anche le osservazioni di T. Mommsen, Res Gestae divi Augusti 2 , pp. 106 e seg. 

5. G. Sievers, Eialeilung sur vita acephala Athanasii (Zeitschrift fùr histo- 
rische Theologie, 38 [1868] pp. 89-162; Das Leben des Libanius (Berlin, 1868), 
appendice U, pp. 254-256, stabilisce la serie dei prefetti di Egitto dal 328 al 373. 
Sulla Vita acephala v. più sotto al numero 11. 

6. I. Jung, nel suo eccellente scritto sui pubblici ufficiali romani in Egitto 
(Wiener Studien, XIV (1892), p. 234, studia la successione di alcuni prefetti da 
G. Tettius Africanus fino a Dassaeus Rufus. 

7. A. Simaika, Essai sur la province Romaine d'Égypte (Paris, 1892), 
pp. 108-109, riproduce la lista dei prefetti del Franz con qualche aggiunta. 

8. G. Rauschen, Jahrbiìcher der christlichen Kirche unler dem Kaiser Theo- 
dosius dem Grossen (Freiburg i. B. 1897). Fra i funzionari imperiali del periodo 
378-395 sono indicati i prefetti Augustali di Egitto. 

9. Carlo Schmidt, in appendice al suo studio sopra Pietro vescovo martire di 
Alessandria (Texte u. Unters. sur Gesch. der altchr. Lileratur N. F. V [1901] 4, 
pp. 47-50), tratta dei due prefetti (cioè Clodio Culciano e Ierocle) che governarono 
l'Egitto durante la persecuzione di Diocleziano. 



— 54 — 

10. A. Bauer, ha di recente pubblicato insieme con Giuseppe Strzygowski nei 
Denkschriften der Wiener Akad. phil. hist. Masse, Bd. LI [1906], pp. 2-204, 
i frammenti di un papiro greco appartenente alla collezione di un egittologo russo, il 
sig. Goleniscev. Questo papiro che rimonta al principio del secolo quinto, contiene 
una cronaca greca universale il cui autore anonimo apparteneva a quella famiglia di 
monaci alessandrini, i quali, come Panodoro ed Anniano, compilarono cronache uni- 
versali sul principio del secolo quinto. Del testo papiraceo tratta diffusamente il Bauer, 
delle miniature che 1' accompagnano lo Strzygowski. La pagina sesta del papiro con- 
tiene la cronaca degli avvenimenti dall' anno 383 all' anno 392, con l' indicazione dei 
consoli e dei prefetti Augustali per ciascun anno. Il così detto Barbaro di Scali- 
gero, cioè la traduzione latina, composta nell' età merovingia, di una cronaca greca 
universale alessandrina, ha molti punti di contatto con la cronaca del papiro Gole- 
niscev, ma di queste relazioni tratteremo nella seconda parte della nostra serie. Qui 
basti il dire che la lista dei prefetti Augustali del nostro papiro è più esatta di 
quella che si ricava dalle costituzioni del codice Teodosiano e serve anzi a porne in 
evidenza gli errori. La lista dei prefetti Augustali del papiro Goleniscev era stata 
pubblicata dal Bauer nei Wiener Studien XXIV [1902], pp. 347-351, ma, nei Denk- 
schriften, V autore giunge in taluni punti a resultati diversi. 

11. E. Schwartz, Zar Geschichte des Alhanasius (Gòttingische Nachrichten, 1904, 
pp. 334-356). In questo studio eccellente sopra l' insigne vescovo di Alessandria, lo 
Schwartz esamina due importanti documenti atanasiani: l'indice analitico delle lettere 
festali (sTTiffTolaì èoQTaùtixaì) di S. Atanasio dall' a. 328 al 373 (i Regalata, come 
lo Schwartz chiama cotesto indice) e le soprascritte di quindici di quelle lettere corri- 
spondenti agli anni 329-349. È noto che di quei documenti non possediamo il testo ori- 
ginale (pochi frammenti rimangono delle lettere), ma una versione siriaca rinvenuta 
nel 1847 dal Cureton in un codice del secolo ottavo appartenente al Museo Britan- 
nico, e da lui pubblicata nel 1848. Di codesta raccolta siriaca esistono una versione 
latina nella Nova Patrum Bibliotheca del cardinale Mai, VI, 1-168, riprodotta nel 
tomo XXVI della Patrologia graeca del Migne, pp. 1351-1444; e una versione 
tedesca pubblicata dal Larsow nel 1852. Ma ambedue queste versioni non sono buone; 
miserabili le chiama addirittura lo Schwartz, il quale osservando giustamente che 
le versioni siriache « aus dem Griechischen nicht in moderne Sprachen, sondern 
ins Griechische iibertragen werden mùssen » (p. 334, n. 2) e che soltanto così 
molti passi diventano intelligibili, ha fatta una retroversione dal siriaco in greco 
dei Kegàlaia e delle soprascritte delle lettere Atanasiane, i quali documenti ci 
danno, oltre i nomi dei consoli, la lista dei prefetti di Egitto, dall'anno 328 
all'anno 373. Delle differenze importanti nei rispetti cronologici che intercedono fra 
le soprascritte e i Regalata notate diligentemente dallo Schwartz e delle relazioni 
fra i Regalala e la Bistorta Athanasii chiamata volgarmente Eistoria Acephala dal 
suo primo editore Scipione Maffei (v. Pat. Graeca, XXVI, pp. 1443-1450) e ridotta 
a miglior lezione da Monsignor Batiffol {Eistoria acephala Arianorum) nelle Mè- 
langes de litter. et d'hist. religieuses, Paris, (1899), I, 99-108 tratteremo diffusa- 
mente nella introduzione alla seconda parte della nostra serie. 



— 55 — 

E ad essa diamo ora principio enumerando i prefetti per ordine cronologico, e 
distinguendo in corsivo e con un asterisco i nomi di quelli che debbono eliminarsi 
dalla serie prefettizia. 



1. C. Cornelius Gallus. (a. 30-27 av. Cr.) 

Strab., XVII, 1, 52, p. 819: ràXXog /nt'v ys KoQir'jXiog ò tcqwioc xaxacittt&slg 
erragxog vrjg %(oqag ino KaiGccqog x. t. X. ('). 

C. Ili, 141 47 5 (Philae): C. Cornelius C/i. f. Gallu[_s eq~\ues Romanus post 
rege\_s~] | a Caesare deivi f. devictos praefect[us Alex]andreae et Aegypti 
primus defection\_is~] \ Thebaidis intra dies XV, quibus hostem v[icit, bis a]cie 
Victor, V urbium expugnator: Bore[_se~]\os, Copti, Ceramices, Diospoleos Me- 
g\ales, Op~]hieu, ducibus earum defectionum inter[ce]\ptis, exercitu ultra Nili 
catarhacte\ji lransd~\ucto, in quem locum neque populo \ Romano, ncque regibus 
Aegypti \_arma ante s~\unt prolata, Thebaide communi omn\j]\um regum formidine 
subact\_a~\, leg[_a tisque re~\gis Aethiopum ad Philas auditis, eo\_qué~\ rege in tutelam 
recepto, tyrann\_o~\ Tr\_iacontas~\ choenundi (?) Aethiopiae constituto diesis'] \ patrieis 
et Nil[o adiutori d(onum) d(edit). Cf. Dittenberger, Orientis Graec. Inscr. Se- 
lectae, II, 654. 

C. Cornelio Gallo (*), nato da umil famiglia in Forum Iulii ( 3 ) nel 69 av. Cr., 
poeta lirico, cavaliere romano, amico di Ovidio e condiscepolo di Virgilio che gli 
dedicò l' egloga decima, fu il primo prefetto di Egitto. Ottaviano, costituita la regione 
a provincia nell' anno 30 av. Cr., gliene affidò il governo per i felici successi da lui 
riportati nella guerra alessandrina contro Antonio. Per la storia dell'amministrazione 
di Gallo nell' Egitto è importante documento la iscrizione trilingue (geroglifica, latina 
e greca) di Philae della quale abbiamo per brevità riprodotto soltanto il testo latino ( 4 ); 



(i) Cf. anche Suet., Aug. 66; Dio, LI, 17, 1; Eutrop., VII, 7; Euseb. (= S. Hieronym., Ckr.) 
1985, 1990; Fest., Brev. 13; Serv., Verg. ecl. X, 1; Synkell., I, 583, 10. 

( 2 ) In alcuni manoscritti di Eutropio lo si trova chiamato col prenome Gneo, ma il prenome 
Gaio è confermato oltre che dalla iscrizione di Philae, da un titolo urbano (C VI, 35033). Di 
Gallo ha scritto una buona biografia il Pascal (Rivista di Filologia, XVI, [1888], p. 399 e seg.); 
v. inoltre, Mommsen, Reden und Aufsàtze, p. 449 e seg.; Stein, s. v. nella Pauly-Wissowa, R. E., 
IV, p. 1342, n. 164; Klebs, Prosopographia, I, p. 448, n. Ili; De Vit, Onomasticon, II, 431 e le 
Storie della letteratura Romana del Teuffel, I 6 , § 232 e dello Schanz, IP, 1, pp. 139 e seg. 

( 3 ) E incerto quale delle città di questo nome abbia dato i natali a Gallo ; v. su questo punto 
Pascal, 1. e, p. 399, n. 1. 

( 4 ) Sulla iscrizione di Philae possediamo parecchi scritti; vedine l'indicazione in Stein, 1. e, 
pp. 1342-1343 e nel Bullelin épigr. de VÉgypte Romaine di Seymour De Ricci neWArchiv. fiir 
Papyrusforschung, II (1903), pp. 428-429, e nel commentario del Mommsen al quale rimandiamo per 
tutte le differenze intercedenti fra il testo greco e il testo latino, i cui supplementi, in gran parte 
accettati dal Mommsen, furono per la prima volta proposti da O. Hirschfeld, nei Beri. Sitzungs- 
berichte, I (1896), pp. 428-429. Fra gli studi speciali di cui mi sono servito, ricordo Serafino Ricci, 
Atti dell'Accademia delle scienze di Torino, 1895-96, p. 678 e seg., e Maspéro, Comptes Rendus 
de VAcadémie des Liscriptions et Belles-Lettres, 1896, pp. 107 e 111. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 8 



— 56 — 

essa, per il suo stile tronfio, conferma ciò che attesta Dione Cassio ('), vale a dire 
che Gallo, borioso e superbo, aveva fatto innalzare statue a sé medesimo per quasi 
tutto 1' Egitto e incidere, a ricordo delle sue gesta, ampollose iscrizioni sulle piramidi. 
Il monumento di Philae, dedicato da Cornelio Gallo alle divinità locali e al fiume 
Nilo, porta la data del 17 aprile 29 av. Cr. (cioè dell'anno primo in cui Augusto 
cominciò a regnare in Egitto) e segna la fine della spedizione militare che il prefetto 
intraprese per reprimere una rivolta scoppiata nella Tebaide per ragioni fiscali e 
della quale già avevamo notizia da Strabone e dalle altre fonti citate. La rivolta 
fu sedata in quindici giorni, secondo il nostro testo epigrafico ( 2 ) e Gallo espugnò cinque 
città della Tebaide : Boresis (il cui sito è ignoto) ; Coptos (Kuft) ; Ceramice (secondo 
il Maspéro, il villaggio tebano dei KeQctfisTa, o la città di Ballàt; Diospolis Magna, 
altro nome che aveva Tebe, e Ophiaeon, borgata di Tebe (Houli) della quale, come di 
Ceramice, è fatto cenno nei papiri e negli ostraka ( 3 ), e a cui allude, come ben nota 
il Mommsen, Eusebio, con le parole : Thebaica suburbia in Aegypto funditus eversa 
sunt (Arm. 1991) ( 4 ). Dopo questa vittoria, Gallo fece uccidere i capi della rivolta, 
e condusse il suo esercito oltre la prima cataratta, al di là di Philae. Le espressioni 
del monumento epigrafico relative alla cataratta che fino a quel tempo sarebbe rimasta 
inaccessibile ai Romani e ai re di Egitto ( 5 ), e alla Tebaide communis omnium regum 
formido, alludono, secondo il Maspéro, a dissidi dei Tolomei con i loro sudditi meri- 
dionali; la Tebaide sempre ribelle ai greci dominatori, aveva avuto i suoi Faraoni 
indigeni e in quel momento doveva dipendere dal re di Etiopia. Così intende il 
Maspéro; ad ogni modo (continua l'epigrafe ad informarci) Gallo ricevette in File 
l'ambasceria di quel re e fattogli accettare il protettorato imperiale, lo costituì 
principe vassallo di una regione dell' Etiopia che, nel nostro monumento, è chiamata 
col nome (la lettura però è incerta) di Triaeontaschoenundium (?) e di cui trovasi il 
ricordo anche in Tolomeo ( 6 ). Gallo invanì tanto per questi fortunati successi che 
osò non solo sparlare di Augusto suo benefattore, smodato com' era nella lingua, forse 
per abuso del vino ( 7 ), ma scrivere ancora contro la sua persona. Gli scritti furono 
naturalmente riferiti al principe, il quale, ob ingratum et malevolum animum, come 
dice Suetonio ( 8 ), e per le estorsioni di cui Gallo si sarebbe reso colpevole verso i 

('-) Dio, LUI, 23, 5. 

(*) ir /Spaisi, dice Strabone, I. e. 

( 3 ) Vedi i passi indicati dal Mommsen, 1. e. 

(*) Si disputa da alcuni se la spedizione contro Heroonpoli fatta da Gallo e di cui parla 
Strabone (1. e.) preceda o segua la spedizione celebrata nella epigrafe di Philae; ma a me poh par 
dubbio, dal contesto stesso del passo straboniano, che la spedizione contro Heroonpoli debba aver 
preceduto la aràaig èv xr) Brjpaìài,, i cui particolari sono appunto indicati nel nostro testo epigrafico. 

( 5 ) « Falso addit, nota il Mommsen, qui scripsit textum Latinum ne reges quidem Aegypti 
ultra pervenisse »; e difatti, già al tempo dei Tolomei erano state compiute spedizioni in Etiopia 
da Syene per lo meno sino a Meroe; cf. Lumbroso, L'Egitto dei Greci e dei Romani (2 -1 ediz.), 
p. 50; Serafino Ricci, 1. e, p. 682. 

( 6 ) I, 9, 9; IV, 7, 32. « Significato regio, dice il Mommsen, longe remota a Syene, ineipicns 
fortasse ab Hierasycamino ». Del Toiaxoviàoxmv g fa menzione anche un'altra lapide di Egitto 
(Dittenberger, I, 111 6 ). 

( 7 ) Cf. Ovid., Trist-, II, 446: sed linguam nimio non tenuisse mero; cf. Amor., Ili, 9, 63. 

( 8 ) Aug. 66. 



— 57 — 

popoli da lui amministrati ('), e per 1' amichevole accoglienza fatta al grammatico 
Cecilio Epirota che, fuggendo l' ira di Agrippa, presso lui erasi ricoverato ( 2 ), tolse al 
prefetto ogui favore. Accusato pubblicamente dal compagno ed amico Valerio Largo ( 3 ), 
Gallo venne rimosso dal governo di Egitto, espulso dall' ordine equestre ( 4 ), bandito 
dalla corte, dalle provincie imperiali ( 5 ), e con sentenza del Senato, che parve allo 
stesso Augusto eccessiva, condannato ad esulare da Roma e dall' Italia e ad aver con- 
fiscati tutti i suoi beni ( G ). Gallo non potendo sopravvivere a tanti mali, si uccise a 
soli quarantatre anni nel 26 av. Cr. ( 7 ). 

2. [C] Aelius Gallus. (a. 27-24 av. Cr.) 

Strab., II, 5, 12. p. 113: ois yovv ràXXog ènrjQ^s rìjg Aìyvnzov x. t. X. 
Dio Cass., LUI, 29, 3 : Aì'Xiog ràXXog ó %fjg Aìyvnxov aq^wv x. r. X. 

Il secondo prefetto di Egitto fu C. ( 8 ) Elio Gallo ( 9 ) amico di Strabone ( 10 ) che 

(') Amm. Marceli., XVII, 4. Si dice che avesse fatto speculazioni nell'industria della carta 
da lui chiamata Corneliana ; Isid., VI, 10, 5 = Suet. Rei. p. 132 Reifferscheid : Corneliana [carta] 
a Cornelio Gallo praefecto Acgypti primum confetta. Cfr. Wunsch, Charla (Pauly-Wissowa R. 
E. Ili, 2190). 

( 2 ) Suetonio [de gramm. 16) narra che Cecilio Epirota, liberto di Attico e precettore della 
figlia di lui Cecilia Attica, moglie di Agrippa, suspectus in ea et oh hoc remotus ad Cor- 
nelium Gallum se contulit vixitque una familiari ssime, quod ipsi Gallo inter gravissima crimina 
ah Augusto obiicitur. Sopra questo passo inteso diversamente da molti, cf. le mie osservazioni nel 
Bollettino di filologia classica, IV [1897], p. 110 e seg. e la mia monografia intorno a Cecilia 
Attica, Roma 1898. Certamente questo passo lascia comprendere che anche Agrippa deve aver avuto 
parte nella disgrazia di Gallo. 

(°) Non è improbabile che egli sia identico al poeta Largo che, secondo Ovidio (ex Pont. IV, 
16, 17), scrisse di Antenore. Il grammatico Apuleio nel piccolo libro de orthographia pubblicato 
dall' Osann (Darmstadt 1826) ne confermerebbe il gentilizio Valerio, poiché lo cita così: Valerius 
Largus in Antenoris erroribus (18); ma pur troppo quel trattato ortografico non può darci lume, 
poiché esso, come dimostrarono il Madvig (Opuscula, p. 1) e il Crusius {Philologus [1889], p. 434) è 
una falsificazione di Lodovico Ricchieri (Caelius Rhodiginus) professore in Ferrara dal 1508 al 1512. 

( 4 ) Lo desume sagacemente lo Stein (1. e, p. 1345) dalla parola i]U[j.w9t] di Dione Cassio. 

(*) Suet., Aug. 66: domo et provinciis suis interdixit. 

( 6 ) Suet., Aug. 66. 

( 7 ) Dio 53, 23, 5-7; Suet., Aug. 66; Hieronym., 1990; Serv. Verg., ecl. X, 1. Cf. Prosop. I, 449. 

( 8 ) Il prenome Gaio è attestato dal titolo attico (C. A. Ili, 577): ó (ffjfxos | Fàiov Jìkiov ràXXov ) 
ànsti]? ei'sxa. | — IlQaìirékrjg énoirjOEv, se pure al nostro prefetto si può attribuirlo, di che taluni 
dubitano. 

( 9 ) E questione dibattuta tra gli eruditi se l'immediato successore di Cornelio Gallo sia il 
nostro Elio o piuttosto C. Petronio. Della prima opinione sono fra i più recenti: il Mommsen 
(Res Gestae*, pp. 106-107); G. Schmidt (Philologus, 44, p. 462); il Gardthausen (Augustus, II, 2, 
p. 448) e lo Schurer, Gesch. des jùd. Volkes, I 3 , p. 367, n. 9), mentre seguono la seconda opinione, 
H. Kriiger, Ber Feldzug des Aelius Gallus, p. 49 ; H. Schiller, Gesch. der róm. Kaiserzeit, I, 198 e seg.; 
Grafton Milne, ffist. of Egypt,yy. 176, 217 e S. De Ricci, Proceedings, 1900, p. 375; 1902, p. 56. 
Alla questione danno motivo alcune discrepanze che s'incontrano nei tre scrittori principali che parlano 
di Elio Gallo e di Petronio, cioè, Dione Cassio, 53, 29; Strabone, 16, 22, p. 780; e Plinio, n. h. 4, 6, 
160, 181. Senza entrare qui in tutti i particolari della questione (assai bene riassunta dallo Schurer), 
mi limito a seguire, nel testo, l'opinione del Mommsen che reputo la più probabile, facendo miei 
altresì i resultati a cui è giunto lo Schmidt nell'ordinare la cronologia assai confusa del governo di 
Gallo e di Petronio. 

( ,0 ) Strabone, II, 5, 12, p. 118, lo chiama ài<i]o yikog fjfxlv xal éraÌQog. — G- Hertzberg (ed. 



— 58 — 

narra di essere andato a trovarlo in Egitto, sul principio del suo governo, cioè, verso 
la fine del 27 av. Cr., di aver visitato con lui il colosso di Meninone e di aver fatto 
insieme una escursione sul Nilo risalendo fino a Syene e ai confini di Etiopia ('). 
Intorno a quel tempo, il prefetto, per ordine di Angusto, allestì una spedizione mili- 
tare col fine di riconoscere le coste occidentali dell'Arabia e specialmente di conqui- 
stare la così detta Arabia Felice. Le forze di cui Gallo disponeva comprendevano: 
ottanta navi da guerra e centotrenta legni da trasporto; diecimila uomini, parte sol- 
dati della guarnigione romana in Egitto, parte ausiliari e fra questi un corpo di cinque- 
cento Giudei inviati dal re Erode e un corpo di mille Nabatei condotti da Silleo 
ministro del loro re Obodas. Ma la spedizione o per imperizia del prefetto Gallo, o 
per tradimento di Silleo, come racconta Strabone che ampiamente la descrive ( 2 ), 
riuscì vana e a Gallo convenne far ritorno in Alessandria, dopo aver perduta a 
cagione dei disagi e delle malattie indigene ( 3 ), una gran parte del suo esercito ( 4 ). 
Mentre le milizie di Egitto erano in gran parte occupate nell'Arabia, gli Etiopi, 
messi forse sull'avviso della spedizione che Augusto aveva ordinato a Gallo di intra- 
prendere, dopo quella Arabica, anche nel loro paese ( 5 ), sul finire dell'anno 26 av. Cr. ( 6 ) 
condotti dalla regina Candace (succeduta a quel re di cui trovammo il ricordo nella 
iscrizione di File poc' anzi esaminata), invasero la Tebaide, assalirono le tre coorti 
di presidio in Syene, occuparono oltre questa città anche Elefantina e File e fatti 
molti prigionieri, rovesciarono, come vincitori, le statue dell' imperatore. Ma Gaio 
Petronio (') che, nell' assenza del prefetto Gallo, aveva assunto interiualmente il 
governo della provincia ( s ) e data prova di grande energia nel reprimere un tumulto 



Propert., I, p. 21) citato dal Teuffel (Pauly' R. E., P, 337-338), reputa che il nostro Gallo sia 
l'amico di Properzio di cui il poeta fa spesso menzione nelle sue elegie. Gallo era padre adottivo 
di Seiano e forse fratello di Elia Galla, moglie probabilmente di C. Properzio Postumo che accom- 
pagnò Augusto nella spedizione contro i Parti (a. 21 av. Cr.) alla quale allude Properzio (III, 12). 
Cf. v. Rohden, s. v. in Pauly-Wissowa, R. E., I, 539, n. 173. 

(i) Strab., II, 5, 12. p. 118; XVII, 1, 816; per la data della visita di Strabone in Egitto, 
v. Schmidt, 1. e. 

(2) Strab., XVI, 4, 22, p. 780. Cf. Dio LUI, 29; Plin., h. n., VI, 28, 160; Ioseph., Ant., XV, 
9, 3; Res Gestae, V, 18-23. 

( 3 ) Vogliono alcuni (cf. Wellmann in Pauly-Wissowa, lì. E. I, 493) che il nostro prefetto s'inten- 
desse di medicina e guarisse le malattie dei suoi soldati con rimedi di cui fa cenno Galeno (XIII, 179); 
ma il M. Elio Gallo discepolo di Asclepiade del quale parla il medico greco sarà proprio identico 
al nostro Gallo? Io ne dubito. 

( 4 ) La spedizione di Elio Gallo, secondo i calcoli dello Schmidt (1. e, pp. 465, 468), fu pre- 
parata sul finire del 26 av. Cr., ebbe principio nel 25 e termine nel marzo 24 av. Cr. 

( 5 ) Strab. XVI, 4, 22, 780: xoxìiov [J'ihov ràXì.ov] <P enepipEf ó Sfittato; Kcùaag Jiansooaaó- 
fxevov xfày èSvav xal iG)v xóniov xovitav re xal xOv AtòiomxQv. Cf. Schmidt, 1. e, p. 467. 

( 6 j Cf. Schmidt, 1. e, p. 467. 

( 7 ) C(aius) lo chiama Dione Cassio, LIV, 5, 4; P(ublius) lo chiama Plinio, n. h., VI, 181; 
Cf. Prosopogr. Ili, 25, n. 196. 

( 8 ) Glie Petronio fosse allora semplicemente vice prefetto, ben vide per primo l'Haakh, s. v. 
in Pauly, R. E. V, 1405, e con lui consentono lo Schmidt, 1. e, p. 468 e lo Schiirer, op. cit., P, 
367, n. 9. 



— 59 — 

di Alessandrini ( 1 ), con meno di diecimila fanti e con ottocento cavalieri ( 2 ). marciò contro 
i nemici che erano in numero di trentamila, li costrinse a ritirarsi in Pselki (Dakke), 
città dell' Etiopia ove li sconfisse e li mise in fuga. Espugnata poi la loro cittadella 
di Premis (I brini), marciò contro Napata, capitale del regno di Candace, e la distrusse 
facendone prigionieri gli abitanti. Fortificata dipoi Premis e lasciatovi un presidio di 
quattrocento uomini, fece ritorno ad Alessandria e colà giunto mandò mille dei pri- 
gionieri ad Augusto appena tornato dalla guerra Cantabrica. Per questi felici suc- 
cessi riportati sugli Etiopi, Petronio fu di li a poco nominato prefetto di Egitto in 
luogo di Gallo che così mala prova di sé aveva data nella spedizione arabica ( 3 ). 



3. C. Petronilla. (a. 24 av. Cr.) 

Dio, LIV, 5, 4: ràiov IIsxoùìviov ròv jr>g Alyvnxov a^ypvca x. r. X. 

Di C. Petronio che, come si è visto, successe a Gallo nella seconda metà del 24 av. Cr. 
poche notizie tramandarono le fonti. Sappiamo soltanto che vincoli di parentela lo 
legavano a C. Petronio Timbrino, uno dei curatores locorum publicorum iudicandorum 
dei quali fa menzione una lapide urbana (C. VI, 1266); pare anzi che egli ne sia 
stato il padre o l' avo ( 4 ). Assunta la prefettura di Egitto, Petronio fu costretto di 
nuovo a muovere contro la regina Candace la quale, con forte esercito, aveva tentato 
di assalire il presidio di Premis ; ma il prefetto accorse in aiuto dei suoi e costrìnse 
la regina a chieder pace ad Augusto. Questa nuova spedizione ebbe principio sul 
finire dell'anno 24 e terminò nel 22 av. Cr. L'ambasceria Etiopica fu mandata a 
Samo, ove Augusto trovavasi a svernare prima di recarsi nell'Asia, l'anno seguente ; 
e l' imperatore non solo concesse la pace richiesta, ma condonò anche agli Etiopi il 
tributo a cui erano stati assoggettati. 

L'amministrazione di Petronio fu benefica per l'Egitto; difatti, poiché la coltura 
del grano dipende dall' inondazione del Nilo, e negli anni precedenti, il pieno raccolto 

(') Il tumulto degli Alessandrini che in numero grandissimo assalirono Petronio con pietre 
e furono (da lui che ne sostenne vigorosamente l'impeto con pochi soldati), taluni uccisi, altri 
costretti a sottomettersi, è narrato da Strabone, XVII, p. 819. Quanto alla data del tumulto, a me 
pare che, nel testo di Strabone, Petronio non essendo chiamato 'énaQ%og, le parole aìroìg iolg nsgl 
éaviòi' oTQctTKiìrat? àvréa/e rendano molto probabile la congettura che il tumulto sia avvenuto quando 
Petronio era vice prefetto e il presidio romano assottigliato dai distaccamenti condotti da Gallo 
in Arabia. 

( 2 ) Poiché Gallo aveva preso con sé circa 8500 uomini del presidio d'Egitto che ammontava 
a circa ventimila uomini (v. Mommsen, Provincie Romane, p. 579), Petronio, secondo una conget- 
tura dello Schmidt (1. e, p. 4G8), deve aver lasciato circa 1500 uomini a difesa di Alessandria e 
di altri punti importanti. 

( 3 ) Cf. Strabone, XVII, p. 820; Plin., n. L, VI, 181. Secondo lo Schmidt (1. e, p. 468) 
Petronio deve aver fatto ritorno in Alessandria contemporaneamente a Gallo e forse anche un po' 
prima ; certo è che, nella seconda meta del 24 av. Cr., egli lo sostituì nella prefettura di Egitto. — 
Un argomento di non poco rilievo che si può addurre contro coloro che vogliono Gallo successore 
di Petronio nel governo di Egitto è questo, che sarebbe stato assai strano che Augusto avesse pre- 
miato Gallo per la sua impresa fallita di Arabia, nominandolo prefetto. 

( 4 ) Cf. Borghesi, Oeuvres, III, 364; Prosopographia, III, 25, n. 196. 



— 60 — 

aveva richiesto un livello del fiume di quattordici cubiti, mentre se rimaneva ad otto, era 
la carestia, così Petronio, con buone opere idrauliche, cioè, scavando nuovi canali ed 
espurgando i vecchi, ottenne un raccolto abbondante a dodici cubiti di livello del 
lì uiue e uno soddisfacente a soli otto ('). Petronio era amico anche del re Erode e 
Giuseppe Flavio (Antiq., XV, 9, 2) narra che, verso la fine del 24 av. Cr., quel re 
comprò grano da Petronio in occasione di una carestia che tormentava allora la Pa- 
lestina ( 2 ). Quando ebbe fine la prefettura di Petronio? Non è possibile stabilirlo, 
perchè è un errore il credere, come ora vedremo, che di lui fosse immediato succes- 
sore Rubrio Barbaro ( 3 ). La /TsTOboriavr) ovaia menzionata in un papiro dell'a. 60 |61 
come appartenente a Nerone (B. G. U. 650 ; cfr. il 599), deve essere stata prima pro- 
prietà del nostro Petronio. Cfr. Rostowzew, Philologus 57, p. 565; Hirschfeld, Bei- 
tràge II, 294. 

4. P. Rubrius Barbarus. (a. 13-12 av. Cr.) 

C. Ili, 6588 = Dittenberger, II, 656 (Alexandrea) : Lir'j KaiaaQ\_o]g | BaqftaQoq 
àvé&rjxs | àqxitsxTovovvToc, \ HovtCov — a\ji\no XVIII Caesaris \ Barbarus prae- 
f(ectus) Aegypti posuit \ architectante Ponilo. 

Dittenberger, II, 657 (Philae): Avtoxqccioqi KaiGaoi SsfiartTìbi goìiTjqi xaì sùsq- 
yérì] L ir] \ ini IlonXiov 'Pofiqiov BaQfiàqov. 

Il primo editore della lapide bilingue di Alessandria ( 4 ) ne aveva letta la data 
così: L ì] = a. Vili, dimodoché essa avrebbe dovuto ascriversi all'anno ottavo del 
regno di Augusto in Egitto corrispondente al periodo 29 agosto a. 23 — 28 agosto a. 22 
av. Cr. e quindi Barbaro sarebbe succeduto a Petronio nel governo della provincia 
nel 22 av. Cr. ( 5 ) ; ma, come provò per primo il Merriam ( 6 ) in una migliore lettura 
della lapide, questa fu incisa invece nell' anno decimottavo del regno di Augusto 
(Lifj = a. XVIII), cioè a dire fra il 29 agosto dell'a. 13 e il 28 agosto dell'a. 12 av. Cr., 
secondo il testo su riprodotto dal Corpus, la qual data corrisponde quindi perfetta- 
mente a quella della iscrizione di File sopra citata. Perciò Barbaro governò l'Egitto 
negli anni 13 e 12 av. Cr., circa dieci anni dopo Petronio e in questo intervallo 
di tempo parecchi altri prefetti dei quali non giunse fino a noi il nome possono 
aver amministrata la provincia. Al nostro prefetto, i cui nomi completi son dati dalla 
iscrizione di File, si riferisce anche il titolo di Casino (C. X, 5169): imp. Caesari 
divi f. Augusto, cos. XI, imp. VII... tribunic. potesta\_te~\, P. Rubrius M. f. 
Mae(cia) Barba\rus~\, come ben dimostrò il Klein ( 7 ) e che sembra debba ascriversi 

(') Strab., XVII, p. 788; Mommsen, Provincie, pp. 561-562. 

( 2 ) Cf. Schiirer, op. cit., P, 367. 

( :! ) L'iscrizione Orelliana 523 (= G. Ili, 45) non si riferisce al nostro Petronio come erro- 
mente credeva l'Haakh, 1. e, p. 1401. 

(') Neroutsos noi Bull, de corr. hellénique, I (1887), p. 377; II (1878), p. 175; cf. Eph. Ep., 
IV, n. 34. 

( 5 ) Klein, Rh. Museum XXXV (1880), p. 634 e seg. 

(°) The Greek and Latin Inscriptions on the obelisk crab in the Metr. Museum, New York, 
New York, 1883, p. 7 e seg. 

(') L. e, p. 635. 



— 01 — 

all' a. 23 av. Cr. ed essere anteriore quindi all'andata di Rubrio Barbaro in Egitto. 
Dal titolo Casinate si può dedurre che il nostro prefetto fosse di Casinum, della qual 
città era oriundo anche quel L. Rubrio che fece erede M. Antonio il triumviro ('), 
e probabilmente figlio di M. Rubrio che militò con Catone Uticensc nell'Africa nel 
40 av. Cr. ( 2 ). Della sua amministrazione in Egitto altro non sappiamo die quello 
che attesta la lapide bilingue, vale a dire che egli fece trasportare ed erigere i due 
obelischi a cui si riferisce la lapide stessa, dinanzi il Caesareum di Alessandria, 
dall' architetto Ponzio che, secondo la bella congettura del Lumbroso ( 3 ) deve essere 
identico al nóvxiog 'AO-rjvaTog autore di una fontana scoperta in Roma nei giardini 
di Mecenate ( 4 ). 



5. C. T urrà n iu s. (a. 7-4 av. Cr.) 

Greek Papiri in the Brit. Mus., II, 104, p. 354: ratei TvQgavCoj x. t. X. 

Kaibel, Epigr. Graeca, 978 = (C. Gr. 4923 = add. ib., p. 1220 (Philae) : 
. . . xal /Jis'yav ex fxsyà[X(av~\ TovQoàviov, avóga óixctiov \ Aìyvnxm Tiactac (ftQTarov 
àysfxova . . . KatiXCov rov xal Nixavo^gog^, L KX KaiGagog | (Pccfieròìd- ip x. t. X. 

Co-mptes- Rendus de l'Acad. des Inscriptions, 1905, pp. 002-011 (Pelusium): vtcsq 
AvTOxoàtooog KafauQog 0sov vlov 2sfiao*Tov xal Atiovi'ag SefiaGrov (sic) . . . xal raion 
TovQQai t'ov sttccqxov Tifi Alyvmov . . . itovg xg KatGaocg, Tv§l iy . 

Si è disputato molto sulla data precisa della iscrizione di Philae, poiché gli 
apografi di essa presentavano varie letture ( 5 ), ma, il Puchstein ( G ) ha dimostrato che 
la lettura KI* = XXIII Caesaris A., è la sola giusta e quindi la iscrizione deve 
ascriversi all' a. 7/0 av. Cr. La iscrizione acquistata in Egitto dal signor Clédat 
(comunicata all'Accademia delle Iscrizioni dal Cagnat) rinvenuta in Mahemdiah e pro- 
veniente probabilmente dalle rovine dell' antica Pelusio e della quale è sopra tra- 
scritta una parte, attesta che Turranio governava l'Egitto il giorno 13 del mese di 
Tubi, dell'anno ventisei del regno di Augusto corrispondente all'8 gennaio dell'a. 4 av. C. 
Quindi i due monumenti epigrafici dimostrano che Turranio. successore di Rubrio 
Barbaro, rimase in carica almeno quattro anni, cioè dall' anno 7 all' anno 4 av. Cr. 
Diibitavasi da taluni se il nostro prefetto fosse identico al C. Turranio che, per 
due volte, l'ima nell'a. D. 14, l'altra nell'a. D. 48 amministrò l'annona ( 7 ), ma 



(') Cic, Phil, II, 16, 40. 

( a ) Plut., Cat. Min., 62. Cf. Klein, 1. e, p. 636. Si noti peraltro che Rubrio Barbaro è ascritto 
alla tribù Maecia, mentre quei di Casino erano ascritti invece alla Teretina. Cf. Kubitschek, Imperium 
Romanum, pp. 16-17. Alla famiglia del prefetto apparteneva forse Quinta Barbari filìa di cui era 
nutrix Rubria Ichmas (C, VI, 9245), cf. Prosopographia, III, 137, n. 92. 

( 3 ) Bull. d. Instituto, 1878, pp. 54-55. 

(«) C. L. Visconti, Bull, com., 1875, p. 120; Kaibel, Tnscr.'Gr., 1258. 

( 5 ) Vedile citate in Kaibel, Epigr. Graeca, 978. Cf. anche Franz, ad h. t. 

( G ) Epigrammata Graeca in Aegypto reperta, p. 56, n. 28. Anche il Wescher, Bull- d. Inst., 
1866, p. 53, aveva ben veduto la vera data della iscrizione. 

(') Hirschfeld, Annona (Philologus XXIX [1870], p. 27. Cf. Prosopographia, III, 344. 



— 62 — 

sopra questa identità ogni dubbio è ormai tolto dal citato papiro del Museo Bri- 
tannico che contiene una petizione indirizzata al nostro prefetto e che appunto gli 
attribuisce il prenome Gaio, proprio del prefetto dell' annona e che manca invece 
nella iscrizione di File e così pure dall' iscrizione di Mahemdiah che gli attribuisce 
parimenti il prenome Gaio. 



6. P. Octavius. (a. D. 1-3) 

C. ffr. 4715= Dittenberger, II, 659 = Wescher, 1. e, p. 52 (Tentyris): vnèg 
AvzoxoàtoQ\_o~\g KaiGaqog Qtov vlov Jibg y EX£vds\ L QÌ~\o\jr\ JSsficcGcov ènl UottXiov 
'Oxtocviov rjysfxóvog — szovg Xcc KaiGaoog, Qu>v3 &' ^sfiaGr^i. 

Brugsch, Geogr. Inschr., I, p. 137 = Lumbroso, Reeherches,]): 134, n. 1 (Arsinoe): 
vnèo AvioxgàioQog KaiGaqcg | 3-swv vlov Jibg 'EX&v&sqiov 2€^affr\ov TlonXiov 
'Oxtccviov bviog snl x\Tjg AìyvTixov ... — szovg Xp Kaiffagog fisyÌQ xi ('). 

Le due lapidi portano queste date: la prima è dell'anno 31 di Augusto corri- 
spondente al settembre a. D. 1 ; la seconda è dell' anno 32 di Augusto corrispon- 
dente al febbraio a. D. 3 ; per conseguenza P. Ottavio governò 1' Egitto come prefetto 
negli anni. D. 1-3. Come avvertono il Borghesi ( 2 ) e il Cavedoni ( 3 ) il nostro Ot- 
tavio non deve confondersi col suo omonimo, proconsole di Creta e della Cirenaica 
fra gli a. D. 14 e 29, di cui era invece probabilmente padre ( 4 ). 



7. C. Iulius Aquila. (a. D. 10-11.) 

C. Ili, 12046 (Alexandrea) : Imp(eralor) Caesar Divi f(ilius) Augusl(us) 
Pontif(ex) | Maximus, /lumen Sebaston a Schedia induxit \ quocl per se loto op- 
pido flueret praefect(o) Aegypti | C. Tulio Aquila anno XXXX Caesaris. 

Ios., Ani., XIX, 5, 2 : xad' bv xaiobi' AxvXag fjv sv 'AXs^avàgsia Tsltvti'fiuvxoz 
xov xwv ^IovSaCutv èdvào%ov tÒv 2s@ao'xbv (17) xsxwXvxtvca è&vccQ%ag yiyvsaOai. 

Il prefetto Aquila è ricordato in un editto dell' imperatore Claudio riprodotto 
da Giuseppe Flavio nelle sue « Antichità Giudaiche » al luogo citato e nel quale è 
detto che i diritti dei Giudei non furono mai messi in discussione neppure quando 
Aquila governava in Alessandria. La data precisa del suo governo e tutti i suoi 
nomi ci furono per la prima volta rivelati dalla iscrizione bilingue di Alessandria 
sopra trascritta nella parte latina. C. Giulio Aquila fu dunque prefetto di "Egitto 

(') Ho accettato per questa iscrizione il supplemento ènl tìjs AiyvnTov proposto dal Lumbroso 
per le ragioni da lui esposte nei Documenti Gr. del M. Egizio di Torino, p. 41, invece della lezione 
tTiiiQxnv ifjg Alyimxov non data come certa dal Brugsch; un'iscrizione inedita del Cairo che ricorda 
P. Ottavio è riprodotta da Seymour De Ricci nel suo Bulletin Epigraphique, 1. e. p. II, p. 431, 9*. 

( 2 ) Vedi nota seguente. 

( 3 ) Annotazioni al Corpus Iscriptionum Graecarum (articolo VII), p. 240; cf. Mommsen, 
C. III, 8. 

( 4 ) Cf. De Vit, Onomasticon, IV, 770 ; Prosop , IL 425. 



— 63 — 

nell'a. 40 del regno di Augusto, corrispondente al periodo 29 agosto a. D. 10, e 28 
agosto a. D. Ile sotto la sua amministrazione vennero compiute le opere idrau- 
liche di cui parla la lapide ('). Egli era probabilmente padre di C. Giulio Aquila 
cavaliere romano e procuratore del Ponto e della Bitinia nell' a. D. 58 ( 2 ). 

8. M. Magi us Maxi mus. (sotto Augusto) 

(iterum) 

C. IX, 1125 (Aeclanum): M. Magio M. f. Maximo | praef(ecto) Aegypti 
Tarraconenses. 

Phil., in Flacoum 10: rrjg yào rj/xsisQag yeoovrfiag, Tjv ó GwtÌjq xaì svsQyéxrjg 
2e(3a<Jiòg smfisXrjaojxtvrjV ròov 'Iovóaixàv elisio fistà trjv tov ysvccQxov TsXavxrjv 
olà tur 7iQÒg Mdyvov Màì-i/Liov svxoXwv, /xàXXovxa nàXiv èri Aìyvnxov xaì xTjg 

XOJQCig STnTQOTTSVSlV. 

Massimo è ricordato, col solo suo cognome, nel decreto di Capitone prefetto di 
Egitto nell' a. 9 di Claudio (= a. D. 49) conservatoci in una lapide dell' Oasi ( 3 ) e 
da Plinio il vecchio, secondo il quale, Massimo fece trasportare a Roma l'obelisco 
che Tolomeo Piladelfo aveva fatto erigere alla moglie Arsinoe ( 4 ). La data precisa 
della sua amministrazione non è conosciuta; dal passo di Filone, confrontato con 
quello di Giuseppe Flavio riprodotto più sopra al numero 7, si può soltanto dedurne 
che egli fu prefetto sotto Augusto e due volte {nàXiv), e la seconda volta, prese 
probabilmente il posto di Aquila. Il nostro Massimo, i cui nomi esatti fa conoscere 
la lapide di Eclano, (Filone per errore lo chiama Magnus) era nativo probabil- 
mente, come osservò già l' Hirschfeld ( 5 ), di quella città alla quale appartenne il 
celebre Minazio Magio. 

9. [L.?] Aemilius Rectus. (a. D. 14). 

Dio, LVI1, 10 : Al/xiXim yovv 'Prjxxbì . . . è x xrjg Alyvnxov rjg rjQ%£ x. x. X. 

A questo prefetto il Labus (op. cit., p. 64) dà il prenome di Marco fondandosi 
sopra una lapide di Carthago Nova ( 6 ) che ricorda un L. Aemilius M. f. M. n. Qair. 
Rectus, vivente al tempo di Adriano e che egli considera come nipote del nostro 
prefetto ; ma piuttosto è attribuibile a lui il prenome Lucio portato da un altro 
omonimo prefetto di Egitto (Dittenberger, 0. G- I., II, 663) al tempo di Claudio, 
di cui diremo più tardi, e secondo il Klebs (Prosop., I, p. 36, n. 273), figlio del 
nostro. Da Dione risulta che Emilio Retto governava l'Egitto nell'a. D. 14, inviato 
colà forse nell' ultimo anno del regno di Augusto ; e poiché il prefetto estorceva dagli 

(') Vedi le note del Mommsen, ad k. t.; cf. Eph. Ep., VII, pp. 448-450; cfr. anche Breccia 
(Bull, de la Soc. Arch. d'Alexandrie, 1905, 2 fase, pp. 60-62) che pubblica un nuovo esemplare 
della lapide alessandrina e la illustra. Cfr. Rev. Arch. 1905 2 , p. 191, n. 39. 

( 2 ) Vedi Mommsen, Eph. Ep., VII, p. 449. 

( 3 ) Dittenberger, II, 665, 1, 27. 

( 4 ) N. H., 9, 69. Il Labus (op. cit , p. 91) erroneamente lo ascrive ai tempi di Tito. 

( 5 ) Bull. d. Instituto, 1867, p. 100. 

( e ) C. II. 3423; cf. ib., 3424, 5941 (Asso). 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5*. 9 



— 64 — 

Egiziani maggior quantità di denaro di quella stabilita, Tiberio gli mandò un rescritto, 
divenuto poi proverbiale, con cui ordinavagli di tosare le sue pecore, ma di non scor- 
ticarle ('). Il Borghesi ( 2 ) sostiene Emilio Retto essere lo zio di Seneca che il filosofo 
romano, tacendone il nome, ricorda nel suo scritto ad lUlviam matrem de consolatione 
(cap. XIX), che governò 1' Egitto per sedici anni e che morì vittima di una tempesta 
di mare nel tornarsene a Roma o per esservi stato richiamato, o per aver compiuto il 
tempo della sua amministrazione. Emilio Retto, adunque, secondo il Borghesi, avrebbe 
amministrata la provincia, succedendo a P. Ottavio, dall'ottobre o novembre dell'a. 1, 
alla primavera dell'a. D. 17. Ma la congettura del Borghesi nella quale consentono 
taluni recenti scrittori ( 3 ), per quanto autorevole sia il suo autore, non è, come ho 
dimostrato altrove ( 4 ), punto sostenibile, prima di tutto, perchè dal rescritto di Tiberio 
di cui lo spirito è conservato in Dione, risulta evidente che Emilio Retto non seppe, 
durante il suo governo, cattivarsi l'affetto degli Egiziani, tutt' altro anzi ; mentre lo 
zio di Seneca, da quel che ne dice il filosofo nipote, nei suoi sedici anni di governo, 
deve aver retto assai bene la provincia, lasciando buon nome di sé presso i suoi 
amministrati. Se invece lo zio di Seneca fosse Emilio Retto, se egli avesse scorti- 
cati gli Egiziani con eccessivi balzelli, il suo nome di certo non sarebbe stato rispar- 
miato da quella provincia che Seneca chiama loquax et in contumelias praefectorum 
ingeniosa, in qua etiam qui vitaverunt culpam, non effagerv.nl infamiam (1. e). 
In secondo luogo Emilio Retto non può essere succeduto a P. Ottavio nell'a. D. 1, 
perchè Ottavio, come ora meglio apparisce, e come si è visto, era sempre in carica 
nell' a. 3 ; in terzo luogo finalmente il Borghesi, quando propose la sua congettura, 
non poteva sapere, come già osservò il Dessau ( 5 ), che negli anni D. 10-11 era pre- 
fetto Giulio Aquila, senza contare Magio Massimo che fu, per due volte, come si è 
visto, a capo della provincia sotto Augusto. Per tutte queste ragioni, adunque, Emilio 
Retto non può aver governato l'Egitto per sedici anni e quindi non è possibile 
riconoscere in lui lo zio di Seneca. 



10. L. Seius Strabo. (a. D. 15-16). 

Dio, LVII, 19, 5 : Aovxiog Aì'faog 2eiavóg, vlòg fxtv xov 2rQa(3wrog . . . XQÓvoì /.lèv 
rivi fisrà zov TiatQÒg ziòv óoQvepÓQWv fjQ^sr. insl de exai'vov sg tijv Aìyvmov nspup- 
ds'vTog fióvog tijv nqoGTaCiav avrwv £G% S x - x - ^- 

Plin., n. h., 36, 26, 197: remisit et Tiberius Caesar Heliopolitarum caeri- 
moniis reperlam in hereditate Sei ( 6 ), qui prae/ 'aerai Aegypto obsianam imaginem 
Menelai etc. 

(i) Dio 1. e; cf. Suet., Tib., 32; Oros. VII, 4; Ioann. Ant. fr. 79, § 2; Suid. s. v. Tipégii? gì. 2. 

( 2 ) Oeuvres, IV, 438 e seg. 

(3) Klebs, Prosop., I, 36, n. 272; v. Eohden, s. v. in Pauly-Wissowa, R. E., I, 582; S. De Ricci, 
Proceedings, 1900, p. 376, n. 10; Dittenberger, op. cit., II, 663 n. 

(") Bull. delVhtituto Arch. Germ. Sez. R., XIX [1904], pp. 15-22. 

(5) Prosop., III, 192, n 246; cf. Stein, s. v. in Pauly-Wissowa, R. E., suppl., e. 18. n. 124. 

( 6 ) Nei codd. eius; la correzione molta ingegnosa Sei è dell' Hirschfeld, Hermes, Vili, 473. 



— 65 - 

C XI, 7276 = Notizie degli scavi, 1908, p. 366; 1906, p. 89 (Volsinii): ... 
praefectus Aegy[pt]i | Terentia A. f. mater eiu\£\, Coseonia Lentuli Malug\_i- 
nensis /*.] Gallila uxor eius, ae[_dijìciis~\ | emptis et ad solum de[iecti$~\ \ balneum 
cum omn[i ornatu \ Vulsiniens]ibus ded\_erunt \ ob pubf\ica co\jnmoda~\. 

L. Seio Straberne ('), oriundo di Bolsena ( 2 ), princeps equestris ordinis, come 
lo chiama Velleio Patercolo (II, 127), fu padre di Seiano il celebre ministro di 
Tiberio. Era prefetto del pretorio alla morte di Augusto, nella qual dignità ebbe a 
collega il figlio Seiano fino all' a. 15 in cui venne nominato prefetto di Egitto, ove 
morì poco tempo dopo ( 3 ), lasciando erede in tutto o in parte, l' imperatore Tiberio, 
come attesta Plinio. Non deve credersi peraltro che la sua nomina a prefetto di 
Egitto sia stata una degradazione, poiché, come osserva 1' Hirschfeld ( 4 ), nei primordi 
dell' impero, non era la praefectura praetorii, ma bensì quella di Egitto, la più 
elevata dignità equestre. Dalla bella iscrizione di Bolsena su riprodotta e che a Seio 
Strabone ho attribuita altrove ( r '), apprendiamo che la madre di lui chiamavasi Te- 
rentia A(uli) f(ilia) ed era probabilmente sorella di A. Terentius A. f. Varrò Murena, 
console nell' a. 23 av. Cr. La moglie, poi, Coseonia Gallitta, figlia di Lentulo Malugi- 
nense, console nell' a. D. 10, era sorella di Q. Giunio Bleso, che pugnò nell'Africa 
contro Tacfarinata, poiché la madre di Gallitta, quando divenne moglie di Lentulo, 
deve essere stata vedova di un Giunio discendente da Q. Giunio senatore nel 70 av. Cr. 
ricordato da Cicerone (In Verr. I, 7), che, nella opinione probabile del Borghesi 
(Oeuvres, IV, 447), può considerasi come il capostipite dei Blesi ( r >). 



11. C. Galerius. (a. D. 16-31). 

C. Gr., 4711 (Athribì) : [_vnèg TiSsgiov] Kalaagoq 2efi«Grov — èrti ijysiLÓv^o^g 
r[_cei'^\ov r[a~]Xf[_Qi'ov — (è'iovg) & Ttjisgiov Kai0a[g^\og 2[_e~]iicc(fi;ov <Pa{isv\jà-9- . , . 

Plin., n. h. 19, 1, 3: ... in tantum, ut Galerius a (reto Siciliae Alexandriam 
seplimo die pervenerit, Balbillus sexlo J ambo prae fedi. 

(') Il prenome e il gentilizio del nostro prefetto sono forniti da una iscrizione urbana (C VI, 
9535) illustrata dal Borghesi, Oeuvres, IV, 435 e seg.; cf. anche C. V, 4716. 

( 2 ) Tacit., Ann., IV, 1. 

( 3 ) Secondo il Borghesi (1. e, IV, 442), Seio Strabone divenne prefetto di Egitto nella pri- 
mavera dell'a. D. 17, ma questa data non può ammettersi, poiché dipende dai sedici anni di 
governo erroneamente da lui attribuiti ad Emilio Retto. 

(*) L. e, p. 473. 

( 6 ) Bullettino Comunale, 1904, pp. 147-149. 

( 6 ) Modifico così la congettura proposta nel ricordato mio studio sulla iscrizione di Bolsena, 
e che chiarisce meglio la ipotesi del Borghesi. Il Cichorius (Hermes, 1904, pp. 461-471), in un 
pregevole studio pubblicato sull' iscrizione di Bolsena, giunge, indipendentemente da me, alle stesse 
mie conclusioni rispetto al prefetto di Egitto che egli pure pensa essere L. Seio Strabone e alla 
madre Terentia da lui pure considerata come sorella di Terenzio Varronc console nel 23 av. Cr., 
ma se ne discosta, rispetto a Coseonia Gallitta, moglie del prefetto, che, nel parer suo, sarebbe 
invece sorella di Lentulo Maluginense console nell' a. D. 10 e figlia di un Cn. Lentulo (Malugi- 
nense) a noi ignoto e, rispetto a Giunio Bleso che sarebbe non fratello, ma cognato di Coseonia, 
perchè marito di una sua sorella. 



— 66 — 

L' rjYffimv anonimo in Pap. Oxyr. II, 294, 14, 21 del 15 Choiak dell'anno nono 
di Tiberio (=11 dicembre a. D. 22), come mi fa osservare lo Stein, non può essere 
che Galerio. 

L' iscrizione di Athribis attesta che nell' anno nono di Tiberio (= a. D. 22) la 
prefettura di Egitto era occupata da C. Galeno, che, ^secondo Plinio seniore, fece il 
viaggio dallo stretto di Messina ad Alessandria in sette giorni. Come dimostrai 
nel mio studio citato (Bull, dell' I/istituto, 1904, pp. 21 e seg.) Galerio è lo zio di 
Seneca, che tenne 1' amministrazione di Egitto per sedici anno continui (per sederini 
annos . . . Aegyplum . . . optinuit : Senec, I. e.) ; e poiché non è necessario che i sedici 
anni siano stati completi, nulla vieta di supporre che Galerio, succedendo a Seio Strabone, 
abbia governato l'Egitto dall' a. 16 fino all' a. 31 in cui cedette il posto a Vitrasio 
Pollione, per far ritorno a Roma, come racconta Seneca, insieme con la moglie e il 
nipote, ma ove peraltro non giunse, essendo rimasto vittima di una tempesta di mare. 
La sua amministrazione fu buona; e a renderla buona contribuì molto la moglie di 
lui, della quale Seneca tesse un magnifico elogio nel passo più volte citato. La mia 
congettura che Galerio sia lo zio di Seneca non ha per sé una prova diretta, ma essa 
scaturisce logicamente dalla eliminazione della ipotesi del Borghesi e di quella del 
Lipsio accettata, come vedremo nel numero seguente, dal Letronne e da altri moderni; 
di più essa sola può spiegare le date a cui accennano gli altri due passi di Seneca 
relativi al soggiorno di lui nell'Egitto, Bp. t 49, 2: apud Sotionem philosophum 
puer sedi; ib. 108, 22: in primum Tiberii Caesaris principalum iuventae tempus 
inciderai, e che si riferiscono senza dubbio al periodo aa. D. 15-20. 



12. [C.?] Vitrasius Pollio. (a. D. 31-32). 

Dio, 58, 19, 30: xàv tovtù) Ovngaffiov IJcoXiwvog tov xT<g Aìyvmov agxovtog 
jiXevvrjGctvxog x. x. X. 

Il Lipsio ('), seguito dal Letronne ( 2 ) e da altri moderni ( 3 ) ravvisa in Vitrasio 
Pollione l'anonimo prefetto di Egitto zio di Seneca. Di lui veramente altro non sappiamo 
che quello che attesta Dione nel passo sopra citato, vale a dire che morì in carica 
l'anno 32, succedendo a Galerio del quale, l'anno prima, occupò senza dubbio il posto; 
ma il Letronne gli attribuiva una lapide greca del Louvre ( 4 ), e raffrontandola con quella 
di Athribis (C. Gr., 4711) relativa a Galerio e con la testimonianza di Dione ne 
deduceva Vitrasio Pollione essere stato due volte prefetto di Egitto, l'ima dall'a. 17 
al 20/21, l'altra dal 21 al 32 e queste due prefetture prese insieme formerebbero 
appunto i sedici anni di cui parla Seneca ( 5 ). Ma lasciando stare, come ben notava il 

(') L. Annaei Senecae opera a lusto Lipsio emendata (Antwerpiae, 1605), p. 89, n. 231. 
( 8 ) Inscr. de VÉgypte, I, 235. 

( 3 ) Gerz, L. Annaei Senecae dial. 1, p. 409, 7; Schanz, Ròm. Literaturg., II 3 287 ; Rossbach 
in Pauly-Wissowa, R. E., I, col. 2241; Grafton Milne, op. cit. p. 4. 

( 4 ) C. Gr., 4963= Fróhner, Inscr. grecques du Louvre, p. 219, n. 118. 

( 5 ) Il Letronne (Oeuvres choisies, I, 1, 474) suppose anche un tempo che, nel testo di Seneca, 
o per errore degli amanuensi, o per svista dell'autore stesso, fosse scritto sexdecim, invece di 
tredecim annos, ma questa è una supposizione gratuita. 



— 67 — 

Borghesi, che la permanenza di sedici anni si deve intendere continuata e non inter- 
rotta, l'opinione del Letronne fu dimostrata erronea, lo avvertiva di recente lo Stein (') 
da una migliore lettura della lapide greca del Louvre è'tovg ó' [. . .] dove il Letronne 
aveva erroneamente supplito [Tt/fc^tW], mentre nello spazio capace di sole quattro 
lettere, il nome cancellato dell' imperatore, a testimonianza del Fròhner, cominciava 
con la lettera r (rdiog). Quindi la iscrizione appartiene all' anno quarto non di 
Tiberio, ma di Caligola, cioè all' a. 39/40 e deve invece attribuirsi a C. Vitrasio 
Pollione figlio del nostro prefetto, che governò l'Egitto, come vedremo, nell'anno 39. 
Per conseguenza, di Vitrasio Pollione seniore possiamo dire soltanto che fu prefetto 
nel 31/32 e che morì nel 32, ma non è possibile attribuirgli una prefettura di 
sedici anni e ravvisare in lui lo zio di Seneca. Una iscrizione di Capua (C. X, 3871) 
che ricorda un \_Vitr^\asius [Plpllio C. f. jwaefectus equitum, [procu]rator . . . 
\_Aug~]usti GalUa[_rum Aquif\aniae et \Narbonen\sis sembra doversi attribuire al 
nostro prefetto, il quale avrà occupati i due uffici equestri dell' Aquitania e della 
Narbonese prima di venir preposto al governo di Egitto ; in questo caso questa lapide 
consente altresì di congetturare che C(aius) fosse il prenome di Vitrasio Pollione. 



13. [Ti. Iulius] Hiberus. (a. D. 32). 

(vie. praef.) 

Dio 58, 19, 30: OvnquGiov Ilooticovog zov rfjg Alyvnxov agypvrog TtXsvxrjGavxog 
'Ifirjgc» xivì Kaitìaqsioì %góvov riva xò s&vog iTts'xQsxps. 

Phil., in Flaccum 1. p. 517: ...fiera xi]v Ssfti'jQov xskevvrjv, og snsxéxqanxo 
Myvnxov x. x. I. 

Dione attesta che dopo la morte di Vitrasio Pollione, Tiberio affidò per qualche 
tempo (xgóvov xivà) il governo di Egitto ad un liberto imperiale di nome Ibero. 
L' espressione che usa lo storico greco indica chiaramente che la prefettura d' Ibero 
ebbe breve durata; anzi è probabile, che egli, appartenendo al personale amministra- 
tivo della prefettura che si componeva di liberti imperiali ( 2 ), sia da considerarsi piut- 
tosto come un vice prefetto chiamato da Tiberio ad occupare interinalmente la pre- 
fettura vacante per la morte avvenuta in carica di Vitrasio Pollione, finche fosse 
nominato il suo successore ed avesse fatto il suo ingresso in Alessandria (Ulp. Big. 
I, 17, 1). Il nostro Ibero è chiamato da Filone, Severus, e i più danno al nostro 
vice prefetto i nomi di Ti. Iulius Severus, ma è certa la lezione SeftrjQov di Filone 
(IsfirjQ- invece di 3 //?r;o-)? Io ne dubito col Boissevain (an codices ita? così il bene- 
merito editore di Dione Cassio ad 1. e. in nota) ; tanto più che il cognome Hiberus 
è certificato da una iscrizione di Trea (C. IX, 5666) che ricorda appunto un Hiberus 
Augnasti) libertus. Il Dessau (Prosop., II, 141, n. 118) lo considera piuttosto un li- 
berto di Antonia moglie di Druso, chiamato M. Antonius Hiberus e da lui sarebbe di- 
sceso il console omonimo del 133. 

(») Oesterr. Jahreshefte, III (1900), Beiblatt, col. 210. 

( 2 ) Strab., 17, p. 797; cf. Marquardt, Amm. Romana, I, 480. 



— 68 — 



14. A. Avillius Flaccus. (a. D. 32 -autunno 38). 

Phil., in Flaccum § 3 init., p. 518: 'Egaeriav jàq rr\v imxQàtsiav Xufiùìv [ó 
<J>Xàxxog~\ ne'vTf (lèv sxt] xct tcqùìtcc, £onzog TifitQiov KaiaaQog x. t. X. ('). 

C. Gr. 4716 = Dittenberger, 11,661 (Tentyris): vttIq Avrox^drogog Tifie- 
qìov KafaaQog . . . stù Av\_Xqv 'A~\o\_vi\X\_Xi~\ov <P\_Xàx~\xov f]ytiióvog ... — la questa 
iscrizione, come è riprodotta nel Corpus, invece di Av[Xov] si legge Av\_xiov~\, ma il 
prenome AvXog che già il Lepsius (Denkmàler, XII, 76, n. 27) e il Letronne (Inscr. 
de l'Égypte, I, 87) avevano ammesso è confermato dal papiro Boissier di Ginevra ( 2 ) 
che contiene una ordinanza di Avillio Fiacco relativa al divieto del porto d' armi 
([xa%ui,QoqoQàv) nella provincia e nel quale i suoi nomi si leggono completi: AìXog 
AvoviXXiog (DXàxxog. L'ordinanza porta la data dell' a. 21 di Tiberio: (è'zovg) xa 
TifitQLov KatGaoog (= a. D. 33/34). Il nostro prefetto è ricordato anche nell' editto 
di Tiberio Alessandro (C Gr., 4957, 27 add. p. 1236 = Dittenberger II, 669) e 
in un ostrakon che attesta la sua presenza in Tebe nell' a. 33 ; Wilcken. Osfraka, 
II, 1372 : . . . eìg ttjv nuqovGiav <ì>Xàxog (sic) rjyr]/.iwv (sic) — (srovg) K. Tifegiov 
KaiGaqog Isftaarov MsCoqÌ] ig (= 9 agosto 33). 

Aulo Avillio Fiacco, nato in Roma, amico di Tiberio e di Macrone, fu elevato 
alla prefettura di Egitto nell' a 32 e finché visse Tiberio, per cinque anni (a. 32-37), 
amministrò bene la sua provincia, tanto che ne ebbe le lodi dello stesso Filone, ma 
morto Tiberio e succeduto Caligola nell' impero, cambiò natura e si diede a perse- 
guitare crudelmente i Giudei di Alessandria. Neil' autunno dell' a. 38, fu, per ordine 
di Caligola, arrestato in Alessandria dal centurione Basso, e condotto a Roma nel 
principio dell'inverno 38/39 (Phil., 1. e, p. 535: àQ%op,évov %einG)vog), venne accu- 
sato dinanzi al principe dai suoi nemici Lampone e Isidoro. Condannato ad aver 
confiscati i suoi beni e alla relegazione nel! isola di Andro nel mar Egeo, finì colà 
ucciso per ordine dell' imperatore nell' a. 39. Avillio Fiacco, adunque, governò l' Egitto 
per circa sei anni e mezzo; cinque sotto Tiberio (a. 32-37) e uno e mezzo sotto 
Caligola (37-autunno 38) come ha ben dimostrato il Klebs ( 3 ) nello stabilire la cro- 
nologia della sua prefettura con l'aiuto di Filone e di altri antichi documenti. Contro 
Avillio Fiacco, dopo la sua morte, scrisse Filone i celebri libri in Flaccum e de 
legatione ad Caiani che sono la fonte più ampia per la storia della persecuzione 
ordinata dal prefetto contro i Giudei di Alessandria e sulla quale v. Delaunay, Philon 
d'Alexandrie Paris, 1867 e Schiirer, op. cit., P, 496-499; IIP, 525. G. Lumbroso 
(Archiv fur Pap. I, 291), sostiene con molta probabilità che un discorso di prefetto 
romano ai Giudei di Alessandria contenuto nello scritto de somniis di Filone, II, 18 
(I, 675 M.) sia di Avillio Fiacco. 

(') Da Filone dipendono Eusebio, armen. chron. a. 2054; s. Girol., Chr., a. 2055; Sincello, 
p. 615, 11; 626, 5. 

( 8 ) I. Nicole, Rev. de philologie XXII (1898), pp. 19-27 = Wilcken, Archiv fiir Papyrus- 
forschung, I (1901), p. 168 e seg. 

( 3 ) Prosop., I, 190, n. 1175. 



— 69 — 



*Naevius Sertorius Ma ero. 

Caligola, poco tempo dopo il suo avvenimento al trono, come attesta Dione 
(59, 10), pose a capo della provincia di Egitto (tìjv Aiyvmóv 61 TCQo<Jià^ag) Nevio 
Seriori o Macrone prefetto del pretorio, ma prima di assumere le sue funzioni, mentre 
ancora Placco governava la provincia, fu costretto da Caligola a darsi la morte insieme 
con la moglie Ennia (Dio, 1. e. ; Phil. in Flaccum, p. 519; leg. ad Gaium, pp. 551-553) 
e ciò nell' a. 38. E poiché praefectus Aegypti non prius deponit praefecturam et 
imperium, quam Alexandriam ingressus sit successor eius (Ulp., Big., I, 17, 1), 
Macrone, a rigor di termini, non può considerarsi come prefetto e quindi essere inse- 
rito nelle serie prefettizia come successore di Avillio Placco. Cf. Borghesi, X, 9 ; 
Hirschfeld, Unters. p. 219; Schiirer, op. cit., P, p. 499, n. 169. 



15. C. Vitrasius Pollio. (a. D. 39-41). 

C. Ili, 14147 1 (Syene). C. Caesari Augusto) Germanico cos. II trib. potest. 
...per C. Vitrasium Pollionem praef(ectum) Aegy pt(i) . . . anno III C. Cae- 
saris Augusti Germanici; IIII Kalcndas Maias (= 28 apr. 39). 

C. Gr., 4963 = Fròhner, Inscr. du Louvre, p. 219, n. 118 (incerto loco): frovg 
ò' \_rài'ov~\ Kafaccoog avioxoccTogog aefìccGTOv, ini OviioaGiov nwXiwvog tjysfÀÓvog 
x. t. X. (a. 39/40). 

Papyr. Brit, II, 168, n. 177: Taimi OvìroaGim IIùìXXicovi ... ó' trovg rca'ov 
Kaidagog AvroxQccioQog ^fftaGrov x. x. X. (a. 40/41). 

C. Vitrasio Pollione, figlio dell'omonimo prefetto morto nell' a. 32, governò 
l'Egitto dall' a. 39 all' a. 41 come attestano i tre documenti sopra citati. Plinio (n. h., 
36, 57) ricorda un Vitrasius Pollio procurato?" al tempo di Claudio, qui statuas 
{ex porphyrite) ex Aegypto advexit; taluni lo vogliono identico al nostro, ma credo, 
col Meyer {Hermes, 32, p. 211), che sia meglio lasciare insoluta la questione (potrebbe 
infatti essere un fratello), tanto più che Plinio è, come già si è visto, molto esatto 
nell' attribuire ai personaggi di cui parla, i titoli loro spettanti e quindi se lo chiama 
procurator eius (scil. Claudii Caesaris) vuol dire che non era prefetto. 



16. L. Aemilius Rectus. (a. D. 41-42). 

Dittenberger, II, 663 (Denderah): ini AsvxCov Aì^uXCov 'Pi£xrov riy~\ej.i6vog . . . 
STOVg (i Tipzqiov KXavd\JaT\v KaiGccQog 2fj3aGTov rsQ/.iavixov avroxQàjOQo\_g~\, 
4>ccq[.wv&ì 7]' SfpaaiTit. Cf. Bull, de C. Bell. 1896, pp. 396-397. 

L. Emilio Retto prefetto nel secondo anno del regno di Claudio (= a. D. 41-42), 
come risulta dal nostro testo epigrafico era probabilmente tìglio di Emilio Retto che 
governò, come si è visto, 1' Egitto sotto Augusto e Tiberio. 



— 70 



17. C. Iulius Postunius. (a. D. 45-47). 

Oxr. Papyr., II, 283, 18: ...ini tòv xvoiov ijysfióva 'IovXiov \_TIÓG^\tofiov 
. . . (trovg) £ TtftsQi'ov KXavdiov Kaiaaqog [2]£fiaGix>v rsqixavixov AvroxQaToqog 
. . . firj(vòg) K\jxidaQ~\iiov le 'IovXia 2.€^aG\_r~\7jì. 

C. VI, 918 = Dessau, 210 (Roma): prò salute \ Ti. Claudi Caesaris Aug. Ger- 
manici . . . Irib. pot. VII, cos. II II, imp. XV, censoris . . . ex voto susceplo C. Iulius 
Sex. f. Cor(nelia) Postumus praef(ectus Aegypti Ti. Claudi Caesaris Aug. 
Germanici ...ex auri p. XVI. Cf. C. Gr., 4957, 27; add. p. 1236; C. Ili, 
14136 1 (di questa iscrizione Seymour De Ricci, Proceedings, 1902, p. 58, dà una 
copia differente). 

C. Giulio Postumo, come dal papiro di Oxyrhynchos apparisce, era prefetto nel- 
l'anno quinto del regno di Claudio (= a. D. 45) e durò in carica fino all' a. 47, secondo 
la lapide urbana che appartiene appunto a quell'anno nel quale Claudio celebrò 
i ludi secolari, ed è assai verisimile, nota il Labus (op. cit., p. 74) che in tal occasione 
Giulio Postumo « concepisse un voto del valore di sedici libbre d'oro per la salute 
di lui, di Messalina augusta, e di Ottavio e Brittanico loro figliuoli » i cui nomi 
sono erasi nella lapide. Di Gaio Postumo non sappiamo altro di preciso; le fonti 
epigrafiche ci hanno conservati peraltro i nomi di alcuni liberti e di uno schiavo di 
lui, dei quali vedi l' indicazione nella Prosop., II, 208, n. 327. 

18. Cn. Vergilius Capito. (a. D. 47/48-aprile 52). 

C. III, 6024 (Aqfahas) : Ti. Claudius Caesar \ Aug. . . . trib. potest{ate) VII \ 
cos. [/] V imp. XV ... censor \ Cn. Vergil[io~] Capitone praef(ecto). (a. 47/48). 

Oxyr. Pap. 39 (I, p. 83): AvriyQatpov ànoXiascag è'rovg i§ TifisQiov KXavòiov 
Kaiffagog SsfiaGxov reQ/xavixov AvroxQccjoQog, <DaQ{iov&(i) xO, Geffrj/x^tiwfis'vrjg) 
ànijXvdrji \_v~\tvÒ rvcu'ov OvsqyiXiov KarrÌTOìr\_o~\g zov fjys/iiòvog x. t. X. — Questo 
papiro è dell'anno 12 di Claudio (= a. D. 52); un altro papiro (Ox. Pap.. u. 38) che 
contiene una petizione al nostro prefetto è di data incerta, posteriore all'anno D. 49; 
a Capitone pure si riferiscono Pap. Ox. I, 37, col. II, 8 (tov xvqi'ov ^yf/xóvog) del 
29 marzo 49 e B. G. U. Ili, 915, 9 (fjysfióvei) del 49 | 50. 

Cn. Vergilio Capitone, successore di Postumo, nell'a. 47, è autore di un editto 
importante intorno alle vessazioni che i pubblici ufficiali commettevano sugli abitanti 
della provincia obbligati di prestar loro i mezzi di trasporto e simili. L' editto è del 
7 Méchir dell' anno nono di Claudio (= 1 febb. a. D. 49) e fu trovato inciso sopra un 
pilone del tempio egiziano nella grande Oasi (C. Gr. Ili, 4956 add. p. 1236 =Dit- 
tenberger, II, 665); lo illustrarono il Rudorff (Cn. Vergimi Capitonis praef. Aeg. 
edictum, Berol. 1834) e il Letronne (Oeuvres choisies, I, 2, p. 534 e seg.). Capitone 
era ancora in carica nell' aprile 52, come risulta dal papiro di Oxyrhynchos. Il 
Dessau (Prosop., Ili, p. 401, n. 276) sostiene che di lui sia quel servo che, nel 
69, come narra Tacito (hist., 3, 77; 4, 3), consegnò a tradimento a L. Vitellio Ter- 
racina occupata dai Plaviani, e che poi, ucciso Vitellio, fu messo in croce. 



— 71 — 



19. L Lusius Gota. (a. U. 52/54). 

S. De Kicci, Bull. Ép. (Arch. Pap. II. 433, n. 21) = Dittenberger, II, 664 (Dimeh): 
AovGiog \JTbTaq~\ KXavóCwi AvGcc\vCa axQari^ySn 'AqGivositov %aiquv . . . Aovxiog 
Aovffiog \_rirag~\ Xéysi . . . L id' Tifisqiov \ KXavóiov Km'ffaQog Ssftactiov . . . &cco- 
liovOi i' (5 aprile 54). 

Il cognome Geta del nostro prefetto cancellato nella lapide di Dìmeh, vi fu 
ingegnosamente restituito da S. De Ricci (Rev. Arch., XXXV, p. 428 e seg.). Lucio 
Lnsio Geta fu prefetto del pretorio con Rufio Crispino dall' a. 48 al 51 nel quale 
anno Agrippina, credendolo affezionato a Messalina e ai suoi figli, gli fece togliere 
l'ufficio (Tacit., Aiin. XII, 42). Venne allora mandato a reggere, probabilmente, sul 
finire dell' anno 52, la prefettura di Egitto da lui occupata ancora nell' anno quat- 
tordicesimo del regno di Claudio cioè nel 54, come attesta la nostra iscrizione che 
contiene un editto di Lusio intorno a violenze arrecate a taluni sacerdoti. Il cognomen 
fu abraso forse per volere di Agrippina a cui Lusio era caduto in sospetto, come vuole 
l'Hirschfeld (Kaiserl. Verwaltungsbeamten 2 , p. 347, n. 3), ovvero, secondo il De 
Ricci (1. e), al tempo di Caracalla come omonimo a quello dell'imperatore Geta allora 
cancellato in tutti i monumenti dell'impero. L'opinione del De Ricci è più proba- 
bile, perchè nell'altro caso anche i nomi Lucio e Lusio avrebbero dovuto esssere can- 
cellati. Una iscrizione di Pesaro (C XI, 6343) ricorda un miles speculator bene fidar ius 
Getae ab com(entarìis) custodiariu\_m~], il qual Geta, secondo il Bormann, sarebbe 
il nostro prefetto. 



20. [M. Me ttius] Modesti! s. (sotto Claudio). 

Sllida S. V., 'E7ra(pQÓdiTog: . . . wvrj&r) vttò ModéGtov, tnàq%ov Aìyvnxov x. x. X. 

Epafrodito grammatico greco di Cheronea che da Suida sappiamo esser stato 
schiavo di Modesto prefetto di Egitto e precettore del figlio di lui, mi pare che 
possa, senza alcuna difficoltà, identificarsi, come già sostennero Fulvio Orsini ed Ennio 
Quirino Visconti (') con il 31. Mettius Epaphroditus grammaticus Graeeus menzio- 
nato in una lapide urbana (C VI, 9454). In questo caso è evidente che, mano- 
messo dal suo patrono, ne adottò, secondo le regole onomastiche del tempo, il nome 
e il prenome. Se così è, il nostro prefetto si chiamò 31. Mettius Modestus e quindi 
possiamo crederlo identico al M. Mettius 3fodestus che eresse un monumento sepol- 
crale a C. Erennio Pisone (C. VI, 19321) ( 2 ). Suida aggiunge che il grammatico Epa- 
frodito fiorì in Roma dal tempo di Nerone fino a quello di Nerva (ini Negar og, xal 



( l ) Iconographie grecque, I, 367 e seg. 

(*) Il Mommsen (Index Plin., p. 419) attribuisce questa iscrizione a Mezzio Modesto legato 
della Licia, ma senza darne una prova decisiva. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 10 



— 72 — 



HtXQ 1 Négfia); dunque il patrono di lui M. Mezzio Modesto governava l'Egitto, come 
ben vide il Labus (') sul declinare del regno di Claudio. 



21. Ti. Claudius Balbillus. (a. D. 55). 

Tacit., Ann., XIII, 22: Praefectura annonae Faenio Rufo . . . Aegyptus Ti. 
Balblllo permittuntur (a. D. 55). 

C. Gr. 4699 = Dittenberger, II, 666 (Gizey) : ènei \_Néqmv~\ KXavSiog KaìGag 
. . . snsfixpev r)fislv Ti(ììqiov KXavò'iov BàXftiXXor rjysfióva x. t. X. Cf. ib., 4957, 
28 (= Dittenberger, II, 669); 4730; 6668 = Kaibel, Inzer. Graec., 1323. 

Tiberio Claudio Balbillo fu inviato a reggere 1' Egitto nell' a. 55 e Plinio (n. h., 
19, 1, 3), ricorda la meravigliosa celerità con la quale fece il viaggio di mare dallo 
stretto di Messina ad Alessandria. Balbillo era uomo dotto e probo e fu qualificato 
da Seneca virorum oplimus in omni litterarum genere rarissimi a proposito di 
una meravigliosa lotta fra delfini e coccodrilli da lui descritta probabilmente nelle 
memorie del suo governo in Egitto ( 2 ). E bene amministrò egli la provincia a lui affi- 
data perebè nell' insigne decreto degli abitanti del vico Busiride nel nomo di Letopoli, 
di cui sopra è dato il principio, si elogia Nerone per avere inviato come governatore 
della provincia Balbillo mediante il quale « fu l'Egitto ricolmo d'ogni bene e per la 
cui sollecitudine e per i cui favori d' anno in anno aumentavano i doni del Nilo, onde 
quei popoli godevano meglio che in altro tempo la giusta inondazione del fiume, 
venerato come un Dio ». Il prefetto, continua il decreto, visitò la provincia, provvide 
ai bisogni del popolo, adorò il sole creduto protettore e salvatore del vico Busiride, 
rimase colpito dall' aspetto maestoso e gigantesco delle piramidi e lasciò gratissima 
memoria di sé ( 3 ). A Balbillo converrebbe bene 1' epiteto ò croyòg che gli attribuisce 
una delle iscrizioni memnoniane ( 4 ), se però quella iscrizione può veramente a lui 
attribuirsi. In queir epigramma la poetessa Giulia Balbilla, che accompagnò Adriano 
e l' imperatrice Sabina nella visita al colosso di Meninone, dicesi discendente da un 
Balbillo, nato da madre di sangue reale ( 5 ) e da un figliuolo di re Antioco. Il Letronne 
suppone che costui fosse figlio naturale di Antioco III re di Commagene ( 6 ), e che 
sposasse una figliuola parimenti naturale di un fratello del re e che il figlio nato 
da questo matrimonio fosse poi adottato da un romano della gens Claudia di 

(') Op. cit , p. 78 e seg. Il Dessau (Prosop., II, 384, n. 474) congettura che il nostro prefetto 
fosse zio paterno del suo omonimo legato della Licia. 

( 2 j Senec, Quaest. Natur., IV, 2 13: = Peter, Hist. rom. reliquiae, II, p. 107; cf. Teuffel, 
Rom. Litteraturg. IP, § 291, 6. 

( 3 ) Cf. Labus, p. 80-81. 

( 4 ) C. Gr., 4730 (add. p. 1202 seg.) = Kaibel, Ep. Graeca, 991. 

( 6 ) BékpiXXog yévst'èx [targo; pao-ikrji<fo; 'Xxfiag. Il Letronne (Oeuvres choisies, I, 2, 156) 
opina che Acme sia il nome della madre di Balbillo, ma, con più ragione, il Puchstein (op. cit., 
pp. 24-25) pensa che, nel testo epigrafico, non sia nome proprio, ma congiunto con l'aggettivo 
paoiXijio'os, significhi soltanto che la madre di Balbillo era di regia stirpe. 

( e ) della Siria sospettava il Mommsen in Kaibel, Epigr., 991, u. 11. Cf. Stein, s. v. in 
Pauly-Wissowa, III, 2679, n. 82. 



— 73 — 

cognome Balbillo. Ma se così è, se la poetessa Balbilla discendeva da Claudio Bal- 
bino, noti si vede com'essa, l'osservava già il Cavedoni ( l ), si nominasse Giulia e 
non Claudia Balbilla (v. Kaibel 990 : "IovXiag BaXfii'Xhjg). Il Cavedoni, per togliere 
siffatta difficoltà, pensava che « un figlio od una figlia dell' ultimo re della Commagene 
conseguisse la cittadinanza Romana per favore di un Balbillo e venisse ascritto alla 
gente Giulia in ossequio a Giulio Cesare o ad Augusto (cf. Marini, Arv., pp. 723-726) ». 
E difatti il figlio di Antioco IV Epifane di Commagene, chiamavasi C. Iulius Antio- 
chus Epiphanes Philopappus. Potrebbe dunque ammettersi un passaggio dei Balbilli 
dalla gente Claudia alla gente Giulia, ma dopo i tempi del nostro prefetto, e in questa 
supposizione a lui converrebbe V epiteto di Goyòg che gli attribuisce la sua discen- 
dente Giulia Balbilla nell' epigramma citato. Una 'AyXcàg KXavdia ànsXsv&^Qa) 
BaXpiX{Xov) è ricordata in un titolo sepolcrale (/. G. I, 1323 = C Gr. 6668) e 
sembra essere stata una liberta del nostro prefetto. Se il Ti. Claudìus B\_a~]l èni- 
xqonog Kaitiaqog di una iscrizione di Delo {Bull. HelL, 1879, p. 160, n. 9) sia 
identico al nostro è dubbio. Cf. Klebs, Pros. Imp., I, 360, n. 661. 



22. L. Iulius Vestimi s. (a. D. 59-61/62). 

Allmer, Inscr. de Vienne, II, (add.) p. 1. ( Alexandrea) : "Erovg sxtov NsQùovog 
KXavòi'ov KaiGaqog ^sfiaGxov rsqiiavixov avroxQccTogog, ini Atvxiov 'IovXiov Oiirj- 
dtivov rjysfióvog x. x. X. 

Il nostro prefetto, oltre che nel citato peso di bronzo che appartiene all' anno 
sesto di Nerone (= a. D. 59/60) è ricordato in parecchi altri documenti : nel decreto 
del prefetto Giulio Alessandro (C. Gr., 4957, 28, 30; add. p. 1236 — Dittenberger 
II, 669) dove è menzionato insieme con Balbillo e dopo di lui; in una iscrizione greca 
di Coptos (Sayce, Jievue des Et. Grecques, VII [1894], p. 298) dell'anno sesto di 
Nerone (= a. D. 59/60); in un papiro di Oxyrhynchos (II, 250); in un papiro di 
Berlino (B. G. IT., 112) che il Wilcken {Hermes, 1893, p. 235) attribuisce all'anno 
ottavo di Nerone (— a. D. 61/62) e, in un papiro della silloge Amherst papijri (II, 
68, 20) dell' a. D. 60 e in alcune iscrizioni di Egitto incise negli a. 60/61 e che 
portano i nn. 23-26 nella silloge di Seyrnour De Ricci {Arch. f. Pap. II, pp. 434-435 ; 
cf. Dittenberger, 0. Gr., II, 667, 668). 

L. Giulio Vestino era nativo di Vienna nelle Gallie e amico dell' imperatore 
Claudio che ne fa menzione onorevole nel suo famoso discorso prò Gallis {C. XIII, 
1668, II, 11, 12), e dal quale si apprende che Vestino equestris ordinis ornamentimi, 
nell'a. 48 fu procuratore di Claudio (hodieque in rebus meis delineo). Poi, come 
apparisce dai numerosi documenti sopra citati, governò la provincia di Egitto dal- 
l' anno 59/60 fino all'anno 61/62; e otto anni più tardi, cioè, nel 70, ebbe dal- 
l' imperatore Vespasiano l' incarico della ricostruzione del Capitolio {curator resti- 
tuendi Capitola) incendiato nel periodo dell' anarchia militare sotto Vitellio (Tac, 
//., 4, 53). Uno degli atti della sua amministrazione e che ben risponde all'elogio 

(') L'Era dei Martiri, p. 38. Cf. anche Puchstein, op. cit., p. 25. 



— 74 — 

che ne fa Tacito ('), fu l'ordine da lui dato di non pagare al tesoro l'imposte se 
non nella misura fissata da Claudio nella lettera scritta al prefetto Postumo e che 
riguardava appunto le esenzioni e le diminuzioni d' imposta (7zsqì zwv àzeXeiùv xaì 
xovcporsfeiòóv) e le cui prescrizioni non erano state sempre osservate ( 2 ). Il Labus 
(op. cit., p. 81 e seg.) lo crede identico a quel Ventino a cui è dedicato un epi- 
gramma di Marziale (IV, 53), ma non a ragione, perchè costui, come dall'epigramma 
risulta (v. 8), morì ancora giovane. Forse è uno dei figli del prefetto (sebbene non 
si possa determinare con piena certezza se lo siano L. Giulio Vestino e M. Vestino 
Attico che le fonti ricordano), o persona diversa ( 3 ). 

23. Caecina Tuscus. (a. D. 65/66). 

Dio 63, 18, 1: zi S'ozi Kaixivav Tovcfxov vnepwoKrsv, ozi zr^g Alyvntov aoycov 
ikovdazo iv zio ftaXavsioj b sxsip'p wg xaì èg zì]v 'AXs^àvSqsiav ì'fèovzi ènoirj&rj. 

Suet., Ner., 35 : Tuscum, nulricis filium, relegavit, quod in procuratiotie Aegypli 
balineis in adventum suum extructis lavisset. 

Cecina Tusco era figliuolo della nutrice di Nerone, ed ebbe per un momento il 
favore del principe che, nel!' a. 55, siccome attesta Fabio Kustico ( 4 ) voleva nomi- 
narlo prefetto del pretorio in luogo di Afranio Burro e l' avrebbe nominato, se non fosse 
intervenuto Seneca a far conservare al suo amico l'ufficio da lui occupato. Più tardi, 
ebbe la prefettura di Egitto, ma cadde in disgrazia di Nerone che lo mandò in esiglio 
per essersi lavato nelle terme che. per l'arrivo dell'imperatore, erano state costruite 
in Alessandria ( 5 ). Non è possibile di stabilire la data precisa della prefettura di 
Cecina; Dione Cassio ne menziona la relegazione all' a. 67, ma Cecina deve essere 
stato deposto dal suo ufficio anche prima, perchè nell' a. 66 troviamo la prefettura 
già occupata da Pontico. Quindi il governo di Cecina Tusco può collocarsi nell' a. 65/66. 
Morto Nerone, venne richiamato dall'esilio, perchè da Tacito (Uist., Ili, 38) sap- 
piamo che egli trovavasi in Roma nell' a. 69. 

24. Ponticus. (a. D. 66). 

Wessely, Slud. Pai., IV, p. 69, col. IV, 62-63: [Jmxexoiadai zìh iy (frei) 
(se. Ns'Qcovog)'] vnò IIovtixov; cfr. ib. col. V, 76, 82, 87; VI, 93. 

In questo papiro di Vienna della collezione Ranieri non è nominato il titolo 
di Pontico ma è verosimile che si tratti di un prefetto perchè generalmente l' sm- 

(') Hist., IV, 53: Lucium Vestinum equestris ordinis virum, sed auctoritate famaque 

inter proceres. 

( a ) Cf. C. Gr., 4957, 28, add. p. 1236 = Dittenberger II, G69 e Eudorff, Rh. Museum, II, 
(1828), pp. 176-177. 

( 3 ) Dessau, Prosop., II, pp. 219, n. 408; due iscrizioni urbane (C. VI, 9520; 17197) fanno 
ricordo di schiavi forse appartenenti al nostro prefetto; v. Dessau, ib. 

( 4 ) Tacito, Ann., XIII, 20. 

( 6 ) Lo Schiller (Nero, p. 374, 1) crede invece che Cecina Tusco sia stato deposto per non 
aver fatto rispettare le atelie di cui parla l'editto di Giulio Alessandro, ma non mi pare cosa bene 
provata. 



— 75 — 

xQiffig ricadeva nelle sue attribuzioni. Chi sia Pontico che sarebbe stato prefetto 
nell'a. 13 di Nerone (a. D. 66-67) non è facile stabilire: o è un liberto imperiale 
che, deposto Cecina Tusco, tenne interinalmente la prefettura fino all'arrivo del suc- 
cessore, oppure è quel Valerio Pontico che Nerone mandò in esiglio nell'a. 61 (Tacii, 
Ann., 14, 41) e che, scontata la sua pena, può benissimo esser stato inviato a reg- 
gere la prefettura di Egitto. 



25. Tiberius Julius Alexander, (a. 66-69). 

C. Gr. 4957 = Dittenberger, II, 669 (Oasis Thebarum): 'IovXiog Ji^i'jzgwg, 
Gxqaxrfybg 'Oàffsiog Qr^cciSog' tov 7T£[i<p&i-vtog fiot, òiavày^iaTog vnò toì> xvqi'ov i)ys- 
[lóvog TiSsqiov 'IovXiov AXsìàvóoov . . . L/S' Aovxiov AiSlov SsfiaOTov 2ovXntxiov 
ràXfia avtoxQccTOQog, (Pacncpi a x. t. X. 

Ioseph., De Bello lud., II, 15, 1 : xazà xovtov ròv xaigòv ò [lèv BaGiXsitg 
Ayqinnag ttv^sv slg rrjv AXsì-àiÓQfiar nenoQtv/xs'vog, oncag AXt^àvdou) GvvrjffOeitj 
nsmOtevfiévy zrjv Aì'yvnzov ino Néqcarog xal nejjupd-e'vTi óis'tmiv. 

Tiberio Giulio Alessandro discendeva da cospicua famiglia giudaica di Ales- 
sandria; era figlio di un impiegato dell'amministrazione finanziaria di Egitto (')acui 
Tiberio aveva probabilmente conceduto la cittadinanza romana ( 2 ), e nipote del celebre 
filosofo Filone di Alessandria. Lasciata la religione paterna, entrò ben presto nel- 
l' amministrazione imperiale ( 3 ), come procuratore della Giudea, ufficio a cui venne 
preposto nell' a. 46 e che mantenne fino all' a. 48. Dopo aver militato con Corbulone 
contro i Parti, come capo del suo stato maggiore nel 63 ( 4 ), ebbe la prefettura di 
Egitto nell' a. 66, secondo la testimonianza di Giuseppe Flavio, il quale, nel passo 
surriferito (de beli. Iad. Il, 15, 1), dice che in cotesto a. 66, il re Agrippa II 
erasi portato in Alessandria per congratularsi con Alessandro della sua recente nomina 
a prefetto. Nel primo anno del suo governo fu costretto a reprimere uno di quei 
conflitti così facili a scoppiare in Alessandria fra Greci e Giudei ; il combattimento 
che si impegnò fra i tumultuanti e le due legioni romane di stanza allora in Egitto 
fu assai aspro e finì con la uccisione di moltissimi Giudei ( 5 ). Il 28 settembre 
68 (che corrisponde all' anno secondo del regno di Galba, il primo del mese Faofi) 
emanò il suo famoso editto di cui demmo più sopra il principio e dal quale im- 
pariamo che « Alessandro amministrò la provincia con senno e con equità; sollevò gli 
Egiziani più facoltosi e le comunità dall' obbligo di condurre forzatamente in appalto 

(') Ioseph., Ant., 20, 5, 2: roti xcd dXa[SuQxrj<savxos év UXs^ai'^gsia. 

( 2 ) Così pensa il Dessau (Prosop., II, p. 165); e forse da Tiberio ebbe anche la dignità equestre 
poiché egli era stato procuratore (énirQonog, Ioseph., Ant., 10, 5, 1) di Antonia madre di Claudio. 

( 3 ) Secondo la iscrizione di Dendérah {Bull, ffell., 1805; p. 524; cf. ib., 1806, pp. 306-307; 
Bull. d. Inst., 1877, p. 52 e seg. ; Dittenberger, II, 663) già citata a proposito della prefettura di 
L. Emilio Eetto (n. 16) Giulio Alessandro avrebbe cominciata la sua carriera amministrativa come 
epistratego della Tebaide; ma, essendovi una lacuna nel marmo, di cui non è ben precisa la misura, 
la cosa è dubbia- E dubbio pure se al nostro prefetto debba riferirsi la iscrizione C. VI, 204. 

( 4 ) Tacit., Ann., XV, 28: Tiberius Alexander, inlustris eques Romanus, minister bello datu,. 
x ) Ioseph., beli lud., 2, 18, 7, 8; cf. Haakh in Pauly's, R. E., VI, 2 (1852), p. 1044. 



— 76 — 

le gravezze pubbliche; prescrisse varie ottime discipline rispetto ai debitori verso 
l'erario imperiale; confermò le provvidenze date a quest' uopo dai precedenti prefetti 
Postumo, Balbillo e Vestino ; assicurò ai possessori il tranquillo godimento dei beni 
acquistati dal fisco; annullò parecchi balzelli arbitrariamente introdotti; represse la 
perfidia dei debitori e promise a que' popoli pace, sicurezza e prosperità » (')• Nei giorni 
paurosi dell' anarchia militare, si volse verso la parte di Vespasiano, e primo dei gover- 
natori provinciali, fece dalle sue legioni giurare fedeltà e obbedienza al novello impe- 
ratore, il primo luglio 69, il qual giorno fu appunto considerato come il primo del 
principato di Vespasiano ( 2 ). Sul finire dell' a. 69 lasciò l' Egitto per accompagnare 
Tito all' assedio di Gerusalemme al quale prese parte, come capo di stato maggiore 
del principe romano ( 3 ). Sulla congettura del Bernays (ges. Abhandl., II, 278) che lo 
scritto aristotelico ne gì xód^ov fosse dedicato al nostro prefetto, congettura difesa 
da alcuni e contrastata da altri, v. Schiirer, op. cit., P, 57, 568, n. 9 {*). 

26. Ti. lui ius Lupus. (a. D. 70/73). 

C. Ili, 31 (Thebae): Ti{berius) Iulius \ Lupus, pr[aefectus] Aeg[ypti] 
audi Memn[_onenf\ et rei. 

Plin., /list. Nat., 19, 12: sicut paulo ante Iulio Lupo, qui in praefectura Ae- 
gypti obiit. 

Una iscrizione greca di Roma (Kaibel, 2421, 2) che ricorda un Aoìmoc, enag^og 
Aìyimxov dal Labus (op. cit., p. 88), dal Franz (C. Gr. 4713 d) e dal Dessau (Pro- 
sopogr., II, 199) è riferita al nostro prefetto, mentre il Letronne (Recueil, I, 426) 
la riferisce a M. Rutilio Lupo che governò l' Egitto sotto Traiano. Lo Stein però 
mi fa osservare giustamente che essa deve riferirsi a Giulio Lupo, non potendo 
1' ' Heracleides architectus ivi nominato essere che lo stesso Ileracleides architectus 
mentovato in C. Gr. 4713 d, iscrizione anteriore certamente a Traiano, perchè la legione 
XXII di cui fa ricordo non ha ancora il cognome Deiotariana che essa assunse 
sotto Traiano. Cf. Meyer, Ileerwesen, p. 151. Giulio Lupo succedette a Tiberio 
Alessandro e quindi potremo collocare il principio della sua prefettura nell' a. 70. 
Durante la sua amministrazione avvenne una gravissima sedizione di Giudei in Ales- 
sandria, tantoché il prefetto fu costretto a darne avviso a Vespasiano, il quale, 
come narra Giuseppe Flavio (beli. Iud., VII, 10, 2), considerando l'indole dei Giudei 
proclive alla ribellione, e temendo che uniti ad altri, preparassero nuovi moti, ordinò 
a Lupo di distruggere il tempio di Onia che essi possedevano nel distretto di Eliopoli. 
Ma Lupo recatosi in quel luogo, e portatine via alcuni voti, si contentò di chiuderlo 

(') Labus, op. cit., p. 84 e seg. L'editto di Tiberio Alessandro (C. Gr., 4957: add p. 1236 
= Dittenberger, II, 660) è stato commentato dal Rudorff nel Rh. Museum, 1828, pp. 64-84; 133-190. 
Cf. Letronne, Oeuvre* choisies, I, 2, p. 539 e seg.; Girard, Textes de droìt Romain 3 , p. 159, e seg. 

( 2 ) Tacit., hist., 2, 69; Suet., Vesp., 6; cf. Iosepli., beli. iud. 4, 10, 6. 

( 3 ) Ioseph., beli, iud., 5, 1, 6; 6, 4, 3: Una iscrizione di Arados (C Gr., Ili, p. 1178, n. 4536/) 
restituita dal Mommsen (Hermes, 19, p. 644) chiama Alessandro ènag^og top 'Iovò«i[xoì< oigaiov]. 

(*) Su Tiberio Giulio Alessandro, cf. v. Robden, De Palaestina et Arabia, pp. 34-35; Cagnat. 
L'armée romaine au siège de Jdrusalem (Revue des Études Juives, XXII [1891], pp. xliv-xlv). 



— 77 — 

(Ios. FI., beli. Pud. VII, 10, 4). Ciò dimostra, osserva bene il Labus (op. cit., p. 89), 
la sua vigilanza, prudenza e destrezza; ma si narra un altro fatto che prova l'amore del 
prefetto per le arti. Infatti Plinio, nel passo sopra citato, parlando della somma sot- 
tigliezza del lino, afferma aver veduto alcune reti vastissimo capaci di chiudere una 
foresta all' intorno, e tuttavia passare affastellate con le loro corde attraverso l' anello 
di un uomo, ed aggiunge che tali erano quelle usate da Giulio Lupo, prefetto di Egitto 
delle quali ciascun filo conteneva centocinquanta fila. Non è punto facile stabilire la data 
precisa della sedizione giudaica di Alessandria che turbò il governo di Giulio Lupo e che 
avvenne dopo l' espugnazione di Massada compiuta da Flavio Silva legato di Giudea 
poiché la cronologia di Giuseppe Flavio che narra cotesti avvenimenti è oscura e 
controversa; ad ogui modo, tenendo conto dei risultati ai quali sono giunti recenti 
scrittori (') è probabile che la sedizione di Alessandria sia avvenuta nella seconda 
metà dell'a. 73 ( 2 ). E quindi Giulio Lupo che amministrò l' Egitto fino alla sua 
morte, avvenuta non molto dopo la chiusura del tempio di Onia (Ios. FI., 1. e. 
VLT, 10, 4), deve esser morto sul finire dell'anno 73. 

27. Valerius Paulinus. (a. D. 73-79). 

Ioseph., de beli. Iud., VII, 10, 4; Aovnnov óè fisià ^Qa^v rsksvxi'jGarxog 
IlavlTvog óiccdi-l-àiievog xtjv rjysfiovCav (scil. t^g AXt£avÓQsfccc) x. x. X. 

Da questo testo di Giuseppe Flavio risulta che, morto Giulio Lupo in ufficio, 
gli successe immediatamente Paolino, il quale, aggiunge Flavio Giuseppe, si recò 
ad Eliopoli, spogliò interamente il tempio di Onia, lo chiuse, rendendolo inaccessi- 
bile, affinchè non rimanesse in 0( *.uel luogo alcun vestigio di culto divino. Pare che 
il nostro prefetto sia quel Valerio Paolino ricordato da Tacito (hist., III, 43) 
oriundo di Forum Iulii (Fréius), procuratore della Gallia Narbonese nel 69 (Prosop., 
Ili, 373, n. 105) e grande amico di Vespasiano, che volle premiarlo per le sue bene- 
merenze verso di lui, con l'affidargli il governo di Egitto che dall' anno 73 egli avrà 
conservato, secondo una probabile congettura del Labus (op. cit., p. 91) fino all'a. 79 
in cui morì Vespasiano suo amico e benefattore. 

28. C. Tettius Africanus Cassianus Priscus. (a. D. 79-82). 

De Ricci, Pap. Ardi. II, 436, n. 31 = Dittenberger, li, 672 (Schedia) : "Exovg 
xqìxov | AvvoxQuxoqog Tixov | KafaaQog OvsGTzaGiavov \ SsjSatixov ini rài'ov \\ 
TeixCov AcpQixavov | KctGCiarov TIoÌGxov ì)y€fjióiog x. x. X. ( 3 ). 

(') L'espugnazione di Massada, raccontata da Giuseppe Flavio (1. e, VII, 9, 1) avvenne il 
15 aprile 73, come hanno dimostrato chiaramente 0. A. Hoffmann {de imp. Titi temporibus recte 
definiendis, p. 27, 31), il v. Kohden (op. cit., p. 37) e lo Schurer (op. cit,, P, 639 ; e 139) contro il parere 
del Niese (Hermes, 1893, p. 211) che la colloca invece nell'anno precedente 72. 

( a ) Anche il Tillemont (Hist. des Empereurs, II, 33) pone nel 73 la sedizione di Alessandria 
la quale deve essere appunto, come egli giustamente nota, la iv HXe^avàgda axàai? che Eusebio 
(Chr. II, 158 Schoene) ascrive a cotesto anno. 

( 3 ) Su questa iscrizione v. anche A. Schifi", Inschriften aus Schedia in Festschrift fiir 0. Hirsch- 
feld, p. 374 e seg. 



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C. Ili, 35 = Dessau, 8759 c (Thebae) : Funisulana Vettulia \ C. Tetti Africani 
praef. Ayg. (sic) | uxor audi Mem/ionem \ pr. id. Febr. hora IS \ anno I imp. Do- 
mitiani Aug. | cum iam tertio venissem (12 febbraio 82). 

L' Hirschfeld (Philologus, 29 [1870], p. 29) aveva ben osservato che l'ultima 
linea della iscrizione di Tebe dimostra che Tezzio ^prefetto di Egitto nell' a. 82 era 
già da qualche tempo in carica, e difatti la lapide di Schedia rinvenuta nel 1902 
mentre ci fa conoscere altri due nomi del prefetto, Cassiano e Prisco, fin qui igno- 
rati, attesta che egli governava la provincia nel terzo anno di Tito, cioè nell' a. 80 81. 
E poiché da un frammento epigrafico di Assisi (C. XI, 5382), risulta che Tezzio 
Africano, prima di reggere l' Egitto, era stato prefetto dei vigili e prefetto dell'annona, 
uffici da lui occupati durante il regno di Vespasiano ( l ) così possiamo ammettere che 
egli sia succeduto immediatamente a Valerio Paolino nel 79. Della sua ammini- 
strazione in Egitto che si prolungò fino a tutto l' a. 82, nulla sappiamo all' infuori 
della notizia, fornitaci dalla iscrizione di Schedia, di alcuni lavori idraulici da lui 
compiuti (ù>Qvyrj 'Ayadòg Jai/.iwv nora/nòg ètti toc xqia cfTSQtà). Funisulana Vettulia 
moglie del nostro prefetto e che visitò il colosso di Meninone, era probabilmente 
sorella di L. Funisulano Vettoniano famoso personaggio del tempo di Domiziano ( 2 ). 



29. L. Laberius Maximus. (a. D. 83). 

C. Ili, p. 1962 (dipi, mil., XV rep. Copti): \_equitibus~\ et peditibus qui... 
sunt in Aegypto sub L. Laberio Maximo — a. d. V Idus Iunias Tettio Iuliano, 
Terentio Strabone Erucio Homullo cos. (9 giugno^ ^3). 

Di L. Laberio Massimo sappiamo soltanto che era stato procuratore nella Giudea 
l' a. 71 (Ioseph. Flav., b. Iud., VII, 6, 6); nell' a. 80, procurator et praefectus 
annonae ( 3 ) in Roma e finalmente prefetto di Egitto nell' a. 83 nella qual carica 
succedette a Tezzio Africano. 



30. [C. Cornelius?] Ursus. (a. D. 84-85). 

Amherst., Pap., II, 68, 39, 67: O'vqaog. 

Il papiro su indicato della collezione Amherst che contiene una lunga corri- 
spondenza ufficiale relativa a terreni ceduti dall' autorità romana ad un privato, men- 
ziona vari prefetti di Egitto, fra i quali uno fin qui ignoto, col solo cognome Urso. 
Gli editori dei papiri, i signori Grenfell e Hunt, dal contesto dal papiro (lin. 65-66 : 
xal Ovt'ysTog è'xgtivs tòv vvv (Stqatriybv s^exàaai ù>g OvqGo;) sostengono che Urso 



(') Hirschfeld, Untersuchungen, p. 146; Philologus, 1870, p. 29. 

( 8 ) Il Cavedoni (L'èra dei martiri, p. 37 e seg.) pensa che possa essere stata anche figlia di 
Funisulano Vettoniano. 

( 8 ) Ada Arvalium, Henzen, p. evi. Sul titolo di procurator dato a Laberio Massimo, vedi 
Marini, Arvali, I, 224. Cf. De Vit, Onomasticon, IV. 7. 



— 79 — 

abbia governato 1' Egitto circa l'a. 84/85 e sia il predecessore immediato di C. Septimio 
Vegeto, che, come vedremo frappoco, amministrò la provincia negli a. 86-88. Ma chi 
è questo Urso? Si vorrebbe identificarlo da Seymour De Ricci (Le, 1902, p. 60-01), 
ma non senza esitazione, con 1' Urso personaggio vissuto al tempo di Domiziano e 
che fa fatto console, per intercessione di Giulia, nipote del principe (Dio, 07, 4), e il 
cui consolato « sine causa » come ben avvertono il Dessau e il von Rohden (Prosop., 
Ili, p. 491, n. 688) si pone nell' a. 84. Ma l'ideutiticazione non mi par ammissibile, 
tanto più se si nota che 1' Urso ricordato da Dione è un personaggio consolare. Nem- 
meno si può pensare all' amico di Stazio, Flavio Urso, figlio, come suppose il Teuffel 
(Róm. Literaturg., IP, § 320, n. IO), del console omonimo, che il poeta (Silv., II, 
praef.) chiama ìuvenis candidissimns et sine iactura desidiae doclissimus e che 
consola, con la selva sesta del libro secondo, de amissione pueri delicati. Ma cotesto 
giovane Urso non era investito di alcuna dignità, altrimenti Stazio 1' avrebbe menzio- 
nata (Friedlànder, Sitlengeschichte, 111°, 485). Piuttosto il nostro prefetto potrebbe 
essere Cornelio Urso amico di Plinio il giovane al quale sono dirette parecchie 
lettere ('), e al quale attribuirei, in questo caso, se la congettura non è arrischiata, 
una lucerna rinvenuta in Egitto (C. Ili, 0635) col nome inscritto: C. Cor(nelius) 
Urs(us). 



31. C. Septimius Vegetus. (a. D. 86-88). 

C. HI, p. 856 (Diplom. mil. XIII rep. Thebis in Aegypto): ... classicis qui 
militant in Aegypto sub C. Septimio Vegeto — a. d. XIII k. Mart. C. Sedo 
Campano Sex. (corr. Ser.) Cornelio Dolabella Petroniano co{n)s(ulibus) et. rei. 
(17 febbr. 86). 

S. De Ricci, A. P., II, 437, n. 34 (Schedia) : anno VI Im[p(eraloris)~] \_Domi- 
tianf\ | Caesar(is) Aug(asti) Germanici) \ sub C(aio) Septimio Vegeto praef(ecto) 
Aeg(ypti) | foditum est /lumen Philagrianu{m) etc. (a. 86-87). — Cf. ib. il n. 35 
che riproduce una iscrizione greca di Ombos relativa parimente a Septimio Vegeto, 
ma dell'anno settimo (t'rovg è^dójxov — (irjvì (Paiisvdi)&) di Domiziano corrispondente 
al 25 febbraio 88. Tanto nel n. 34 quanto nel n. 35 il nome di Domiziano è abraso, 
leggibile però nel u. 35. Cf. anche Dittenberger, II 673, 675. — Nel papiro Amherst, 
II, 68, lin. 65, già citato (v. n.° preced.) Vegeto è menzionato col solo cognome: Ové- 
ytrog. Cf. anche Oxyrh. Pap.. II, 273, 5; Pap. Fiorentini, I, 55, 22; 61, 35, 59. 

C. Settimio Vegeto, come è attestato dai documenti su riprodotti, governò 1' Egitto 
negli a. 86-88, e compiè alcuni lavori idraulici ricordati nella iscrizione di Schedia. 
E persona ignota. Il papiro Fiorentino 61 sopra citato conserva il processo verbale 
di una causa discussa innanzi al prefetto Vegeto in Alessandria ovvero in taluna 
delle metropoli dove il prefetto si recava per dare udienza. 



(') Ep., IV, 9; V, 20. Le lettere VI, 5, 13; Vili, 9 indirizzate Urso suo semplicemente, deb- 
bono riferisi parimenti a Cornelio Urso. Cf. Stein, s. v. in Pauly-Wissowa, R. E., IV, e. 1591, n. 403. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5\ 11 



— 80 — 



32. M. Mettili s Rufus. (a. D. 89-90). 

Suet., Domit-, 4 Roth. : Per orane gladialorum spectaculum ante pedes ei stabat 
puerulus coccinatus parvo portentosoque capite .. .auditum est certe, dum ex eo 
quaerit, ecquid sciret cur sibi visura esset ordinatione proxima Aegyplo praeficere 
Maeciura (codd. raetium) Rufum. 

Ox. Pap., II, 237, col. Vili, 27: Màqxog Mixnog c Povg>og £TiaQ%og Aìyimiov 
Xs'ysi — (ixovg) & Jof.isitiavo[y~\. È questo il noto papiro che contiene la così detta 
petizione di Dionisia e nel quale, fra gli altri editti di taluni prefetti di Egitto, 
è riprodotto quello di Mezzio Rufo relativo alla pubblicità delle alienazioni d'im- 
mobili e all'ordinamento del catasto immobiliare in Egitto e che porta la data del 
1 ottobre 89 (è'rovg S Jo[isiTiavo[v~], firjvòg Jo/uiziavov ó). Cf. su questo editto, 
Girard, Textes de droit Homaia 3 , p. 162; Eph. Ep., VII, p. 427 = Bull. hell. 
XX, 247. 

Mezzio Rufo è forse fratello di Mezzio Modesto, legato di Licia e proconsole d'Asia 
al tempo di Domiziano (C. Gr., 4279, 4280). A lui si riferiscono due altri papiri 
di Oxyrhynchos (I, 72, 1. 9) l'uno del 12 aprile 90, e l'altro (ib. II, 247) del 
marzo 90 ed un papiro Amherst, II, 68, lin. 69, e due iscrizioni di Coptos, l' una 
greca del 10 maggio 90 (Ricci, A. P., II, 437, n. 37; Dittenberger, II, 674), e l'altra 
latina dello stesso anno (C. Ili, 13580), sebbene in esse siano cancellati il nome del 
prefetto e dell'imperatore Domiziano; perciò Mezzio Rufo deve aver governato l'Egitto 
per lo meno dall'ottobre 89 al maggio 90. Le iscrizioni (C. VI, 1462; XII, 671), 
nel parere del Meyer (Hermes, XXXII, p. 212, n. 2), non si riferiscono al nostro pre- 
fetto. Cf. su lui anche Stein, Oest. Jahresh., II (1899), e. 108 Beiblatt. 

33. T. Petronius Secundus. (a. D. 95). 

C. Ili, 37 = Kaibel, Ep. 987 = Dessau, 8759 d : Imp. Domitiaao \ Caesare Au- 
gusto) Germanico XVII c(o mule) j T. Petronius Secundus pr(aefectus) Ae- 
g(ypti) | audit Memnonem hora I pr(idie) idus Mart(ias) \ et hoaoravit eum 
versibus graecis \ iafra scriptis: 

<P3t : y2;ao Aazotóa (ffòv yccq /.is'gog wós xàd-r t tai, 
Méfivwv), àxxùaiv fiaXXófievog nvQivaig. 

Curaate T. Aldo Musa praef. coh. IL Thebaeorum. 

Tito Petronio Secondo, prefetto di Egitto, visitò dunque la statua di Memnone 
il 14 marzo 95 e volle onorarla con quei versi greci che, tradotti, dicono cosi: « tu 
hai parlato (poiché, o Memnone, una parte di te stesso è assisa in questo luogo), 
colpito dai cocenti raggi del figlio di Latona * ('). L' ultima linea della iscrizione 

(') Il Wilamowitz (in Kaibel., 1. e, p. 414) spiega così: Phoebe locatus es: nam tu> pars 
magna Memnon hic sedet, tuis radiis percu%sus. Ma per vero dire, questa spiegazione non mi pare 



— 81 — 

attesta che il prefetto non aspettò che la lapide fosse incisa dinanzi a lui, ma diede 
l' incarico d' inciderla al capo della coorte seconda tebana. L' anno seguente 96 divenne 
prefetto del pretorio insieme con Norbano (Dio, 07, 15, 2) e fu complico degli ucci- 
sori di Domiziano; ed autore principale della elevazione al trono imperiale di Nerva, 
ma, di lì a poco, i pretoriani istigati da Casperio Eliano, lo uccisero ( l ). 11 De Rossi, 
{Bull. Crisi., 1888-89, pp. 98-100), scoprì nel cimitero di Priscilla una lapide che 
rammenta due discendenti di Petronio Secondo, ma da essa non si può in alcun modo 
ricavare se anche il nostro prefetto fosse cristiano. 

34. C. Pompeius Pianta. (a. D. 97-99). 

C. Ili, 14147 2 (Siene): Imp. Caesar[i~\ \ Nervae Traiano Aug. \ Germ. poni, 
max. tribunizia) \ polest. cos. II, p. p. per C. Pompeium \ Plantam praef(ectum) 
Aegypti et rei. 

L'iscrizione edita dal Cagnat (Co mples Rendus, 1896, p. 40) deve essere stata 
incisa fra il primo gennaio 98, giorno in cui Traiano ebbe i secondi fasci e il 18 
settembre dello stesso anno, in cui assunse la tribunicia poleslas per la seconda volta ; 
il Mommsen (ad h. t.) la crede del 99 piuttostochè del 98, « cum Traianus di- 
catur pater patriae, tribunicia igitur potestate secunda » ; ma a torto, poiché il 
titolo di pater patriae, Traiano 1' ebbe già nel 98 ( 2 ). 

Plin., Ep. ad Traian., 7 [23]: Tu, ex quo nomo sit, nolum mini facere debebis, 
ut epistulam Ubi ad Pompeium Plantam, praefectum Aegypti, amicum meum, 
miltam. Cf. ib., 10 [5]. Queste due lettere, secondo la cronologia stabilita dal Momm- 
sen ( :i ), sono dell'anno 98. 

Un papiro di Berlino (C. G. U. 226) attesta che Pompeo Pianta era prefetto 
ancora nel secondo anno del regno di Traiano, il 1 Phamenoth, cioè, il 25 febbraio 99. 

Finalmente il nostro prefetto comparisce in una stela dedicatoria dell'antica 
Tolemaide (Baillet, Rev. Ardi., 1889 1 , p. 70 e seg.) che sembra essere della fine 
dell'anno 97, poiché Traiano vi porta soltanto il soprannome rtQfiavtxóg e non il 
titolo pater patriae che prese, come si è detto, nel 98 (Cagnat, Ep. latine' , p. 1S8). 

Pompeo Pianta, al tempo di Vespasiano, fra il 76 e il 79, fu, a, quanto pare, 
procuratore della Licia-Panfilia ( 4 ), poi divenne prefetto di Egitto sul principio dei- 



esatta ed ho preferita nel testo quella del Letronne (Oeuvres choisies, I, 2, p. 117). Difatti, il 
Wilamowitz considera Aatoìia un vocativo, mentre è la forma dorica di Atjroidov, ed è evidente 
che non Febo, ma Meninone parla: audit Memnonem. dice la lapide secondo la formula usata nelle 
altre consimili iscrizioni. Di più il Wilamowitz spiega pars magna mentre nel testo non vi è che 
ysQng, e tuis radiis, laddove nel testo non è detto aov àxtslaiv, ma àxreìaiv tivqìvkis. E quindi se i 
raggi si riferiscono al figlio di Latona, AaxoiSa deve esser genitivo. 

( l ) Vedi i testi citati nella Prosop. 1. E., Ili, p. 29, 226; Borghesi, X, p. 38; Hirschfeld, 
Unters., p. 235. 

f 2 ) Cf. Wilmanns, Exempla, I, 933, n. 4; Cagnat, Epigraphi.it latine 3 , p. 188. 

( 3 ) Mommsen-Morel, Étude sur Plina le Jeunc, pp. 25-26. 

(*) Secondo una iscrizione rinvenuta in Pisidia (Lebas-Waddington, 1225) ove si legge solo: 
. . .ov nhivra èji[ir]tQÓno\v\ La congettura che essa si riferisca a Pompeo Pianta è del Borghesi, 
presso G. Hcnzen, Annali d. Inslituto, 1852, p. 187, 



— 82 — 

l' impero di Traiano. Plinio il giovane lo rammenta col nome di amico nelle lettere 
sopra citate, dalle quali risulta che Pompeo Pianta godeva pure l'amicizia del principe. 
Non è privo d'interesse conoscere altresì il motivo per il quale Plinio ne faceva men- 
zione. Era egli stato guarito da una grave malattia da Arpocrate, medico egiziano rofiov 
Mep<piTov, e desiderando ricompensarlo, pensò di chiedere per lui all' imperatore la 
cittadinanza romaua e 1' ottenne. Ma avvedutosi che la domanda non era stata rego- 
lare, poiché Arpocrate, per divenire cittadino romano, doveva prima essere in possesso 
della cittadinauza Alessandrina, scrisse di nuovo a Traiano con lo scopo di ripa- 
rare a questa dimenticanza ; l' imperatore fece ragione alla sua nuova domanda, ma 
lo pregò nello stesso tempo d' indicargli il nomo di cui Arpocrate era originario, 
per scrivere a questo proposito al prefetto di Egitto Pompeo Pianta che l' imperatore 
chiama appunto amicum meum ('). La stela di Menschieh sopra citata ci fa poi 
conoscere un atto compiuto da Pianta al principio del suo governo cioè la costruzione di 
un tempio in onore di Esculapio e d' Igea nella città di Tolemaide. Pompeo Pianta fu 
anche storico, poiché lo scoliaste di Giovenale ( 2 ) attesta che egli scrisse intorno alla 
guerra civile fra Ottone e Vitellio. Non credo poi, come pensano tutti col Labus 
(op. cit-, p. 98) che egli sia quello stesso Pianta, contro il quale Massimo, un amico 
di Plinio, dettò alcuni libri; in primo luogo, perchè di questo Pianta, Plinio fa menzione 
col solo cognome ( 3 ), mentre dove parla del prefetto di Egitto, aggiunge il gentilizio 
Pompeo; in secondo luogo, se questo Pianta fosse il nostro prefetto, non si com- 
prenderebbe come Plinio, appena udita la sua morte [morie eius audita), potesse 
esortare (horlor et monco) Massimo a pubblicare i libri che da un pezzo aveva 
scritto contro a lui, mentre sappiamo che Pianta era amico non solo di Plinio, ma 
altresì, come si è detto, di Traiano. Per conseguenza la lettera di Plinio 9, 1, a pre- 
scindere dalla difficoltà di stabilire la cronologia delle lettere pliniane del libro nono 
(Mommsen-Morel, op. cit., p. 24), non può invocarsi come testimonianza della morte 
di Pompeo Pianta, avvenuta, sebbene non si possa certificarla, mentre era ancora in 
ufficio, o poco dopo. 



35. C. Minicius Italus. (a. D. 101-103). 

C. V, 875 = Dessau, 1374 (Aquileia): C. Minicio C. fil. \ Vel. Italo . . .pr ae- 
fecto Aegypti et rei. Cf. Ili, 12053. 

B. G. U- 908, lin. 17-18: T~\u>T xQ\_at~\iGi(x)\j fjyt^fxóri Mtìixfcoi | 'Iràho x. t. A. 

V. anche Fayàm Towns, p. 305, n. 251. 

La data della prefettura di Egitto di Minicio Italo era sin qui assegnata (dal 
Labus fino al Meyer) all' a. 105, perchè la iscrizione di Aquileia che ce ne presenta 

(') Le lettere di Plinio e Traiano in cui si parla di Arpocrate, sono la quinta e la sesta oltre 
quelle citate sopra. 

( 2 ) Schol. in Iuv., II, 99, p. 192 Jahn = Peter, Reliquiae, II, p. 116. 

( 3 ) Plin., Ep., IX, 1. Al tempo di cui discorriamo, altri personaggi di cognome Pianta esi- 
stevano, e colui al quale allude Plinio nella lettera citata, potrebbe essere L. A'rillius Pianta 
ricordato in una iscrizione urbana dell' a. 90 (C. VI, 621). 



— 83 — 

il cursus honorum e che fu incisa appunto in cotesto anno, menziona come ultimo 
degli uffici esercitati da Minicio, la prefettura di Egitto; ma, come hanno fatto hen 
osservare il Grenfell e l' Hunt, nel loro commento introduttivo al papiro Amherst, II, 64, 
ciò non prova punto che, nel 105, egli governasse la nostra provincia. Di cotesto 
anno 105 è soltanto il decreto dei decurioni Aquileiesi in cui si ordina l' erezione di 
una statua di bronzo in onore di Minicio Italo, che si era reso benemerito di Aquileia 
sua patria. La prefettura di Egitto deve essere stata occupata da Minicio alcuni anni 
prima e il Wilcken ('), con molta probabilità, l'ascrive all' a. 101/102 ( 2 ); e non è 
improbabile che egli sia rimasto in carica fino al 103. 



36. C. Vibius Maximus. (a. D. ag. 103 marzo 107). 

C. Ili, 38 (Thebae): anno VII Imp. Caesaris \ Nervae Troiani Aug. Ger. 
Dacici | C. Vibius Maximus praef. Aeg. | audii Memnonem XI III K. Mar. \ Ilora 
US. semel el III semZeQ — 16 febbr. 104. 

Una colonna miliaria scoperta nella Nubia (C. III, 14148 2 ) che porta incisa una 
iscrizione bilingue (in greco ed in latino) assai mutilata deve riferirsi al nostro Mas- 
simo. 11 nome del prefetto di Egitto doveva precedere le indicazioni itinerarie, ma 
il gentilizio, nel parere di S. De Kicci (Comples liendus, 1900, p. 81 = A. P. II, 
438, n. 41) fu abraso; « deficit certe, nota il Mommsen, sed utrum casu an Con- 
silio, lapis ... nequaquam decidit non exhibens certa liturae vestigia ». L'iscrizione 
sembra esser stata incisa fra il 103 e il 105. 

Amh. Pap., II, 64: Jtxarov szovq Tqaiarov tov xvqiov . . . OvifiioQ Mà^ifbog 
x. x. I. a. D. 107. Cf. ib. 65. 

Altri documenti riguardanti la prefettura di Vibio Massimo: B. G. U., 329, 25; 
Ricci, A. P., II, 43S, n. 42. Cf. C. Gr. 4714, e quanto è detto a proposito di questa 
iscrizione nel numero seguente. 

C. Vibio Massimo fu amico di Marziale (XI, 106; I, 7) e di Stazio il quale a 
lui diresse e pubblicò una lettera de editione Thebaidos {Silo. 4 praef.) e prima 
di dar in luce quel poema lo sottopose al suo giudizio (Silv., 4, 7, 25). Vibio 
Massimo, prima di governare l'Egitto, era stato prefetto di un ala nella Siria (Silv., 
4, 7, 46); poi nel 93 era passato nella Dalmazia a comandare come prefetto la 
cohors III Alpinorum (dipi. mil. 23, C. Ili, p. 859) e mentre si trovava in quella 
provincia ricevette da Stazio un' ode latina (ib., 4, 7) la quale ci porge notizie sugli 
uffici militari di Massimo e sopra un compendio di storia universale, che egli aveva 
scritto riassumendo specialmente Sallustio e Livio (ib., 4, 7, 55). Nel governo di 
Egitto Vibio Massimo succedette a Minicio Italo probabilmente nell'agosto 103 e vi 
rimase almeno fino al marzo 107 ( 3 ). 

(') A. P. II, 124; cf. anche l'indice dei Papiri Berlinesi, III, p. 21. 

( 2 ) Per le varie dignità di Jlinicio Italo anteriori alla prefettura di Egitto, v. Waddington, 
Fastes, p. 162; Jung, 1. e, p. 235; Dessau, Prosopr. II, 377, n. 435. 

( 3 ) Vibio Massimo era amico anche di Plinio il giovane il quale in una lettera a lui diretta 
(3, 2; il gentilizio Vibius fu trovato da L. Havet nel codice Riccardiano [Rev. Critique, 1883", 



— 84 — 



37. [C] Sulpicius Similis. (a. D. ag. 107-marzo 112.) 

C. Ili, 24 — C. Gr. 4713° (Mons Claudianus) :'a»(»o) XII ìmp. Nerva Traiano \ 
Caesare Aug. Germanico) Dacico \ per Sulpicium Simi[le~]m praef(ectum) 
Aeg(ypti) a. 108/109 ('). 

Amh. Pap., 64: Jsxdcov siovq Tgatavov Katrtagog tot xvglov . . . 2ovXnixio[jf\ 
ZifiiXig 'HoaxXtld) t i, GTQ^airjyìp) ' Eqhotz(oX(tov) %a(ÌQtiv) x. %. X. ag. 107, cf. ib., 65. 
Cf. anche Fayum Towns, p. 272, n. 117, 6. p, 275, n. 119, 11. 

A. Sulpicio Simile (2ovXm'xio$ 2ì[mXic) si riferisce pure un papiro inedito di 
Vienna (cfr. De Ricci, Proceedings, 1900, p. 379); ma la data non è dell'anno 13 
di Traiano, come ivi è detto, ma bensì questa: Ixovg Te &eov Tqaiavov <PafievcoO 
xe, cioè 25 Phamenoth dell' a. 15 di Traiano, cioè 21 marzo a. D. 112, come gen- 
tilmente mi comunica il Wessely, per mezzo del prof. Stein. 

Si è disputato fin qui da molti se il cognome del nostro prefetto fosse Simius 
o Similis; nel papiro B. G. U., 140, 1. 10, come recentemente ha dimostrato il 
Wilcken (Hermes, 37, pp. 85 e seg.), non si deve leggere 2i]uuié fiov, ma bensì 
c Pa;ifiis fiov, dimodoché esso si riferisce non al nostro prefetto, ma a Q. Rammio 
Marziale che vedremo governare l'Egitto nell'aprile 118. Né si adduca in contrario, 
la iscrizione di Panopoli (C. Gr. 4714 = Lepsius, Denkm., XII, 75, n. 75) ove si 
legge rm'ov 2ovXttix(ov 2ifii'ov, perchè il nome del prefetto non si trova nel marmo 
ma fu restituito dal Letronne (e il Lepsio consente in questa arbitraria restituzione) 
servendosi della lezione SIMIVM della lapide del monte Glaudiano surriferita e dimo- 
strata già erronea, come si è detto, dal Labus e dal Mommsen ( 2 ). Lo Stein mi 
avverte che, a parer suo, il nome eraso del prefetto nella iscrizione è quello di Mas- 
simo e la data 10 maggio a. D. 109 si riferisce alla fine dell'opera, incominciata sotto 
il prefetto Massimo. Vuoisi notare altresì che il Letronne (Recueil, I, 115) attribuisce 
a Sulpicio il prenome Lucio, mentre il prenome Gaio gli è attribuito dal Lepsio ; per la 
qualcosa ho creduto opportuno di racchiuderlo in parentesi quadre. Del resto che la 
emendazione Simi[_le]m, in luogo di Simium nella lapide C. Ili, 24 come leggevasi 
nella copia del Wilkinson, proposta dal Labus e accolta dal Mommsen, sia giusta, lo di- 
mostra anche il papiro Amherst su riferito e lo conferma altresì un papiro inedito di 



pp. 251-254J e accolto dal Miiller nella sua recente edizione delle lettere pliniane) gli chiede un 
favore per l'amico Arrianus Jifaturus. Il Dessau (Prosop., Ili, 423, n. 389) opina che questa lettcr. 
scritta circa l'a. 101 fosse diretta a Vibio Massimo quando « iam tunc in Aegyptum destinatus erat ». 
Ma per vero due a me questa congettura non mi persuade; piuttosto, poiché non senza ragione 
Plinio ricorda la patria di Arriano Maturo (Altinatium princeps), sarei inclinato a credere che nel 
101 Vibio Massimo si trovasse nella Venetia et Histria, con qualche missione straordinaria. Cf. la 
missione straordinaria di C. Giulio Proculo nelia regione Transpadana appunto sotto Traiano (C. X, 
6688; Mommsen, Eph. Ep., VII, 397, n. 7). 

(') u simium traditur, nota il Mommsem, quod emendavit Labus (op. cit., p. 101), frustra con- 
tradicentibus Letronnio et Franzio ». 

(2) Wilcken, 1. e, p. 88. 



Heidelberg citato dal Wilcken, Hermes, 37, p. 88. Secondo lo Stein (Oesl. Jahresh. 
1900, Beiblatt, col. 209), contro però il parere del Grenfell, il nostro prefetto sarebbe 
menzionato anche nei papiri di Oxyrliynchos e precisamente nella famosa petizione di 
Dionisia (Ox. Pap., II, 237, col. IV, 36; VI, 28; Vili, 21), ma questa congettura non 
mi pare ormai più sostenibile, perchè un nuovo papiro di Oxyrhynchos (IV, 712; cfr. ib. 
p. 262), posteriore all' a. decimo di Antonino (= 146/147) e probabilmente dei primi 
anni di Commodo, menziona il prefetto Sulpicio Simile, dimodoché Flavio Sulpicio Si- 
mile (così è chiamato il prefetto nella petizione di Dionisia) deve invece aver governato 
l' Egitto sotto Commodo e quindi è diverso dal nostro. Questi cominciò la sua carriera, 
come semplice centurione nella guardia dei pretoriani, poi divenne prefetto dell' an- 
nona, nella qual dignità ebbe da Traiano il famoso rescritto sui pistores citato nei 
Fragmeala Vaticana (fr. 233) e dal giureconsulto Gaio (I, 34) il quale peraltro non 
ricorda il nome del destinatario. Indi salì alla prefettura di Egitto che tenne dall'ago- 
sto 107 al marzo 112 e per ultimo a quella del pretorio circa l'a. 117, la quale, 
avendo accettata contro la sua volontà, in breve depose; ritiratosi in una sua villa, 
dove, fino alla morte, visse altri sette anni, volle che s' incidesse sulla sua tomba 
quest'epitaffio conservatoci da Dione (69, 18, 18): Sf/nifag ivxavd-a xtìxai fiiovg [xtv 
txij tó<Ja, £ì'j(fag óè èVij énxà. Se le lapidi urbane (0. VI, 259, 31865) di cui la 
prima rammenterebbe, nel parere del Borghesi (X, 43, 46) il genio di Simile e 
l' altra la moglie e i figli, siano da attribuirsi al nostro prefetto, è cosa incerta, tanto 
più ora che sappiamo esservi stati due prefetti di Egitto di tal nome. 



* Dio s cur US. 

La colonna di Antonino Pio che si trova nel giardino della Pigna in Vaticano 
porta incisa nello zoccolo del piedistallo la seguente iscrizione : JioGxovqov (è'xei) D' 
Tgaiavov . . . óvo àvcc nódsg v \^Aqia~\xsidov ào'fixixxov (Kaibel, Ins. Gt\, 2421, 1). 
Cf. Amelung, Sculpturen des Vatican. Museums, I, 893-894. Il Kaibel, 2421, 1 e il 
Meyer (Hermes, 32, p. 214) congetturano che Dioscuro possa essere un prefetto e che 
quindi abbia governato 1' Egitto nell'anno nono di Traiano (105/106), ma la conget- 
tura non sembra ammissibile (cf. Stein, in Pauly-Wissowa, V, e. 1144), per due ra- 
gioni: la prima, già intuita dallo stesso Kaibel, che se Dioscuro fosse prefetto, la 
formula della iscrizione sarebbe questa : ini JioGxovqm incto%(p Aìyvnxov, che si nota 
nell'iscr. simile Kaibel, 2421, 2; la seconda ragione, che, nel 105/106, come si è 
visto, era prefetto Vibio Massimo. Si potrebbe pensare ad un interinato, ma sarebbe 
anche questa una congettura troppo campata in aria. 



38. M. Rutilius Lupus. (a. D. 114-117). 

C. Gr. 4948 = Dittenberger, II, 677 (Cysis) : . . . ini Màgxov 'Povtdiov Aovnov 
incco%ov Aìyvnxov ... hit)' avToxgdxooog Kaiffagog Ns'gova Tgaiccrov . . . Uayjùv a 
(26 aprile 116). 



— 86 — 

Oltre questa iscrizione di Cysis, menzionano il nostro prefetto 1) un papiro 
inedito di Vieuna citato da S. De Ricci (Proceedings, 1902, p. 39) la cui data 
corrisponde al mese di Pliamenoth dell' a. 17° di Traiano, cioè febbraio-marzo 114; 
2) il papiro Cattaoui (Grenfell, Hunt nnd P. Meyer, Papints Cattaoni [Arch. f. Pap. 
Ili, p. 57 e seg.] col. I, 1-4; 5-13; col. Ili, 11-22; col. IV, 1-15; aa. 114; 115; 
117); 3) un papiro di Berlino (B. G. U., I, 114) che porta la data Lx Otoìi Tqa- 
lavov Tv@i ófxàtr] cioè 5 gennaio 117; 4) un papiro di Oxyrhynchos (I, n. 97) senza 
data, ma che trovasi unito ad un altro documento dell' a. 19° di Traiano (115/116), 
nel quale anno lo ricorda come prefetto anche Eusebio (hisl. eecl., IV, 2); 5) un 
altro papiro di Oxyrhynchos di circa 1' a. 115 (ib., IV, n. 706); 6) un papiro Amherst 
di circa 1' a. 115 (II, 70); 7) i papiri di cui trattiamo più sotto; 8) Fa>jùm Towns, 
p. 211, n. 322 = Wessely, Stud. Pai., IV, p. 121: è una ànóóu&g del nostro 
Lupo; 9) B. G. U. IV, 1033. 

Da tutti questi documenti adunque rimane assodato che la prefettura di Rutilio 
Lupo si può collocare fra il marzo 114 e il gennaio 117. Sotto il suo governo scoppiò 
una gravissima sedizione dei Giudei in Alessandria della quale, oltre Appiano (Civ., 
II, 90) ed Eusebio (1. e, IV, 2), danno ragguaglio due papiri greci, l'uno del Louvre, 
pubblicato la prima volta dal Brunet de Presle (Les Papyrus Grecs du Musée du 
Louvre, p. 383 e seg.), l'altro del British Museum, pubblicato nel 1839 dal 
Forshell (Bescription of the greek papyri in the Br. M., n. 43) e poi dal Kenyon 
(Greek Pap. in the Brit. Mus., I, ri. 1, pp. 228 e seg.). Questi due papiri che, 
originariamente, facevano parte di uno stesso documento, furono riveduti e illustrati 
dal Wilcken (Hermes, XXVII [1892], pp. 464-480) e da T. Reinach (Rev. des 
études juives, XXVII [1893] pp. 70-82) ('). Nella silloge Berlinese dei papiri egiziani 
(B. G. U., I, 341) trovasi un frammentino di sedici linee che ha molta relazione coi 
fatti esposti nel papiro di Parigi, per il quale v. Wilcken, Hermes, XXX [1895], 
pp. 481-485. Su questi documenti papirologici così importanti, v. pure le nostre 
osservazioni nelle Fonti per la storia dell' imp. Traiano, pp. 17-23. Anche la iscri- 
zione di Silsilis assai mutilata (C. Gr., 4843 = Letronne, Ree , I, 430) pare men- 
zioni il nostro prefetto Lupo. Sulla iscrizione greca di Roma (Kaibel, n. 2421, 2) 
che rammenta un prefetto di Egitto di nome Aovnog, vedi quanto si è detto al n. 26. 



*Q. Marcius Turbo Fronto Publicius Severus. 

Si ammette comunemente e tra gli altri, in modo perentorio, dal Wilcken. 
(Hermes, XXVII [1892], p. 472) e dallo Schiirer (op. cit., P, 664, n. 2), che Rutilio 
Lupo abbia avuto per successore nella prefettura di Egitto, Q. Marcio Turbone, ma 
questo è un errore che già rilevai nelle mie Fonti dell' imp. Traiano, p. 22 e che 
vedo con piacere esser posto in evidenza anche da P. Meyer (Hermes, XXXII [1897], 

( l ) Riprodotto nei suoi Textes d'auteurs grecs et rom. relatifs au Judaisme, pp. 218-226. 
Cf. anche Rev. des et. juives, XXXVII (1898), p. 218. — Su questi documenti e sulla rivolta di 
Alessandria, cf. anche Schiirer, op. cit., P, pp. 66-67; 662 e seg. 



— 87 

pp. 217-218). Marcio Turbone, GTQcarjyixcozaTog àvrjQ, come lo chiama Dione 
(69, 18), fu inviato dall'imperatore Traiano, in missione straordinaria e con pieni 
poteri militari a reprimere la rivolta dei Giudei che non solo era scoppiata, come 
si è detto nel numero precedente, in Alessandria, ma si era estesa anche al territorio 
di Cirene ; e Turbone ne venne a capo noXXalg nà%cag ovx òXCyqt te xqóvtp, per usare 
le parole di Eusebio (Hlst. eccl., IV, 2). Questa missione straordinaria evidentemente 
si rese necessaria, perchè il prefetto di Egitto, Rutilio Lupo, allora in carica, non riu- 
sciva a domare la formidabile rivolta che aveva assunto il carattere di una vera 
guerra ed era urgente impedire che prendesse proporzioni troppo pericolose. Tutto ciò 
risulta chiaramente da Eusebio il quale, mentre ha cura di dire che la rivolta scoppiò 
ì)yov;tt'rov Ti t vixavca Aovrcov tTjg ànàarfi AlyvTixov, non dice punto che Turbone 
fosse prefetto di Egitto e quindi successore di Lupo, ma con le parole ò avroxQàrwq 
i'nifiipev Mccqxiov TovQ§atva dvv Svvàfiei 7te£f) vs xaì vccvrixfj, iti óè xul ìnmxri 
(1. e), accenna evidentemente alla missione straordinaria militare di cui fu investito 
Turbone nell' a. 117. E Sparziano (Iladr., 5, 8) conferma le parole di Eusebio; 
poiché le parole Marcio Turbone ludaeis compressis ad deprimendum tumullum 
Mauretaniae destinato, vogliono significare che Turbone, dopo aver vinti i Giudei, 
ebbe la stessa missione straordinaria prima nella Mauretania dove 1' ordine era stato 
turbato e poi nella Pannonia e nella Dacia col titolo e le insegne di prefetto (prae- 
feeturae in folis ornatura, ib. 7, 8). Adriano poi gli diede il titolo onorario di pre- 
fetto di Egitto quando lo prepose al governo della Dacia: Dacia Turboni eredita, 
titulo Aegyptiacae praefecturae, quo plus auctoritatis haberet, ornato (Iladr., 
7, 15). Queste osservazioni dimostrano che Marcio Turbone non deve essere annove- 
rato fra i prefetti di Egitto, la qual provincia egli non poteva amministrare, come 
bene osserva il Salmasio (Ilist. Aug. scriptores, Lugduni 1671, I, 55, n. 2), con- 
temporaneamente alla Dacia. 



39. Quintus Rammius Martialis. (a. D.apr. 118-4 ag. 119). 

C. Ili, 14137 1 (Puah prope Alexandriam). Q. Rarnmio \ Martiali \ praef(ecto) 
Aeg(ypti) | A(ulus) Rutitius Cito \ optio specul(alorum) | o(b) m(erita). Cf. C. Gr. 
4713; 4713/ = Dittenberger II, 678. 

Dalla seconda delle iscrizioni greche sopra citate e relative alle dedicazioni di 
due templi nel Monte Claudiano in Egitto e che furono diffusamente illustrate dal 
Letronne (Recueil, I, 152 e seg. cf. Dittenberger, II, 678) risulta che Rammio Mar- 
ziale era prefetto il 23 aprile 118 {i/rì 'Pa/x/xicot MuqriàXi £tkxqx ùu Aìyvniov 

[I/]/2' AìnoxqàtoQog K«t6«Qog Tqaìuvov Adqiavov (^ag^iov^ì xrf) ; dal papiro 

berlinese poi, citato al n. 37 (B. Gr. U. 140) e che, secondo la nuova recente lettura 
del Wilcken {Hermes, 1902, pp. 84 e seg.) contiene una epistola di Adriano pub- 
blicata in Alessandria il 4 agosto 119 \JJov~\nliov A\_ìliov tò y xaì ^Pov~\gtixov 
\j)7iàf\xoig . . . nqiòis vó\_r~\ag Aovyo[yG^\rag) e che comincia COSÌ: inC\_&~\'tanct[i^\ 
l Pàix[xis [iov x. r. X., ricavasi che Rammio Marziale nell'estate 119 era sempre pre- 
fetto. Di lui poche notizie sono rimaste ; sappiamo solamente da due iscrizioni urbane 

Classk di scienze morali — Memorie — Voi. XII. Serie 5 a . 12 



— 88 — 

(C. VI, 221, 222) che negli anni 111 e 113 aveva coperto l'ufficio di prefetto dei 
vigili. Una iscrizione di Trea nel Piceno (C. IX, 5665) che ricorda una schiava 
di Rammio Marziale mi fa supporre che egli o fosse oriundo di quei luoghi, o colà 
avesse alcuni possedimenti. * 



40. T. Ha te ri us Nepos. (a. D. febr. 121-apr. 124). 

C. Ili, 39 (Thebae), anno V Hadriani \ imp(eratoris) n(oslri) T. Hateriu[f\ 
Nepos praef. Aeg[ypti] | audit Memnonem XII. k. Mari. Hora IS. (18 feb- 
braio 121). 

Corp. Pap. Rain. I, n. 18: 'E% àvccnonnUfi Aregiov [iVeTr^H ? T °v xQatiato\j)~\ 
ì)ye[n~\óvog [ò^yòóov avzoxqàtoQog \_KaiGaQo~\g [TJqcchxvov AÒQia\_vo~\v 2t(ì\_ulpTov 
<I>a()/.iovOì òxTcoxaiàtxciTìj x. r. X. (13 aprile 124). Su questo papiro riprodotto anche 
dal Girard, Texles de droit romain 3 , p. 838 e seg. vedi il dotto commento del 
Mommsen {GesammeUe Schriften, I, 1 p. 445 e seg). V. anche in B. G. U., 742 un 
altro papiro probabilmente dell'anno 122 in cui è citato il nome del nostro prefetto. 

De Ricci, Nouv. Rev. de Droit Frane, et Étr., 1906, p. 478: T(itus) Haterius 
Nepos praef(aectus) Aeg(ypti). È un diploma militare scoperto in Fayùm L'ho/iesta 
missio è conceduta dal prefetto di Egitto a un cavaliere gallo à&M'ala Voconliorum di 
cui un distaccamento era stato di stanza in Egitto. La data corrisponde al 4 gennaio 122. 

Ad Aterio Nipote devesi riferire, secondo la bella congettura del Borghesi 
(Oeuvres, V, p. 3), la iscrizione acefala di Foligno (C. XI, 5213 = Dessau, 1338) 
che ne conserva il suo cursus honorum e dal quale apprendiamo che poco prima 
della prefettura di Egitto, Aterio Nepote aveva occupata quella dei vigili. In Egitto 
egli deve esser succeduto a Rammio Marziale probabilmente sul finire dell' a. 120 
ed era sempre in carica, come attesta il papiro Ranieri, nell' a. 124. Sulle sue 
relazioni di parentela col suo omonimo ricordato in altro titolo fulginate (C. XI, 
5212 — Dessau 1058), v. il Bormann, ad h. t., e il Wilmanns, Exempla 1249 a b. 



41. T. Flavius Titianus. (a. D. marzo 126-ott. 131). 

CHI, 41 (Thebae): T. FI. Titianus \ praef(ectus) Aeg(ypti) | audit Mem- 
nonem | XIII K. aprii. | Vero III et Ambibulo cos \ hora I. (20 marzo 126). 

Oxyrh. Pap. I, n. 34, col. Ili, 1 : Tlxog (PXaoviog Tuiuvùg s.Tagx ? Aìyvmov 
Xéya x. t. X. — Il papiro porta la data del 20 agosto 127 (frovg ia Avtoxqciioqoz 
KalaaQog TQaiav[o~\v Adqiavov ^sfiaGiov MsGoqtj x£') e contiene un editto del prefetto. 

Il nostro prefetto è citato anche nella così detta petizione di Dionisia (Ox. Pap. 
II, 237; VII, 37) come in ufficio nell'a. 128; in un altro papiro dell' ott. 131 (Ox. Pap. 
111,486, 17); in due papiri berlinesi, l'uno dell' a. 130/131 [B. G. U. 420), l'altro 
del 2 agosto 131 (ib. 459). Ad esso si riferisce pure un papiro inedito del Louvre 
n. 10361 citato da S. De Ricci (Proceedings, 1902, p. 63, n. 44); cf. anche Fayum 
Towns, p. 143, n. 32; Ox. Pap. III. 584 (a. D., 129 e.) e forse anche Ox. Pap. I, 
p. 62, n. 33. 



— 89 — 

Secondo questi documenti adunque Flavio Tiziano governò la nostra provincia 
dal marzo 126 all'ottobre 131. Sopra i Flavi Tiziani che amministrarono l'Egitto 
ha scritto il De Rossi nel suo Bull, di Ardi. Cristiana, 1875, pp. 63-69, dimo- 
strando che « i Titi Flavii Tiziani fioriti nel secolo secondo discesero da uno dei Flavii 
Sabini della linea collaterale dei Flavii Augusti ; e che in alcuni membri della loro 
famiglia continuò la fede cristiana suggellata con le morti e con gli esili di Flavio 
Clemente e delle due Domitille » . Durante il governo del nostro prefetto, l' impe- 
ratore Adriano dimorò in Egitto dall'autunno 130 fino all'autunno 131 (cf. Diirr, 
Reisen des Kaisers Iladrian, pp. 59-66; Meyer, Hermes, 1897, p. 219). 



42. M. Petronius Mamertinus. (a. D. nov. 133-febb. 135). 

C. Ili, 44 (Thebae): \_Se]x. Petronius Mamertinus praef(ectus) Aeg(ypti), 
audi Memnon \ VI idus Martias \ Serviano III et Varo c[o~\s \ Hora dies ante 
primam (sic) (10 marzo 134). 

Fayùm Towns, n. 21, 1: Mdgxog Iltxqón'iog Ma/jiegiTrog è'nccQxog Aìyvmov 
A[if]y«t — (l'rovg) irj Avroxqàxooog KaiGaoog Tqaiavov Aóqiavov SeftaGTOv Oa- 
(xevw& xc. (22 marzo 134). 

A Petronio Mamertino si riferisce anche un'iscrizione metrica di Talmis (C. Ili, 
77 = Buecheler, I, 271) nella quale sono notevoli queste espressioni sacra Mamer- 
tino sonuerunt praeside signa che alludono evidentemente alla statua di Memnone. 
Nel papiro di Oxyrhynchos contenente la petizione di Dionisia è citato un ÓTivo/ivr)- 
/xaTMf/jtóg IIstq<oviov Ma t aeQT£ivov, con la data (è'rovg) ir] Ad(>(iavov), A&vq li 
(Ox. Pap., II, 237; Vili, 43) da cui dunque risulterebbe che esso era già in carica 
1* 11 novembre 133. Lo troviamo citato anche in due papiri berlinesi, l'uno del 25 
febbraio 134 (B. G. U., 114 2 ), l'altro dell' 8 febbraio 135 (ibidem 19) che contiene 
una epistola di Petronio Mamertino diretta a un Menandro fiaaiXixog yga^/iaTevg 
(cfr. Lafoscade, de epistulis ecc., p. 53); e in fine in un papiro di Oxyrhynchos del 
gennaio 135 (Ox. Pap., IV, 726, 17). Cfr. Pap. Cattaoni, I, 14 (A. Pap. Ili, 57). 

Il prenome del nostro prefetto, secondo la iscrizione di Tebe, sarebbe \_Se~\x(tus); 
ma il papiro di Fayù.m sopra citato lo chiama invece Marcus e questo prenome, 
come fanno bene osservare gli editori del papiro, deve essere giusto poiché era il 
prenome di suo padre M. Petronius Sura e di suo figlio M. Petronius Sur a Ma- 
mertinus, che fu genero di Marco Aurelio, come mostrò il Borghesi (Oeuvres, V, 
433). Petronio Mamertino governò 1' Egitto almeno dal novembre 133 al febbraio 135, 
come risulta dai documenti sopra citati; più. tardi divenne prefetto del pretorio; 
dignità che occupò dal 139 al 143 e che ebbe comune con M. Gavio Massimo 
(Prosop., Ili, 28, n. 212; Borghesi, X, 48). Era amico di Frontone, e uomo culto e 
lodato per i suoi versi, come ricaviamo da una lettera a lui diretta da quel retore 
(Ep., I, 10, p. 180, Naber; cf. Haakh, in Pauly' Encyclop., V, 1407, n. 21). La la- 
pide urbana C. VI, 1488 che il Marini (Arcali, II, 728) riferiva al nostro prefetto, e 
sulla quale il Labus (op. cit., p. 110) fondavasi per considerarlo prefetto dell'annona, 
deve invece attribuirsi al figlio M. Petronio Sura Mamertino (Prosop., Ili, 30, n. 229). 



— 90 — 



* Petronius Bai bus. 

Il Labus (op. cit., p. Ili) include nella serie dei prefetti dopo Petronio Ma- 
rnertino, un altro prefetto che, sulla testimonianza -di una lapide egiziana, egli chiama 
Petronio Balbo; ma cotesta lapide è quella di Mamertino sopra citato (C. Ili, 44), 
dove però il cognome Balbus deriva da una correzione non giusta della lezione erro- 
nea del Pococke SAAAABVS; cfr. su ciò Letronne, Oeuvres Ch., I, 2 166. 

43. C. Avidius Heliodorus. (a. D. 138-140). 

Oxyrh. Pap., Ili, 484: xgàtMJrog rjytfiwv Avióiog 'Hhódwoog — (è'iovg) xfì 
Avto\_xQ~\àTOQog KaiOaqog Tqaiavov AÓQiavov 2€{3cc0tov Me%HQ y (28 gennaio 138). 

C. Ili, 6025 = Dessau, 2615 (Syene): Imp. Caesar T. Aelio Hadriano \ Anto- 
nino Aug. Pio p. p. Coli. I Fl{avia) Cil(icum) equ(ilala) basilicam fecit per C. Avi- 
dium Heliodorum praef(ectum) Aeg(ypti) et rei. 

Al nostro prefetto si riferiscoDO altresì i seguenti documenti: un'altra iscrizione 
di Syene (C. Ili, 14147 3 ); taluni papiri di Berlino:-^. G. U., 113, 9 (dove la data 
sL deve leggersi invece yL) del 140; B. G. U., 256 (senza data, ma del tempo di 
Antonino Pio); ibidem, 747, del 30 marzo 139; Pap. Catiaoui, IV, 21 (Arch. fùr 
Papf., Ili, p. 60); Fayàm Towns, p. 257, 106. La iscrizione C. Gr., III, 4955 
( ss Dittenberger, II, 702) che, secondo il nuovo testo pubblicato in Petermanns 
Geogr. Milth., 1875, p. 392, dovrebbe ascriversi all' a. 155, è invece dell' 11 agosto 
140, secondo l' antica lettura datane nel Corpus e accertata dallo Stein, Hermes, 
XXXII, 666). 

C. Avidio Eliodoro, padre di Avidio Cassio che usurpò l' impero al tempo di 
Marco Aurelio, era oriundo di Cirro, città della Siria (Dio, 71, 22). Adriano che lo 
ebbe assai caro lo fece suo magister epistularum (Dio, 69, 3); e poi, per la sua 
perizia nella rettorica (*£ èimsiqiag qrjToqixì)g: Dio, 71, 22) lo volle prefetto di 
Egitto. Eliodoro non conservò sempre il favore del principe (Heliodorum famosissimis 
litteris lacessivit, dice di lui il biografo imperiale, Iladr., 15, 5), ma certo è che la 
sua promozione alla prefettura di Egitto deve essere avvenuta sotto Adriano e non 
sotto Antonino Pio, come fin qui si credeva, poiché il papiro di Oxyrhynchos sopra 
citato lo mostra in ufficio il 28 gennaio 138, quando Adriano era sempre sul 
trono; ed egli governava ancora l'Egitto nell'a. 140, come s'impara dagli altri 
documenti a lui relativi e che poc'anzi abbiamo citati. Eliodoro era legato d'ami- 
cizia col famoso retore Aristide, ma, come ha ben dimostrato W. Schmid nella 
biografia di questo personaggio (Rh. Museum, 48 [1893], pp. 55 e seg.), la loro 
amicizia deve esser nata, non già quando Aristide viaggiava in Egitto, ma più tardi, 
nel suo soggiorno iu Roma, quando Eliodoro aveva già lasciato il governo della pro- 
vincia. Sull'ultimo periodo della sua vita nulla si sa di preciso ('). 

(') Copiosa è la letteratura intorno ad Avidio Eliodoro; vedila indicata dal Meyer, Hermes, 
32, p. 220, n. 2. Cf. anche v. Rohden, in Pauly-Wissowa, R. E., II, 2, col. 2383, n. 3 e i miei 
scritti latini di Adriano imperatore, p. 51. 



— 91 — 

44. Valerius Eudaemon. (a. D. 142-145?) 

Oxyrh. Pap., II, 237; Vili, 8, 18: OvaXs'giog Evóai/xcov ì'nagxog Aìyvmov 
Xiyn — sxovg f Qsov AlXiov Avtùìvivov, 'Ensicp xó (= 18 luglio 142): Cf. Oxy. P. 
I, 40; Pap. Cattaoui IV, 16 — V, 26 (26 ag. 142), 1. e, p. 60. 

Prima che fosse noto il papiro 484 di Oxj r rhynchos, citato al numero precedente, 
la prefettura di Valerio Eudemone si poneva sul finire del regno di Adriano, ma 
ormai è cosa accertata che egli fu invece prefetto sotto Antonino Pio e successore 
di Avidio Eliodoro. Eudemone, per comune consenso, è l' amico di Adriano, prima, 
conscius imperii e poi dall' imperatore ad egestalem perductus, come dice il biografo 
imperiale (Hadr., 15, 3); a lui si sogliono riferire due lapidi, l'ima latina e acefala 
di Efeso (C. Ili, 431=Dessau, 1449), l'altra greca di Siria (C. Ili, 7116 — Bull, 
hell. Ili, 257; Eph. Ep. V, p. 623) in cui sono rimaste le vestigia del cognome 
(. . . ifiovi) che permisero all' Hirschfeld (ap. Friedlànder, Sittengcschichle, l 6 , p. 186) 
di riconoscere nel personaggio ignoto l' amico di Adriano. Le due lapidi dimostrano 
che Eudemone aveva occupate, sotto Adriano, molte dignità dell' ordine equestre, fra 
le quali parecchie procuratele (procuralor Lyciae, Pamphyliae, Galaliae, Paphla- 
goniae, Pisidiae, Ponti, hereditatium, provinciae Asiae, Syriae); caduto in disgrazia 
di Adriano, venne più tardi richiamato in servizio da Antonino Pio e promosso alla 
prefettura di Egitto, provincia che egli già conosceva assai bene, avendovi esercitato 
l'ufficio di procurator Hadriani ad dioecesin Alexandriac. Per quanto tempo 
Valerio Eudemone abbia amministrato l'Egitto al cui governo fu preposto nel 142, 
non è possibile di stabilire con piena certezza; può ammettersi che la sua ammi- 
nistrazione abbia durato fino al 145, in cui vediamo prefetto Valerio Proculo, ma è 
una congettura non sostenuta dai nostri documenti. Si suole attribuire a lui un papiro 
berlinese (B. G. U., 733), dove, a cagione dell' epiteto XafiTiQoiàrov che precede nella 
linea sesta il titolo rjysfióvog, la data L xà si riferisce all' anno ventunesimo di 
Antonino Pio, cioè, il 157/158; ma per vero dire non parmi che V Evóai^iwv citato 
nella 1. 14, possa essere l'anonimo prefetto della linea sesta. Personaggi col nome 
Eudaimon, nei papiri, s'incontrano frequentemente: nel papiro B. G. U., 852, 1. 5: 
troviamo p. e. menzionato un Evdai t ua)v óiàóo%og, dimodoché è presumibile che 
anche l'Evóai/xcov del papiro 733 sia diverso dal nostro. 

45. L. Valerius Proculus. (a. D. 145-147). 

CU, 1971 (Malaca): Valeriae C. f. Lucillae \ L. Valeri Proculi \ praef(ecti) 
Aegypti | d. d. Malac. et rei. 

Oxyrh. Pap. II, p. 208 : ànoyQcccpofxai x[aTà~] tà xsXsvG&évrcc ino OvaXegiov 
IlqóxXov zov ìiyefióvog x. t. X. Il documento è una xax oìxiav ànoyqayrj dell' a. nono 
(& [sTovg~\) di Antonino, cioè, dell' a. 145/146. 

A Valerio Proculo si riferiscono altri documenti: in primo luogo, un'altra iscri- 
zione di Malaga nella quale è contenuto il suo cursus honorum (C. II, 1970 = 
Dessau, 1341), senza però la menzione della prefettura di Egitto e della praefectura 



— 92 — 

annonae di cui invece fa ricordo un titolo urbano (C. VI, 1002). Cf. C. XIV, 2957 
Al nostro prefetto si riferiscono poi il papiro fì. G- U. 288, dove la data è perita, 
ma che appartiene all'anno decimo o undecimo di Autonino (Meyer, Heerwesen, p. 144) 
e il papiro B. G. U., 378, che in fine porta questa data Lt' <DaQ[iovd-i x[.]; lo Stein 
(Oesterr. Jahreshefle, II, [1899], Beiblatt, e. 107) confrontando questo papiro berli- 
nese con un altro papiro del Museo Britannico, II, p. 152, n. 196, del tempo di 
Antonino Pio, dove si fa pure menzione del iuridicus Claudio Neocide, ha ben dimo- 
strato che codesta data non può essere che la fine del mese di Pharmuthi dell' a. decimo 
di Antonino Pio, cioè a dire, l'aprile 147; e per conseguenza nella 1. 11, come ha 
già proposto il Meyer, si deve leggere : Aovxim [OvaXsqimi I1qóx~\Xoìi irtàoxai 
AlyvTiTov. Il prefetto Lucio citato nella iscrizione greca di Elefantina (C. Ili, 4863, 
col. in) potrebbe essere L. Valerio Proculo, sebbene lo Stein (Hermes, 1897, p. 665) 
propenda a crederlo L. Volusio Meciano. V. anche B. G. U. IV, 1038, 18 e un pa- 
piro scoperto in Egitto da S. De Ricci (Comptes Rendus 1905, p. 161 e seg.) in 
cui si fa menzione della óiàza^ig IJgóxXov, cioè, di un editto del nostro prefetto Va- 
lerio Proculo che porta la data del 17 novembre 145. 

L. Valerio Proculo era oriundo, come attestano le iscrizioni ispaniche che lo 
riguardano, di Malaga. Dopo aver percorsa felicemente la carriera equestre, dopo essere 
stato in Egitto praefectus classis Alexandrinae et potamophylaciae ('), e dopo 
aver occupata la prefettura dell'annona nel 144, come attesta l'iscrizione urbana 
citata (C VI, 1002), come ben vide l'Hirschfeld {Philologus, XXIX, pp. 30-31), 
venne promosso alla prefettura di Egitto che egli resse, secondo le testimonianze 
papirologiche, dall' a. 145 all' a. 147. 

46. M. Petronius Honoratus. (a. D. 147-genn. 148). 

S. De Ricci, Proceedings, 1904, p. 196: L. Ann\io Largo C. Prastina Messa- 
lino] cos. | 1III K. septembres, anno X\_imp. Caesaris T. Aelii Hadriani Antonini 
Aug. Pif\ — M. Petronio Eonorato praef. A eg.]. È un frammento di una tavoletta 
cerata di Oxford del 28 agosto 147 che corrisponde appunto alla data consolare e 
all'anno decimo del regno di Antonino Pio. Un altro dittico del 3 nov. 148 v. nella 
Nouv. Rev. Ilist. de Droit Fr. et Étr., 1906, p. 483 e seg. 

B. G. U., 265 : \jtQo2yg(a(prj) ex zófxov imxqias(a\_v Màqxov ITsTQwriov c Oi'»]- 
oàrov sticcq^ov Aìyimxov — ano Ms^sìg y £^(og~\ xov Ilax[jav [irjvòg? tov èvs^ffTwrog 
iccL AvxoxQctxoQog \_KcaGaoog Tirov AìXiov Aàgiajvov Arxcavsivov x. x. X. (28 gen- 
naio 148). Petronio Onorato è citato in un papiro del Museo Britannico (Pap. Brit., 
II, p. 171, n. 358); e in C VI, 1625 b (Roma): M. Petronio m. /.] | Quirino) 
Onorataci] .. . praef(ecto) Aegypti et. rei. Cf. Fayùm Totvns, p. 300, n. 203. 

Il Labus (op. cit., p. 126) ascrive la prefettura di Petronio Onorato agli ultimi 
anni di Marco Aurelio Antonino, ma egli non conosceva i due documenti sopra citati, 
i quali accertano invece che il nostro prefetto governò l' Egitto dal 147 al 148. 
Intorno a lui, v. Roulez, Mém. de l'Acad. de Bruxelles, XVII [1843], pp. 39-40. 

(') Sulla potamophylacia, oltre le osservazioni di L. Renier, Mei. ctF/'igraphie, pp. PI e seg.; 
ii E. De Ruggiero, Dizionario, I, 283 e seg.; v. il lavoro speciale dello Schwarz nei Jahrb. fùr 
Philologie, 1891, pp. 713-716. 



93 



47. L. Munatius Felix. (a. D. 150-153). 

S. De Ricci, A. P., II, 441, n. 56 = Cagnat, R. A., XXV [1894], p. 402 
(Koptos) : AvxQxqàxoqog | Kaioaqog Tixov \ AìXCov 'Aàgiavov | 'Avxoovì'jvov (sic)... 
ini | Avxiov Movvcctiov | (bijlixoc, sTtàqxov \ Alyvnxov èri àycc&wi. 

Pap. Brit., II, 172, 358: xov XccfxnQoiàxov ijys^óvog Movvcctiov <t>i'j- 

Xixog x. x. X. 

Cf. anche Ox. Pap., II, 237; Vili, 20: Movvàxtog rìnsv (13 sept. 151); v. anche 
B. G. U., 448 (=161); 613; 28: Ox. Pap., IV, 800: (PfjXixog xov i)y moveva avxog 
(circa 1' a. 153). 

S. Giustino martire nella sua prima apologia (Corp. Apolog. ed. Ott., I, 88 e seg.) 
che fu da lui composta nell'a. 150, come provò primo il Tillemont (Memoires, II, 
375) menziona un prefetto di Egitto col nome QTjXil; che, per unanime consenso, si 
reputa identico a L. Munazio Felice. Il Waddington (Mérn. de l'Acad. des inscr., 
26, 1, p. 266 citato dal Dessau, Pros., II, 58, n. 107) ascrive la prefettura di Felice 
al tempo di Adriano, ma i nuovi documenti relativi al nostro prefetto, provano, invece, 
come già aveva ben veduto lo stesso Dessau (ib. II, 389, n. 529), che Munazio 
Felice governò l'Egitto dal 150 fino circa al 153. 



* Dinar chus. 

Giovanni Maiala nella sua Cronografia (p. 280 ed. Niebuhr) ricorderebbe un 
prefetto di Egitto con queste parole: tnsGxQàxsvo's ['Arrcovìvog IIÌog~\ de xaxa Aiyv- 
7iTicov TVQavvi]0'àvTa)V xal (povevffavtcav tov ai yo v 0t àXiov J sìvccq^ov. Da 
questo passo il Labus (op. cit., p. 114) e il Letronne (Ree, I, 133) inferiscono che 
al tempo di Antonino Pio scoppiò una sedizione popolare in Egitto durante la quale 
il prefetto Dinarco, che governava allora la provincia, rimase ucciso, tantoché lo 
stesso imperatore si vide costretto a recarsi in Egitto per reprimere quella grave 
sedizione. Il Dessau (Pros., II, 13, n. 77) chiama il racconto di Maiala dubiae fidei 
narratio e senza dubbio Maiala è un cronografo di poca autorità ; ma, d' altra parte, 
come ha dimostrato il Gutschmid ('), cotesto cronista era ben informato degli avve- 
nimenti di Oriente dimodoché non si può dubitare della esattezza del racconto che 
in Maiala troviamo sulla sedizione Egiziana, la quale deve aver avuto luogo circa 
l'anno 153. Ma se il racconto è esatto, non può essere esatto il nome del prefetto 
rimasto ucciso nella sedizione. Il Lacour-Gayet (Antonin le Pieux, p. 137, n. 5) 
vorrebbe che egli avesse appartenuto alla gens Aemilia, e che da lui appunto discen- 
desse M. Aemilius Macer Dinarchus, figlio di un legato della Numidia come s' impara 
da una iscrizione africana che lo riguarda (C. VIII, 2730). Ora questa congettura 
potrebbe ammettersi, quando fosse realmente accertata l' autenticità del nome Dinarco 

(') Presso Dierauer, Geschichte Traians (Budingers, Untersuchungen, p. 155). 



— 94 — 

nel testo di Maiala; ma ciò appunto mi pare cosa assai dubbia. Già il Meyer 
(Hermes, 1897, pp. 221-224) aveva ben veduto che il passo del cronografo greco appa- 
risce corrotto, tantoché, nel parer suo, invece di JsCvqq%ov dovrebbe leggersi è'naQxov 
ovvero imctQ%ov, e difatti AvyovffraXiog snaqxoc, sarebbe il termine corrispondente 
all'altro latino: praefectus Augustalis. Certo è che il passo che noi abbiamo 
dinanzi è guasto, né ciò può sembrare strano a quanti sanno che il codice di 
Oxford, il solo che esista dell'opera di Maiala, non è che una recensione abbre- 
viata del testo originale (Krumbacher, Gesch. der Byz. Litleratur 2 , p. 330). Ora che 
l'accusativo Jtivagxov non sia un nome, parmi evidente del confronto di altri passi 
consimili di Maiala : xcù eócoxsv aQ%€iv avzwv rwv Aìyvniiwv . . . aqypvxa. ex twv 
ìó(ù)v ccvtov hvOquìTiwv òvófiatt KoqvtjXiov rdXXov (p. 224, 10) ; ol órjfioi AXsSav- 
ÓQSt'ag Ttjg /xsyccXrjg è<StaGÌa<Jav xcù è<pó) svGav %òv avyovffrdXiov avxlbv QsodÓGiov 
òvófiau . . . Sia Xeìipiv iXaiov x. t. X. (p. 401, 21); Sia Aixiviov, avyovffraXiov AXs- 
^avdqsiaQ (p. 434. 11), i quali mostrano, adunque, che se Dinarco fosse un nome, 
nel passo die esaminiamo, o dovrebbe precedere l' appellativo AvyovatàXiov , ovvero esser 
seguito dal dativo òvó/xan. JsCvaQ%ov adunque è una parola corrotta, ma non credo 
che debba correggersi in vnctQ%ov, come vuole il Meyer, perchè io trovo, nei passi 
suddetti, che Maiala designa il prefetto di Egitto col semplice titolo di AvyovaxàXiog, 
che, del resto, era il titolo ufficiale dal secolo quarto in poi. Piuttosto nella parola 
Jeivagxov dovrebbe, a parer mio, nascondersi il motivo della uccisione dell'anonimo 
prefetto; e quindi potrebbe supporsi che nel testo originale fosse scritto àeivwg 
ccQxovra, o qualcosa di simile per indicare il governo severissimo del prefetto, ciò che 
indusse gli Egiziani a spegnerlo. Questa supposizione confermerebbe anche il signi- 
ficato del verbo Tvgawfvw che in Maiala molte volte non vuol dire tiranneggiare, 
ma ribellarsi e quindi il nostro passo dovrebbe così intendersi: gli Egiziani si ri- 
bellarono ed uccisero il prefetto, in quanto erano da lui tiranneggiati. 
Ma chi sarebbe l'anonimo prefetto? Il Meyer, supponendo che il viaggio di Anto- 
nino Pio in Egitto debba porsi fra il 153 e il 157, pensa che il prefetto anonimo 
ucciso nel tumulto indicato da Maiala sia M. Sempronio Liberale, ma questa ipo- 
tesi non è ammissibile, poiché, come vedremo or ora, Sempronio Liberale tenne 
il governo della provincia fino all' a. 159. Il Labus (op. cit., p. 114) e il Letronne 
(Ree, I, 133) non dubitando dell'autenticità del nome Dinarco ( l ), lo crede- 
vano successore di Avidio Eliodoro e che avesse governato l' Egitto nel 148, ma 
anche questa opinione, avuto riguardo alla cronologia delle prefetture di Eliodoro 
e dei suoi successori, quale fu più sopra stabilita, non è ammissibile; ora, poiché 
l'anonimo prefetto, come osserva il Lacour-Gayet (op. cit., p. 137). non può aver 
governato l'Egitto prima dell' a. 148, né dopo il 155, data dal viaggio di Antonino 
nella Siria, noi crediamo più probabile che egli sia L. Munazio Felice che vedemmo 
esser stato in carica dall' a. 150 al 153 nel quale anno sarà rimasto ucciso durante 
1 rivolta indicata da Maiala. 

(') Lo Stein (Pauly-Wissowa, R. E. s. v. IV, col. 2388. a. 3) pure non ne dubita. 



95 — 



48. M. Seinpronius Liberalis. (a. D. 154-159). 

Epk. Fp., VII, 458 = B. G. U., 696 (I, 32) : tirones probati v[o~\luntari a Sem- 
pronio Liberale praef(ecto) Aeg(ypti . . . Silvano el Augurino cos. (a. 156). Il 
documento è il laterculus cohorlis I Lusilanorurn contenuto in un papiro di Berlino. 
Sempronio Liberale vi è nominato altre due volte (I, 20; II, 14). 

B. Q. U., 372 \_Mà~\qxog [SsimQwviog A^ift\jq]aX\_L]g en<xQ\_%og~\ AìyvnVxov 
Xsy~]ei x. x. X. Il papiro contiene un editto del prefetto contro i contadini vagabondi 
nel quale si concede piena amnistia a coloro che in tre mesi di tempo, pentiti, fac- 
ciano ritorno; l'editto porta la data del 29 agosto 154: (L|Yfy 'Avxwvìvov xov xvqCov 
0wd a). Cf. anche ib. 447 (= 26) del 154 155; 613, 41 (di data incerta); 780 (data 
incerta); 904, 15 (158/9); Fayùm Towns, p. 131, n. 24 (ott. 158/159); Ox. Pap., Ili, 
594 (a. 159). 

A Sempronio Liberale finalmente si riferisce una iscrizione greca scolpita sopra 
un vaso di terracotta proveniente dall' Egitto, che sembra la copia di una iscrizione 
ora perduta. La pubblicò il De Ricci nei Wiener Sludieu, 1902, pp. 276-278 e tro- 
vasi anche inserita nella sua silloge epigrafica egiziana (Arch. f. Pap., II, 442, n. 60). 
V. la nostra riproduzione nel Bit II. Com., 1903, p. 306. La iscrizione porta la data 
del 19 maggio 156 [LiO' TIa%(m>) xd' : ini [^^[/ijn^awr/'w Ai§e(X)aQim inàqx\jo] 
Alyvnxov\. 

Da questi documenti apparisce adunque che M. Sempronio Liberale fu prefetto 
dal 154 al 159. 



49. T. Furius Victorinus. (a. D. 160). 

A. Héron de Villefosse, Bull, des antiq. de Trance 1901, pp. 228-231 = Ditten- 
berger, II, 707 = /. G. R., Ili, 1103: T(km) (PovqCuh \ Ovixxwqsìvoìi, | inàgxou 
Aìyvnxo\_v~\, | snccQxuìi noaixwQLov, \ (PoQxovràxog 2s(3a(fcov \ ànsX(ev&SQog), ccQX'- 
xccfìXàgiog | Alyvnxov xaì | im'iqonog nqoGÓdwv AXs^a^róqaiag^. 

L'iscrizione proveniente da Tiro, e riprodotta da me nel Bull. Arch. Com., 
1902, p. 218 è importante, perchè permette di stabilire la vera nomenclatura di un 
personaggio i cui nomi erano rimasti finora incerti. T. Furius Victorinus (e non 
Fabius o Cornelius Victorinus come finora era chiamato) è il prefetto del pretorio 
di Marco Aurelio e di Lucio Vero che rimase ucciso nella. 167 all'inizio della 
prima guerra contro i Marcomanni. Il Labus (op. cit., pp. 110, 151) si è fondato, 
reputandola in parte sincera, sopra una iscrizione ligoriana (C. VI, 1937; XIV, 440*) 
composta in onore di L. Furius Victor (o Victorinus), (in cui, a questo personaggio 
si attribuisce la prefettura di Egitto, di cui Vittorino fu realmente investito) per in- 
serir Vittorino nella serie dei prefetti di Egitto e dandogli per caso il posto che cro- 
nologicamente gli spetta, poiché egli deve essere succeduto a Sempronio Liberale e 
quindi possiamo collocare la sua prefettura nell'a. 159/160. Cotesta iscrizione ligo- 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 13 



— 96 — 

riana, però, non è falsa, come si crede, ma interpolata, e ne darà la dimostrazione 
fra breve, l'amico mio, prof. Hiilsen. Circa l'a. 161, Vittorino fu nominato prefetto 
del pretorio unitamente a Cornelio Repentino (Vit. Ani., 8, 7), e non nell' a. 159, 
come congetturava il Borghesi (X, 54-56). Un papiro ancora inedito di Oxyrhynchos 
menziona il nostro prefetto (S. De Ricci, C. E. ile l'Acad. des Inscr., 1905, p. 404). 



* Postumus. 

In due papiri Berlinesi (B. G. U., 57 e 388, cf. ib., 868) si fa menzione di un 
Postumus che il Mommsen {Juristische Schriften I, 471) considerava come prefetto, 
ma che P. Meyer ha invece dimostrato essere stato l'diog Xóyoc ('); esso deve quindi 
cancellarsi dalla serie dei nostri prefetti. 



50. L. Volusius Maecianus. a. D. 160-162. 

Nicole, Pop. de Genève, I, 235 : . . . vnò OvolovGlov Maixiavov zov /.a/urrgo- 

t[«tovJ [>)■/? Lio y^\og . . . [fVovs]] Ssvtò \_oov 'AvtùìvsìvojV xal Ovi^qov tS>v xvq\J(ov~\ 
2i^acS%Sìv 'AVvq i0' (15 nov. 161). 

Cf. B. G. IL, 613, 9 (senza data); Ox. Pap., Ili, 653. 

Si è molto disputato fra P. Meyer (Hermes, 32, 227, 482; ib., 33, p. 262) e 
lo Stein (Hermes, 32,664; Oesterr. Jahreshefte, II, Belblatt., col. 107; ibid.. 
Ili, col. 222; cf. Arch. Ep. Mitt., XIX, pp. 151-153) sulla vera data da assegnarsi 
alla prefettura di Volusio Meciano, ma la disputa ebbe fine con la pubblicazione 
del papiro di Ginevra sopra citato, il quale dimostra che Volusio Meciano era in 
carica sul finire dell' a. 161. Di più il Grenfell e 1" Hunt, fondandosi sopra i resti 
di un lungo papiro di Oxyrhynchos, assai lacunoso, di cui sopra si è dato il numero, 
credono di poter attribuire alla fine del regno di Antonino Pio, l'inizio della pre- 
fettura di Volusio Meciano, cioè, all' anno 160, che egli avrà conservata probabilmente, 
come pensa il Ricci (Procd., 1902, n. 55) fino al marzo 162. Il nostro prefetto, come 
ben vide lo Stein ( 2 ) è l' eminente giurista, discepolo di Salvio Giuliano, amico 
degli imperatori Antonino Pio e Marco Aurelio, del quale anzi era stato maestro nel 
giure. Fu sotto quei principi membro del consillum principis e nel 152, lo vediamo 
figurare in una lapide ostiense (C. XIV, 250, I, 6), tra i patroni di ordine equestre 
del collegio dei leiiuiicularii tabularli ausiliarii. Di Volusio Meciano si ricordano 
parecchie opere: un trattato, in sedici libri, de fideicommissis, scritto sotto Auto- 
nino Pio (Dig., 40, 5, 42); un altro, in quattordici libri, de iudiciis public is (Lenel, 
paling. iuris, I, 575); un'operetta metrologica, la così detta dislriòutio partium 
edita dal Mommsen ( :! ); e un trattato de lege Rhodia (Dig., 14, 2, 9) composto in 
greco e probabilmente durante la sua residenza in Egitto. Il papiro di Ginevra 

('•) Beitràge z. A. G.. I, 478; Festschrift far 0. Hìrschfeld, p. 153. 

(*) Arch. Mitth., XIX, p. 152. 

(») Abh. d. Sàchs. Ges. d. W., II (1857), pp. 281-2D5. 



— 97 — 

ha dimostrato, poi, ciò eli e lo Stein aveva ben supposto, che Volusio Meciano è 
diverso interamente da quel Meciano cui Alexandria eral commissa nella ribel- 
lione di Avidio Cassio avvenuta in Egitto nell'anno 175 (Mare., 25, I; Avid., 
Cass., 7, 3) e che il Labus (op. cit., p. 122), fondandosi sopra un passo corrotto 
della biografia di M. Aurelio (1. e. : filium Cassii) a torto reputava figlio dell' u- 
surpatore e prefetto di Egitto. Lo Stein mi avverte che soltanto a Volucio Meciano 
può riferirsi il pap. lì. G. U. 1, 195, 24, 35 la cui data può collocarsi fra il 7 
marzo, cioè, l'avvenimento al trono di Marco e Vero e il 28 agosto 161. 



51. M. Annius Suriacus. (a. D. 162-163). 

C. Ili, 14147 4 (Syene): Imperatori) Caesari L. Aurelio Vero, Aug(usto) \ 
divi Antonini fd(io), divi Hadriani nepol(i), divi Troiani pronepot(i), divi Nervae 
abnepote \ . . .trib(unicia) potest(ate) II... per M. Annium Suriacum pr(aefe- 
ctum) Aeg(ypti) et rei. (a. 162). 

Grenfell and Hunt, Greek Papyri, II, n. 56 : . . . imo \jT\ov xqaxioiov fjys/jióvog 
Avriov 2vgiaxov — (sxovg) /? Avxoùvsi'vov xal Ovì'jqov xwv xvqìwv 2s^aaxSìr (fraq- 
fiov&il. x. x. X. Nello stesso papiro vi è anche la data sxovg y (56, 11, 19), sicché 
il papiro è del terzo anno degli imperatori Marco Aurelio e L. Vero (=162/163); 
e alla medesima data (162/163) appartengono gli altri papiri che ricordano il nostro 
prefetto: Gr. Pap. Lond., II, 75, 328 (29 genn. 163); B. G. U., I, 198; ib., Ili, 762. 

Annio Suriaco è persona ignota, poiché non trovasi menzionato in altre fonti. 
Quanto ai suoi titoli, esso viene chiamato talvolta xQauaxog (Ox. Pap., Il, 237, 
col. IX, p. 151; Greek Pap., II, u. 56) e Xa/iTcoóiarog (v. le altre citazioni), dimo- 
doché potremo considerarlo identico al Xafingóiazog ))ysjxm> di un papiro di Fayùm 
(Fayum Towns, p. 144, n. 33) del 10 luglio 163. Cf. Stein, s. v. in Pauly-Wissowa, 
R. E. Supplementi I, e. 86. 



52. T. Flavius Titianus. (a. D. 164-166). 

C. Gr., III, p. 1215, n. 4831£ (Bsné) : Lo' Avrcorfrov xal OirjQov tSìv 
xvQ r wv | AvTOxQaxÓQwr . . . sui Titov (PXaovtov Ticiavor ènàqyov Aìyimxov x. x. X. 
(a. 163/164). Cf. Letronne, Recueil, II, 465. 

Pap. Fior. 98, 74: ino Tìxov <I>Xaori'ov Tixiavov rov Xa/.iTrQoxaxov ìiysfiórog 
x. x. X. Si tratta della Y9 n 1V ^(xi'^wr xS>v (slg èyrjfiovg) sìtfxQivofiévcov compilata il 
7 luglio dell' anno sesto di Marco Aurelio e Lucio Vero (sxovg g . . . inst<p iy) cioè 
il 7 luglio 166. 

Al nostro prefetto si riferisce un'altra iscrizione di Egitto (C. Gr., III, 4701) 
del 10 maggio 166. Se il titolo di Efeso (Wood, Discoveries ai Ephesus; inscr. 
from the great Iheatre, n. 10, p. 56): <PX. Ttxtavòg snaQ%og Alyvntov, possa 
riferirsi pure a lui, non è certo, poiché potrebbe attribuirsi anche al prefetto omo- 
nimo dell' a. 126, come bene osserva il De Ricci (Proceedings, 1900, n. 53). 



— 93 — 

T. Flavio Tiziano governò dunque l'Egitto dall' a. 164 al luglio 166; era 
figlio molto probabilmente dell'altro Flavio Tiziano di cui si parlò al numero 41 della 
nostra serie. Il Renier (Spon., Recherche, nouv. edit., Lyon 1858, p. 126/127, n. 1) e 
il Napp (de rebus imp. 31. Aurelio Antonino in oriente gestis, p. 75) sostengono che 
il nostro prefetto sia quel Tiziano menzionato da Luciano (quomodo hist. sit scrib. 21) 
fra gli ufficiali che presero parte in quel tempo alla guerra contro i Parti, ma l'iden- 
tità a me non pare ammissibile ; perchè, dai documenti epigrafici sopra citati, risulta 
che, nel tempo della guerra partica che si estende dall' a. 162 al 165 (cf. Napp, op. cit., 
p. 82 e seg.), Flavio Tiziano amministrava già 1' Egitto (nell' a. 163/164), mentre 
il Renier e il Napp ne ascrivono la prefettura all' a. 166, quando la guerra partica 
era già finita, conoscendo essi la sola iscrizione di Saide del 10 maggio 166. Simil- 
mente è cosa dubbia che a Flavio Tiziano, come vogliono il Labus (p. 120) e il Renier 
(1. e.) debba attribuirsi il frammento lionese (C. XIII, 1804) secondo il quale Tiziano, 
prima di giungere alla prefettura di Egitto, sarebbe stato procurator Augusti in 
varie provincie, fra le altre, nella Lionese e nella Aquitanica. 



53. M. Bassaeus Rufus. (a. D. 166-168). 

B. G. [/., 903, 16 = Wilcken, Festschrift f&r 0. Hirschfeld, p. 125: ...xcà 
nQo[g]t-0i]xccv BaGGcàov 'Pov<pov tòr Xa^inoóraTov ijyi- [io(reioav)T(a) rw & Ci**'*')] 
x. 7. X. (a. 168/169). 

C VI, 1599 = Dessau, 1326 (Roma): M. Bassaeo M. f. St\_el~] \ Rufo pr(ae- 
fecto) pr(aetorio) \ \jm~\peratorum M. Aureli Antonini et | [Z.] Aureli Veri et 
L. Aureli Commodi Aug(ustorum) . . . praef(ecto) Aegypti et. rei. Cf. ib., III, 
5171; IX, 2438. 

Basseo Rufo, nato da umile stirpe, povero e senza istruzione (Dio, 71, 5-2-3) per- 
corse una bella carriera, come dimostra la iscrizione urbana che la descrive e della 
quale abbiamo sopra citata una piccolissima parte. Fu due volte primipilo; poscia 
tribuno di tre coorti; indi procuratore dell'Asturia e della Galleria, del Norico, 
della Belgica e delle due Germanie; procurator a rationibus; prefetto dell' annona 
o dei vigili (la lapide onoraria presenta in questo punto una lacuna) ; poi prefetto di 
Egitto e quindi del pretorio. Il papiro berlinese riveduto dal Wilcken attesta che 
Basseo Rufo era in carica nell' a. 168 9, ma poiché dall'altro lato l' iscrizione ono- 
raria di Roma lo dimostra prefetto del pretorio di L. Vero, che morì nel gennaio 169, 
è necessario convenire, come bene avverte il Wilcken, che il suo richiamo dall' Egitto 
deve essere avvenuto fra il 29 agosto 16S e il gennaio 169. Per la qual cosa è pro- 
babile che Basseo Rufo, succedendo a Flavio Tiziano, abbia governato l' Egitto, come 
già stabilì P. Meyer (Hermes, 32, p. 226) dalla fine dell' a. 166 al 168. Divenne 
dunque prefetto del pretorio sul finire dell' a. 168, come proverebbe anche la lapide 
di Sepino (C. IX, 2433; cf. VI, 455), e in questa carica rimase fino ali 'a. 177. Per 
aver combattuto valorosamente contro i Germani e i Sarmati meritò molte decorazioni, 
le insegne consolari e da ultimo fu onorato con tre statue. V. sopra Basseo Rufo, 
anche Philostr., Vitae Sopitisi., Il, 1, 28; Vita Aoidii Cassii 13, 8; Borghesi, X, 



— 99 — 

57; v. Rohden, s. v. in Pauly-Wissowa, R. K, III, 103-104; Stein, ib. SuppL, I, 244; 
Iung, Wiener Sludien, 1892, p. 237. Il Wilcken (1. e, p. 122 e seg.) studia l'editto 
di Basseo Rufo contenuto nel papiro Berlinese e che concerne un alleviamento d'im- 
poste in relazione allo spopolamento dell' Egitto durante il secondo secolo. 



54. C. Calvisius Statianus. (a. D. 171 (?)-175) 

C. Ili, 12048 (Alexandria): Imp. Caesaris M. Aureli \ Antonini Augusti 
praesidium vetuslate delapsum renova\J]\wn sub G. Calvisium Stalianum | prae- 
f(ectura) Aeg(ypti) . . . VII Kal. Nov. Fiacco \ et Gallo cos. anno XV (26 oct. 174). 

Dio, 71, 28, 3: . . . (DXàoviov KaXoinGiov ròv rr]g Aìyvmov aQiovxa \_MtxQxoq 
'Avrcovirog] ... èg vlfiov àrcXwg svtfìaXsv. In B. G. U. Ili, 847, 13, 14, lo Stein 
vorrebbe supplire KaXov\ja(ov 2raTiarov ijysfxorf\v(JavToq; nell'anno D. 182/3, a 
cui il papiro si riferisce, Calvisio non era più prefetto. 

Una iscrizione di Verona (C. V, 3336 = Dessau, 1453) dedicata a C. Calvisio 
C. f(ilio) Pob(lilia) Statiano, populi advocato, ab epistiilis Latinis Augustor(um) dai 
Veronesi come al loro patrono ( Veronenses patrono) attesta che il nostro prefetto oriundo 
probabilmente di Verona (della qual città era patrono e difensore), prima di occupare la 
prefettura di Egitto era stato segretario ab epislulis degl' imperatori Marco Aurelio e 
Lucio Vero. Se un papiro berlinese (B. G. U., I, 347) in cui è menzionato un anonimo 
prefetto di Egitto potesse attribuirsi a Calvisio Staziano, la sua prefettura rimonte- 
rebbe al 14 gennaio 171 che è appunto la data di quel papiro, ma la cosa fin qui 
è incerta (cf. Meyer, Hermes, 32, p. 226). Ad ogni modo Calvisio Staziano era in 
carica il 26 ottobre 174 e nell'anno seguente, 175, prese parte alla ribellione di 
Avidio Cassio, governatore della Siria, il quale usurpò allora l' impero. Dione Cassio 
che ne parla al luogo citato lo chiama veramente Flavio Calvisio, ma nessun dubbio 
può sorgere sulla identità sua con il Calvisio delle lapidi soprascritte, come ben videro 
il Klebs (Prosop. I, 294, n. 291) e P. Meyer (1. e, p. 226). Per il suo tradimento 
Calvisio venne condannato, ma la clemenza di Marco Aurelio lo relegò solamente 
in un' isola (')■ 

55. C. Caecilius Salvianus. (a. D. 175-176). 

(vie. praef.). 

B. G. U. I, 327 : raico KccixiXim 2aXoviavùì tw xQatiCfim óixaioóóri] óiecós- 
%o fisico xaì rèe xazèc tì]v i)ys[ioviay x. z. X. (1 apr. 176). 

C. Cecilio Salviano era giuridico di Alessandria, al momento in cui, vinta la 
ribellione di Avidio Cassio, i complici dell' usurpatore pagavano il fio del loro delitto : 

(') Calvisio, se lo possiamo identificare, come fa P. Meyer (Hermes, 32, pp. 226-227), col- 
l' anonimo prefetto del pretorio di Avidio Cassio di cui parlano i biografi imperiali (v. Marc, 
25, 4; Avid. Cass., 7, 4) sarebbe stato ucciso ab exercitu, ma, come è noto, questi scrittori hanno 
poca autorità e quindi dobbiamo al loro preferire il racconto di Dione Cassio. V. su Calvisio Sta- 
ziano, oltre gli autori più volte citati, Stein, Miti, aus Oesterr. XIX, p. 151 ; s. v. in Pauly-Wis- 
sowa, III, 1413, n. 17. 



— 100 — 

Calvisio Staziano, prefetto di Egitto, condannato alla relegazione, e Meciano cui Ale- 
xandria erat comméssa (v. Marc. 25, 4; Aviti. Cass., 7, 4), ucciso dai soldati. Se- 
coudo il papiro berlinese (dell' a. 16 del regno di Marco Aurelio, che, per semplice 
svista, il Klebs, Lo., attribuisce all' a. 166 invece che al 176) Cecilio Salviano, nel 
succedere, come giuridico, a Meciano, assunse provvisoriamente anche l'ufficio della pre- 
fettura di Egitto, rimasta vacante per la punizione inflitta al prefetto Calvisio, col titolo 
straordinario di vice prefetto ('). A lui, P. Meyer (Heerwesen, p. 146) attribuisce pure 
un papiro londinese (Kenyon, Pap. Bril., II, p. 173, n. 198) in cui si legge solo 
la fine del nome r« e si parla di una petizione diretta eccezionalmente [2uXovicf\vòì 
invece che al prefetto. Lo Stein poi crede possibile che a Cecilio Salviano si debba 
attribuire il papiro Ginevrino I, 4, ove si legge solo TaUo ...<•) di[xcc~\ioóóxi] ; ma 
il Wilcken {Pap. Ardi. III, 380) leggerebbe invece [o]vii§Q^lm~\ ...coi e quindi 
dovrebbe riferirsi all' Umbrius di cui in Ox. Pap. II, 237, VII; 39. Meno certa è 
l'attribuzione al nostro vice prefetto della lapide urbana C. VI, 1564= Dessau, 
1 452, ove rimane il solo frammento . . . ilio del gentilizio. Cf. Stein, Mitili. Oesterr. 
XIX, p. 151 ; Oest. Iahreshefte III (1900), col. 212; Archiv fur Pupyrusforschung, 
l, (1901), 447 e seg.; s. v. in Pauly-Wissowa, R. E., Ili, 1232, n. 112. 



56. T. Pactumeius Magnus. (a. D. 176-177). 

B. G- U. Ili, 970: ì-xovq s7rxaxaiósxàxov AòxoxoccxÓQcav Kaiffceocov Mccqxov 
Avoij(Xi'ov) AvTùìrefvov 2sfi[_affiov'] xat Aovxiov AvqìjXìov Ko/.ióóov . . . &aoiiiovfri fi . . . 
sx T£V%ovg fiifiXeióiwv Tixov naxxov t urjiov Mdyvov èn^àq^ov^ Aìyvnxov x. x. X. 
(28 marzo 177). Cf. ib., 525; 823. 

C. Gr. 4704 (Hermopolis Magna): imèq avxoxgazÓQwv KaiGccqwv Mccqxov Avoi t - 
liov 'Aviwvivov [xaì Aovxiov Avor^kiov Ko/x/AÓóov^ 2sfiaa[_x(bv~\ . . . [ini T. JIa~\x- 
xovfxrji'ov Màyvov \_ènccQ%ov Aìyvmov~^ x. x. X. 

Al nostro prefetto si riferisce anche un papiro di Fayùm (Fayum Towns, p. 297, 
n. 159) che porta la data .dell'anno sedicesimo di M. Aurelio corrispondente 
all'anno 175/176. 

T. Pactumeio Magno, adunque, fu preposto al governo di Egitto prima del- 
l' agosto 176 e rimase in ufficio per una parte dell' a. 177, durante il quale venne 
surrogato, come vedremo, da Sancto. L'imperatore Commodo deve poi averlo richia- 
mato dalla provincia e ammesso nell' ordine senatorio se egli è il console suftetto 
dell'a. 183 (Vaglieri, Consoli, p. 186), come parve al Cavedoni (Bull. Inst., 1845, 
p. 30, n. 1) e pare anche a P. Meyer (Hermes, 32, p. 228), che poi da Commodo 
venne fatto uccidere circa l'anno 190 (Dessau, Proso])., Ili, 288). Cf. Meyer, Bei- 
tràge, I, 477. 



(') Che Meciano sia stato veramente giuridico, non è certo; potrebbe, osserva lo Stein il 
Pap. I, 447), essere stato anche procurator ad dioecesin Alexandreae. È probabile, ad ogni mod", 
che Cecilio Salviano abbia assunto l'interinato della prefettura di Egitto sul finire del 175, con> la- 
vandolo fino all'agosto 176 in cui troveremo prefetto T. Pactumeio Magno. 



101 



57. [Aurelius?] Sanctus. (a. I). 177-179). 

Ox. Pap., UT, 635: . . \_AvQrjXC\(p ^ccvxxo) sTiao%rp Aìyimxov. 

È un frammento di petizione che comincia: ènsduìxafisv //axxov;xr]iyp Màyvtp 
xìo tiyfjiiovsvGavtt (ìiftlsiótov xuì sxvxofisv. La petizione porta la data del regno 
comune di Marco Aurelio e Commodo. Da ciò risulta chiaramente, secondo gli edi- 
tori del papiro, che Santo, personaggio ignoto, entrò in ufficio dopo il marzo 177, 
data, come si è visto, della prefettura di Pactumeio Magno, ma prima della morte 
di Marco Aurelio avvenuta nel marzo 180; diguisachè il governo di Santo in Egitto 
può estendersi dal 177 al 179. Un Aureli un Sanctus vir clarissimus trovasi men- 
zionato in una iscrizione greca del tempo dei Severi (C. Gr., Ili, p. 1100, n 3882/); 
la quale m' indurrebbe a credere che Aurelio abbia potuto essere il nome anche del 
nostro prefetto. 

58. Pia vi us Priscus. (a. D. 179-180?) 

B. G. U., 12, 1. 13: vnò (PXaovfov \_n^\Qsi<y[xov xov xq(c<xì(jcov)^\ ì)ysf.i\_6vog . . .]. 
Il papiro porta la data dell' a. 22 di Commodo (181/182). Lo Stein mi avverte che 
potrebbe supplirsi anche K[Qe(a r [nov'~\. 

Flavio Prisco è nominato soltanto in questo documento papirologico; forse, come 
pensa P. Meyer (Hermes, 32, p. 229) egli è identico al Prisco anaq^og xlàa[a~\rjg 
AXsì-avÓQivìjQ ricordato in altri due papiri berlinesi (1. e, 142, 143) dell' a. 159. Quanto 
alla data della sua prefettura, il papiro 12, come osserva lo stesso Meyer (Beitràge, 
I, 477), non attesta in alcun modo che Prisco fosse in carica nell' a. 181, anzi la iscri- 
zione di Xois relativa al suo successore, della quale diremo fra poco, dimostra che 
allora egli non era più prefetto. Dimodoché se Flavio Prisco prese il posto di Santo, 
sarei inclinato a porne la prefettura nell' a. 179-180, senza nascondermi il carattere 
congetturale di questa data. 



59. Veturius Macrinus. (a. D. 181-183). 

B. G. U., III, 847 : 01 vnoytyQ(a/.i/x£voi) . . . oùsxqavoì xoù 'Pwiialoi xuì 
\_artsXsv~\OtQoig (sic) xtà óovXoi xal [t'xsqoi naQsytvovxo è'S, syxsXévcXécag^ OvtxovQi'ov 
Muxqivov \_stz<xq%ov Alyvnxov] . . . ànò IIc(%ù>v i-(i)q . . . xy Màoxov Aùor'jÀtov \_Kop- 
pódoif] x. x. X. Il papiro relativo alla ènixqiGig e che nelle sue prime nove linee è 
stata supplito da P. Meyer (Beri. Pìiil. Wochedschrift, 1901, e. 244-245) porta la 
data del 23 anno di Commodo = 182 183. 

S. De Ricci, A. P., II, 44(3, n. 70 = Dittenberger, II, 708 (Xois) : \_vnf\Q awxrj- 
giccg . . . xoT< xvqìoi' | rificóv Avioxqàx\jT\Q\_og\ | Kai'ffaqog Muqxov Aò\_Qr[~\Xlov ^Ko/ufió- 
<JWJ Avxw\_rC^\vo\_v~\... ini \_OvsxovqIov Max^Qivov ènào^ov Alyvnxov . . . \ è'xovg xa 
'Ensiy C (4 luglio 181). Nella iscrizione che fu pubblicata la prima volta dal Milne 



— 102 — 

(Journ. of Hellenic Sludies, XXI [1901] p. 275 e seg.), che proviene da Sakha (Xois), 
i nomi di Commodo e di Veturio Macrìno sono cancellati; ma il De Ricci (1. e. in nota) 
osserva che « on lit encore dans le martelage [o^v^tovqìov . . . selon ime copie de 
T. Reinach ». Veturio Macrino fu prefetto del pretorio nel 193, sotto 1' effimero impero 
di Didio Giuliano (Borghesi, X, 78) come s' impara dal suo biografo ( Vii. JDid. lui., 
7, 5), alla quale dignità venne promosso dopo aver retto 1" Egitto dal luglio 181 fino 
circa all'agosto 183, come attestano i documenti sopra citati. Cf. P. Meyer, Beitràge, 
I, 477 e seg. 



(30. FI. Sulpicius Similis. (a. D. 183/184?) 

Ox. Pap., II, 237, Vili, 21-27: (t*Xaoi>iog 2ovXm'xwc SifuXig sTtaQ\_%oq~\ Aìyv- 
uiov Xéysi... (hovg) xy" 'A&òq ip. Cf. ib., col. IV, 36; VI, 28. 

La data sopra citata non è certa; lo Stein (Oest. Jahr., 1900, Beiblatt, col. 209) 
proponeva di leggere ty in luogo di xy e quindi, nel suo parere, il nostro prefetto 
avrebbe governato l'Egitto sotto Traiano; ma, come si è detto al numero 37, questa 
congettura non parmi ammissibile a causa del Pap. Ox., IV, 712, 7; cf. ib. p. 262. 
Difatti questo papiro di Oxyrhynchos, posteriore all' anno decimo di Antonino Pio (= 
146/147), e probabilmente dei primi anni del regno di Commodo, menziona un prefetto 
Sulpicio Simile, identico quindi a Flavio Sulpicio Simile menzionato nella petizione 
di Dionisia, e perciò distinto da C. Sulpicio Simile, prefetto al tempo di Traiano; forse 
ne era nipote. Quanto alla data della sua prefettura, non può essere quella del no- 
vembre 182, poiché, in codesto anno, reggeva come si è visto, la provincia, Veturio Ma- 
crino; la data dunque fornita dal papiro non è punto certa, ma, se come osservano 
il Grenfell e l'Hunt (1. e, II, 176, n. 27), codesta data deve porsi fra l'anno 21 e 
25 di Commodo, e negli anni dal 21 al 23, non vi è posto, nella serie dei prefetti, 
sarei inclinato a collocare la prefettura di Flavio Sulpicio Simile nell'a. 24, (x<f), 
cioè a dire nell'a. 183/184. 



61. T. Longaeus Rufus. (a. D. 184 185). 

C. Ili, 14137 (Alexandrea): T. Long aio (corr. Longaeo)Rufo | praef(ecto) 
Aegypti, praef(ecio) praei(orii) emineniissimo viro, | T. Voconius A(uli) f(ilius) 
praef(ectus) leg(ionis) II Tr(aianae) Fort(is) G(ennanicae). 

Amh. Pap., II, 107 : . . . ano tov Xa^nooiazov fjyefióvog Aoyyaiov 'Poiyov . . . 
(ìtovs) xs Avroxodrooog Kalo~a\_Qo~\q Màoxov AvqtjXìov À«/<[/io<T]ot; 'Avz(o[_rirov 2s- 
puayov x. x. X. (a. 185). Cf. ibid., II, 79, 11, 28, 108, 12; cfr. 175. 

Longeo Rufo è menzionato spesse volte nel papiro di Dionisia (Ox. Pap., II, 237, 
V, 5; VI, 14 ecc.) e infine nel papiro B. G. FI., III, 807, del novembre 185. In 
quel tempo Longeo Rufo, osserva lo Stein (Hermes, 1900, p. 529), non era più 
prefetto di Egitto, come risulta dalla forma fjyefiovsvtìaq del papiro berlinese; ma 
poiché il papiro Amherst II, 108, dimostra che egli era sempre in carica nell'anno 26 



— 103 — 

di Commodo (185/186), è necessario concludere che Rufo lasciò il governo- di Egitto 
fra il settembre e l'ottobre 185, per essere promosso prefetto del pretorio dopo la 
morte di Perenne. Longeo Rufo, prima di partire dall'Egitto, ebbe l'onore di una 
statua dai suoi amministrati, e ne è rimasta la iscrizione sopra citata che ricordava 
l'alta dignità a cui era chiamato in Roma; di lui però tacciono le altre fonti. 



62. Po m poni us Faustinianus. (a. D. 186-187). 

Ox. Pap. II, 237, VII, 6 : olà xrjg zov Xaf.m[oo~\xàxov rjys/iWvog nofincaviov 
<P«[>r>[(]OT>or> x. %. X. Cf. ib., VI, 32 (a. 186). 

B. G. U. Ili, 842, col. Ili : . . . ino Uo/htcùùvi'ov (&avo'xiviav\j)v xov Xa/j,TtQ^\oz<x- 
xov ijys^ióvog x. x. X. (sett. 187). Cf. ib. 481. V. anche Amherst Pap., II, n. 79. 

Seymour De Ricci attribuisce al nostro prefetto una iscrizione perduta di Ales- 
sandria (C. Gr., 4683; add. p. 1186) nella quale leggevasi in maniera differente 
il nome del prefetto di Egitto ivi menzionato (Pollanius Flavianus; P. Alanius Fla- 
vianus', P. Maenius Flavianus). Il De Ricci (Proceedings, 1902, p. 98 = ^1. P., 
II, 446, n. 72) propone che si debba leggere cosi: nOM[nw]NIOY 4>A[Y]CTlANOY 
= no^\jioì~\viov Q>a[y~\a%ia%'ov laddove nell'apografo dell'Hamilton leggesi FIOA- 
AANIOY ^AAYIAVOY, e in quello del Bailie, flOMAlNIOY *AAOYIANOY. Ma 
il supplemento di S. De Ricci, sebbene ingegnoso, mi pare troppo audace per essere 
accettato; quindi credo che il prefetto della iscrizione di Alessandria, per quanto 
incerto ne sia il nome, non possa identificarsi con Pomponio Faustiniano, ma debba 
essere distinto da esso e collocarsi al suo posto nella serie prefettizia, come vedremo 
al n. 64. 

Pomponio Faustiniano (così deve chiamarsi il prefetto e non Faustiano, come 
attesta in più luoghi il papiro berlinese), succedette a Longeo Rufo nel governo 
dell'Egitto fra il settembre e l'ottobre 185 ed era sempre in carica nel settembre 187. 
Di lui null'altro sappiamo. 



63. M. Aureli us Papirius Dionysius. (a. D. 188). 

C. Gr., 5895 = Kaibel, I. Gr. IL 1072 = 7. G. R. I, 135 (Romae): M. Aò- 
qì'jXiov Ilam'Qiov JiovvGiov, ibv xqàxiQtov xcà evóo^ózatov ìtiuqxov Aìyvmo\_v~\ xaì 
è'rraQ%ov evVeviag x. z. X. 

A M. Papirio Dionisio si suole riferire un titolo acefalo di Anzio (C. X, 6662 
= Dessau 1455) dal quale, unitamente al titolo greco, si conoscono i numerosi uffici 
coperti dal nostro. La lapide greca attesta che Papirio dalla prefettura di Egitto 
passò a quella dell' annona e il Sievers (Philologus, XXVI, p. 42), per il primo, 
ben vide che questo passaggio non potè essere che una degradazione e che al nostro 
prefetto devesi riferire, come già proponeva il Franz, il frammento di Eliano con- 
servato da Snida (Aelianus, fr. 115 Hercher): ó Sé KXiavSqog iXoidóqrids tòv 
vnaxov Tifi èv AìyvTctoì àgx^g xa>{iuìdu)V (coir. Ko/xódoi) xaì naoaXvH avxòv xfjg 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5". 14 



— 104 — 

ùqx^ì? ovàèv àdixovvxa ('). Se infatti Papirio Dionisio fu così offeso per opera di 
Oleandro, spiegasi benissimo 1" odio che contro lui doveva nutrire e che lo con- 
dusse, come narra Dione (72, 13), ad accrescere la carestia del grano che in quel 
tempo affliggeva Roma, a darne tutta la colpa ^ Oleandro, resosi inviso, per le sue 
nequizie, al popolo, tanto da ottenere che, scoppiato un tumulto popolare, venisse 
ucciso. Oleandro morì nel 189, dunque Papirio Dionisio deve aver amministrato 
1' Egitto nell'a. 188. Dione (72, 14) poi attesta che anche Dionisio morì ucciso per 
ordine di Commodo. Intorno a Dionisio Papirio cf. Priedlànder, Sillengeschiehte, l 6 ; 
179 e seg. e Hirschfeld, Kaiserliohe Beamteri 2 , p. 194, 2. 

64. Pollaenius(?)Plavianus. (sotto Commodo). 

Della iscrizione perduta di Alessandria (C. Gr. 4683, add. p. 1186) e dal vario 
modo con cui vi si legge il nome del prefetto, v. sopra al n. 62. La lettura dell'Ha- 
milton parmi la più accettabile, perchè forse Pollanius fu scritto per Pollaenius e 
quindi il nome del prefetto potrebbe essere Pollaenius Flavianus. L'iscrizione è, se- 
condo il Letronne (Eecueil, I, 444) del tempo di Commodo il cui nome è cancellato 
nella lapide, e secondo il Franz deve collocarsi fra il 180 e il 183. Il Labus (op. 
cit. p. 152) l'ascrive al 181. Ma poiché in cotesto periodo non vi è posto nella serie 
prefettizia, ascriviamo il governo di Pollenio Flaviano agli ultimi anni del regno di 
Commodo sotto il quale si trova menzionato nei documenti del tempo un Pollenius 
Auspex (Dessau, Prosop. II, 60, n. 410). 

65. Maxiinus(P). (sotto gli Antonini). 

Un papiro di Oxhyrynchos (Ox. Pap. Ili, 471, 15, 142) contiene un frammento 
del discorso di un avvocato contro un personaggio il cui nome sembra essere 
Massimo (xrjv èni^èlsiav Ma'§Cix[o]v) ; e che apparirebbe un prefetto dalla 1. 22 ove 
si legge la parola è[rf\aQxeiag. Il prefetto però non può essere Vibio Massimo (a. D. 
103-107), secondo gli editori del papiro, perchè esso pare debba attribuirsi all'età di 
Adriano, o degli Antonini in genere. 



66. L. MantenniusSabinus. (a. D. 193 — aprile 194). 

B. G. U., 646 : Mavxé\_v~\viog 2a@eTvog GxQ^axrjyoTg) ènxà rofi(wr) x tt ^Q ilv — 
L a \_avxo~\xQccxoqog KaiGaqog IlovfiXiov ' EX^ovl^ov JIsQxiìaxog 2s^a(Sxov <Pa/j.s- 
\_v~\wm (6 marzo 193). 

De Ricci, A. P., II, 447, n. 77 (Alexandrea) : ènèg óiafiov^g xov xvqìov \ tjft&v 
AvxoxqàxoQog KcdGaqog | Aovxiov 2snxijxCov 2tvTjgog (1. Ssvijgov) ITeQxivaxoc ^sfiaff- 
xov . . . è\_n~J(, Marxsvviov \ 2a§sivov s7iàQ%ov A[ì^\yvnxov \ [L~\ B. <Pccof.iovi)i xg (21 
aprile 194). Questa iscrizione, edita, secondo copie scorrette, in parte, dal Letronne 

(') Il Labus (op. cit., p. 130J, lo attribuisce invece ad un prefetto anonimo. 



— 105 — 

{Recucii II, 464) e anche dal Franz (C. Gr., Ili, 4701 b, p. 1189), fu pubblicata 
correttamente la prima volta dal Borghesi (Oeuvres, Vili, 241) che l'aveva ricevuta 
dal Labus secondo una copia del Riippel. 

L. Mantennio Sabino non è ignoto, sapendosi da un titolo di Preneste(C. XIV, 
2955), della qual città forse era oriundo, che cominciò la sua carriera come tribuno della 
coorte terza pretoria; governò l'Egitto durante l'effimero regno di Pertinace, come 
apparisce dal papiro berlinese che ci ha conservato un suo editto, se durante l'usurpa- 
zione di Pescennio Nigro che ebbe per sé, come è noto, l'Egitto, egli sia rimasto 
incarica, non è certo; può darsi anzi che abbia dovuto cedere il posto a quell'ano- 
nimo prefetto di fazione pescenniana che il Labus (op. cit. pp. 134, 152) registra nella 
sua serie, e che poi, da Settimio Severo, riconosciuto come legittimo sovrano in Egitto, 
sia stato rimesso in ufficio. Certo è che il titolo Alessandrino lo dimostra in carica 
il 21 aprile 194; quindi nella primavera e non nell'estate di cotesto anno, come vuole 
il Wirth (Quaesliones Sevevianae p. 9), Severo era stato riconosciuto in Egitto. Sulla 
moglie di Mantennio Flavia Procilla e sui tìgli di lui v. Dessau, Prosop. II, 331, 
n. 130-132; v. anche, P. Meyer, Hermes, 32, pp. 482-483. 



67. M. Ulpius Primianus. (a. D. 194-196). 

C. Ili, 51 (Thebae): M. Ulpius Primianus | praef(ectus) Aeg(ypti) | VI 
kal. Martias Dex \ Irò cos. iterum hora \ diei secunda audi Memnoaem etc. (24 feb- 
braio 196). 

C. Gr. Ili, 4863 col. IV (Elephantine); L y Avxiov Ssmifiiov 2sovì)qov svGtfiovg 
IIi-QTiraxog SsfiaGrov, tov xvqi'ov, ini OvXniov IlQi(.iiavov tov Xa^ngordrov fjys/jiórog 
x. r. X. (a. 194/195). Cfr. B. G. U., 973, 6. 

Questi sono i soli documenti che parlano di Ulpio Primiano che governò adun- 
que l'Egitto dalla fine del 194 (Letronne, Oeuvres Choisies, I, 2 475, n. 2), fino 
al febbraio 196 in cui visitò il colosso di Memnone. Può darsi che Primiano, come 
suppone il Labus (op. cit., p. *136 e seg.), sia il prefetto a cui allude il giurecon- 
sulto Marciano (Dig., XLVIII, 10, 1 § 4) con queste parole: Divus Severus lege Cor- 
nelia de falsis damnavit praefectum Aegypti, qvod instrumentis suis, cum 
praeerat provi nciae, falsum- fecit. In questo caso Primiano dovrebbe essere stato 
condannato nello stesso anno 196. 



68. Aemilius Saturninus. (a. D. 197). 

B. G. U., 15, II, 1: Aì[iiX[_io$~] 2atoovTXog ffTo(a%r]yoTg) 'Enrà rofiàv xccì 'Aotfi- 
vuizov x w ?k Avàfftwg %aiqiv . . . L«" 'Ensiq i£' (11 luglio 197). 

Rispetto alla data di questo papiro, nota il Klebs (Prosop., I, 36, n. 278) : « epi- 
stula Saturnini ad strategos data est d. 11 mens. lui. anni quinti nomine imperatoris 
omisso, sed cum in eadem papyro praecedat epistula a. 194, de quinto anno Severi 
aegyptiaco non dubitatur » ; quanto all'ufficio occupato da Emilio Saturnino (eviden- 



— 106 — 

temente Alf.u'X[iog~] 2axogvìXog è una forma scorretta del papiro), il medesimo Klebs 
pensa che sia stato quello di epislralegus seplem nomorum. Ma se l'Emilio Satur- 
nino del papiro berlinese è identico all'Emilio Saturnino collega di Fulvio Plauziano 
nella prefettura del pretorio, e dallo stesso Plauziano ucciso, circa la. 200 (Dio, 75, 14; 
Borghesi, X, 85), non può ammettersi, come osserva sagacemente P. Meyer (Hermes., 32, 
p. 483, n. 1) che nel 197 egli fosse ancora epistratego. Convien dunque supporre 
che in cotesto anno egli occupasse invece il posto più alto di prefetto. D'altra parte 
si noti ancora, che se, nell'indice dei papiri berlinesi (I, p. 373), al nostro vien 
attribuito il titolo di ò xqàxiGxog èmdxqaxr]yóg, ciò non risulta punto dal testo papi- 
raceo. È, credo, una attribuzione analogica desunta dalla colonna precedente dello 
stesso papiro ove è contenuta la lettera di 'IovXiog Kovivxiavóg espressamente detto 
ò xgàvicfTog imdiqaxrjyóg. Ma allora, procedendo per analogia, è meglio fondarsi sul 
papiro 646 che contiene la lettera del prefetto Mantennio Sabino ai strateghi vafi(5>v) 
xaì 'Aqgi(vo'ìcov), senza che sia indicato il titolo di cui Sabino era investito; e sul 
papiro 484 che contiene la lettera del prefetto Subalianus Aquila diretta pure alla 
epistrategia septem nomorum, e dove il titolo di ó XafXTtqóxcaog rjy£fxu>v attribuito al 
prefetto, conferma la nostra attribuzione analogica. Cf. anche C. Gr., 4956. Per tutte 
questo ragioni adunque conveniamo con P. Meyer, che Emilio Saturnino fosse prefetto 
di Egitto e non semplice epistratego, nell'a. 197. 

* T. Musi us Lupus. 

Nell'anno 198 il Labus (op. cit. , pp. 137, 152) colloca la prefettura di T. Musius 
Lupus fondandosi sopra una copia inesatta del Pococke di un' iscrizione del colosso 
di Memnone (C. Ili, 31), nella quale si menziona T. Iulius Lupus prefetto nell'a. 71 
di cui già si è trattato al n. 26. Un prefetto dunque di nome Musio Lupo non ha 
mai esistito. Cf. Letronne, Oeuor. Ch., I, 105 e seg. 

69. Q. Maecius Laetus. (a. D. 201/202) 

Papiro inedito di Parigi (citato da S. De Ricci, Proeeedings, 1902, p. 100, n. 70). 
in cui solo trovasi il prenome Quintus del nostro prefetto. 

Ox. Pap., IV, 705, 40 : ò XafMQÓxatog Aalxog x. x. X. 

Euseb. Hist. Eccl., VI, 2: óéxaxov ;nèr yà(> stihxs 2aj3TjQog xì t g (ìaaiXeiag frog, 
rjyeìxo óè 'AXs^avóqsiag xaì x7jg Xoirrrjg Aìyvnxov AaÀxog x. x. X. 

Il papiro inedito di Parigi ci dà il prenome del nostro prefetto; alcune lapidi 
(di cui vedi la citazione in Dessau, Prosop., II, 319, n. 43) che ricordano la sua prefet- 
tura del pretorio, attestano che il suo gentilizio era Maecius. « Forse in lui dobbiamo 
riconoscere il Xannqóiaxog ijysfiwv del papiro berlinese B. G. U. I, 139 del 25 
febbraio 202 » (Stein). Q. Mecio Leto governò l' Egitto nell'anno decimo del regno di 
Severo, cioè nel 201/202, quando fu promulgato l'editto imperiale contro i Cristiani, 
e la cura con la quale Eusebio, nel passo citato, ricorda il nome di Leto, legittima 
la supposizione, osserva l'Allard (Persécutions II, 71), che, per cattivarsi l'animo del 
principe, il prefetto mostrasse grande zelo nei giudizi contro i Cristiani; fra le vit- 



— 107 — 

tirrie illustri di quella persecuzione, Eusebio (1. e, VI, 1) ricorda Leonida padre di 
Origene del quale il Neumann (Ròm. Staat I, 291), pone il martirio nel 204, 
mentre, nel 204, Leto non era più prefetto di Egitto. Fu promosso alla prefettura 
del pretorio (a. 205) nella quale ebbe per collega il giureconsulto Papiniano. Nel 
215 ebbe i fasci consolari per la seconda volta: * consul iterimi puto dictus ob or- 
namenta (nota il Dessau, Prosop., II, 320, n. 43) consularia in praefectura pretorii 
accepta ». La celebre costituzione di Caracalla del 208 (Cod. Just. II, 11, 9): ne- 
minem sequitur infamia ob defensa negotia publica patriae suae, è a lui indiriz- 
zata. Più tardi Caracalla lo costrinse ad uccidersi (Dio, 77, 5). 

70. Subatianus Aquila. (a. D. 202-211). 

C. III, 75 — Dessau, 4424 (prope Syenen): /. 0. M. Hammoni Chnubidi | ... 
felicissimo saeculo dd. | nn. invictor. impp. Severi et \ Antonini Augg. \ et G[etae 
nobilf\ss\_imi Caes. et] \ Iuliae Domnae . . . \ iuxsla Philas novae \ lapicaedinae 
adinven \ tae tractaeque sunt para \ staticae et columnae \ grandes et midtae sub \ 
Subaliano Aquilae (sic) pr. | Aegypti) et rei. È questa la famosa stela cilindrica di 
Siene commentata dal Labus nello scritto più volte citato (p. 7 e seg.) e dal Letronne 
(Recueil, I, 446). Vuoisi qui osservare che il Labus (p. 33) proponeva di leggere 
SVB ATIANO AQVILA e nou SVB SVBATIANO « avvegnaché l'oscuro vocabolo 
Subatianus è ignotissimo a tutta l' antichità » ; quindi Atiano Aquila si sarebbe 
chiamato il prefetto ; ma la lettura proposta dal Labus fu poi provata erronea dai papiri 
che attestano, come ora vedremo, 2ov§axxiavòg essere il vero nome del prefetto. 

B. G. U., II, 484: ... vnò tov [X~\annqoxàxov rjyf/ii^óvoc] ^ov^at'xiavov 'Axv- 
Xov yqayslai x. x. X. Cf. ib. 1. 9. — Il papiro è dell'a. 201/202. 

Pap. de Genève, I, 16, IT, col. 18-19: . . . tov XannQotàxov rjyejxóvog 2ovftccxiav5> 
(1. 2ovfiaxiavov) 'AxvXa xsXsvGccvxog . . . L ig' <t>aÒHpi lo' (11 ottobre 207). Cf. Nicole, 
Rev. arch., 1894, II, pp. 34 e seg.; Wilcken, Z. der Savignyst. R. J.., XVII 
(1896), p. 159. 

Vitelli, Pap. Fior., 6 (I, p! 23) : ó Xafxrcqótaxog i)ysfxù)v 2ov§auavòg 'AxvXag. 

Euseb., H. Eccl., VI, 3, 3 : iv w xal tiqoxÓtixsi ini xcbv xaxa AxvXav xfjg 'AXs- 
2-avÓQai'ccg rjyoi>/xsvov óiay/^Siv x. x. X. Cf. ib., VI, 5, 2. 

Da questi documenti chiaro apparisce che, sul finire dell'anno 201/202, Mecio 
Leto ebbe successore nell'ufficio di prefetto di Egitto Subaziano Aquila, sotto del 
quale continuò in Alessandria la persecuzione contro i Cristiani di cui parla a lungo 
Eusebio nei passi citati, trattenendosi specialmente sopra il martirio della vergine 
Potamiena e di Basilide, uno degli apparitori del prefetto. Il Xa^ngótatog ìjys^òìv 
del papiro pubblicato dal Comparetti (Mei. Nicole, p. 57, col. II, 15), deve essere 
Subaziano Aquila, poiché, secondo lo Stein, il papiro non è dell'a. 12 di M. Aurelio, 
come vogliono il Comparetti e il Wilcken (Pap. Arch., Ili, 552), ma dell'a. 12 di 
Severo (=203) per esservi nominato (IV, 21) il Diognetus im'xgonog identico al 
Claudius Diognetus del tempo di Severo (Hermes, XXIII, 593). Il papiro di Ginevra 
mostra in carica Subaziano nel 207; ed una iscrizione pubblicata dal Sayce (Rev. 
des Et. Grecques 1894, p. 298-299), del 15 aprile dell'anno 18 di Severo (L irf 



— 108 — 

(paofiovOi x), cioè, 15 aprile 210, in cui alla linea 5-6 deve supplirsi così: erri 
2[ovfiaxtiavov AxvXov] \j7i~]àqyov (nel marmo, per errore leggesi \jTf\APXa>) A[ì- 
yvntov], e che evidentemente col Meyer (Heerwesen, p. 140), deve riferirsi al nostro 
prefetto e non ad un anonimo come pensa il De Ricci (Proceedings, 1902, n. 72), 
attesta che Subaziano Aquila continuava a reggere l'Egitto nel 210; così pare anche 
il papiro Fiorentino 6 del 23 luglio 210 (etovg irf ènsiy xd). Quindi è probabile 
che si trovasse ancora in carica alla morte di Severo, come pensava il Tillemont 
(Mémoires, III, 503 e seg.), cioè il 14 febbraio 211. 

71. Septimius Heraclitus. (a. D. 215). 

B. G. U., 362, p. Vii, v. 8 sgg. : ^ETndrjj.irjGavtog rov Xaixnqoxàxov ^ys/tóvog 
2emifuov 1 HqccxXsixov x. x. X. (16 marzo 215). 

Pap. Fior., II, 88, 10: ^sutifiiwi, [ c HquxXhxwi sTtàgxwi Alyvrrxov']. I supple- 
menti sono del Vitelli secondo il quale l' istanza contenuta nel papiro è diretta al pre- 
fetto {oov óixaioxQi[<xiag? cf. Po., I, 71, 4) Eraclito e quindi deve attribuirsi all'a. 215. 

Il primo è il celebre papiro berlinese che contiene il bilancio delle entrate e delle 
spese del tempio di Giove Capitolino in Arsinoe commentato dottamente dal Wilcken 
nell' Hermes, 1885, p. 430 e seg. Il documento porta la data del 215 e men- 
ziona la visita fatta il 16 marzo di cotesto anno, dal prefetto della provincia Septi- 
mio Eraclito che volle onorare di sua presenza la città di Arsinoe e il tempio, e le 
grandi ceremonie e feste con le quali il viceré venne accolto. Settimio Eraclito, se- 
condo il Wilcken, sarebbe identico a queir Eraclito che da Settimio Severo, al prin- 
cipio del suo regno, fu mandato come procuratore in missione ad optinendas Brittan- 
nias ('), e, secondo il Dessau (Prosop., II, 135, n. 62), a quell'Eraclito « procurato! - , 
ut videtur, portoni Illyrici, ad quem Severus et Caiacalla rescripserunt de immunitate 
Tyranorum a. 201 » (C. Ili, 781 = Dessau, 423). Comunque sia di queste iden- 
tificazioni, il nostro Eraclito governava 1' Egitto nel 215 e forse prese il posto di 
Subaziano Aquila. 

72. Aurelius Antinous (a. D. 215-216). 

(vice-praef.). 

Pap. Reinach, 49, 6 : in Avg\j]Xiov 'Avxi]vóov xov xqcc[xìg~\xo\j) àia^àt^a- 
fxévov xtjv [rj~^y\^€^[i[ovQccv. 

11 papiro è dell' a. 215-216 e l'Antinoos supplito dallo Stein mi è da lui 
comunicato come identico all' Aurelius Antinoos ricordato nel papiro Raineri 182 
e dal Wessely (Stud. Pai. II, 28) per errore creduto un vice epistratego. Gli edi- 
tori del papiro propongono invece il nome Philantinoos; il "Vitelli {Atene-Roma, 79, 
p. 224) supplisce Bifiavxi^vóov, ma a dir vero il primo supplemento a me pare 
preferibile. Aurelius Antinous era un liberto imperiale chiamato a reggere in via prov- 

(') Vii. Sev G, 10. Nella vita di Pescennio Nigro, 5, si legge: Severus Heraclitum ad 
optinendam Bithyniam misti; ma l'Hfibner (Rh. J/useum, 12, p. G4 e seg.) ha ben dimostrato 
che ivi deve leggersi ad obtinenclam Brilanniam; cf. in questo senso anche l'Hofner, Rh. Museum. 29, 
p. 208; in senso diverso, E. Peter, Jahrb. fùr Philoi, 129, p. 76 e seg. 



— 109 — 

visoria, come vice prefetto (la forimila del papiro per indicare il suo interinato è quasi 
identica a quella usata per Cecilio Salviano, al n. 55), l'amministrazione di Egitto, 
essendo probabilmente Settimio Eraclito morto in carica; egli durò in ufficio sino 
alla venuta del nuovo prefetto Valerio Dato. 

*Flavius Titianus. 

Il Franz (C. Gr. Ili, pag. 313) seguito da molti, e fra i più recenti dal Wil- 
cken (Hermes, XX, p. 469) e da P. Meyer (Hermes, 1897, p. 231), sostiene che 
Flavio Tiziano, nominato da Dione (77, 21) come stiitqotzsvwv sv rfj AXstavóqsCa, 
e ucciso per ordine di Teocrito favorito di Caracalla e allora argaciàQ^g x °à snaq%og 
nella guerra Armeniaca ('), sia stato prefetto di Egitto (il terzo nella sua famiglia) 
circa Fa. 215/216. Già il Labus (op. cit., p. 142) dubitava di questa qualità di Flavio 
Tiziano e lo metteva perciò « fra i prefetti incerti » ; il Dessau (Prosop., II, 251) 
poi e con ragione reputa affatto erronea la congettura del Franz. Dico con ragione 
perchè la forma così generica ènuqonsvwv sv rf] 'AXs^avÓQsia non mi sembra che 
possa designare un prefetto di Egitto ; è vero che si trovano alcuni dei governatori 
della nostra provincia indicati col titolo di procurator o di smTqonog; così, p. es. 
Cornelio Gallo è chiamato Aegypti procurator da A. Marcellino (17, 4, 5); Avillio 
Fiacco, rfjg 'AXsìiccvÓQsiag xaì riyg %u>Qag iniTQonog da Filone in Flaccum, p. 517 § 1 
e Cecina Tusco, procuralor da Suetonio, Ner. 35, ma è altrettanto vero che Dione 
Cassio non designa mai i prefetti di Egitto, con un simile titolo, bensì con quello 
di è'rtccQxog o con l'altro ó Tijg Alyvmov aqyuìv. Del resto a me pare che, esami- 
nandolo a fondo, il passo di Dione ci offra modo di stabilire chi fosse veramente 
Flavio Tiziano. Narra infatti lo storico greco che Flavio Tiziano, procuratore in 
Alessandria, recò offesa a Teocrito, il quale, perciò, scendendo dal seggio, strinse 
nella mano il pugnale. E Tiziano, di rimando: « ma tu facesti ciò da ballerino ». 
Teocrito allora fieramente risentitosi 'di questo motto pungente, ordinò l'uccisione 
immediata di Tiziano. L'offesa infatti era atroce, perchè alludeva alla primitiva 
condizione di Teocrito, il quale, schiavo e ballerino, aveva insegnata la danza a Cara- 
calla e sulle scene divertiti gli abitanti di Lione. Orbene il racconto di Dione lasce- 
rebbe trasparire non solo una vecchia ruggine fra i due uomini ma in Flavio Ti- 
ziano altresì un testimone sgradevole delle rappresentazioni date da Teocrito in Lione; 
se così è, a lui e non al suo omonimo del n. 52 attribuirei appunto il frammento lionese 
(C. XIII, 1804) dal quale resulta che, prima di essere procuratore in Alessandria, 
Tiziano era stato procurator Augusti proviaciarum Lugdunensis et Aquitanicae. 

73. Valerius Datus. (a. D. 216-217). 

B. G. U. 159, 6-14: . . . tov ovv Xaimqoxàxov ìiys^ióvog OvaXsqiov Jdxov 
xsXsva[ai'^\iog . . . — L xó Avxo[xQ<xxo(f\og Kaiffagog Mdoxov AvqrjlCov 2tovr'jQov 

(«) 11 Borghesi {Oeuvres X, 98-99) credeva Teocrito prefetto del pretorio; ma è più verosimile 
e conforme al testo di Dione, l'opinione del Mommsen (C. Ili, p. 1241 in fine) secondo la quale, 
Teocrito sarebbe stato un generale in capo come Ti. Julius Alexander nella guerra giudaica. 



— 110 — 

'Avtcoveivov ...navn là (5 giugno 216). Cf. ib., 266 (a. 216-217); ib. II, 614 
(216-217). 

Dio, 78, 15: xòv {lèv yàQ Mateoviaròv ròv te Jàtov . . . òu%()rj<Taro [j? Ma- 
xqTvo?]. Cf. anche Pap. Rain., S. N. 182, 10-11 in Wessely, Stud. Pai. II, p. 28). 

Dai documenti papirologici citati risulta che Valerio Dato succedette a Settimio 
Eraclito nel 216 dopo l'interinato di Aurelio Antinoo; era tuttora in carica fra il 
giugno 216 e il febbraio 217, e conservò l'ufficio fino alla morte di Caracalla. 
Macrino che gli succedette nell'impero, lo fece uccidere. 

74. Iulius Basilianus. (a. D. 217-218). 

C. R. del'Acad. d. Inscr. d. Belles Lettres, 1905, p. 73 (Elephantine) : M. Opellio 
Antonino \ Diadumeniano nobilissimo \ Caesari, principi iuventutis \ Aug(usli) 
n(ostri) /ilio sub Tulio | Basiliano praef(ecto) Aeg(ypti) et rei. 

Dio, 78, 34, 35: rà òè èv rfj Alyvnroì ysvófisva xacpaXaiaiffag sq5>, rjQX fV P^v 
avTìjg ó BaOiXiavóg, bv xaì eg xtjv xov ^IovXiavov %(i)qav snaq^ov ó MaxQÌvog 
snsnoirjxii x. r. X. 

Sopra questo passo di Dione, pur troppo conservato nell'epitome di Sifilino, 
sono da notarsi più cose. Prima di tutto, secondo una congettura del Reimar, seguito 
anche dallo Zumpt e dal Franz (C. Gr., Ili, pp. 313, 800), Basiliano sarebbe suc- 
ceduto, nel governo di Egitto ad Ulpio Giuliano; ma questa praefectura Aegypti 
di Ulpio Giuliano, come bene osserva P. Meyer (Hermes, 1897, p. 232) non è ammis- 
sibile. Il nostro storico, infatti, dopo aver narrato (78, 34) la morte di Ulpio Giu- 
liano all'assedio di Emesa, continua, nel capitolo successivo 35, (e ne sono riprodotte 
sopra le parole) dicendo che Macrino aveva designato a succedergli come prefetto 
del pretorio Basiliano, che allora governava 1' Egitto. "Enaqxog qui significa eviden- 
temente praefectus praetorii: il Borghesi (Oeuvres X, 106) osservava che in questo 
caso Dione avrebbe detto Sticcqxov tù>v doqvtpÓQwv , ma il sommo archeologo non vide 
che Dione (78, 15) appunto dove parla della nomina di Ulpio Giuliano e di Nestore 
Giuliano a prefetti del pretorio, si serve semplicemente del termine tnaQxog (róv 
t§ *IovXiccvbv ròv OvXmor, xaì 'IovXiaròv NéCxoqa ànéòsi^s); t7iaQ%oc, infine, nota 
P. Meyer, non può significare nel passo suddetto praefectus Aegypti, a motivo, pre- 
scindendo dalle altre ragioni, della particella xaì. Che poi qui si tratti non di Ulpio 
Giuliano, ma di un altro Giuliano a cui sarebbe succeduto Basiliano, come vor- 
rebbero il Borghesi (1. e.) e il Waddington (ib. in nota), a parte le considerazioni 
di P. Meyer (1. e, p. 233, n. 1), non è parimenti ammissibile, perchè le parole di 
Dione ttjv tov ' IovXia >ov %à>Quv non possono riferirsi che ad Ulpio Giuliano di cui la 
morte era narrata nel capitolo precedente 34. Infine, nell'a. 217, alla morte di Caracalla, 
Ulpio Giuliano aveva 1' ufficio a censibus (Dio, 78, 4: rag vifxrjGsig iyxsxsiQianévog) 
e non poteva quindi essere prefetto di Egitto, tanto più che allora, come sopra si è 
detto, quell'ufficio era occupato da Valerio Dato che lo conservò fino alla morte di 
Caracalla, cioè, fino all'aprile 217. A Valerio Dato adunque succedette Basiliano, 
coli' avvenimento al trono di Macrino; il suo gentilizio Iulius ci è rivelato per la 
prima volta dalla iscrizione di Elefantine di recente scoperta dal Thédenat e su 



— Ili — 

riprodotta. Basiliano durò in carica fino alla morte di Macrino avvenuta, come è 
noto, l'8 giugno 218. Spento l'imperatore, il nostro prefetto fuggì dall'Egitto, e 
venne in Italia, ma tradito da un amico, fu arrestato presso Brindisi, mandato a 
Nicomedia ed ivi ucciso (Dio, 78, 35). L'epitomatore di Dione, nel luogo sopra 
citato, c'informa che, nel governo di Egitto, durante l'amministrazione di Basiliano, 
ebbe qualche parte anche Mario Secondo, senatore e preside allora della Siria Penice, 
e amico, al pari del prefetto, dell'imperatore Macrino. 

75. Geminius Chrestus. (a. D. 219-221). 

De Ricci, A. P., II, 85, pag. 449 (Koptos) ; [^Enjl roTg fvrvx^razoig xaio\jHg 
t^\ov xvqiov rj/ucov avToxQwxoQo\_g~\ \ Mccqxov AòqìjXiov Avtcovsivov Evrv%ovg EvGs- 
fìovg ZsftaffTOV L/? MeffoQÌj x ini rtfxivio) XqrpTòj tiratoi Aìyvniov x. t. X. 
(13 agosto 219). 

Grenfell, Greek papi/ri, I, n. 49 : ... ino tov Xa/xnQOTccrov i)ys[.ióvog rs^iuviov 
Xqi^Gtov . . . L à amoxQatoQog KmGaqog Mccqxov AvqrjXiov Avtùìvsivov . . . Gt^aGrov 
(a. 220/221). 

Geminio Cresto non è un personaggio ignoto, perchè dobbiamo riconoscere in lui 
il prefetto del pretorio Cresto che insieme con Flaviano ebbe quell'ufficio all'inizio 
del regno di Alessandro Severo (Borghesi, X, 110 e seg.). Dopo aver dunque governato 
l'Egitto sotto il regno di Elagabalo, succedendo probabilmente a Basiliano, dal 219 
al 221, fu promosso alla prefettura del pretorio, ma ben presto ucciso con il collega 
Flaviano per ordine di Ulpiano, il celebre giureconsulto che, protetto da Mammea, 
solo restò ad occupare quell'alta dignità dello Stato. V. Zosim. I, 11; Dio, ep. 80, 2 
(= Zon., XII, 15); vit. Sev. Alex., 19, 1 ; Stein, Hermes, 32, p. 665. 

76. L. Domitius Honoratus. (a. D. 222). 

Ox. Pap., I, 62r, p. 121. Il papiro che nel redo menziona il nome di Domizio 
Onorato prefetto di Egitto è così datato : [« }covg e' [s ^rovg e' Màqx\_o~\v A [ 
tov xvqiov, Tvfii ia' tv[_(ìi ta']; appartiene dunque al quinto anno del regno di un 
imperatore che P. Meyer (ffeerwesen, p. 147) e gli editori del papiro propendono 
a credere Gordiano III, e quindi dovrebbe essere attribuito al 6 gennaio 242 ; ma lo 
Stein ('), mi pare con ragione, lo attribuisce invece al regno di Elagabalo e perciò 
deve essere del 6 gennaio 222. 

L. Domizio Onorato prese dunque il posto nella prefettura di Egitto di Geminio 
Cresto, ma lo tenne per poco tempo, perchè, prima dell'anno seguente, venne pro- 
mosso alla prefettura del pretorio e onorato di una statua in Egitto, come s'impara 
da una iscrizione ivi rinvenuta (£. Ili, 12052) del tempo di Alessandro Severo. 
Coerentemente alle disposizioni di questo imperatore il quale, come dice il suo bio- 
grafo (Alex. Sev., 21, 3), praefectis praetorii suis senatoriam addidit dignitatem, 
ut viri clarissimi et essent et dicerentur, Domizio fu ammesso nell'ordine senatorio 

(') Oesterr. Jahresh., Ili, Beibl. p. 210 e seg. Pauly-Wissowa, R. E., V. e. 1427, n. 62. 
Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 15 



— 112 — 

e come vir clarissimus lo troviamo appunto menzionato fra i patroni di Canosa nel- 
l'albo dei decurioni del 223 (C. IX, 338), dal quale documento s'imparano i suoi nomi 
completi e si può stabilire che egli era probabilmente oriundo di Canosa ( 1 ). Le 
iscrizioni urbane C. VI, 3839 (=31776), 3861, non possono riferirsi al nostro Do- 
mizio Onorato, poiché il personaggio del cui nome ivi rimane la sola finale alus 
era stato prefetto del pretorio già sotto Elagabalo. 

77. M. Aedinius Iulianus. (a. D. 222/223). 

Ox. Pap., I, p. 75, n. 35, 1. 11: ... lótiviov 'IovXiaiov ènàqypv Aìyimov 
x. r. I. Cf. U. B. M. 245w.(?). 

Pap. Fior., 57, 27 : ... Aìè\_f\via>i 'IovXiavwi ènàq^wi Aìyvmov ; le prime sil- 
labe del nome sono illeggibili. Il papiro è posteriore all'anno 222. 

Secondo il De Ricci (Rev. Arch. 1900 1 , p. 333) non è dubbio che il nome di 
questo prefetto debba esser restituito così: \_A~$deiviov e che egli sia identico al 
M. Aedinius Iulianus che figura fra i viri alarissimi patroni di Canosa nell'albo di 
quella città su ricordato (C IX, 338) e all' Aedinius Iulianus leg(alus) Aug{usti) 
prov{inciae) L\_u]gd\_unensis~\, qui postea •prae\_f(ectus)~\ pr[_a~\et{orio) \_f~\uit, come 
dice la celebre lapide di Thorigny (C. XIII, 3162, I) che lo riguarda. Lo Stein ( 2 ) pur 
consentendo nella restituzione del nome, non approva cotesta identità, poiché gli par 
poco probabile che Edinio Giuliano prefetto di Egitto nel 223 (il papiro infatti men- 
ziona i consoli Mario Massimo II e Roscio Eliano di codesto anno) fosse ammesso 
nel Senato nello stesso anno a cui appartiene l'albo di Canosa. Ma io non vedrei 
tale difficoltà, se si ammetta che Edinio Giuliano abbia cominciato a governare 
1' Egitto già nella seconda metà dell'anno precedente 222 e che non fosse più pre- 
fetto al momento in cui il suo nome venne incluso nell'albo di Canosa. Se ciò si 
conceda, possiamo concludere che M. Edinio Giuliano era oriundo di Canusio ; governò 
l'Egitto sul finire del 222 e sul principio del 223; ammesso nell'ordine senatorio in 
cotesto stesso anno 223, divenne governatore della Gallia Lionese e poco prima della 
fine del 238, fu elevato alla dignità di prefetto del pretorio durante il regno effimero 
di Balbino e Pupieno. Cf. Domaszewski, Rh. Museum, 58, p. 228; 0. Hirschfeld, 
Kaiserl. Verwaltungsbeamlen 2 , p. 483, n. 3. 

78. Epagathus. (a. D. 229-230?) 

Dio, 80, 2 : 'Errdya^og, (bg xccì ahiog tòì OvXuiav^ì tov òXs3qov (rò) nXéov 
ysvó/nsìog, è'g re Al'yvrrtov <ag aq^tov ccvzTjg sTT£(x<p&r] x. x. X. 

Il De Ricci (Proceedings, 1902, p. 100) pone la prefettura di Epagato, dopo 
quella di Mevio Onoraziano che, come vedremo nel numero successivo, governò 1' Egitto 
nel 232, ma senza determinarne la data precisa. Ora, poiché Dione dice che Epa- 
gato fu mandato in Egitto, dopo la morte di Ulpiano, della quale era stato uno degli 

(') V. sull'albo Canosino e su Canosa antica il bel libro di N. Jacobone (Canosa di Puglia, 1905). 
( 3 ) Oesterr. Jahresk., Ili, Beibl. 211; Pauly-Wissowa, R. E. Suppl. p. 12. 



— 113 — 

autori principali, ed Ulpiano venne ucciso circa il 228 ('), così parmi che la pre- 
fettura di lui debba precedere quella di Mevio Onoraziano e collocarsi circa il 229/230. 
Epagato, un liberto imperiale, che il Dessau (Prosop., II, 36, n. 49) considera quello 
stesso che Dione ricorda sotto i regni di Caracalla e di Macrino, fu inviato in 
Egitto come prefetto, per allontanarlo da Roma dove la sua condanna avrebbe potuto 
sollevare qualche tumulto. In Egitto rimase poco tempo ; condotto nell'isola di Creta 
fu giustiziato. 

79. Mevius Honoratianus. (a. D. 231-233). 

Pap. Beri., ap. Partey, Mem. dell' Inst., 2, 451, n. 17r. : . . . Mrjov[_i]ov c Ovw- 
qatiavov ijysfióvog x. %. X. È un frammento di un conto dei grani spediti a Roma 
dall' Egitto al tempo del prefetto Mevio Onoraziano. Il Parthey (ib. pag. 441 ) vor- 
rebbe attribuire a questo prefetto anche il fram. papiraceo n. 1 della sua silloge. 

Amh. Pap., II, 67, 13: c Ovwqaxiu\^ì òg~] fVra£>[%og] Alyvnxov em[_sv x. x. X. 

Ibid., 80, 6 : \_imò~] xov XafiTTQoxaTov i]ysnóv[og~\ Mi][_ovi^ov 'O^vcogccxiavov x. x. X. 
Il papiro porta la data del 20 agosto 233 (s'xovg ip' AlnoxQaiooog Kai'actQog M\_aqxov 
AvqyjXìov 2sovi)qov AX£%àv~\dqov — MeGoqì] x£). Cf. anche Pap. Fiorent., li, 56, 
10 (21 ottobre 233). 

C. Gr., Ili, 4705 (Antinoe) : Avxoxqcctoqi Kaiffagi Mccqxo) AvgrjXio) —sovrjQm 
AXel-àrÓQrp . . . snì Mrjoviov 'Ov(aQ\_axiavo~\v inaQ%ov Alyvnxov . . .è'xovg ice, T[vfiì £?~] 
2 gennaio (?) 232 ( 2 ). 

Le 1. 14-15 della col. Ili del Papiro di Parigi 69, secondo la buona congettura 
del Wilcken (Philologus, 53, pp. 83 e 94), devono così supplirsi: xo[_v Xafxngoxà- 
xov fjysixóvog Mrjovìov 'Ovwoaxiavoì'^\. 

Mevio Onoraziano (così veramente egli chiamasi e non L. Mevio Onorato, come 
per un momento si suppose) ( 3 ), reggeva la prefettura di Egitto nell'anno undecimo 
e duodecimo del regno di Alessandro Severo, cioè a dire, nel 231/233. Di lui altre 
notizie non trovansi nelle fonti. 

80. AureliusProculinus (sotto i Gordiani ?). 

Pap. Reinach, 51, 11: ó óia0rj}j(,óxaxog rj/xav i]ys[.iù)v AvqrjXiog IIq[oxXtXvog~\ 
x. x. X. 

Il nome di questo prefetto è nuovo; sembra essere del terzo secolo. Amerei 
collocarlo, sotto i Gordiani, in quel periodo che va dall'a. 238 al 243, dove molte sono 

(') La data della uccisione di Ulpiano non è certa; v. in proposito Borghesi, X, p. 115. 

( 2 ) Il nome, nella lapide fu restituito ' Ov(uq[iavo]t) ; ma i papiri ormai dimostrano che la vera 
restituzione è ' Ova>Q[(abavo\ì), che corrisponde difatti alla grandezza della lacuna nella lapide. La 
data del mese T[fl/?t £] è supplita dal Wilcken {Philologus, 53, p. 94, n. 1) il quale osserva che così 
« wiire die Weihung am romischen Nenjahrstage 232 vollzogen. ». 

(3) Cf. P. Meyer, Hermes, 33 p. 267; cf. ibid., 32, p. 234; Jouguet, C. R. de VAcad. des 
Inscriptions, 1900. pp. 211 e seg. Il Aoixiog [. . .] %naq%. Aiy. del papiro B. G. U. 378 non è 
L. Mevio Onoraziano, ma bensì L. Valerius Proculus, come lo stesso Meyer ora propone di supplire 
nella lacuna del papiro medesimo {Aeg. Urk., Ili, p. 2). Cf. n. 45, 



— 114 — 

le lacune nella serie dei nostri prefetti, ma purtroppo non v'è alcun argomento in 
favore di questa congettura. 

81. C. Iulius Priscus (a. D. 243/244). 

(vice praef.).> 

C. VI, 1638 = Dessau, 1331 (Roma): ...praef. pra\_etorio~\\ praef. Mesop., 
iu[ridico Alexandreae], | vice praef. Aeg[ypti, proc.prov.~\ Maced. et rei. 

Già il Waddington aveva congetturato che l'ignoto personaggio di questa lapide 
acefala di Roma fosse C. Giulio Prisco, fratello dell'imperatore Filippo l'Arabo del 
quale parla lo storico Zosimo (I, 19, 2, 20, 2) e a cui si riferiscono due titoli greci 
di Filippopoli ('). La congettura del Waddington viene ora confermata da una iscri- 
zione latina rinvenuta nel medesimo luogo (C. Ili, 14149 5 ), e sulla quale vedi la 
nota interessante del Domaszewski {Rh. Mus., 54, p. 159 e seg.). Dalla iscrizione 
mutila urbana apparisce adunque che Giulio Prisco, dopo essere stato procuratore 
della Macedonia, divenne iuridicus Alexandreae, ed essendosi resa vacante la pre- 
fettura di Egitto, fu chiamato, come già Cecilio Salviano, di cui già abbiamo par- 
lato, a reggerla provvisoriamente ( 2 ), come vice prefetto. Quanto alla data della sua 
vice prefettura, poiché Prisco divenne prefetto della Mesopotamia sui primordi del- 
l'impero di suo fratello, è lecito supporre che egli reggesse 1' Egitto sul finire del 
regno di Gordiano III, cioè, nel 243/244. Cf. anche Stein, A. Pap. I [1901], 448; 
P. Meyer, Hermes, 32, pp. 227, 228, n. 3. 

82. A ur e lius Basileus. (a. D. 244/245). 

Pap. Fior, 4, p. 18: imo AvqyjX^iov) BaGiXéwg xov XaiiTCQ{oxàxov) fjysfió- 
(vog) x. r. X. 

Il papiro di Oxyrhynchos contiene una scheda per il censimento del primo anno 
del regno dei due Filippi (a (srovg) MaQxwv [7]o<>AtW (PiXinncov Kaiffdowv xcov 
xv\_q]C(ùv 0s{ìa<rTÙ)v), ma la denunzia vien fatta nella primavera dell'anno seguente 245. 
Aurelius Basileus è un prefetto nuovo ed ignoto; il Vitelli, citando in nota, la compe- 
tente opinione di A. Coen, non lo crede identificabile con M. Aurelius vir ducenarìus 
procurator rationis castrensis (C. X, 5336), né con Aurelius Basileus praepositus 
at tabernacla (C. VI, 5339). Cf. su questi due funzionari Hirschfeld, Kaiserl. Ver- 
waltungsbeamten* 1 , pp. 312 e seg. Ad ogni modo il nostro prefetto, come apparisce 
dal papiro fiorentino, occupò la prefettura, succedendo al governo provvisorio di Giulio 
Prisco, nel 244, e continuò a dirigerla nell'anno seguente fino all'arrivo del suo 
successore Claudio Firmo. 

83. Claudius Valerius Firmus. (a. D. 246-247). 

Ox. Pap. IV, 720: \_cy{audio) Valerio Firm[o praef(ecto) Aeg(ypti)... 
datum d(ominis) no(slri) Philippo Aug{usto) II c[t Pìuìippo Caesar/s (1. Caesare) 

c[o{n)s(ulibus) (a. 247). 

(') Lebas-Waddington, 2077, 2078= C. Gr. 4602, 4603. 
( 2 ) Cf. sulla lapide di Prisco, De Ruggiero, I, 280. 



— 115 — 

Al nostro prefetto si riferiscono anche due papiri della collezione Amherst, l'uno 
del 16 giugno 246 (II, 72), l'altro del 26 marzo 247 (ibid. 81). Rispetto alla data 
del primo papiro, vi è dissenso fra gli editori del papiro e il Wilcken (A. P., II, 127) 
il quale osserva che alla linea 14 il facsimile del papiro mostra che si deve leggere 
non (l'Tovg) y, ma bensì (srovg) e, dimodoché il papiro apparterrebbe non all'anno 
terzo del regno di Filippo, ma all'anno sesto — - a. D. 249. Ma il Grenfell e 1' Hunt, 
nella nota prima al papiro di Oxyr. IV, 720, p. 197 confermano la loro lettura con 
queste parole : « but we stili hold that y is right and that the facsimile, so far from 
throwing any doubt upon our reading, thorougly confinile it » ; e un attento esame 
del facsimile nella tavola XVIII mi pare che dia loro piena ragione. 

Claudio Valerio Firmo governò l' Egitto sotto l'impero di Filippo l'Arabo e pre- 
cisamente nel 246/247. Una iscrizione di Filippi {Rev. Ardi. 33 [1877] p. 357) 
che ricorda un Baiftwv Ovaksqiov <Diq[xov tòv xqùtigiov fece supporre a taluno che 
il nostro prefetto si chiamasse Baebius; ma il papiro latino di Oxyrbynchos ha 
risoluta la questione, provando che egli si chiamava Claudius. Dunque Baebinx 
Valerius Firmus non può essere che un parente del nostro prefetto. Gf. Stein, in Pauly- 
Wissowa li. E. S. I, 237, 47 a. 

84. Aurelius Appius Sabinus. (a. D. 250). 

Corp. Pap. Raineri, 20, col. II : AvQrjAico 'Attttiw 2a^sivo) rio XafXTTQotàtoì 
rjys/jióvi — (sTOvg) a avxoxqàxoqog KaiCaQog raiov MsGGtov KvCvrov Tqaiavov 
Jsxiov Evffffiovg smv%ovg GepcttiTov ènsiff xy (17 luglio 250). Cf. ibid., I, 5. 

Aurelio Appio Sabino governava 1' Egitto nel momento in cui una nuova per- 
secuzione contro i Cristiani era stata ordinata dall'imperatore Decio al principio del- 
l'anno 250 (Goyau, Chronologie, p. 295). In Alessandria la persecuzione si svolse 
fierissima; un vivace racconto ne abbiamo nei frammenti delle lettere di Dionigi, 
vescovo di Alessandria, conservati da Eusebio (H/st. eccl.,Vl, 40-41; VII, 11, 18). 
Sabino (così soltanto è chiamato il nostro prefetto in Eusebio) eseguì con estremo 
rigore l'editto imperiale in Alessandria, ove grande era la costernazione fra i cri- 
stiani; le vittime di Sabino menzionate dal vescovo Dionigi furono molte, fra le 
quali Giuliano, Cronione e Besa ('). 

* Murrentius Maur ictus. 

11 De Ricci (Proceedings, 1902, p. 101, n. 84) pone, fra i prefetti di Egitto, ma 
non senza qualche esitazione, intorno all'anno 255, Murrentius Mauricius men- 
zionato (Murrentio Mauricio ad Aegyptum destinato) nel processo verbale del consiglio 
militare tenuto dall'imperatore Valeriano in Bisanzio nell'anno 258, ed inserito da 
Vopisco nella biografia di Aureliano (13-14); ma quel documento (sul 'quale cf. il 
mio scritto nel Boll, di Filol. Classica [1895], pp. 284 e seg.), non è autentico 
(v. anche Homo, Aurélien, pp. 33 e seg., n. 2) e quindi non possiamo fondarci 
sopra di esso per ammettere Murrenzio Maurizio nella serie dei prefetti di Egitto. 

(') Cf. Aubé, L'Église et VÉtat, pp. 120-129; Aliarci, Persécutions, II, 355 e seg. 



110 — 



85. M. Iulius(?) Aemilianus. (a. D. 257). 

► 

Euseb., Hist. Eccl . VII, 11, 9: Aì/juXiavòg dismav %r]v rjysfiorìav aviotg tlns 
x. x. X. 

Nell'agosto del 257 ( l ) fu promulgato un editto di persecuzione contro i Cri- 
stiani dall'imperatore Valeriano; in Egitto lo applicò Emiliano il quale governava 
allora l'Egitto, come risulta dagli atti ufficiali del processo intentato contro s. Dio- 
nigi vescovo di Alessandria e che egli stesso cita in una lettera al vescovo Germano 
conservata da Eusebio. Da questo documento importantissimo che contiene l'in- 
terrogatorio di S. Dionigi e dei diaconi che l'accompagnavano, dinanzi al tribunale 
di Emiliano, sono tolte le parole sopra citate le quali attestano appunto in Emi- 
liano la dignità di prefetto. S. Dionigi, come è noto, venne esiliato da Emiliano a 
Kephro nella Libia e poi nella Mareotide ( 2 ). Emiliano, più tardi, sotto Gallieno, 
usurpò l'impero, ma firn, a quanto pare, ucciso ( 3 ). Una moneta di Alessandria (Poole, 
Catalogne of the coins of Alex. p. 299, n. 2300) in cui si legge: A. K. M. 'I(ov- 
Xiog?) AìfAifoavóg Evg., farebbe supporre che egli si fosse chiamato M. Iulius Ae- 
milianus. 



80. Iuvenius Genialis. (a. D. 200-207). 

Pap. Raineri, 2020 = Wessely, Stud. Pai. V, 02, 119 V, 3, 2: [zo5] xvgiov 
ij/icav àr]T' Ti][r]pv raXXirjvov SsfiaGtov (Svvaigopiérrjg xa[ì r^g 7igovo\Ja]c, [z~\ov 
xvgiov /jiov XafXTig\j)ià^tov ijyef.iórog Tvovsviov rsviaXiov . . . (hrovg) là' STitbp x«. 

Il prefetto chiamavasi dunque Iuvenius Genialis; ('lovovs'viog rsnàXioc), nome 
raro nell'onomastica romana, ed è ignoto. Governava nell'anno decimoquarto del 
regno di Gallieno {li" = a. D. 200/207). 



87. Pirmus. (a. D. 272273). 

Vopisc. Firmus, 3, 1 : ... Plerique Graecorum tradunt ignari eo tempore ipso 
tres fuisse Firmos, quorum unus praefectus Aeg}'pti, alter dux limitis Afri- 
cani idemque proconsule, tertius iste Zenobiae amicus ac socius et rei. 

Il Meyer {Hermes, 33 pp. 208-270) e l'Homo (Aurélien, p. 113, n. 2) pen- 
sano che vi sia confusione di persone in questo testo di Vopisco e che il prefetto di 

(') Caec. Cypr. Ada Frac, p. CX, Hartel (III, 3 app.)- Irnp. Valeriano quarto et Gallieno 
tertium consulibus. 

(«) Euseb. 1. e. VII, 11, 10-14: Allard, Persécutions, III, 65-69. Aubé, UÈglhe e VÉtat. 
p. 341 e seg. 

C) Vit. Gali., 4; Trig. tyr. 22, 26, 4; Vict. ep. 22. Emiliano è chiamato dux dal suo bio- 
grafo con un epiteto che è proprio del tempo posteriore a Diocleziano, ma tutto il racconto par 
sospetto al Mommsen. Provincie : p. 560, n. 1. 



— 117 — 

Egitto e il capo del partito Palmireno che usurpò l' impero in Alessandria nel 272 
siano una stessa persona. Infatti Firmo non assunse il titolo d'imperatore, ma governò 
1' Egitto con poteri analoghi a quelli di un prefetto romano ; ciò si accorda bene con il 
testo dello stesso Vopisco nella vita di Aureliano (32, 2) : Firmus . . . qui sibi Aegyplum 
sine insignibus inferii, quasi ut essel civitas libera, vindìcavìl. Del cesto, la vita 
Firmi ha un valore storico di molto inferiore alla vita Aureliani. Nc'routsos-Bey 
(Rev. Arch., 1887 2 , pp. 209-210) invece ammette l'esistenza contemporanea di due 
Firmi e attribuisce al Firmo prefetto di Egitto la seguente iscrizione rinvenuta in 
Alessandria e dedicata ad un imperatore il cui nome è cancellato (Dittenberger, 0. Gr. 
Inscr. 711): .. . -sfiaGrov | 'EneHfix' \ ini KXavdiov (PiQfxov \ Xa/ingoTccrov ìttccvoq- 
dcoxov. Nel parere del Néroutsos, Claudio Firmo sarebbe stato prefetto di Egitto nel 271, 
e avrebbe ristabilita l' autorità imperiale nelle provincie soggette fino allora a Zenobia 
regina di Palmira, meritando così il titolo di Xa/njiQÓraTog inaroQdtozìjg, cioè, di illu- 
strissimo restauratore della dominazione romana. Il Meyer rifiuta a buon diritto la 
congettura del Néroutsos e attribuendo l' iscrizione di Alessandria al solo Firmo usur- 
patore la interpreta nel senso che egli sarebbe stato onorato dal partito nazionale 
di Egitto, come il restauratore (ircavoqOunrjg) della libertà. Ma anche l' interpreta- 
zione del Meyer non può ammettersi come ben vide lo Stein (Pauly-Wissowa, R. E., Ili, 
e. 2720, n. 150), il quale ha dimostrato invece che il titolo Xainxqóiaxog iTzuvoqdw- 
t-qg non è altro che il clarissimus correclor la cui funzione fu istituita nell'ordi- 
namento amministrativo di Diocleziano quando l'Egitto venne diviso in provincie, 
delle quali YAugustamnica, era retta appunto da un corrector (Nolitia Dign. Or., 
I, 127, p. 5, Seeck); per la qual cosa è chiaro che il Claudio Firmo della nostra 
iscrizione era non prefetto, ma governatore di una provincia di Egitto istituita nel 
nuovo ordinamento di Diocleziano. Ma, dato al titolo epigrafico di Alessandria il suo 
giusto significato, rimane sempre vero che Firmo usurpatore dell' Egitto nel 272 e il 
prefetto di Egitto sono una stessa persona, che "egli resse la provincia nel 272 e 273, 
e che vinta la rivolta di cui era stato capo, si uccise per non cadere nelle mani di 
Aureliano, se ammissibile è il racconto del biografo imperiale ('). 



88. Celerinus. (a. D. 282-283). 

Claudian., epithal. Pallaclii (XXV, 72, p. 304 Birt): . . . Tmmensamque trahit 
Celerini robore lucem, \ qui quondam Meroen iussus Nilumque tu e ri, | 
cum sibi post obitus et Partica fulmina caro \ sceptra darei miles rebusque impo- 
nere vellet, \ despexit fremitus et praetulit otia regno ; \ respuit ingestum, quod 
vi, quod poscere ferro \ posthabila pietate solent. Tarn purpura primum \ inferior 
virtute fuit meruitque repulsane \ obvia maiestas. 

Da questi versi dell'epitalamio che il poeta Claudiano compose per le nozze 
dell' amico suo Palladio con Celerina, desumono gì' interpreti che Celerino, avo della 

(') Vita Firmi, 5, 2. Cf. Homo, op. cit., p. 115. Il Mommsen (Provincie, p. 5G0, n. 1) giudica 
dubbia la rivolta di Firmo. 



— 118 — 

sposa, era stato prefetto di Egitto (v. 73: Meroen iussus Nilumque tueri) sotto il 
regno di Caro (282-283) e che, morto l'imperatore, i soldati gli offrirono il diadema 
imperiale, ma egli praetalil olia regno (v. 74). Chi sia Celerino, l'ultimo nella serie 
dei prefetti di Egitto prima di Diocleziano, le >altre fonti non dicono; né possiamo 
nemmeno stabilire se egli apparteneva alla gente Cuspidia, come Cuspidio Celerino 
senatore ricordato nella Vii. Maxim., 26, 6. Nipote o pronipote del nostro prefetto 
era Celerina nata in Tomi (v. 70) e maritatasi con Palladio circa l' a. 400 come 
ricavasi dal sullodato epitalamio di Claudiano. V. su Celerino, il Birt, nei prole- 
gomeni alla sua edizione di Claudiano (p. xlv e seg.) ; De-Vit, Onomasticon, II, 200 ; 
Stein, in Pauly-Wissowa, R. E., Ili, 1870, n. 2. 



119 



INDICE ALFABETICO DEI PREFETTI DI EGITTO. 

(L'asterisco e il carattere corsivo indicano i nomi da eliminarsi dalla serie prefettizia; 
il punto interrogativo indica i nomi e i prefetti incerti). 



M. Aedinius Iulianus, pag. 112. 

[C] Aelius Gallus, 57. 

[L. ?] Aemilius Rectus I, 63. 

L. Aemilius Rectus II, 69. 

Aemilius Saturninus, 105. 

M. Annius Suriacus, 97. 

Aurelius Antinous (vice-praef.), 108. 

Aurelius Appius Sabinus, 115. 

Aurelius Basileus, 114. 

M. Aurelius Papirius Dionysius, 103. 

Aurelius Proculinus, 113. 

[Aurelius?]] Sanctus, 101. 

C. Avidius Heliodorus, 90. 

A. Avillius Flaccus, 68. 

M. Bassaeus Rufus, 98. 

C. Caecilius Salvianus (vice-praef.), 99. 

Caecina Tuscus, 74. 

C. Calvisius Statianus, 99. 

Ti. Claudius Balbillus, 72. 

Celerinus, 117. 

C. Cornelius Gallus, 55. 

[C. Cornelius ?J Ursus, 78. 

*Dinarchus, 93. 

*Dioscurus, 85. 

L. Domitius Honoratus, 111. 

Epagathus, 112. 

Firmus, 116. 

Flavius Priscus, 101. 

T. Flavius Titianus I, 88. 

T. Flavius Titianus II, 97. 

*Flavius Titianus, 109. 

T. Furius Victorinus, 95. 

C. Galerius, 65. 

Geminius Chrestus, 111. 

T, Haterius Nepos, 88. 

M. Iulius (?) Aemilianus. 116. 

Ti. Iulius Alexander, 75. 

C. Iulius Aquila, 62. 



Iulius Basilianus, 110. 

[Ti. Iulius] Hiberus (vice-praef.), 67. 

Ti. Iulius Lupus, 76. 

C. Iulius Postumus, 70. 

C. Iulius Priscus (vice-praef.), 114. 

L. Iulius Vestinus, 73. 

Iuvenius Genialis, 116. 

L. Laberius Maximus, 78. 

T. Longaeus Rufus, 102. 

L. Lusius Geta, 71. 

Q. Maecius Laetus, 106. 

M. Magius Maximus, 63. 

L. Mantennius Sabinus, 104. 

*Q. Marcius Turbo Fronto Publicius Seve- 

rus, 86. 
Maximus (?), 104. 
[M. Mettius] Modestus, 71. 
M. Mettius Rufus, 80. 
Mevius Honoratianus, 113. 
C. Minicius Italus, 82. 
L. Munatius Felix, 93. 
*Murrentius Mauricius, 115. 
*T. Musius Lupus, 106. 
*Naevius Sertorius Jl/acro, 69. 
P. Octavius, 62. 
T. Pactumeius Magnus, 100. 
C. Petronius, 59. 
*Petronius Balbus, 90. 
M. Petronius Honoratus, 92. 
M. Petronius Mamertinus, 89. 
T. Petronius Secundus, 80. 
Pollaenius (?) Flavianus, 104. 
C. Pompeius Pianta, 81 
Pomponius Faustinianus, 103. 
Ponticus, 74. 
*Postumus, 96. 
Ci. Rammius Martialis, 87. 
P. Rubri us Barbarus, 60. 



Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 



16 



120 — 



M. Rutilius Lupus, 85. 

L. Seius Strabo, 64. 

M. Sempronius Liberalis, 95. 

Septimius Heraclitus, 108. 

C. Septimius Vegetus, 79. 

Subatianus Aquila, 107. 

[C] Sulpicius Similis, 84. 

FI. Sulpicius Similis, 102. 

C. Tettius Africanus Cassianus Priscus, 77. 

C. Turranius, 61. 

M. Ulpius Primianus, 105. 



Valerius Datus, 109. 
Valerius Eudaemon, 91. 
CI. Valerius Firmus, 114. 
Valerius Paulinus, 77. 
L. Valerius Proculus, 91. 
Cn. Vergilius Capito, 70. 
Veturius Macrinus, 101. 
C. Vibius Maximus, 83. 
[C.?] Vitrasius Pollio I, 66. 
C. Vitrasius Pollio II, 69. 
L. Volusius Maecianus, 96. 



RELAZIONE 

letta dal Corrispondente Ghirardini, a nome anche del Socio De Petra, 
nella seduta del 21 gennaio 1906, sulla Memoria del dott. Alessandro 
Della Seta, avente per titolo : La genesi dello scorcio nell'arte 
greca. 

Abbiamo preso notizia del lavoro del dott. Alessandro Della Seta La genesi 
dello scorcio nell'arte greca; e ci è parso che l'autore abbia svolto il tema con 
acutezza di vedute e largo corredo di dottrina. Egli studia la origine e la evoluzione 
di quel mezzo artistico di rappresentazione, che è lo scorcio, collegato necessaria- 
mente al chiaroscuro e alla prospettiva, non solo mediante particolari analisi dei 
monumenti greci, ma con molteplici raffronti instituiti fra l'arte greca, le arti orien- 
tali e le arti, ch'egli chiama incolte. 

In cosiffatte comparazioni sta sopra tutto la novità, la originalità e la curiosità 
della Memoria del Della Seta: la quale per questo rispetto esce dai limiti di una 
trattazione propriamente archeologica ed assume il carattere più generale di uno 
studio estetico su uno dei problemi formali più importanti, che si siano presentati 
all'arte di tutti i popoli: quello di rendere nelle immagini plastiche o pittoriche i 
diversi aspetti del fenomeno naturale. 

Noi esprimiamo adunque avviso favorevole alla inserzione della monografia del 
Della Seta negli Atti dell'Accademia dei Lincei. Un materiale d' indagini così copioso, 
come quello che fu da lui raccolto e coordinato, secondo il suo disegno di ricostruire 
organicamente la genesi e il processo dello scorcio nell'arte, non ci sembra debba 
restare inedito e ignoto agli studiosi. Le teoriche sostenute da lui, i risultati deri- 
vanti dalle sue osservazioni potranno esser discussi ; ma non si potrà contestargli il 
merito d'avere instituito una ricerca personale coscienziosa e metodica. 



Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 17 



— 122 — 



La genesi dello scorcio nell'arte greca. 
Memoria del dott. ALESSANDRO DELLA SETA 

(con quindici tavole). 



1 mezzi per la rappresentazione dell'obliquità. 
Loro diffusione e loro valore (*). 

Innumerevoli per varietà sono le posizioni e i movimenti che le cose e gli 
esseri offrono in natura all'occhio dell'uomo, ma l'arte figurata presso tutti i popoli, 
all'infuori di un solo, del popolo greco, non è apparsa capace che della riproduzione 
di pochi motivi i quali hanno, senza differenza di tempo e di luogo, la comune carat- 
teristica di essere stati tratti esclusivamente da vedute parallele. Non v'è arte colta 
dell'antichità, non v'è arte incolta antica e moderna che conosca lo scorcio, sia esso 
lo scorcio reale della statuaria, cioè la rappresentazione corporea di una figura o 
delle parti di una figura da un punto di vista obliquo, sia esso lo scorcio illusivo del 
disegno, cioè la rappresentazione apparente nel piano, per mezzo dello scorcio lineare 
e del chiaroscuro, delle posizioni oblique nello spazio. Lo scorcio è stato conquistato 
per la prima volta dall'arte greca ed è divenuto da allora il patrimonio di tutti i 
popoli che sono entrati direttamente o indirettamente nell'ambito della sua civiltà, è 
passato cioè attraverso l'arte cristiana nell'arte di tutta l'Europa, è passato attraverso 
l'arte buddistica nell'arte di tutta l'Asia. 



La rappresenta- Tale derivazione non è stata mai messa in dubbio per l'arte 

zione dell obliquità cr i s tiana giacché nei monumenti bizantini e romanici possiamo 

nelle arti colte del- . ° , . , ... .,,,,,. 

l'Asia deriva dal- se g im 'e di grado in grado ciò che si salvò dell arte antica, arn- 

l'arte greca. schiata ne apparrà invece l'affermazione per le arti dell'Estremo 

Oriente, giacché siamo soliti considerarle contrastanti allo spi- 
rito della civiltà occidentale anche nella riproduzione della forma. Ma le arti della lon- 
tana Asia, per quanto mirabilmente varia e complessa si sia manifestata in seguito la 
loro produzione, non sono arti autottone ; esse sono le figliuole di un'arte religiosa, del- 

(*) Queste pagine avrebbero dovuto aprirsi con la dedica ad Emanuele Lowy, a colui che per 
primo ha rivolto lo sguardo allo studio dell'arte greca dal punto di vista delle dimensioni spaziali. 
Se il loro carattere di atto accademico, già sottoposto al giudizio di altri, non rende più opportuna 
questa dedica, voglio tuttavia esprimere qui la gratitudine al mio maestro ed osservare che, per 
quanto le mie illazioni in molti casi differiscano dalle sue, a lui debbo, per i lunghi anni di disce- 
polato, l'indirizzo a tali studi. 



— 123 — 

l'arte buddistico-indiana che entrò ufficialmente in Cina nel I secolo d. C. (') e di là 
s'irraggiò nella Corea ( 2 ), nel Giappone ( 3 ) e nelle regioni vicine ( 4 ). L'arte buddistico- 
indiana penetrando nella Cina vi trovava un'arte indigena legata, come tutte le arti pri- 
mitive, allo schematismo parallelo, ed i monumenti in pietra, bassorilievi affondati o 
sporgenti, ricuperati nello Scian-tung ( 5 ), attestano che l'arte cinese, la quale dopo l'in- 
fluenza buddistica doveva prendere così ardito slancio, non aveva oltrepassato allora lo 
stadio a cui tutte le arti umane, indipendenti dall'arte greca, si sono arrestate. È vero 
che noi riscontriamo in alcuni di questi rilievi degli scorci, ma non dobbiamo dimenticare 
che i due soli gruppi di monumenti a noi conservati, i rilievi di Hiao-t'ang-scian e di 
U-tsce-scian appartengono alla prima metà del II secolo d. C. ( 6 ), cioè ad un periodo in 
cui già il Buddismo con tutto il suo apparato di idoli e di pitture religiose aveva fatto 
il suo ingresso ufficiale nella Cina. Quindi se pur sembra accertato che influenza bud- 
distica non si abbia nel contenuto delle scene C), contenuto storico-mitologico apparen- 
temente fissato nei suoi tipi da una lunga tradizione, è tuttavia innegabile che i riflessi 
della nuova arte si fan palesi appunto nello schematismo di posizione delle figure. Chi 
ponga a confronto i rilievi del primo gruppo, che sono anteriori al 129 d. C, per 

(') W. Anderson, Descriptive and historical Catalogne of a Collection of Japanese and Chi- 
nese Paintings in the British Museum, London, 1886, pp. 14-15, 481-482; M. Paléologue, L'Art 
chinois, Paris, 1887, pp. 34, 36-38, 47, 248, 255-256; F. Hirth, Weber fremde Einflùsse in der 
chinesischen Kunst, Munchen-Leipzig, 1896, pp. 10, 29; K. WOrmann, Geschichte der Kunst alter 
Zeiten und Vòlker, Leipzig- Wien, 1900, I, pp. 514, 523; 0. Miinsterberg, Japanische Kunstgeschichte, 
Braunschweig, 1904, I, pp. 108-109; St. W. Bushell, Chinese Art, London, 1904, 1, pp. 23, 44. 

(*) E. Zimmermann, Koreanische Kunst, Hamburg, 1895, pp. 1, 3-4, 8. 

(*) L. Gonse, L'Art japonais, Paris, 1886, pp. 10, 17, 142; W.Anderson, Cat. of a Coli, of 
Jap. and Chin. Paint., pp. 1-3, 13, 15-16, 492; G. Appert, H. Kinoshita, Ancien Zapon, Tò"kio, 
1888, pp. 22-23, 25-26; E. Zimmermann, Kor. Kunst, pp. 1, 4-5, 21-22; F. Hirth, Ueber fremde 
Einfl. in der chin. Kunst, pp. 44-47; 0. Miinsterberg, Jap. Kunstgesch., I, pp. 17, 22, 28-29, 33-35 
(t. V), 41-43, 91, 123. 

( 4 ) Un'influenza dell'arte cinese si è avuta anche sull'arte persiana mussulmana al tempo della 
dominazione mongolica: A. Gajet, L'Art persan, Paris, 1895, pp. 138, 140-142, 174, 198, 208-209, 
228, 270, 290, 303; E. Blochet, Les Ecoles de peinture en Perse, in Revue archéologique, 1905, II, 
pp. 128-129; E. Blochet, Les Origines de la peinture en Perse, in Gazette des Beaux-arts, 1905, II, 
pp. 124-128. 

( 5 ; Sono stati raccolti e pubblicati quasi tutti nell'opera archeologica cinese dei due fratelli 
Fong Yiin-p'ong e Fong Yun-ytian intitolata, Kin-sci-so, cioè, la Catena dei metalli e delle pietre, 
1818-1835, parte II, sezioni I-IV. Su quest'opera, sui loro autori e sul valore delle loro incisioni 
vedi F. Hirth, Bausteine zu eìner Geschichte der chinesischen Literatur, in T'oung Pao, 1896, 
pp. 481 e segg. Un'esemplificazione di questi rilievi in opere europee è stata data da R. K. Douglas, 
Ancient Sculptures in China, in Journal of the Rogai Asiatic Society of Great Britain and Ireland, 
1886, pp. 469-476, tavole; M. Paléologue, L'Art chin., pp. 131 e segg., 309; ma la pubblicazione 
completa, fatta su nuovi calchi delle pietre, è di E. Chavannes, La sculpture sur pierre en Chine 
au temps des deux Dynasties Han, Paris, 1893; cfr. K. Wormann, Gesch. der Kunst, I, pp. 522-524, 
figure ; 0. Miinsterberg, Jap. Kunstgesch., I, pp. 110-111, ff. 88-89 ; II, p. 19, f. 4. A questi si aggiunga 
St. W. Bushell, Chin. Art, pp. 35-43, ff. 1-5, 8-17, soprattutto per le figure 13-14 che mancano 
all'edizione dello Chavannes. 

( 6 ) E. Chavannes, La sculpt. sur pierre en Chine, pp. xix, xxi-xxii. 

( 7 ) Per quanto negata dallo Chavannes, La sculpt. sur pierre en Chine, pp. 10-11, 26-27, 
un'influenza buddistica si potrebbe vedere anche nel contenuto di alcune scene : confi - . A. Conrady, In- 
discher Einfluss in China ini IV Jahrhundert v. Chr. in Zeitschrift der deutschen morgenlàn- 
dischen Gesellschaft, 1906, p. 347. 



— 124 - 

quanto non debbano risalire molto più su nel secolo ( l ), con quelli del secondo gruppo 
che sono in parte datati da un'iscrizione del 147 d. C , noterà che mentre negli uni gli 
scorci sono limitati a tre o quattro visi umani e a due carri, cioè sono la prima timida 
apparizione in mezzo al parallelismo imperante, più frequenti ed estesi anche alle teste 
equine sono negli altri. E se i rilievi del grappo di U-tsce-scian non fossero stati raccolti 
alla rinfusa, se cioè si avessero notizie precise sulla disposizione originaria delle came- 
rette funerarie di cui erano ornamento ( 2 ) e quindi sulla loro cronologia relativa, si po- 
trebbe forse affermare con sicurezza ciò che oggi dall'esame intrinseco dei rilievi si può 
solo indurre con verisimiglianza, che cioè il numero degli scorci è tanto maggiore quanto 
più recenti sono le sculture. Istruttivo oltremodo a questo proposito è il confronto tra 
rilievi rappresentanti le medesime scene ma appartenenti a camere funerarie diverse ( 3 ). 
E che lo scorcio si debba alla lenta infiltrazione dell'arte buddistica ( 4 ) e non ad una 
creazione originale dell'arte cinese ( 5 ), si può desumere anzitutto dal fatto che nella figura 
animata esso si limita alla testa, la cui rappresentazione obliqua è la più difficile, 
mentre manca per le gambe e per il torace, cioè per quelle parti da cui appunto ha 
cominciato lo scorcio greco nel suo sviluppo organico ed in secondo luogo dal fatto 
che questo scorcio della testa appare quando ancora l'arte cinese non si è mostrata 
capace di cancellare la incongruenza che è la rappresentazione dell'occhio di prospetto 
nel volto di profilo, cioè quando ancora non ha saputo rendere il profilo dell'occhio. 

E se l'origine delle arti dell'Estremo Oriente è ormai palese e si sa quindi per 
qual via esse hanno ricevuto i mezzi rappresentativi dell'obliquità, se si può cioè dire 
che il problema delle origini di tutte le arti dell'Asia in fondo si riduce al problema 
delle origini dell'arte buddistico- indiana, si deve riconoscere che il quesito è assai 
semplificato, perchè possiamo oggi sapere donde questa abbia tratto tali particolari 
mezzi rappresentativi della forma. 

Al periodo che corre tra il III secolo a. C. e L' Vili d. C. appartengono i gran- 
diosi prodotti dell'arte figurata buddistico-indiana : le sue statue religiose, le decora- 
zioni a rilievo dei suoi « stùpas » , le pitture parietali dei suoi templi a grotta. Tale è 
la loro perfezione che non dovrebbe sembrare ardito il presupporre secoli di sviluppo 

(') E. Chavannes, La sculpt. sur pierre en Chine, pp. xxi-xxii; confr. K. Wormann, Gesch. der 
Kunst, I, p. 523; vedi invece M. Paléologue, L'Art chin., p. 131 e St. W. Bushell, Chin. Art, p. 36. 
Collo Chavannes si accorda per la data F. Hirth, Ueber fremete Einfl. in der chin. Kunst, p. 70. 

( 2 ) E. Chavannes, La sculpt. sur pierre en Chine, p. iv. 

( 3 ) Confronta in E. Chavannes, La sculpt. sur pierre en Chine, la t. XXII, con le tt. VIII-IX 
e XXVI; la t. XXIV colle tt. XVI e III. 

( 4 ) Su un'influenza diretta dell'arte greco-battriana sull'arte cinese nel I sec. a. C, vedi 
F. Hirth, Ueber fremde Einfl. in der chin. Kunst, pp. 11 e segg.; e F. Wickhoft', Ueber die historische 
Einheitlichkeit der gesammten Kunstentwicklung, in Festgaben zu Ehren M. Biidingers, Innsbruck, 
1898, p. 468. Secondo il Wickhoff quest'influenza avrebbe apportato ai Cinesi soprattutto la cono- 
scenza del chiaroscuro. 

( 5 ) Per l'ipotesi dell'esistenza di un'arte pittorica cinese prebuddistica, più evoluta dell'arte 
dei rilievi, vedi L. Binyon, A Chinese Painting of the fourth Century, in The Burlington Ma- 
gazine, 1904, pp. 43-44; E. Chavannes, La Peinture chinoise au Musée du Louvre, in foung Pao, 
1904, pp. 323-325 ; L. Binyon, A Landscape by Chao Mèng-fu in the British Museum, in T'oung 
Pao, 1905, pp. 56-57; L. Binyon, nella nota esplicativa alla prima tavola, in H. A. Giles, An ln- 
troduction to the History of Chinese piclorial Art, Shanghai. 1905. Ma questa ipotesi non è finora 
corroborata da alcun fatto positivo. 



— 125 — 

preparatorio. Eppure l'India rimane muta al richiamo: nulla esce fuori dal suo suolo 
che possa rivelare come lo spinto artistico del suo popolo sia giunto alla creazione 
del tipo di Buddha, ai rilievi di Buddha-Gay;! ('), di Barhut ( 2 ), di Sàntscì ( ;i ), di 
Amaràvatì ( 4 ), alle pitture di Adsciantà ( 5 ). 

Una sola spiegazione si è offerta: i monumenti dell' India anteriori a questo pe- 
riodo erano in legno e in argilla, il materiale deperibile deve quindi aver sepolto 
nell'oblio del tempo i primi tentativi di quest'arte. Ora è ben vero che nell'archi- 
tettura indiana e soprattutto nelle balaustrate dei suoi « stùpas » si possono ricono- 
scere le tracce persistenti di una tradizionale costruzione in legno ( G ), come queste 
tracce si distinguono in quasi tutte le architetture umane dal tempio greco al « teo- 
calli » messicano ; ma, tralasciando anche di porre il problema a quale influenza esterna 
o a quale rivolgimento interno si debba mai la sostituzione improvvisa e generale 
della pietra al legno, sostituzione che certo dovrebbe aver oltrepassato per importanza 
gli stretti confini di un fenomeno artistico ( 7 ), è innegabile che la scultura indiana 
che decora e balaustrate e porte e pareti degli edifici, quale appare sin dalle prime 
manifestazioni frutto di una sapiente abilità nel lavoro della pietra, non può essere la 
discendente diretta di un'arte in legno. Essa presuppone un tirocinio tecnica tradi- 
zionale, e quindi salvo il caso di ammettere, ciò che è pur poco probabile, che all'in- 
dagine dell'archeologo siano per avventura sfuggiti sinora tutti i suoi primi prodotti, 
si dovrà per altra via cercare la spiegazione del fenomeno. 

Non v'è nessuno il quale neghi oggi l'influenza dell'arte greca sull'arte in- 
diana ( 8 ) ; l'affermare cosa contraria sarebbe assai strano quando si riscontrano per 

(') Kàjendralàla Mitra, Buddha Gayd, Calcutta, 1878; J.Anderson, Catalogne and Hand-book 
of the archaeological Collections in the Indian Museum, Calcutta, 1883, I, pp. 120-133. 

( 9 ) A. Cunningham, The Stùpa of Bharhut, London, 1879; J. Anderson, Cat. and Hand-book 
of the arch. Coli, in the Ina. Mus., I, pp. 1-120. 

( 3 ) J. Fergusson, Tree and Serpent Worship 2 , London, 1873, pp. 85-162, ti I-XLV. 

( 4 ) J. Fergusson, Tree and Serpent IVorship*, pp. 163-238, tt. XLVII-XCVIII; J. Burgess, 
Notes on the Amaravati Stùpa, Archaeological Survey of Southern India, III, Madras, 1882. 

( 5 ) V. A. Smith, Graeco-roman Influence on the Civilization of ancient India, in Journal of 
the Asiatic Society of Bengal, 1889, I, pp. 174-177; G. Le Bon, Le Monuments de l'Inde, Paris, 

1893, pp. 46-51, ff. 15-18; J. Griffiths, The Paintings in the Buddhist Cave-temples of Ajantd, 
London, 1896, I, II; M. Maindron, L'Art indien, Paris, 1898, pp. 148 e segg. ; A. Griinwedel, 
Buddhistische Kunst in Indien*, Berlin, 1900, pp. 26-27; K. Wormann, Gesch. der Kunst, I, 
pp. 497-499; A. Griinwedel, Die Kunst ini alten Indien, in Allgemeine Geschichte der bildenden 
Kunste, Berlin, 1903, I", pp. 596 e segg. 

( 6 ) J. Fergusson, History of Indian and Eastern Architecture, London, 1876, pp. 47, 52, 89, 
93-99, 108-112, 123-124; W. Simpson, The Buddhist Caves of Afghanistan, in Journ. of the R. As. 
Soc. of Gr. Brit. and Ir., 1882, pp. 323-324; J. Griffiths, The Paint, in the Buddh. Cave-temples 
of Ajantd, I, p. 4; A. Griinwedel, Buddh. Kunst in Indien*, pp. 28-29. 

( 7 ) Al contatto col mondo greco la riportano J. Fergusson, Hist. of Ind. and Fast. Arch., p. 48; 
Kàjendralàla Mitra, Buddha Gayd, pp. 147-151 ; J. Fergusson, J. Burgess, The Cave-temples of 
India, London, 1880, pp. 29-31; V. A. Smith, in Journ. of the As. Soc. of Bengal, 1889, I, p. 108. 

( s ) E. Curtius, Die griechischc Kunst in Indien, in Archàologische Zeitung, 1875, pp. 90-95; 
V. A. Smith, in Journ. of. the As. Soc. of Bengal, 1889, I, pp. 107-183; L. H. Fischer, Indische 
Molerei, in Zeitschrift fùr bildende Kunst, 1890, pp. 239-240, 243; A. Griinwedel, Buddh. Kunst in 
Indien 1 , pp. 2, 21-22, 56-57, 79 e segg.; A. Foucher, L'Art bouddhique dans V Inde d'après un livre 
récent, in Revue de VHistoire des Religions, 1894, XXX, pp. 320, 328 e segg.; J. Griffiths, The Paint, 
in the Buddh. Cave-temples of Ajantd, I, p. 22; E. Goblet d'Alviella, Des Influences classiques dans 



— 126 — 

il nudo e per il panneggiamento motivi d' innegabile origine ellenica, quando persino 
nel contenuto si affacciano figure della mitologia classica. Ma è apparso bastevole 
ammettere un'influenza precaria e superficiale, incapace d'intaccare il nocciolo del- 
l'arte indigena, si è voluta cioè presupporre un'arte autottona, preesistente a questa 
influenza. Infatti gli storici dell'arte indiana, oggi, pur dovendo riconoscere implicita- 
mente che non vi sono elementi che attestino l'esistenza di un'arte braminica ante- 
riore all'arte buddistica, e che non vi sono monumenti di un'arte buddistica anteriori 
al periodo del re Acoka, cioè alla metà del III secolo a. C. ('), parlano dell'arte bud- 
distica come di un'arte nata spontaneamente e sviluppatasi organicamente nell'India 
settentrionale, e sulla quale avrebbe esercitato un' influenza modesta l'arte persiana ed 
una ancora più lieve l'arte ellenistica. A quest'arte apparterrebbero le sculture di 
Bnddha-Gayà, di Barhut, di Sàfitscì che si scaglionano tra il III e il II secolo a. C. 
Sul confine poi nord-occidentale dell'India, nell'antica regione del Gandhàra, si sa- 
rebbe costituita, nei primi secoli dell'era cristiana ( 2 ), una scuola di arte buddistica 
locale, contraddistinta da una larga influenza dovuta a l'arte greco-romana. 

Tale è il quadro storico che si traccia comunemente dell'arte indiana, ma troppi 
sono i problemi che esso, invece di risolvere, solleva perchè non cada in acconcio 



VArl de VInde, in Bulletins de VAcadémie Royale des Sciences, des Letlres et des Beaux-arts de 
Belgique, Bruxelles, 1897, pp. 165-176; A. Foucher, Sculptures gréco-bouddhiques, in Monuments Piot, 
1900-1901, VII, pp. 40-41, 49-53, 63-64; V. A. Smith, The Jain Slùpa and other Antiquities of Ma- 
thurd, Archaeological Survey of India, XX, Allahabad, 1901, pp. 2, 5; A. Foucher, L'Art gréco- 
bouddluquedu Gandhàra, Paris, 1905, I, pp. 1, 3-4, 39-40,200-201,206-208,210-214,222,229-248, 
250-259; F. Pullè, Riflessi indiani nell'arte romaica, in Atti del Congresso Internazionale di 
Scienze storiche, Roma, 1905, VII, pp. 57, 59-60, 62-76, 98-110. 

(') V. A. Smith, in Journ. of the As. Soc. of Bengal, 1889, I, pp. 108, 179; A. Griinwedel, 
Buddh. Kunst in Indien 2 , p. 16; A. Foucher, in Rev. de VHist. des Rei., 1894, XXX, p. 320. 
Essi sono per altro presupposti da Eàjendralàla Mitra, Buddha Gagà, pp. 164-170; da G. Bùhler, 
Specimens ofjaina Sculptures from Mathurà, in Epigraphia Indica, Calcutta, 1894, II, pp. 322-323; 
da J. Kennedy, The early Commerce of Babylon with India (700-300 b. C-), in Journ. of the 
R. As. Soc. of Gr. Brit. and Ir., 1898, p. 287. 

( a ) Sulla data di questa scuola del Gandhàra vedi A. Cunningham in Report for the year 1872- 
1873, Archaeological Survey of India, Calcutta, 1875, V, pp. VI, 189-194; J. Fergusson, Hist. of 
Ind. and Fasi. Arch., pp. 176-182 ; V. A. Smith, in Journ. of the As. Soc. of Bengal, 1889, I, 
pp. 128, 148-156, 159, 170-172; E. Senart, Notes d'Epigraphie indienne, III, De quelques Monu- 
ments indo-bactriens, in Journal asiatique, 1890, I, pp. 143-156, 162-163; A. Griinwedel, Buddh. 
Kunsc in Indien 2 , p. 81; A. Foucher, in Rev. de VHist. des Rei, 1894, XXX, pp. 328-329; 
E. Goblet d'Alviella, in Bull, de VAc. R. de Belgique, 1897, pp. 176-178, 181; J. Burgess, The 
Gandhàra Sculptures, in Journal of Indian Art and Industry, 1898, Vili, pp. 24-30; A. Griin- 
wedel, Alterthùmer aus der Malakand- und Swat-Gegend, in Sitzungsberichte der Kòniglich preus- 
sischen Akademie der Wissenschaften, Berlin. 1901, I, pp. 209-210; A. Foucher, in Mon. Piot, 
1900-1901, VII, pp. 60-61; Ch. de Ujfalvy, Iconographie et Anthropologie ir ano-indi enne, in Anthro- 
pologie, 1902, pp. 454-457; V. A. Smith, The Kushàn or Indo-Scythian Period of Indian History, 
in Journ. of the R. As. Soc. of Gr. Brit. and Ir., 1903, pp. 49-52, 55 ; V. A. Smith, The early 
History of India, Oxford, 1904, pp 212-213; F. Pullè, in Atti del Congr. Int. di Scienze stor., VII, 
pp. 60, 63 64, 67-68; A. Foucher, V Art gréco-bouddh. du Gandhàra, I, pp. 40-42; J. Ph. Vogel, 
Epigraphical Discoveries at Sarnath, in Epigraphia Indica, 1905-1906, VIII, pp. 178-179. 



— 127 — 

mettere alla riprova i suoi dati. I resultati di un tale esame, che qui espongo solo 
succintamente per non turbare l'economia del lavoro, destinato nella sua parte essen- 
ziale ad altri quesiti, contraddicono di certo alle opinioni odiernamente correnti sul- 
l'arte indiana e portano un nuovo colpo a quell'antichità e originalità dei prodotti intel- 
lettuali dell'India, che sono state per tanto tempo un presupposto inoppugnabile ('), 
ma essi rispondono a molti di quei punti interrogativi di cui va corazzata la storia 
di quell'aite e permettono di rintracciare la linea organica del suo sviluppo altrimenti 
misterioso, riescono cioè a spiegare come l'arte buddistica possa apparire all'improvviso 
circa verso il III secolo a. C, dopo secoli dalla morte del fondatore della nuova reli- 
gione, e possa apparire nel pieno possesso di tutti i mezzi rappresentativi. 

Chi, colla mente sgombra da qualunqua pregiudizio tradizionale, si ponga a 
studiare l'arte buddistica dal punto di vista della forma e della maniera in cui 
nella forma è stato riversato il contenuto, ha innanzi a sé questi elementi di fatto. 
Neil' interno dell' India settentrionale appaiono sulle balaustrate e sulle porte degli 
« stùpas » di Buddha-Gayà, di Barhut, di Sàntscì all' improvviso, senza che nulla 
preannunci il loro sviluppo, le sculture buddistiche che si ritengono più antiche. 
I caratteri epigrafici delle iscrizioni di Barhut ( 2 ) confrontati con quelli delle iscri- 
zioni che vanno sotto il titolo di Piyadasi avevano fatto attribuire dapprima all'epoca 
di questo principe ( 3 ), identificato coll'Acoka della tradizione, che è ricordato come un 
convertito al Buddismo e come il fondatore di 84,000 « stùpas », oltre alle sculture 
di Barhut anche quelle che per caratteri stilistici sono loro affini ( 4 ). Ma non sarà inu- 
tile osservare che i dati dell'epigrafia dell' India in queste, che vengono considerate 
tra le più autiche iscrizioni, sono ben lontani dall'offrire limiti assoluti d'età. E quindi 
qualora, pure ammessa quest' identificazione di Piyadasi col re Acoka, si dovesse 
ritenere leggenda ( 5 ) la fondazione tradizionale degli 84,000 « stùpas », e la sua con- 
versione al Buddismo dovesse essere considerata, per quanto risulta dalle iscrizioni, 

(') Sulla tendenza ormai prevalente ad abbassare la data delle manifestazioni della civiltà 
indo-iranica vedi S. Reinach, Le Mirage orientai, in Anthropologie, 1893, pp. 541-546. 
(') A. Cunningham, The Stùpa of Bharhut, pp. 14-16, 127. 

( 3 ) Sulla data del principe a cui viene dato il titolo di Piyadasi vedi V. A. Smith, The iden- 
tity of Piyadasi with Asoka Maurya, in Journ. of the R. As. Soc. of Gr. Brit. and Ir., 1901, 
pp. 827-838, che lo fa regnare dal 272 al 231 a. C. 

( 4 ) Ad una data posteriore (150 a. C.) attribuiva le sculture di Barhut il Fergusson (J. Fer- 
gusson, J. Burgess, The Cave-temples of India, pp. 62-63) e a questa cronologia s'è avvicinato più 
tardi lo stesso Cunningham (J. Anderson, Cat. and Hand-book of the arch. Coli, in the Ind. Mus., 
I, pp. 5-6. Tra il 200 e il 100 a. C. poneva lo « stùpa» di Barhut J. P. Minayeff, Recherches sur le 
Bouddhisme, in Annales du Musée Guimet, Bibliothèque d' Etudes, Paris, 1894, IV, pp. 97-98. 
Per la data, ancora non definitivamente stabilita, della balaustrata e delle porte del grande « slùpa » 
di Sàntscì vedi J. Fergusson, J. Burgess, The Cavetemples of India, p. 64 ; E. Senart, in Journ. 
as., 1890, I, pp. 157-158; G. Buhler, The Inscriptions on the Sdnchi Stùpas, in Wiener Zeit- 
schrift fiir die Kunde des Morgenlandes, 1893, pp. 292-293; G. Buhler, Votive Inscriptions front 
the Sdnchi Stùpas, in Epigraphia Indica, 1894, II, pp. 89, 368 ; J. Burgess, The great Stùpa at 
Saiichi, in Journ. of the R. As. Soc. of. Gr. Brit. and Ir., 1902, pp. 30-31, 40-41; V. A. Smith, 
The early Hist. of India, p. 45. 

( 6 ) T. W. Rhys Davids, Asoka and the Buddha-relics, in Journ. of the R. As. Soc. of Gr. 
Br. and Ir., 1901, p. 409. 



— 128 — 

non occasione alla costruzione di edifici religiosi ma alla diffusione di massime mo- 
rali, che nulla hanno a che fare colla vita esemplificativa del Buddha, qualora in- 
somma, dato il carattere particolare del Buddismo di questo principe (*), Buddismo 
di cui si è perfino dubitato per la profonda differenza che lo separa dal carattere 
tradizionale di questa religione, si fosse tentati a negare che Acoka possa aver fatto 
erigere degli « stùpas » con ornamento di leggende buddistiche, e quindi le prime 
sculture dell' India fossero da riportare ad una data inferiore di non pochi decenni 
alla sua età, non vi sarebbero né elementi epigrafici né elementi stilistici che po- 
trebbero contraddire a tali illazioni. 

Ma lasciando pur da lato la questione della cronologia di queste sculture e li- 
mitandoci al loro esame intrinseco noi osserviamo che esse, evolute nella forma, ca- 
paci di una trattazione del rilievo a più piani che manca a qualunque arte umana 
all' infuori della greca, la quale lo ha conquistato solo dopo un operoso ed organico 
sviluppo, dotate dei mezzi rappresentativi dell'obliquità, sia nelle posizioni delle sin- 
gole figure sia nella prospettiva delle scene, non possono essere i prodotti di un'arte 
ai suoi inizi. 

E non i soli mezzi rappresentativi della forma ma anche il carattere storico- 
narrativo per la scelta del contenuto e il sistema continuativo di narrazione nelle 
scene rivelano in questa un'arte evoluta. 

Il sistema continuativo di narrazione infatti, posto si chiaramente in luce dal 
Wickhoff ( 2 ) ma da lui ritenuto conquista dell'arte romana, perchè solo nell'arte romana 
ne sono stati conservati i monumenti più perspicui, è, a mio parere, come mostra 
l'innegabile sua apparizione nel fregio di Telefo dell'altare di Pergamo ( 3 ), mezzo 
rappresentativo già ritrovato dall'arte ellenistica. A due elementi esso doveva soprattutto 
la sua origine: ad un mutamento nelle condizioni di cultura della società antica che. 
divenuta erudita, non più ascoltava saltuariamente miti e storie dalla bocca di rapsodi 
o di attori ma le leggeva nei libri ( 4 ) ed era quindi tratta più facilmente a fissare la 
sua attenzione sulla continuità degli avvenimenti ; e ad un mutamento nelle coudizioni 
sociali, al prevalere dell'individuo sulla comunità, dell'individuo che attraeva a sé 
tutti gli sguardi e ridestava negli altri il desiderio di conoscere l' intera sua vita nella 
successione ininterrotta degli atti. Coli' impero di Alessandro Magno infatti comincia 
questo predominio dell'individuo e l'eredità è raccolta dai diadochi prima, dagl'im- 
peratori romani dopo nel campo politico, dal Buddha prima, dal Cristo dopo nel campo 
religioso. Agli Dei dell'Olimpo che apparivano quasi senza una storia della loro vita 

(') Sul Buddismo di Piyadasi-Acoka vedi E. Senart, Les Inscriptions de Piyadasi, Paris, 
1886, II, pp. 260-270, 322-323; J. P. Minayeff, Rech. sur le Bouddh., in Ann. du Mus. Guimet, Bill. 
d'Et., IV, pp. 76-78; V. A. Smith, The Authorship of the Piyadasi Inscriptions, in Journ. of the 
R. As. Soc. of Gr. Brit. and Ir., 1901, pp. 492493; H. Kern, Histoire du Bouddhisme dans VInde, 
in Ann. du Mus. Guimet, Bibl. d'Et., Paris, 1903, XI, pp. 335-336. 

( 2 ) F. Wickhoff, Roman Art, London, 1900, pp. 8 e segg. 

( 3 ) Il Wickhoff pure ammettendo che il sistema continuativo di narrazione possa essere ap- 
parso sporadicamente prima che nell'arte romana (Rom. Art, pp. 154-156) nega tuttavia che esso 
si ahbia nel fregio di Telefo (o. e, p. 16, n. a 2). 

(«) F. Wickhoff, Rom. Art, p. Ili; P. Gardner, A Grammar of Greek Art, London, 1905, 
pp. 208, 213. 



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appunto perchè immortali, e che nella coscienza del popolo vivevano esclusivamente 
partecipi di poche ed isolate azioni, venivano a contrapporsi i fondatori delle due 
religioni nuove, che mortali, in un periodo della loro esistenza, per il bene degli uomini, 
offrivano dalla nascita alla morte una serie incatenata di avvenimenti; nulla quindi di 
più naturale che le due religioni, venendo in contatto coll'arte ellenistica che del si- 
stema continuativo di narrazione aveva fatto suo patrimonio, ne traessero questo me- 
todo, sì adatto del resto al loro contenuto che aspirava a far valere la sua storicità. 
L'arte buddistica adunque che, prima tra le due, applica questa narrazione storica con- 
tinuativa ('), e che così appare all' improvviso, sin dai suoi primi monumenti, capace 
di un sistema narrativo a cui le altre arti umane non sono mai arrivate e a cui l'arte 
greca è arrivata solo al termine del laborioso suo corso ( 2 ), non è stata da tal punto 
di vista creatrice ma ereditiera. 

Ma fenomeno non meno perspicuo che prova il suo carattere derivativo è il fatto 
che essa, arte di contenuto unicamente buddistico, anzi limitantesi a rappresentare 
solo gli avvenimenti della vita del Buddha, manca in tutte le scene della figura del 
fondatore, e vi sostituisce un simbolo ( ;! ). Non v'è chi non veda come un'arte esclusiva- 
mente storico-narrativa ed esclusivamente narrativa della vita di un solo individuo, 
che sopprima poi nelle sue scene l'individuo, dal quale trae la sua ragion di essere, 
si decapiti cioè così inesorabilmente, offra in se stessa una strana contraddizione; 
giacché una religione la quale avesse proibito la rappresentazione del suo fondatore, 

(') Il sistema continuativo di rappresentazione si ha in tutta l'arte buddistica, sia nell'arte 
dell'interno dell'India, sia nell'arte del Gandhàra: in questa le fasi successive dell'azione sono per 
lo più separate l'una dall'altra per mezzo di un elemento architettonico o decorativo (pilastro o al- 
bero), in quella sono spesso aggruppate dentro un solo quadro; tuttavia una differenza netta tra le 
due arti, (inalo prima si ammetteva, non v'è. Sull'argomento vedi A. Griinwedel, Buddh. Kunst in 
Indien 2 , pp. 06-67, 91, 120-124; A. Foucher, in Rev. de VHist. des Rei, 1894, XXX, pp. 322-323, 
n. a 3; J. Griffiths, The Paint, in the Buddh. Cave-temples of Ajantà, I, pp. 8, 23, tt. XXXIII, 
XXXIV, XXXIX, XLVI, L; A. Griinwedel, Zur bitddhistischen Ikonographie, in Globus, 1899, I, 
p. 171 ; A. Grunwedel, Ueber Darstellungen von Schlangengòttern (Nàgas) auf deti Reliefs der so- 
gennanten gràko-buddhistischen Kunst, in Globus, 1902, 1, p. 29; A. Foucher, Les bas-reliefs du 
Stùpa de Sikri, in Journ. as., 1903, II, pp. 197-199, 318-319; A. Foucher, L'Art gréco-bouddh. du 
Gandhàra, I, pp. 274-275, 280-283, 603, 605-606; A. Grunwedel, Bericht ilber arcìiàologische Ar- 
beiten in Idikutschari und Umgebung im Winter 1902-1903, in Abhandlungen der Kóniglich 
bayerischen Akademie der IVissenschafìen, I Kl., XXIV Bd., I Abt., Munchen, 1906, p. 91, n. a 1. 
Questo sistema è stato ereditato da tutta l'arte buddistica dell'Estremo Oriente : vedi ad es. le scul- 
ture del tempio di Borò-Budur nell'isola di Giava; C. M. Pleyte, Die Buddha- Legende in den Skul- 
pturen des Tempeìs von Bórù-Budur, Amsterdam, 1901, pp. XV-XVI. 

( 2 ) Il sistema continuativo di narrazione può anche apparire nell'arte dei principianti (S. Le- 
winstein, Kinderzeichnungen bis zurn 11. Lebcnsjahr, Leipzig, 1905, pp. 36-38, 68-74), ma solo 
quando si imponga, perchè infatti è una costrizione leggere loro un racconto e invitarli poi a di- 
segnare di seguito i vari episodi ascoltati. 

( 3 j A. Cunningham, The Stùpa of Bharhut, pp. 106-107; Ràjendralàla Mitra, Buddha Gagà, 
pp. 128129; V. A. Smith, m Journ. of the As. Soc. of Bengal, 1889, I, pp. 126, 192-193; A. Griinwedel, 
Buddh. Kunst in Tndien 2 , pp. 64-69; A. Foucher, in Rev. de VHist. des Rei, 1894, XXX : pp. 324-325 ; 
.1. Burgess, in Journ. of Lnd. Art and Ind., Vili, 1900, p. 78 ; A. Foucher, L'Art gréco-bouddh. du 
Gandhàra, I, pp. 273, 611-612. E simboli e non figure del Buddha troviamo incisi sulle pietre delle 
iscrizioni di Piyadasi che sono i più antichi monumenti conservati dell'India; E. Senart, Les Inscr. 
de Piyadasi, I, pp. 323-324. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5*. 18 



— 130 — 

una religione di tendenza aniconica, non avrebbe potuto ispirare un'arte che rappre- 
sentasse la vita del fondatore medesimo. L'arte buddistica la quale, riducendo a 
mano a mano il suo contenuto storico, è divenuta col tempo l'arte iconica per eccel- 
lenza sì da moltiplicare sino all'inverosimile le sue immagini, e che ha lasciato per 
eredità al Bramanesimo, risorto sulle sue rovine, la frenesia iconografica, è nata adunque 
non come arte religiosa ma come arte narrativa. Ma l'arte buddistica dell' interno 
dell'India settentrionale non solo sopprime la immagine del fondatore nelle scene dei 
rilievi, essa la ignora anche come figura isolata (') : quest'arte fu un'arte decorativa 
di editici ( 2 ), che contenevano in origine reliquie e non statue degli Dei. 

In conclusione adunque, chi ponga a confronto questa con le altre arti religiose 
dell'umanità, sorte indipendentemente e per appagamento dell'istinto iconolatrico, rico- 
noscerà invero che l'arte degli « stùpas » dell'India settentrionale per la perfetta co- 
noscenza dei mezzi rappresentativi dell'obliquità, per il carattere storico-narrativo, 
per il metodo continuativo di narrazione, per la mancanza della figura del Buddha, 
por la sua natura esclusivamente decorativa, è un'arte non originaria ma derivata. 

Donde essa è derivata? 

Ho ricordato più sopra che nelle province sul confine nord-occidentale dell'India, 
nell'antica regione del Gandhàra, appare una scuola di arte buddistica che si ritiene 
non anteriore all'era cristiana e in cui si vuole scorgere una larga influenza dell'arte 
romana. Ma la sua data e la valutazione del suo stile più che desunte dall'esame 
imparziale di elementi intrinseci sono derivate dal presupposto storico che ciò che 
appartiene alle regioni di confine dell'India debba essere meno antico di ciò che appar- 
tiene all'interno della penisola. Per la cronologia infatti noi abbiamo solo poche iscri- 
zioni e, tra queste, pochissime unite ad opere d'arte ( 3 ) : tra le iscrizioni quelle che 



(') Per la quasi assoluta mancanza della figura libera nell'arte buddistica dell'interno del- 
l'India vedi: A. Grunwedel, Buddh. Kunst in Indien 2 , p. 30; A. Foucher, in Rev. de VHist. des Rei., 
1894, XXX, pp. 337-338. Per i più antichi esemplari databili (risalgono al I secolo d. C.) vedi 
T. Bloch, An ancient inscrìbed Buddhistic Statue from Cravasti, in Joum. ofthe As. Soc. of Bengal, 
1898, I, pp. 278, 290; J. Ph. Vogel, in Epigraphia Indica, 1905-1906, Vili. pp. 174-178; T. Bloch, 
Two Inscriptions on Buddhist Images. in Epigraphia Indica, 1905-1906, Vili, pp. 179-182, 
tt. XXII-XXIII. Al III secolo a. C. faceva invece risalire l'immagine Parkham A. Cunningham, 
basandosi sui caratteri dell'iscrizione: A. Cunningham, in Rep. of a Tour in Eastern Rayputana 
in 1882-1883, Archaeological Survey of India, Calcutta, 1885, XX, pp. 39-41, t. VI. 

( 2 ) A. Grunwedel, Buddh. Kunst in Indien 3 , pp. 1-2 ; A. Foucher, in Reo. de VHist. des Rei., 1894, 
XXX, p. 337, n. a 1 ; A. Foucher, L'Art gréco-bouddh. du Gandhàra, I, p. 204. 

( 3 ) V. A. Smith, A dated Graeco-buddhist Sculpture, in Indi an Antiquari/, 1889, pp. 257-258; 
V. A. Smith, in Joum of the As. Soc. of Bengal, 1889, pp. 142-146; E. Senart, in Joum. as., 1890, 
I, pp. 113-163; G. Biihler, The date of the Graeco-buddhist Pedestal from Hashtnagar, in Ind. Ant., 

1891, p. 394; V. A. Smith, The date ofthe Graeco-buddhist Pedestal from Hashtnagar, in Ind. Ant., 

1892, pp. 166-167; V. A. Smith, in Joum. of the As. Soc. of Bengal, 1893, I, pp. 54-56; 85; 
G. Biihler, A new Kharos[hi Inscription from Swttt, in ìVien. Zeitschr. fùr die Kunde des Mor- 
genlandes, 1896, pp. 55-58, 327; G. Biihler, Ein gràco-buddhistiches Piedestal des Museums zu 
Lahore, in Anzeiger der Kaiserlichen Akademie der Wissenschaften in ÌVien (philosophisch-hi- 
storische Classe), 1896, pp. 64-67; L. A. Waddell, On some nevoly found Indo-grecian Buddhistic 
Sculptures from the Swat Valley, in Actes du XI Congrès International des Orientalistes, Paris, 
1897, I, pp. 245-247; J. Burgess, in Joum. of Ind. Art and Ind., 1898, VIII, pp. 27-28; E. Se- 



— 131 — 

portano una data ne presentano il computo in ere che sono ben lungi dall'essere state 
fissate con certezza. A ciò si aggiunga che noi possiamo avere in tali iscrizioni un 
terminus ante quem ma non mai un terminus post quem per istabilire gì' inizi di 
questa scuola artistica. L'affermazione poi che quest'arte invece di un'influenza greca 
presenti un'influenza romana non è altro che la resultante di un errato apprezzamento: 
gli elementi infatti che l'arte buddistica avrebbe tratto dall'arte romana, sono in fondo 
solo elementi dell'arte da cui ambedue direttamente derivavano, dell'arte ellenistica, e 
sono elementi che le fanno talvolta apparir simili unicamente per il rapporto analogo 
di sviluppo in cui si sono trovate rispetto alla fonte comune. Non adunque i dati 
epigrafici, non le ingannevoli somiglianze dell'aspetto esterno permettono di fissare la 
cronologia di questa scuola: dagli avvenimenti storici della regione in cui è sorta, e 
dal carattere fondamentale dei suoi prodotti indurremo invece i suoi limiti cronologici. 

Colla morte di Alessandro Magno e colla divisione del suo impero, la Battriana ('), 
alla quale erano stati preposti dei satrapi greci, toccò ai Seleucidi, ma questa pro- 
vincia lontana andò ben presto perduta per la ribellione del governatore Diodotos 
(metà del III secolo a. C.) durante il regno di Antiochos II Theos e costituì il nucleo 
di un nuovo regno, del regno greco-battriano, che tra la fine del III e il principio del 
II secolo a. C. ebbe il periodo di maggior fiore riuscendo ad allargare i suoi confini 
sino ad una gran parte della regione dei cinque fiumi, del Pandsciàb. Ma nel corso 
del III secolo a. C. anche la Persia era andata perduta per i Seleucidi giacché vi 
si era stabilito il dominio dei Parti e la dinastia degli Arsacidi: il regno greco-bat- 
triano veniva così tagliato fuori dal contatto col mondo greco per opera di questa 
formidabile barriera costituita dai Parti, che, per quanto filelleni potessero mostrarsi, 
dovevano già colla sola presenza spezzare il saldo vincolo che al tempo dei Seleucidi 
aveva tenute avvinte le province lontane alla madre patria. 

Il regno greco-battriano, oasi greca perduta in mezzo all'Oriente, tendente a 
spostare, per ragioni vitali, sempre più il centro d'equilibrio verso il sud, verso l'India, 
perchè esposto ai reiterati assalti degli Yue-tsci o Indo-Sciti che discendevano giù 
verso lo Yaxartes e l'Oxus e ai taglieggiamenti dei Parti che cercavano conquistare 
le province di confine, s'indebolì sempre più finché, poco dopo la metà del II secolo 
a. C, finì per perdere la sua provincia madre, la Battriana, in cui si stabilirono i 



nart, Notes d'Epigraphie indienne, VII, Deux Epigraphes du Svclt, in Journ. as., 1899, 1, pp. 526-537; 
J. Burgess, in Journ. of Ind. Art and Ini., Vili, 1900, pp. 89-90 ; V. A. Smith, in Journ. of the 
R. As. ofGr. Brit. and Ir., 1903, pp. 40-42; A. V. Stratton, A dated Gandhàra Figure, in Journal 
of the American Orientai Society, 1903, pp. 1-6; A. M. Boyer, Deux Inscriptions en Kharosthì; 
in Bulletin de V Ecole Francaise d'Extréme Orient, 1904, pp. 680-685; A. M. Boyer, Les Inscriptions 
de Takht I Bahi, de Zeda et de Ràmqarh Hill, in Journ. as., 1904, I, pp. 457-488. 

(') Per la storia della Battriana vedi : P. Gardner, The Coins of the Greek and Scythic Kings 
of the Bactria and India in the British Museum, London, 1886, pp. XVIII e segg.; E. Goblet 
d'Alviella, Les Grecs dans VInde, in Bull, de VAc. R. de Belgique, 1897, pp. 661-664; W. To- 
maschek, Baktrianoi, in Pauly-Wissowa, Real-Encgclopàdie, II, ce. 2808-2813; C. Mabel Duff, The 
Cronology of India, Westminster, 1899, pp. 12 e segg. ; V. A. Smith, The early Hist. of India, 
pp. 194-220. 



— 132 — 

suoi assalitori del nord, gli Yue-tsci ('). 11 dominio greco limitato così alle sole pro- 
vince del confine dell'India, soffocato d'ogni intorno dall'oriente barbaro, circa un se- 
colo dopo finiva per decadere completamente e per essere sostituito anche qui dal 
dominio degli Yue-tsci, che percorrevano così storicamente dal nord al sud quel me- 
desimo cammino che avevano percorso le dinastie greco-battriane. Una persistenza 
d'influenza ellenica certo si ebbe anche dopo che il regno greco era nominalmente ca- 
duto, perchè il popolo degli Indo-Sciti, barbaro di fronte al greco, fu attratto da questa 
cultura superiore, e contatti tra il mondo greco-romano e l'India, per via di mare 
e per via di terra, certo hanno continuato nei primi secoli dell'era cristiana; ma non 
deve essere stata questa, e per la decadenza ormai assoluta dell'elemento greco locale 
e per le guerre incessanti che i Parti fecero all'impero romano, l'epoca più favorevole 
per esercitare un'influenza sull'arte buddistica e propriamente un'influenza quale è 
quella che ci è rivelata dall'arte del Gaudhàra. Quest'arte invero dev'essersi svilup- 
pata allorquando la regione era sotto l' influsso forte e immediato della civiltà 
greca, nel periodo cioè che corrisponde al dominio dei Seleucidi nella Persia e allo 
stabilimento del regno greco-battriano, deve avere la sua prima origine nel III secolo 
a. C. : essa fu una scuola fiorente e che a lungo riuscì a conservare il suo carattere 
tradizionale come ci è attestato oltre che dai suoi numerosi avanzi dal fatto che 
essa, e non l'arte dell'interno dell'India, è stata la generatrice di tutta l'arte bud- 
distica nell'Estremo Oriente ( 2 ). La larga e potente funzione mediatrice che deve aver 
esercitato tra i due mondi l'arte persiana, la quale sotto la dinastia seleucidica si 
era dischiusa di nuovo all'influenza greca, come già una volta aveva fatto sotto gli 
Achemenidi ( 3 ), apparrà chiara solo allorquando al snolo della Persia si saranno richiesti 
con maggiore insistenza i documenti artistici di questo periodo, i documenti che 
mostrino come le descrizioni di scene figurate di contenuto greco, che qualche secolo 
dopo Apollonios di Tyana vedeva in Babilonia ( 4 ), siano tutt' altro che una retorica 
invenzione. Tracce dell'influenza persiana sull'arte indiana, persistente ancora nell'epoca 
arsacidico-sassanidica, si hanno nei motivi architettonici ( 5 ), nelle figure della mito- 

(') Sulla data della conquista della Battriana per opera degli Yue-tsci vedi : S. Levi, Notes 
sur les Indo-Scythes, in Journ. as., 1897, I, pp. 5-13; A. M. Boyer. L'Epoque de Kaniska, in 
Journ. as., 1900, I, pp. 533-550; V. A. Smith, in Journ. of the R. As. Soc. of Gr. Brit. and Ir. 
1903, pp. 27-28; V. A. Smith, The early Hist. of India, p. 219; M. A. Stein, White Huns and kin- 
dred Tribes in the history of the Indian North-ìVest Frontier, in Ind. Ant., 1905, pp. 75-77. 

( a ) E solo considerando il regno greco-battriano culla originaria dell'arte buddistica e vivo 
focolare d'irradiazione classica noi ci spieghiamo il carattere greco-dorico dell'architettura dei mo- 
numenti del Kashmir, che persiste per tanti secoli dopo l'èra cristiana. Sopra l'enigma, altrimenti 
offerto da questi monumenti, vedi V. A. Smith, in Journ. of the As. Soc. of Bengal, 1889, I. p. 110; 
A. Foucher, L'Art gréco-bouddh. du Gandhdra, I, pp. 230-233. 

( 3 ) M. Dieulafoy, UArt antique de la Perse, III, La Sculpture Persepolitaine, Paris, 1885, 
pp. 95-96; M. Dieulafoy, L Acr opale de Suse, Paris, 1891, pp. 294-295; G. Perrot, Ch. Chipiez, 
Histoire de VArt dans VAntiquité, Paris, 1890, V, pp. 827-828. 

(*) Philostrati, De Tyanensi Apollonio, I, 25 ; M. Dieulafoy, L Art ant. de la Perse, 
V, pp. 21-25; A. Gayet, L'Art pers., pp. 129-132; V. Chapot, Les deslinées de V flellénisme au delà 
de VEuphrate, in Mémoires de la Sociale des Antiquaires de France, Paris, 1902, LX1II, pp. 
254-255. 

(*) A. Grùnwedel, Buddh. Kunst in lndien" 1 , pp. 16-17. 



— 133 — 

logia ('), nelle figure umane ( 2 ), ma quest'influenza non è stata esercitata dall'arte per- 
siana in quell'aspetto in cui è a noi nota nel periodo degli Achemenidi, perchè, essondo 
essa allora ancor legata al parallelismo, avrebbe offerto un altro schematismo delle ligure ; 
è stata invece esercitata da quell'arte greca che, acclimatandosi nel periodo seleucidico 
nella Persia, aveva dovuto trarre necessariamente dal paese molti dei motivi dell'aite 
indigena, e si era tramutata così in quell'arte greco-persiana la cui esistenza c'è atte- 
stata dai posteriori monumenti degli Arsacidi e dei Sassanidi elio ne conservarono la 
tradizione ( 3 ). Non adunque l'opera di artisti isolati, di « Graeculi » vaganti per il 
mondo antico ( 4 ), può essere l'arte del Gandhàra: essa è l'ultima propaggine di quella 
scuola greco-orientale che aveva introdotto i suoi mezzi rappresentativi nella Persia, 
e che avendo dovuto già forse, nell'allontanarsi dal puro centro classico, fare il primo 
tirocinio per l'applicazione della sua forma a nuovi contenuti, onde appagare i gusti e 
le esigenze dei nuovi popoli, doveva sentirsi sufficientemente capace, passando in 
paese buddistico, di dar vita all'iconografìa di una nuova religione. 

Noi dobbiamo infatti riconoscere che l'arte indiana del Gandhàra è un'arte di 
contenuto prettamente indigeno in cui indarno cercheremmo un riflesso delle idee del 
mondo ellenistico : l'arte indiana non è come l'arte etnisca o romana una provincia 
periferica dell'arte greca. Mentre l'Etruria e Roma, non avendo nulla d'altrettanto 
grandioso da opporre, subirono il fascino della religione e della cultura ellenica, e ne 
accettarono la traduzione artistica, l'India invece, allorché, per la spedizione di Ales- 
sandro Magno, venne in contatto diretto con la Grecia, possedendo già di per sé una 
civiltà secolare, non potè unirsi e confondersi col nuovo mondo che le si schiudeva 
dinanzi. Al politeismo antropomorfico dell'Olimpo si contrapponeva l'adorazione delle 
forze naturali, immanenti dominatrici dell'Universo, all'Iliade e all'Odissea la poesia 
Vedica, alle concezioni sociali e scientifiche dei filosofi greci l'ascetica speculazione 
di Sciachia-Muni : nessun punto più di contatto nella religione, nella cultura, nella 
vita di questi due popoli, la cui lingua pur derivava da un ceppo comune. V'era un 
solo elemento su cui potevano intendersi, i mezzi della figurazione artistica, i mezzi 

(') A. Griinwedel, Buddh. Kunst in Indien 2 , pp. 41-44, 47-53. 

( 2 ) A. Griinwedel, Buddh. Kunst in Indien 2 , p. 109; J. Griffiths, The Paint, in the Buddh. 
Cave temples of Ajantd, I, pp. 10, 23-24, t. V. pp. 34-35, t. LIV; II, pp. 41-42, 44, tt. XCIV, XCV, 
CIII-CXV, CXXXI. 

( 3 ) Dell'arte della Persia infatti non è conservato quasi nulla che riempia lo spazio che 
corre tra il periodo degli Achemenidi e quello degli Arsacidi: per qualche oggetto di carattere greco 
trovato nelle rovine di Ecbatana vedi J. de Morgan, Mission s'eientifique en Perse, Paris, 1896, 
IV, pp. 253-259; per alcuni bronzi vedi R. Bum, Note on bronzes in Persia, in Man, 1903. pp. 120- 
121. Ma nelle arti degli Arsacidi e dei Sassanidi, che sono le ereditiere dell'arte seleucidica, è in- 
negabile il sustrato classico : per i loro monumenti vedi, P. C. Andreas, P. Stolze, Persepolis, Berlin, 
1882, II, tt. 100-102, 104, 115-119, 121-122, 138-143, 145-146 ; M. Dieulafoy, L'Art ant. de la Perse, V, 
Monuments Parthes et Sassanides; J. de Morgan, Miss, scient. en Perse, IV, pp. 309-310, t. XXXV, 
ff. 185-186, tt. XXX VII-XXX Vili; per il loro fondamento classico confr. anclie, A. Gayet, L'Art pers., 
pp. 78, 84, 85, 87, 88, 90, 121 ; E. Baumann, Die Kunst im neupersischen Reiche der Sassaniden. 
in Alli/emeine Geschichte der bildenden Kiinste, Berlin, 1903, I". pp. 535, 542. 

(*) A. Poucher, in Reo. de VHist. des Rei, 1891, XXX, pp. 305-369; E. Goblet d'Alviella, in Bull. 
de VAc. R. de Belgique, 1897, pp. 197-198; A. Griinwedel, Buddh. Kunst in Indien 2 , p. 90; A. 
Foucher, in Mon. Piot, 1900-1901, VII, p. 61. 



— 134 - 

con cui ciascuno poteva rappresentare il contenuto della propria civiltà, con cui la 
sorella più evoluta, la Grecia, poteva insegnare alla meno esperta con quanta va- 
rietà e precisione si potesse dar forma visibile al mondo fluttuante dei miti. 

L'arte buddistica del Gandhàra non è quindi opera di artisti greci nello stretto 
senso della parola, giaccbè l'artista greco non avrebbe saputo comprendere e non 
avrebbe potuto tradurre lo spirito braminico e buddistico, ma se non è opera di ar- 
tisti greci, intesi questi come maestri educati, non solo per i mezzi rappresentativi 
della forma ma anche per il contenuto, alla scuola della civiltà classica, essa deve 
solo al contatto col mondo greco la sua origine e la sua essenza. L'arte buddistica 
infatti è uno strano ramo sul tronco della religione buddistica: se v'era religione la 
quale offrisse nella sua dottrina una repulsione istintiva ad un'estrinsecazione del 
contenuto per mezzo di una forma visibile, questa era la religione contemplativa fon- 
data da Gautama sul sustrato delle concezioni braminiche ('). Ma la religione bud- 
distica ha dovuto subire quella medesima tirannia che ha subito in appresso il Cri- 
stianesimo venendo in contatto col mondo greco-romano : la civiltà greco-romana non 
ha mai negato libero accesso agli Dei stranieri, ma questi Dei stranieri perchè po- 
tessero trovare adoranti in mezzo al popolo, e potessero contestare così il campo agli 
Dei indigeni, hanno dovuto procurarsi un patrimonio di forme attraverso cui rendersi 
visibili e tangibili. Era questo un problema di vita o di morte. E il Cristianesimo 
appunto, che usciva dal seno di una religione, per lunga tradizione secolare, aniconica, 
e che aveva nello spirito delle sue stesse dottrine un'ereditaria repulsione alle im- 
magini, come lo comprova la tendenza iconoclastica che ha turbato i primi secoli 
della vita della Chiesa, ha dovuto fare la sua prima capitolazione dinanzi al mondo 
greco-romano, ha dovuto crearsi un'iconografìa religiosa. Parallelo è il caso del Bud- 
dismo: questa religione che, dopo circa tre secoli dalla morte del fondatore, aveva 
perduto completamente la memoria della sua figura si è creata un'arte solo allor- 
quando a contatto col mondo greco ha compreso che l'arte era un'arma indispensabile 
per la sua diffusione, e al pari del Cristianesimo se l'è creata lontana dal suo paese 
d'origine, in territorio classico, laddove soltanto poteva farsi sentire e doveva essere 
appagato questo bisogno. Come infatti il Cristianesimo fu un fenomeno giudaico pas- 
sato attraverso il crogiuolo greco e appunto nelle comunità giudaico-ellenizzanti si 
costituì la nuova dottrina e la nuova arte, così il Buddismo fu un fenomeno brami- 
nico temprato nella forma greca, e appunto nelle comunità buddistico-greche della 
Battriana e del Gandhàra si sviluppò quell'arte di aspetto classico a cui fu affidata 
precipuamente la diffusione della nuova religione attraverso l'Asia. La culla adunque di 
tutta l'arte buddistica deve, secondo me, cercarsi nel regno greco-battriano : quest'arte 
fu un'esigenza dei Greci propendenti al Buddismo ( 2 ), come l'arte cristiana fu in 
origine un'esigenza dei Pagani tratti al Cristianesimo. 

Nell'analogia di condizioni in cui queste due religioni, il Buddismo e il Cristia- 
nesimo, ambedue sviluppatesi come una riforma sul tronco di una religione madre 

(') A. Grunwedel, Buddh. Kunst in Indien*, pp. 5-6, 11-12, 39-40. 

( a ) Sulla diffusione del Buddismo tra i Greci vedi S. Levi. Le Bouddhisme et les Grecs, in 
Rev. de VHist. des Rei., 1891, XXIII, pp. 38-45; W. W. Tarn, Notes on Hellenism in Bactria and 
India, in Journal of Ilellenic Studies, 1902. pp. 271-277. 



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aniconica, ambedue opera di un fondatore che colle vicende della sua vita ha dato la 
dimostrazione dei suoi ammaestramenti, si sono trovate rispetto a quella civiltà cho 
ha loro imprestato i mezzi per la figurazione artistica, sta la ragione della loro simi- 
glianza che appare perspicua noa nel sustrato delle dottrine ma nell'arte con cui han 
cercato di diffondere queste dottrine. L'arte buddistica e l'arte cristiana non hanno co- 
minciato dalla figurazione isolata del Dio donde pure incominciano le religioni che si 
creano un'arto dal proprio seno; esse hanno dovuto fare concessioni al carattere dell' arte 
pagana, quale esso era nel periodo in cui se ne sono inspirate, e siccome le arti elle- 
nistica e romana erano allora arti storico-narrative hanno tutte e due rappresentato 
la figura del fondatore non come qualche cosa di assoluto fuori del tempo ma come 
uu personaggio storico in azione. Che l'arte buddistica poscia in maggior misura e 
l'arte cristiana più sobriamente abbiano fatto concessioni a quello che è lo spirito 
latente di ogni religione, il desiderio della iconicità isolata, ed abbiano finito per 
sciogliere la figura del Dio dall'azione onde rappresentarla unicamente rivolta all'a- 
dorante reale, che cioè esse abbiano compiuto il cammino inverso dell'arte classica 
la quale è andata via via riducendo il valore religioso delle sue figure, è un fenomeno 
che si spiega appunto per l'indebolimento crescente dell'influenza ellenistica e romana 
a mano a mano che le due arti affermavano la loro indipendenza e la loro individualità. 

E tutto ciò rende chiaro perchè l'arte buddistica del Gandhàra, storico-narrativa 
per il contenuto, non appaia priva della sua figura principale come l'arte dell'interno 
dell'India, ma offra anzi in tutte le sue scene la figura del Buddha e la offra creata 
con puri elementi classici. Infatti solo considerando centro originario dell'arte buddi- 
stica il regno greco-battriano, di cui faceva parte anche la regione del Gandhàra, si 
può comprendere il carattere dell'arte buddistica dell'interno dell'India. Al Buddismo 
dell'India settentrionale, cioè del paese che era stato la culla della religione, dovè 
certo apparire un attentato alla purezza della dottrina questa figurazione storico-nar- 
rativa ; l'aver poi fissato nella forma la figura di colui il quale era stato il negatore 
del valore assoluto d'ogni forma nel mondo dei fenomeni dovè sembrare il più rude 
colpo portato allo spirito dei suoi ammaestramenti: tuttavia l'arma offerta da quest'arte 
era troppo potente perchè potesse essere disprezzata, ed il Buddismo dell' interno del- 
l'India settentrionale credette di poter salvare la sua ortodossia accettando la rappre- 
sentazione figurata della vita del Buddha ma cancellandone l'immagine. Ecco perchè 
le scene nelle sculture di Buddha-Gayà, di Barhut e di Sàntscì appaiono decapitate, 
ed ecco forse perchè nei rilievi di Barhut l'artista, onde rendere comprensibili i mo- 
tivi allo spettatore, ha sentito il bisogno di aggiungervi le iscrizioni esplicative. 
Ma il Buddismo invano aveva creduto con questo espediente di salvare la sua ten- 
denza aniconica; la prima breccia era stata aperta, e non correrà molto tempo che 
esso sarà costretto fatalmente ad accettare la figura del Buddha e ad accettarla nel- 
l'aspetto classico della scuola del Gandhàra ('): quest'ultima capitolazione già atte- 
stata dalle monete della dinastia Indo-Scita, fu completa nelle sculture di Amaràvatì. 

Un confronto poi delle scene che appaiono tanto nell'arte dell'interno dell'India 
quanto in quella del Gandhàra credo che possa additare con nuovi documenti questa 

(') E. Senart, in Journ. as., 1890, 1, p. 147; A. Foucher, in Rev. de VHist. des Rei, 1894, XXX, 
pp. 338-340, 342-345; A. Grunwedel, Duddh. Kunst in bidiev?, pp. 68,82, 140-155. 



— 136 — 

tendenza rednttiva della prima e possa quindi comprovare ciò che più o meno, colla 
forza persuasiva dei fatti, si è imposto talvolta all'osservazione degli studiosi, che 
nou l'arte del Gandhàra ha accolto e amplificato ciò che le veniva porto dall'arte 
ritenuta indigena, ma che questa ha subito e accorciato ciò che le veniva offerto dalla 
scuola del Gandhàra ('). Ed io ritengo che molte delle caratteristiche dell'arte buddi- 
stica nei suoi rapporti colla tradizione religiosa, tra le quali soprattutto il fenomeuo 
innegabile dell'influenza di queste opere d'arte del Gandhàra sulla costituzione defi- 
nitiva di alcuni tratti della tradizione ( 2 ), si spiegheranno solo allorquando si sarà 
considerata l'arte buddistica non come un prodotto spontaneo della religione ma come 
il resultato di una cristallizzazione iconografica a cui la religione è stata costretta dal 
contatto col popolo greco. Il resultato infatti di una cristallizzazione subita, di un 
perenne contrasto tra il vago spiritualismo della dottrina ed i concreti mezzi formali 
attraverso i quali doveva forzatamente manifestarsi appare l'arte buddistica durante 
tutto il suo vario divenire storico nella moltiplicazione sottile dei simboli, degli atteg- 
giamenti, delle figure. 

E che il centro d'origine dell'arte buddistica sia stato non l'interno dell'India ma 
il paese del Gandhàra assai prima dell'era cristiana, e che l'arte buddistica dell'interno 
dell'India non no sia stata che una propaggine, se possiamo dire cosi, « più indianiz- 
zata » ( 3 ) lo indicano, a mio parere, le scoperte fatte nel Turkestan Cinese ( 4 ), cioè in 
quella regione sulle cui grandi vie commerciali il Buddismo passò alla conquista del- 
l'Estremo Oriente ( 5 ). Il carattere classico delle sculture, degli stucchi, delle pitture, 
degli oggetti trovati in queste rovine del deserto, anche in quelle che appartengono 

(') Questa tendenza reduttiva si fa palese, a mio parere, anche nella maniera di applicare il 
sistema continuativo di narrazione : l'arte dell' interno dell' India suole ammassare dentro una sola 
cornice episodi successivi che invece l'arte del Gandhàra quasi sempre distribuisce coordinatamente 
dentro singoli riquadri. 

( 3 ) A. Foucher, in Journ. as., 1903, II, pp. 208-209; A. Foucher, L'Art gréco-bouddh. du Gan- 
dhàra, I, pp. G17-G24. 

(") E dicendo « più indianizzata » non solo accenno all'aspetto esterno delle figure ma al feno- 
meno, tutto formale, della minore capacità nel servirsi dei mezzi per la rappresentazione obliqua, 
ossia di una tendenza latente verso il parallelismo, ciò che indica una maggiore lontananza non solo 
materiale ma ideale da quell'arte classica che aveva insegnato l'uso di questi mezzi. Basta porre 
a confronto, ad esempio, le sculture di Barhut con quelle di iSikri per constatare che l'arte dell'in- 
terno dell'India conosce lo scorcio ma lo rende male. 

(") F. Grcnard, in J. L. Dutreuil de Rhins, Mission scicntifique dans la Haute Asie (1890-1895), 
Paris, 1898,111.. pp. 125-153; S. Hedin, Durch Asiens IVùsten, Leipzig, 1899, II, pp. 32 e segg., 59-79, 
87-88, 184; D. Klementz, Turfan und seine Alterthùmer, in Nachrichlen uber die voti der Kai- 
serlir.hen Akademie der Wissenschaften zu St. Peter sburg im Jahre 1898 ausgerùstete Expedition 
nach Turfan, St. Petersburg, 1899, I, pp. 1-53; M. A.Stein, Preliminari/ Report ona Journey of 
archaeologicul and topographical Exploralìon in Cliincse Turkestan, London, 1901 ; M. A. Stein. Sand- , 
buried Ruins of Kìiotan, London, 1903; S. Hedin, L'Asia sconosciuta, Milano, 1904. pp. 423-439; 
A. Grunwedel, Ber. uber arch. Arb. in Idikulschari und Umg. im Wint. 1902-1903, in Abhandl. 
der K. buyer. Ak. der Wiss., I Kl ., XXIV Bd.. I Abt., Mùnchen, 1906. 

(') Artisti di questa regione passarono in Cina anche in epoche posteriori e vi portarono una 
nuova corrente di arte indiano-classica: F. Hirth, Ueber fremde Einfl. in der chin. Kunst, pp. 3547; 
H. A. Giles, An Intr. to the [list, of Chin. pict. Art., pp. 35, 40-41; F. Hirth, Scraps from a 
Collector's Noie-booh, in T'oung Pao, 1905, pp. 442-447. 



— 137 — 

ad un'epoca tarda, è balzata agli occhi di tutti gli esploratori e commentatori ('). Ora 
tra queste rovine ve ne sono alcune che appartengono ai primi due secoli dell'era cristiana ( 2 ) 
e la loro decorazione e la loro suppellettile sono così perspicuamente classiche nella 
forma por quanto buddistiche nel contenuto che sarebbe assurdo pensare che esse siano 
il primo prodotto di quella scuola classica che appunto in questo periodo, secondo le 
idee correnti, si sarebbe costituita nel Gandhàra: esse obbligano a presupporre una mag- 
giore antichità di quest'arte, un'antichità che risalga al di là dell'era cristiana e 
comprovano forse che questa scuola anziché una variazione isolata e limitata del- 
l'arte buddistica, ne deve essere stata il nucleo primigenio e più vitale. 

E ciò che mi trae, in ultima analisi, ad insistere sull'affermazione della deriva- 
zione di tutta l'arte buddistica dal contatto coll'arte greca non sono i motivi clas- 
sici del nudo o del panneggiamento e le reminiscenze mitologiche dell'Olimpo greco, 
che appaiono, sì, evidentissime ma su cui certamente non si potrebbe basare una tale 
induzione, sono i mezzi rappresentativi della forma di cui l'arte buddistica dispone 
e propriamente i mezzi della figurazione obliqua nella statuaria, nel rilievo, -nella 
pittura. I confronti di stile e di dettaglio possono essere ingannevoli, tanto è vero 
che quest'arte è stata confrontata ora coll'arte ellenistica, ora coll'arte romana, 
ora coll'arte cristiana, ma ciò che non può trarre in inganno, perchè ha in sé la 
necessità di un fenomeno naturale, è appunto l'esame dei mezzi rappresentativi della 
forma nella sua collocazione spaziale. Solo chi tenga di vista le profonde differenze 
che esistono, proprio per questi elementi, tra l'arte greca e le arti che si sono 
arrestate al parallelismo delle vedute, come l'egizia, l'assira, la messicana, e solo 
chi sappia quale faticosa via abbia avuto da percorrere l'arte greca prima di poter 
disporre obliquamente delle figure in un rilievo, prima di poter introdurre lo scorcio 
di un torace o di una gamba in una pittura vascolare, prima di poter rappre- 

(') F. Grenard, in J. L. Dutreuil de Rhins, Miss, scient. dans la Haute Asie, III, p. 128, f. 1, 
tt. VII-VIII, p. 150; S. Hedin, Durch Asiens Wùsten,ll, pp. 35, 44; E. Blanc, Archeologie sino- 
baclrienne, Documents archéologiques relati fs à Vexpansion de la civilisation gréco-bactrienne au 
delà du Pamir, in Actes du IX Congr. Intera, des Orient., Paris, 1899, V-VII, pp. 237, 242-245 ; 
A. F. R. Hoernle, A Collection of Antiquities from Central Asia, in Journ. of the As. Soc. of 
Bengal, 1899, I, Extra-Number, pp. XXXI-XXXII, 39-40, 43, e in Journ. of the As. Soc. of Bengal, 
1902, I, Extra-Number, pp. 45, 49, 51; E. Ser.art, Note sur quelques fragments d" inscriptions de 
Turfan, in Journ. as., 1900, I, p. 357; A. F. R. Hoernle, A Note on the British Collection of 
Central Asian Antiquities, in Actes du XII Congr. lnlern. des Orient., Florence, 1901, I, pp. 178- 
180, 183; L. v. Schroder, Ueber die neuen Entdeckungen buddhistischer Alter thiimer in Ost-Tur- 
kestan, in Sitzungslerichte der anthropologischen GeselUchaft in JVien, 1900, pp. 120, 123-124; 

1901, pp. 139-140; M. A. Stein, Prel. Rep. on a Journey ofarch. and top. Expl. in Chin. Turkestan, 
pp. 30-31, it. MI. pp. 45-46, t. XIII, pp. 53-54, 63; M. A. Stein, Sand-buried Ruins of Khotan, 
pp. XVI-XVII, 20G-207, 282, 292, 320, 352, 369 (figura), 376, 379, 385 (figura), 396-397, 407, 449, 
460, 465. H. Himly Sven Iledins Ausgrabungen am alten Lop-nur, in Petermanns Mittheilungen, 

1902, p. 289 ; A. Grunwedel, Ber. ùber arch. Arb. in Idikutschari und Umg. im Wint. 1902-1903, 
in Abhandl. der Kòn. layer. Ak. der Wiss., I Kl., XXIV Bd., I Abt., p. 15, t. I, f. 3 ; pp. 25, 35- 
36, 48, t. 4, ff. 2-4; pp. 90, 98, t. XV, 2; p. 100, t. XVIII, 1, 2; pp. 175-176. È superfluo osservare 
che questo carattere classico è tanto più evidente quanto più i monumenti sono antichi e quanto 
più vicini essi sono al centro d'irradiazione del Gandhàra. 

( 2 ) M. A. Stein, Prel. Rep on a Journey of arch. and top. Expl. in Chin. Turkestan, pp. 42-44, 
51-53,64. M. A. Stein, Sand-buried Ruins of Khotan, pp. 343-344, 360, 376-377, 404-405,465-466. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5*. 19 



— 138 — 

sentare alzato dal suolo di traverso uno dei piedi di una statua, potrà compren- 
dere come l'arte buddistica, che appare cosi all' improvviso nel III secolo a. C. 
padrona di ogni mezzo di rappresentazione dell'obliquità, non può aver conqui- 
stato di per sé, in un attimo, ciò che all'arte greca nel suo sviluppo organico 
aveva richiesto secoli e secoli non del lavoro di mestieranti, quali erano quelli sparsi 
per la Battriana e per l' India a decorare di prodotti mediocri gli edifici religiosi 
del Buddismo, ma di artisti geniali che hanno lasciato nelle loro opere e nelle fonti 
letterarie il nome legato a tentativi sapienti e ad audacie nuove. 

Ma affermando che l'arte buddistica, quale è a noi rivelata dai monumenti 
finora esistenti, è solo un ramo distaccatosi dall'albero greco e che ha messo radici 
per proprio conto, io non tendo tuttavia a negare la possibile esistenza nell' India 
di una statuaria, di un rilievo, di un disegno pregreco: anzi la sua mancanza me- 
raviglierebbe perchè non v' è popolo dell' umanità, per quanto basse possano essere 
le sue condizioni di cultura, che non cerchi di appagare l' istinto della figurazione 
artistica. Solo l'indagine comparata delle arti umane mi trae ad affermare che que- 
st'arte, qualora sia esistita, non può essersi sottratta alla legge generale che regola 
tutti i prodotti dell'arte primitiva, essa deve essersi aggirata negli schemi paralleli ('). 
Il caso dell'arte cinese prebuddistica non può che confortare in tale ipotesi. Ma che 
d'altro lato quest'arte indigena, ammessa pure la sua esistenza, non dovesse ancora 
essere stata asservita alla religione braminica o buddistica, non dovesse ancora essere 
giunta a fissare un' iconografia religiosa, lo prova proprio il fatto che quando la Grecia 
ha importato i nuovi suoi mezzi per la rappresentazione della forma, all' iconografia 
appunto sono stati applicati tanto ampiamente. Se l'arte greca avesse trovato nella 
Battriana un Pantheon indiano già tradotto in forma scultoria e disegnativa come 
appunto lo incontrò nell' Egitto, per quanto grande fosse la sua capacità rappresen- 
tativa, non avrebbe potuto modificarlo come non riuscì a modificare il Pantheon egizio, 
giacché presso i popoli che posseggono un'arte religiosa la divinità è la figura colla 
quale viene rappresentata, e mutare questa figura significa minare alla base la sua 
essenza. Se l' Egitto, allorquando venne in contatto coll'arte evoluta della Grecia, 
avesse voluto applicare l'obliquità alle figure dei suoi Dei, avesse voluto cioè spez- 
zare il loro parallelismo secolare, avrebbe forse turbato colle nuove immagini l'autica 
religione nella coscienza del popolo; e se l'India ha invece accettato dalla Grecia quel 
che non aveva accettato l'Egitto, questi nuovi mezzi di rappresentazione artistica, ciò 
vuol dire che i suoi Dei e le figure dei suoi miti, che esistevano già nella lette- 
ratura e nella tradizione, non avevano ancora ricevuto la loro forma concreta nell'arte 
figurata. 

(') Paralleli sono alcuni disegni su roccia che sono stati trovati nell'India: J. Cockburn, A De- 
scription of an archaic Rock Painting from Mirzapore, in Journ. of the As. Soc. of Bengal, 
1883, II, })p. 56-6-4, t. VII; J. Cuckburn, Cave Drawings in the Kaimilr Range, North-West Provin- 
ces, in Journ. of the R. As. Soc. of Gr. Brìi, and Ir., 1899, pp. 89-97, t. I: ma non si è d'ac- 
cordo sulla data giacché V. A. Smith, ibidem, p. 91, crede esagerata l'antichità di questi ultimi. 
Così anche di incerta data ma in gran parte recenti sono altre incisioni su roccia che pure offrono 
solo schemi ptralleli: F. Fawcett, Notes on the Rock Carvings in the Edakal Cave, Wynaad, in 
Ind. Ant., 1901, pp. 409421; A. H. Francke, Notes on Rock- Carvings from Lower Ladakh, in Ind. 
Ant., 1902, pp. 398-401; 1903, pp. 361-363 



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Ma si deve appunto a questo contenuto religioso se l'arte buddistica si è fatta, 
al pari dell'arte cristiana, conservatrice attraverso i secoli di quei mezzi della rap- 
presentazione della forma che essa aveva attinto dall'arte greca. Mentre infatti le 
altre propaggini della scuola greco-orientale, le arti che si succedevano sul suolo della 
Persia, l'arsacidica e la sassauidica, rimanendo, come nel periodo degli Achemeuidi, 
precipuamente arti dinastiche, tendenti alla sola glorilicazione del sovrano e man- 
canti di un profondo riflesso nella vita del popolo, videro ben presto, coll'imbarbari- 
mento dei costumi, ridotto il valore del loro contenuto, e perdettero perciò a mano 
a mano anche la conoscenza dei nuovi mezzi rappresentativi della forma, sicché la 
tendenza istintiva al parallelismo si fa palese pur attraverso la conoscenza tradizio- 
nale dell'obliquità, l'arte buddistica invece avendo affidato a questo contenuto reli- 
gioso l'applicazione dei nuovi mezzi figurativi, per l'istinto conservatore che è la 
ragione d'essere delle arti religiose, mantenendo e diffondendo questo contenuto man- 
tenne e diffuse questi mezzi. 



Il valore illusivo Se adunque solo l'arte greca è giunta per propria maestria 

dei mezzi rappresen- a j| a ra pp reS entazione dell'obliquità e se tutte le altre arti da essa 
tativi dell'obliquità .,.,,. ,. . , , , 

nella pittura indipendenti, per quanto grandiose possano essere state le loro 

manifestazioni, sono rimaste inceppate nel parallelismo delle 
vedute, dobbiamo riconoscere che questo fenomeno, di cui al pari di un fenomeno fisico 
o chimico regolato da leggi costanti si può avere la riprova ad ogni momento invi- 
tando un fanciullo od un uomo, che non abbia mai disegnato o modellato, a tracciare 
o a plasmare una figura, è troppo peculiare perchè uno possa acquetarsi nella spie- 
gazione che riporta lo speciale progresso dell'arte greca alle superiori qualità psichiche, 
al più acuto spirito d'osservazione del suo popolo, senza indagare per quale causa 
efficiente o per quale causa occasionale esso sia giunto a tale conquista. Ma per poter 
istabilire quale via abbiamo a battere nella ricerca di questa causa dobbiamo ben chia- 
rire che cosa sia lo scorcio in realtà e quale rapporto corra tra di esso e lo scorcio nel- 
l'arte figurata. 

Lo scorcio è la obliquità di una superficie o di una veduta rispetto ai nostri 
occhi. Questa obliquità porta con sé un parziale celamento della superficie o della 
veduta ma è anche l' unico mezzo il quale permetta di percepire lo svolgimento in 
profondità o terza dimensione delle pareti che determinano un corpo, cioè la corpo- 
reità degli oggetti. Infatti una superfìcie o una veduta, quando cessa di essere obliqua, 
o diviene parallela o si nasconde, cioè o rientra nelle due dimensioni del piano o 
perde per il nostro occhio qualunque dimensione. Lo scorcio di superficie possiamo 
anche chiamarlo scorcio interno perchè è quello in cui i soli punti interni della ve- 
duta si trovano inequidistanti mentre i punti dal contorno estremo giacciono in un 
piano che può essere considerato parallelo al nostro occhio: lo scorcio di veduta in- 
vece possiamo chiamarlo scorcio esterno perchè è quello in cui oltre ai punti interni 
sono inequidistanti anche i punti del contorno. Scorcio interno o di superficie è quello 
offerto, ad esempio, da una piramide che sia guardata dal vertice in modo da pre- 



— 140 — 

sentare la sua base in posizione parallela giacché infatti allora l' ineqnidistanza è 
limitata alle parti interne della veduta; scorcio esterno o di veduta è invece quello 
offerto, ad esempio, dalla medesima piramide che sia guardata ancora dall'alto ma 
inclinata in modo che la base non si trovi più in posizione parallela, giacché allora 
si ha inequidistanza non più solo nelle parti interne ma anche nel contorno estremo 
della veduta. • 

Per ciò che riguarda il rapporto tra lo scorcio in realtà e lo scorcio nell'arte 
figurata si comprende che semplice è questo rapporto per la statuaria : la sua corporeità 
le permette di rendere la posizione obliqua quale essa si presenta in natura, lo scorcio 
cioè che offre la statua può essere perfettamente corrispondente allo scorcio che offre 
la figura reale. Ben diverso invece è il rapporto che corre tra l'obliquità in na- 
tura e la sua rappresentazione nell'arte pittorica per mezzo dello scorcio lineare e 
del chiaroscuro, giacché questi mezzi costituiscono un nuovo valore della linea e del 
colore. Mentre nel disegno a schemi paralleli noi diamo al contorno della figura, o 
parte di figura disegnata, il valore reale che esso ha, cioè lo consideriamo come gia- 
cente interamente nel piano, nel disegno a schemi obliqui invece noi immaginiamo 
questo contorno, che pure in realtà giace nel piano, come uscente in parte fuori di 
esso, cioè noi diamo alla linea disegnativa un valore illusivo. Quando infatti nel 
disegno noi vogliamo per mezzo di un trapezio indicare un rettangolo distendentesi 
in profondità, cioè di scorcio, noi dobbiamo fare violenza alla percezione naturale 
che vorrebbe vedere nella figura un reale trapezio disegnato nel piano, cioè collocato 
parallelamente dinanzi all'occhio. E se è pur vero che non tutte le vedute oblique 
tracciate in un piano rassomigliano alle vedute parallele di altre figure, perchè le 
vedute oblique delle cose e degli esseri per la loro complessità di forma e per la 
loro individuale delineazione interna danno un aspetto che non può essere confuso 
coll'aspetto delle vedute parallele di altre cose od esseri, è tuttavia sempre necessario 
fare una costrizione all'istinto percettivo per immaginare uscente dal piano ciò che 
in realtà giace per intero in esso. E così nel disegno a vedute oblique vengono consi- 
derate oblique nello spazio delle linee che sono solo oblique nel piano e viene così 
valutata anche la inequidistanza delle altre linee che sono tracciate parallelamente 
ma che da queste linee oblique sono unite. Lo scorcio lineare è adunque il dono 
della terza dimensione al piano disegnativo di cui invece la veduta parallela condi- 
vide la bidimensionalità. Dato ciò si comprende anche come lo scorcio sia il nucleo 
essenziale della prospettiva lineare, ossia della rappresentazione dello spazio. Noi non 
possiamo infatti parlare di prospettiva prima che il disegno abbia conquistato lo 
scorcio giacché la prospettiva in natura è la riduzione delle dimensioni spaziali dentro 
il campo visivo, è, cioè, appaiente convergenza e quindi apparente obliquità delle linee 
e dei piani che si svolgono in profondità verso l'asse centrale visivo, è insomma un 
sistema di scorci di cui il fondamentale sta nel piano del suolo. 

E mezzo rappresentativo della terza dimensione è il chiaroscuro. Si può infatti 
dire che il chiaroscuro è lo scorcio cromatico: mentre lo scorcio lineare rappresenta 
il contorno che la veduta obliqua assume nello spazio, lo scorcio cromatico rappresenta 
la obliquità della superficie esistente dentro la veduta, sia essa una superficie unita 
cioè ricurva, sia essa una superficie spezzata cioè resultante dall'incontro angolare di 



— 141 — 

più piani. 11 chiaroscuro, cioè la rappresentazione dell'obliquità interna o corporeità, 
è adunque il complemento necessario della rappresentazione della obliquità esterna o 
di veduta. Si può osservare è, vero, che anche nelle vedute parallele l'artista si sa- 
rebbe dovuto trovare talvolta dinanzi alla necessità di rappresentare la corporeità o 
obliquità interna, ma nel disegno a schematismo parallelo la tendenza imperante era 
quella di ridurre la corporeità al minimo possibile, di considerarla cioè come un ac- 
cessorio di fronte al valore prevalente del contorno o delineazione esterna della veduta : 
sicché la mancata rappresentazione della corporeità non comprometteva per lo più la 
chiarezza della veduta della figura. Ben diverso è stato il caso allorquando il disegno 
ha conquistato lo scorcio lineare, giacché allora la rappresentazione della corporeità 
o obliquità di superficie dentro la veduta era l'integrazione necessaria della obliquità 
del contorno, cioè aiutava a capire come appunto una parte di questo contorno dovesse 
essere immaginata giacente fuori del piano in cui era tracciata. Si comprende quindi 
come il chiaroscuro sia sorto una sola volta nell'arte umana e sia sorto in quella 
medesima arte e in quel medesimo periodo che videro il sorgere dello scorcio e della 
prospettiva lineare. 

Ma questo stretto vincolo del chiaroscuro collo scorcio e colla prospettiva è ancor 
più determinato dal fatto che esso è al pari di loro un mezzo illusivo di rappresenta- 
zione della terza dimensione. Ben diverso infatti è il valore reale del chiaroscuro dal 
valore cbe esso assume nella pittura. Il chiaroscuro nella pittura serve a rappresentare 
la corporeità, nella realtà invece il cbiaroscuro può accompagnare come fenomeno 
concomitante la corporeità ma non ne è l'elemento generatore, non è cioè necessario 
al nostro occhio perchè esso afferri lo svolgersi della superficie nella terza dimen- 
sione. Il cbiaroscuro è prodotto dalla diversa posizione dei punti della superficie 
di un corpo rispetto alla fonte illuminante, ma si può benissimo percepire la diversa 
posizione che questa superficie ha rispetto all'occhio anche quando essa non sia indi- 
cata dal chiaroscuro, anche quando cioè i punti della superficie inequidistanti dal- 
l'occhio siano battuti con eguale intensità da raggi luminosi. E che il chiaroscuro non 
sia a noi necessario per percepire la distanza a cui le diverse parti di un corpo si 
trovano dal nostro occhio lo prova il fatto che il chiaroscuro muta a seconda dello 
spostamento della fonte illuminante, e che talvolta sono le parti dell'oggetto più vicine, 
talvolta sono le più lontane quelle che appaiono più chiare o più scure a vicenda. 
Questo valore naturale del chiaroscuro trae lo spettatore a considerarlo come un 
fenomeno transitorio, mutabile, indipendente dalla corporeità e, data tale persuasione, 
si comprende come tutte le arti umane abbiano rifuggito dalla sua rappresentazione. 
Perchè il chiaroscuro entrasse nella pittura era necessario che esso mutasse o, possiamo 
dire anche, capovolgesse il suo valore, era necessario che esso si offrisse come il feno- 
meno generatore della forma o almeno della sua apparenza, che esso cioè acquistasse 
un valore illusivo rispetto al suo valore reale. È questo il fenomeno analogo a quello 
che abbiamo constatato per il valore della linea disegnativa allorché essa è applicata 
alla rappresentazione dell'obliquità. 

Se noi adunque, riassumendo, vogliamo determinare in che cosa consista la singo- 
lare importanza del fenomeno della rappresentazione dello scorcio nell'arte greca dob- 
biamo riconoscere che essa non sta nel fatto che quest'arte possa essersi accorta che 



— 142 — 

in natura esistono oltre alle vedute parallele anche le vedute oblique, ma nell'aver 
mutato il valore dei suoi mezzi rappresentativi, della linea e del colore, nell' averli 
saputi adattare a rappresentare tali vedute. Sarebbe un errore il credere che nessuno 
dei popoli artisti dell'antichità sia stato capace, all'infuori del popolo greco, di osser- 
vare quale apparenza assumano le cose nel nostro campo visivo, cioè quale complesso 
di posizioni oblique e di posizioni più o meno illuminate esse presentino, sarebbe lo 
stesso che negare loro la capacità di orientarsi in mezzo al mondo esterno: ma ciò 
che era necessario acciocché questi aspetti passassero dalla realtà nella pittura era 
non che il popolo si rivelasse un acuto osservatore della natura ma che si mostrasse 
capace di trasformare il valore dei mezzi rappresentatici di cui disponeva. E se noi 
ricordiamo ciò che ho detto più sopra, che solo per mezzo della obliquità si perce- 
pisce la corporeità, comprendiamo come la sua introduzione nell'arte del piano sia 
stato il germe dissolutivo del carattere reale di quest'arte. Finché l'arte del piano 
si era aggirata dentro le vedute parallele, ciò che aveva rappresentato lo aveva rap- 
presentato « realmente »; aveva, sì, abolito del tutto la corporeità nel disegno, l'aveva 
accolta solo parzialmente nel bassorilievo, ma non aveva voluto « illudere » su ciò 
che era rappresentato: allorquando invece furono accolte le vedute oblique, la linea 
disegnativa e il colore nella pittura, la parziale corporeità nel bassorilievo, hanno voluto 
far apparire illusivamente quella completa corporeità che non esisteva di fatto. I 
Greci colla trasformazione del valore di questi mezzi hanno allontanato l'arte dalla 
rappresentazione reale e l'hanno lanciata sulla via della rappresentazione illusiva in cui 
sino ai nostri giorni va facendo nuovi avanzamenti. 

E così avendo messo in luce ciò che era necessario acciocché l'arte acquistasse lo 
scorcio vien fissato il cammino che si deve percorrere nella ricerca della causa del feno- 
meno: se il popolo greco solo tra tanti è giunto alla rappresentazione dell'obliquità, la 
ragione di questo progresso si ha da ricercare nello sviluppo interno dei mezzi rappre- 
sentativi della sua arte, nello sviluppo della sua statuaria, del suo rilievo, del suo 
disegno. È adunque un esame del valore di questi mezzi e del diverso schematismo 
da loro imposto ciò che io tenterò in queste pagine. 



Limitata capacità Ma per comprendere come" questa, apparentemente sì sem- 

rappresentativa pii ce , trasformazione del valore dei mezzi rappresentativi sia 
delle arti a vedute , ., , ., , , ,., ,, . ., 

llele stato il nucleo vitale dell arte greca, quello per cui il suo spi- 

rito è sempre presente nei prodotti delle arti colte moderne, per 
quanto lontane esse siano dai suoi ideali estetici, noi dobbiamo notare quale vastezza 
d'orizzonte essa abbia dischiuso alla figurazione della natura esterna. Finché il disegno 
non era stato capace che di riprodurre delle vedute parallele, l'artista aveva dovuto 
girare intorno alle singole figure o alle singole parti della figura per trovare questi punti 
di veduta e combinarli tra di loro ; allorquando il disegno invece ha conquistato lo scorcio 
e la prospettiva esso ha potuto afferrare da un solo o da pochi punti di vista tutte le parti 
di una figura o tutte le figure di una scena. Ma siccome dentro un unico o dentro pochi 
campi visivi gli esseri e le cose si presentano necessariamente nelle posizioni oblique più 



— 143 — 

varie, la liberazione dello schematismo parallelo, riducendo i campi visivi, ha apportato 
un accrescimento dei punti di veduta da cui l'artista è costretto a contemplare la 
figura, e questo accrescimento ha significato una più esatta conoscenza della forma 
dei corpi. Ora siccome l'arte figurata è sostanzialmente rappresentazione della forma 
nei vari aspetti dio questa assume nello spazio ed è la forma il mozzo della sua espres- 
sione cioè l'involucro di ogni suo contenuto, dobbiamo riconoscere che soprattutto da 
questi elementi scaturisce una vera storia dello sviluppo dell'arte umana. Finché un'arte 
rimane legata allo schematismo parallelo si potrà forse tentare una sua storia per ciò 
che concerne il riflesso che la diversa concezione della vita nelle diverse epoche ha 
avuto nelle scene figurate, si potrà cioè trarre dai prodotti artistici una conoscenza 
della cultura contemporanea, si potrà anche talvolta notare una maggiore o minore 
abilità nell'applicazione dei ristretti mezzi di cui dispone, si potranno distinguere 
scuole ed artisti, ma in fondo si dovrà riconoscere che l'arte con quel piccolo patri- 
monio con cui è nata è morta, si dovrà confessare che sviluppo vero dell'arte non vi 
è quando s'intenda questo come una più esatta e varia rappresentazione dei rapporti 
spaziali, come una progressione nella riproduzione della forma. Tale è il fenomeno 
che offre l'arte egizia, che pure è innegabilmente la più grandiosa arte umana dopo 
la greca: dal periodo preistorico (') sino al contatto col mondo ellenico si potranno 
distinguere epoche di fioritura e di decadenza, si potrà parlare di particolari tendenze 
di scuole dinastiche ( 2 ), ma si dovrà infine riconoscere che l'arte egizia quale è ai suoi 
albori tale è al suo tramonto : lo schematismo parallelo l'ha tenuta imprigionata du- 
rante l'intero suo corso millenario, e non v'è tra tutti i suoi innumerevoli prodotti 
disegnativi uno solo che ci offra una veduta obliqua ( 3 ). Si può bene accusare la rigida 

(') Per un'arte preistorica vedi W. Spiegelberg, Geschichte der àgyptischen Kunsl, Leipzig, 
1903, pp. 4-6; J. Capart, Les débuts de VArt en Egyfde, Bruxelles, 1904. Per un'arte protostorica 
vedi G. Steindorff, Eine neue Art àgyptischer Kunst, in Aegyptiaka fùr G. Ebers, Leipzig, 1897, 
pp. 122-141; F. Legge, The carved Slat.es from Hieraconpolis and elsewhere, in Proceedings of the 
Society of Biblical Archaeology, 1900, pp. 125-139, tt. I-IX, pp. 270-271, tavola; J. Capart, Les deb. de 
VArt en Egypte, pp. 221-214; W. v. Bissing, in W. v. Bissing, F. Bruckmann, Denkmàler àgyp- 
tischer Sculptur, Miinchen, 1906, testo alla t. II. 

( 2 j Per l'arte di Echnaton, vedi A. Erniari, Aegypten und àgyptisches Leben im Altertum, Tu- 
bingen, 1885, II, pp. 539-545 ; W. Spiegelberg, Gesch. der àg. Kunst, pp. 62-70. 

( 3 ) Non sono scorci ma combinazioni di vedute parallele quelli che cita R. Delbriick, Bei- 
tràge zur Kenntnis der Linienperspektive in der griechischen Kunst, Bonn, 1899, p. 7, cioè i due 
esempì in R. Lepsius, Denkmàler aus Aegypten und Aethiopien, Berlin, 1849, III, 10 a , 42. Per un 
supposto uso di chiaroscuro in una pittura di Teli el Amarna, vedi W. M. Flinders Petrie, Teli el 
Amarna, London, 1894, pp. 15, 23, t. I 12, e W. Spiegelberg, Gesch. der àg. Kunst. p. 70. Sulla 
mancanza di chiaroscuro nell'arte egizia vedi K. Wòrmann, Die Landschaft in der Kunst der alten 
Vòlker, Miinchen, 1876, p. 26; K. Worinann, in A. Woltmann, Geschichte der Molerei, Leipzig, 1879. 
I, p. 14; P. Girard. La Peinture antique, Paris, 1892, pp. 22, 214; E. Berger, Die Maltechnik des 
Alterlums*. Miinchen, 1904, p. 5. La pittura egizia non ha conosciuto il chiaroscuro illusivo, cioè 
quello che serve a rappresentare la corporeità, ma ha saputo spesso rappresentare nel piumaggio 
degli uccelli o nel pelame dei quadrupedi la naturale sfumatura delle tinte. In quanto al chiaroscuro 
di modellato che si dice essere stato riscontrato nelle pitture parietali a figure di animali del periodo 
del renne (E. Cavtailhac, Les cavernes ornées de dessins, La Grotte d'Altarnira-Espagne, in Anthropo- 
logie, 1902, p. 353 ; E. Cartailhac et l'Abbé H. Breuil, Les peintures et gravures murales des cavernes 
pyrénéennes, in Anthropologie, 1904, pp. 632, 634-635 (f. 10), 640, 642 (f. 17), 643 (f. 18); ba- 



— 144 — 

concezione ieratica che pesava sulla vita egizia (*), si può ben parlare di stile aulico 
e volgare ( 2 ), ma la verità è che quest'arte la quale sapeva così bene afferrare la ca- 
ratteristica individuale da essere eccezionalmente esperta nel ritratto ( 3 ), che ha 
fissato nei suoi prodotti tutte le manifestazioni della vita dalle grandi imprese guer- 
resche alle umili mansioni della casa, del campo, dell'officina, non ha progredito nella 
rappresentazione della forma appunto perchè non ha saputo liberarsi dello schematismo 
parallelo ( 4 ). La vicinanza dell'arte greca, che ha appunto spezzato il parallelismo ha 
danneggiato l'arte egizia nell'apprezzamento che di essa si è fatto, ha invitato a scor- 
gere una rigidezza e un'immutabilità nella sua civiltà quando queste esistevano solo 
nelle forme artistiche. Altrettanto rigide ed immobili, perchè anch'esse legate a questo 
schematismo, sono state da tal punto di vista le arti americane del Messico e del Perù, 
anteriori alla conquista europea, ma erreremmo se volessimo applicare questo giudizio 
al contenuto della loro cultura. L'arte egizia si è evoluta ed ha progredito quanto 
questo era possibile dentro l'ambito delle vedute parallele. E che questo schematismo 
non sia indice di scarso genio creativo ma sia la naturale imposizione dei mezzi di 
cui disponeva l'arte figurata, prima che essa per un fenomeno singolare nell'arte greca 
ne mutasse il valore, lo mostra il fatto che lo sviluppo degli altri rami dell'arte non 
è in rapporto allo sviluppo dell'arte figurata ; l'Egitto ha creato un'architettura che 
per grandiosità e varietà non è di certo inferiore all'architettura greca, e i sontuosi 
palazzi micenei ed assiri o i giganteschi « teocalli » del Messico sono superiori ai mo- 
desti templi o « thesauroi » greci della fine del VI o del principio del V secolo, del 
periodo in cui appunto in Grecia l'arte figurata compieva la sua liberazione. 

E questa mancanza di sviluppo che è così caratteristica nell'arte figurata egizia 
si riscontra in tutte le arti incolte e colte dell' umanità dalle incisioni in osso dei po- 
poli del periodo del renne ( 5 ) a quelle dei moderni Eschimesi ( 6 ), dalle pitture pa- 



stora osservare le riproduzioni che ne sono date per iscorgere che esse non offrono in nessun modo un 
chiaroscuro di corporeità. 

(*) K. Wormann, in A. Woltmann, Gesch. der Mal., I, p. 21 ; G. Steindorff, in Baedekur's 
Aegypten 5 , p. cxuii; J. Capart, Les deb. de V Art en Egypte, pp. 2-3. 

( 2 ) A. Erman, Aegypten und àg. Leb., II, pp. 534-535, 539; J. Lange, Die Darstellung des 
Menschen in der àlteren griechischen Kunst, Strassburg, 1899, p. xxx; W. Spiegelberg, Gesch 
der àg. Kunst, pp. 22-23. Per il periodo protodinastico vedi la Bauernkunst e la Herrenkunst: 
G. Schweinfurth, in Verhandlungen der Berliner Gesellschaft fùr Anthropologie, 1898, pp. 184-185, 
J. Capart, Les deb. de VArt. en Egypte, pp. 252 e segg., 280-281. 

( 3 ) A. Erman, Aegypten und àg. Leb., II, pp. 546 e segg. ; G. Perrot, Ch. Chipiez, Hist. de 
l'Art, 1,-pp. 632-635; P. Girard, Za Peint. ant-, pp. 41-42; G. Steindorff, in Baedeker's Aegypten*, 
p. cxui ; W. Spiegelberg, Gesch. der àg. Kunst, pp. 26 e segg. 

( 4 ) Vedi invece la ipotesi catastrofica di W. Spiegelberg, Gesch. der àg. Kunst, pp. 4-6 che 
lo crede un arresto dovuto all'immigrazione e alla sovrapposizione di un altro popolo. 

( 5 ) M. Hornes, Urgeschichte der bildenden Kunst in Europa von den Anfungen bis um 500 
v. C, Wien, 1898, pp. 30 e segg., 70 e segg. ; E. Grosse, Anfànge der Kunst, Freiburg und Leipzig, 1894, 
pp. 156-157. Per un tentativo di dimostrazione di sviluppo di quest'arte vedi E. Piette, Notes pour 
servir à VHistoire de VArt primitif, in Anthropologie, 1894, pp. 129-146; cfr. M. Hornes, Urgesch. 
der bild. Kunst, pp. 44-46; K. Wormann, Gesch. der Kunst, I, pp. 9-10. 

( 6 ) W. J. Hoffmann, The graphic Art of the Eskimos, in Report of the United States Na- 
tional Museum for the year 1895, Smilhsonian Institution, Washington, 1897, pp. 739-968. 



— 145 — 

vietali dei Boscimani (') a quelle degli abitanti delle isole Palati ( 2 ), dall'arte caldeo- 
assira e micenea all'arte del Messico e del Perù: si potrà riscontrare nell' una mag- 
gior sicurezza di linea o maggiore incertezza di contorni che nell'altra, più foga o 
più posatezza, più accurata conoscenza anatomica o più accentuata tendenza alla 
geometrizzazioue, una preferenza per la figura umana o per le figure di animali 
a seconda del posto che queste ultime occupano nella vita di un popolo cacciatore 
o pescatore, un ideale estetico differente a seconda dei tempi e dei luoghi, ma si 
riscontrerà che tutte, abbiano avuto esse vita secolare od effimera, siano state opera 
di popoli dotati di acuto spirito d'osservazione ( 3 ) od avvezzi ad una sommaria 
ed imperfetta visione delle cose, sono rimaste impegolate nella figurazione parallela ( 4 ). 
Oggi si battaglia tanto intorno al problema se l'arte cominci coll'imitazione della 
natura o colla geometrizzazione; la verità è che può cominciare coli' una o coli' altra 
ma che la nota immancabile di tutte le arti è il parallelismo delle vedute perchè 
il parallelismo delle vedute non ha nulla a che fare collo spirito di osservazione o di 
astrazione. Ed è questa universalità del fenomeno che ha talvolta tratto in inganno 
suggerendo rapporti di parentela tra arti diverse: difatti se molti in altri tempi 
hanno pensato ad un legame tra la egizia e la messicana ciò è stato, assai più che 
per qualche dettaglio di contenuto, per l'aspetto simile che offrono, a causa del pa- 
rallelismo, le figure dei loro disegni e dei loro rilievi; e se ancor oggi pur senza 
pensar più in nessun modo ad una derivazione, si richiama dinanzi all'arte cinese 
prebuddistica ( 5 ) o all'arte messicana (°) il ricordo dell'antica arte egizia o caldeo- 

(*) Th. Hahn, Felszekhnungcn der Buschmànner, in Verhandl. der Beri. Ges. fùr Anthr., 1879, 
pp. 307-308; C. Th. Nauhaus, Ethnographische Gegenslànde aus Sùdafrika, in Verhandl. der Beri. 
Ges. fùr Anthr., 1881, p. 347, t. IX, 8-21; F. Christol, Au Sud de VAfrique, Paris, 1897, pp. 43, 
143, 145, 147, 149 (figure). Per un esagerato apprezzamento di quest'arte vedi Fritsch, in Verhandl. 
der Beri. Ges. fùr Anthr., 1878, p. 19 e L. v. Frobenius, Die bildende Kunsl der Afrikaner, in 
Mittheilungen der anthr. Ges., Wien, 1897, p. 7, che la pone, per la rappresentazione delle figure, 
al disopra della egizia. 

( l ) A. B Meyer, Bilderschriften des ostindischen Archipels und der Sùdsee, in Publicationen 
aus dem Kòniglichen ethnographischeti Museum zu Dresden, Leipzig, 1881, I, pp. 2-3, ti 1I-V ; K. 
Wormann, Gesch. der Kunst, I, pp. 55-56, tavola. 

( a ) Sul naturalismo dell'arte dei popoli cacciatori, cioè di quei popoli abituati per la loro stessa 
vita ad un'acuta osservazione della natura, vedi R. Hartmann, Thierdarstellungen bei den Natur- 
vòlkern in Verhandl. der Beri. Ges. fùr Anthr., 1877, pp. 457-459; 1881, p. 347; 0. Fraas, Die prà- 
historischen BiìJschnitzereien, in Zeitsehrift fùr Eihnologie, 1878, p. 242 ; E. Grosse, Anf. der Kunst 
pp. 187-188, 190; A. C. Haddon, Eoolution xnArtas illustratedby the Life-histories of Designs, London, 
1895, pp. 18, 164-167, 183; E. Grosse, Kunstwissenschaftliche Studien, Tiibingen, 1900, p. 164. 

( 4 ) Questo fatto ci trae ad essere molto guardinghi nella valutazione cronologica della durata di 
queste arti, giacche gli stessi schemi paralleli possono essersi ripetuti per secoli. Così troppo bassa 
io credo la data (III o IV secolo a. C.) di M. Paléologue, L'Art chin., p. 131, e di E. Chavaunes, 
La sculpt. sur pierre en Chine, pp. i, xxiv-xxix, xxxn, per l'origine del rilievo cinese prebuddi- 
stico; ed errate io ritengo le date troppo basse per l'origine delle arti colte dell'America. 

( 5 ) M. Paléologue, L'Art chin., pp. 136-138; E. Chavannes, La sculpt. sur pierre en Chine, 
pp. xxix-xxx. 

( 6 ) A. R. Hein, Màander, I{reuz, ffakenkreuz, Wien, 1891, p. 21; W. H. Holmes, Archaeo- 
logical Studies among the ancient Cities of Mexico (Field Columbian Museum; Anthropological 
Series, Chicago, 1895, I, pp. 53, 166; J. Galindo y Villa, La Escultura Nahua, in Anales del 
Museo Nacional de Mexico, 1904, pp. 210, 214. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5*. 20 



— 146 — 

assira. ('), ciò avviene perchè il parallelismo è il tratto comune fondamentale della 
loro fisionomia. 

Solo l'arte greca non può essere confrontata che con se stessa perchè solo l'arte 
greca è giunta alla rappresentazione dell'obliquità: essa è quindi 1' unica che dalle 
prime pitture vascolari sino alle pitture pompeiane, dalle rigide e squadrate figure 
degli efebi arcaici sino alle martoriate e distorte statue ellenistiche offra una linea 
ininterrotta di sviluppo nella rappresentazione della forma. Ma se l'arte greca sino 
ad un'epoca che possiamo porre in termini generali alla metà nel VI secolo a. C. è 
rimasta legata, al pari di tutte le altre arti, al parallelismo delle vedute, è neces- 
sario che, perchè io giunga a pormi il problema per qual ragione essa, sola tra tante, 
abbia spezzato questo schematismo, risolva il precedente e il presupposto per qual 
ragione tutte le arti umane non siano state capaci di riprodurre la natura che tra 
le pastoie di questo parallelismo. 



IL 
Il parallelismo nell'arte umana. 

Come per qualunque fenomeno che dipenda dalla legge dell'evoluzione, cioè di 
quella formula particolare della legge di causalità che si applica agli organismi e 
alle loro manifestazioni, è necessario, onde rintracciare le fasi attraverso cui esso è 
passato, studiare ciò che si arrestò nel suo sviluppo e perì, ciò che arrestatosi per- 
dura ancora e ciò che si ripete in forma abbreviata, così per ispiegare in qual modo 
l'arte greca prima di giungere a forma più complessa, si sia lungamente mantenuta 
in una forma più semplice, trarremo a confronto quelle arti che giunte ad un deter- 
minato grado perirono, le arti storiche incolte e colte, quelle arti che pur soprav- 
vivendo non hanno mai oltrepassato questo grado, le arti contemporanee incolte, e 
quell'arte di cui ogni individuo, per la forza dell' istinto imitativo, è capace e che 
vien chiamata arte dei bambini sebbene a maggior ragione debba denominarsi arte 
dei principianti. Solo la economia del lavoro porrà dei limiti alla esemplificazione. 



Il processo crea- Per comprendere come tutte queste arti che pure sono 

tivo nell'arte figu- separate da intervalli di tempo e da estensioni di spazio siano 
legate da un carattere comune nella rappresentazione della 
forma è necessario esaminare il processo creativo dell'opera d'arte. L'opera d'arte 
figurata è opera di riproduzione, quindi presuppone la conoscenza della forma che 
deve essere riprodotta: questa conoscenza si ottiene per mezzo della visione. La 
facoltà essenziale dell'occhio, quella per cui noi acquistiamo nozione del mondo 

( l ) E così anche su la base di questi elementi M. Delafosse, Sur de traces probables de ci- 
vilisation égyptienne et d'hommes de race bianche à la Còte d'Ivolre, in Anlhropologie, 1900, 
p. 442, vede rapporti tra i rilievi dei Baoulé e quelli egizi. 



— 147 - 

estemo, potrebbe essere denominata una facoltà tattile a distanza ; colla sem- 
plice visione monoculare (') e senza dover ricorrere a movimenti rotatori, cioè te- 
nendo l'occbio fisso ( 2 ), noi siamo capaci di tastare gli oggetti che cadono dentro il 
campo visivo, cioè di percepire la distanza a cui essi si trovano e la distanza a cui 
si trovano i diversi punti delle loro superficie visibili. Come la facoltà tattile gene- 
rale dell'organismo si esercita per la resistenza offerta dalla solidità dei corpi, la 
facoltà tattile particolare dell'occhio si esercita per la resistenza offerta dalla colo- 
razione di essi, esiste cioè una facoltà tattile dell'occhio solo in quanto esiste una 
sua facoltà cromatica, una sua capacità di percepire il colore. Ma mentre la facoltà 
tattile generale si esercita ad aderenza con i corpi, la facoltà tattile visiva si eser- 
cita a distanza da essi ed è a questa capacità di misurazione della distanza che noi 
dobbiamo la conoscenza della forma ( 3 ) e della posizione delle cose, cioè tutto il 
nostro orientamento nel mondo esterno. Se tuttavia per afferrare la distanza a cui 
si trova una determinata superficie visibile, cioè la posizione di un oggetto, l'occhio 
non ha bisogno di spostarsi, questo spostamento è necessario per conoscere la sua 
forma giacché un volume non è contemporaneamente visibile in tutti i suoi punti. 
Questo spostamento o collocazione successiva della superficie di un corpo nel campo 
visivo avviene per vedute parallele, cioè l'occhio cerca di collocarsi successivamente 
dinanzi all'oggetto in modo che il contorno di ciascuna veduta giaccia in un piano 
parallelo, in altre parole in un piano che sia ortogonale all'asse centrale del cono 
visivo. Ciò avviene non perchè la veduta parallela sia la più ampia e la più com- 
pleta, che anzi è la più stretta e la meno atta a dare un'idea della forma di un 
corpo, ma perchè essa si ottiene col minimo dispendio d'energia visiva. Difatti la 
veduta obliqua è più ampia e rende visibile nell' insieme una maggior porzione dell'og- 
getto ma la presenta ridotta nelle sue singole parti costitutive e quindi presuppone la 
conoscenza precedente di queste parti da punti di vista paralleli. La veduta obliqua 
insomma è una veduta riassuntiva che offre di più ma lo offre ridotto mentre la 
veduta parallela è una veduta analitica che offre di meno ma lo offre nella sua integrità. 
Dicendo tuttavia che il saggiamento della forma per vedute parallele è un 
istinto della visione, istinto il cui appagamento è agevolato dalla binocularità e dalla 
roteazione oculare che permettono di porre in posizione parallela dentro il cono 
visivo un oggetto anche quando non sia in posizione parallela rispetto alla nostra 
persona, noi non vogliamo negare all'occhio la capacità di osservare la forma anche 
da punti di vista obliqui, noi anzi sappiamo che raramente gli oggetti si offrono in 
esatte vedute parallele, ma l'orientamento generale in mezzo al mondo esterno non 
è uguale all'orientamento particolare di cui l'occhio ha bisogno per conoscere la 

(') Non è da confondere questo colla visione binoculare stereoscopica che non è percezione di 
reale corporeità, ma apparenza corporea d'immagini piane. 

( a ) Vedi al contrario E. Briicke in E. Briicke, H. Helmholtz, Principes scientifiques des Beaux- 
arts, Paris, 1878, pp. 54, 59, 173-174, 175; A. Hildebrand, Das Problem der Form in der bil- 
denden Kunst 3 , Strassburg, 1901, pp. 18-29. 

( 3 ) Vedi invece A. Riegl, Spàtrómische Kuìistindustrie nach den. Funden in Oesterreich- 
Ungarn, Wieu, 1901, pp. 17-19. Dalle sue premesse, ben diverse, egli trae la classificazione dei pe- 
riodi di sviluppo nell'arte antica, pp. 20-22. 



— 148 — 

forma: vedere non è guardare, e guardare, per il minimo sforzo, è appunto collocare 
in veduta parallela. 

Ma se l'occhio nella contemplazione delle cose cerca di schivare le vedute 
oblique cioè la inequidistanza dei punti del contorno, non riesce sempre, data la co- 
stituzione dei corpi, ad evitare la obliquità di superficie, cioè la inequidistanza dei 
punti interni di queste vedute. Non sempre infatti la veduta parallela coincide con 
una superficie parallela, cioè sono equidistanti oltre ai punti del contorno anche i 
punti interni sì da costituire una veduta assolutamente incorporea ; il più delle volte 
anzi si ha in natura, dentro la veduta parallela, inequidistanza cioè scorcio di su- 
perficie. Ma la visione come tutte le facoltà percettive è solo capace di un minimo 
di distinzione, è cioè inadatta a cogliere delle differenze quando esse sono piccole e 
come l'occhio considera parallele delle vedute che geometricamente non sono tali, 
giacché ad esempio nella veduta di profilo della figura umana, che pure sembra pa- 
rallela, la linea che passa anteriormente non si trova per alcune parti nel medesimo 
piano della linea che passa posteriormente, così l'occhio vede delle superficie paral- 
lele là dove geometricamente si ha una qualche piccola inequidistanza. In questa incapa- 
cità di distinzione di differenze minime di corporeità sta il germe dissolutivo della 
corporeità medesima, giacché allorquando l'occhio passerà dalla visione alla riprodu- 
zione delle cose ridurrà, per minor dispendio d'energia, anche quella inequidistanza 
di superficie che esso percepisce realmente. 

Ora dalle tendenze del processo di visione che si estrinseca per vedute parallele 
e per riduzione della inequidistanza dentro queste vedute dipendono le caratteristiche 
della riproduzione che l'uomo fa degli oggetti del mondo esterno : difatti l'arte umana 
è riproduzione della forma in quanto è riproduzione delle vedute che la forma offre 
al nostro occhio. Ma l'arte figurata si comporta diversamente di fronte a queste vedute 
a seconda dei mezzi rappresentativi di cui può disporre, a seconda che è statuaria o 
disegno. Ambedue queste arti partono dal medesimo principio, cioè sono la riprodu- 
zione delle vedute che gli oggetti offrono al nostro occhio e quindi non si può parlare 
per esse di derivazione dell'una dall'altra ('), ma mentre la statuaria può riprodurre 
tutte le vedute dell' oggetto e di più dentro ciascuna di esse può rappresentare la 
corporeità, il disegno non può riprodurre che una sola veduta e non può riprodurla che 
incorporea ; quindi diverso è lo schema che loro s'impone. Un esame singolo di questi 
due rami dell'arte rivelerà il rapporto che corre tra il processo visivo e il processo 
creativo. 



(') Questa derivazione sostengono, J. Collier, A Primer of Art, London, 1882, pp. 13-14; 
A. Riegl, Stilfragen, Berlin, 1893, pp. 1-2, 17 e segg. Per una derivazione del rilievo e dell'incisione 
dalla statuaria nell'arte del periodo del renne vedi: E. Piette, in Anthropologie, 1894, pp. 129-146; 
E. Piette, La station de Brassempouy et leu Statuettes humai/ies de la Fériode glyptique, in 
Anthropologie, 1895, p. 141 ; E. Piette, J. de la Porterie, Fouilles à Brassempouy en 1896, in Anthro- 
pologie, 1897, pp. 172 173; E. Piette, Classi fication des sédiments formés dans les Cavernes pendant 
Vdge du renne, in Anthropologie, 1904, pp. 139-143 e segg. Vedi invece P. Girod, E. Massénat, 
Les Stations de Vdge du renne dans les Vallées de la Vézère et de la Corrèze, Paris, 1900, 
pp. 87-88, 95. 



149 — 



Il parallelismo La statuaria è riproduzione della forma in tutte e tre lo 

nella statuaria. gl]e <Ji me nsioni, ma siccome l'occhio umano cerca di conoscere 

la forma per vedute parallele e non tutti gli oggetti hanno la costituzione della sfera 
in cui ogni veduta è parallela ed ogni veduta è eguale alla precedente e alla seguente, 
siccome anzi le cose e gli esseri presentano forme complesse che male si adattano 
dentro rigorose vedute parallele, cioè hanno la loro superficie variamente digradante e 
quindi mancante di contorni netti di veduta, ne viene che la statuaria riproducendo 
queste vedute cioè coordinandole successivamente non rende la esatta forma degli 
oggetti ma una forma alterata attraverso la visione. Quest'alterazione consiste nel- 
l'incontro angolare delle varie vedute parallele e nell'appiattimento di ciascuna di 
queste vedute. Seguiamo singolarmente le caratteristiche dei due fenomeni. 

Dato il fatto che la statuaria è semplicemente la coordinazione di più vedute 
parallele, che cioè essa diviene arte della profondità o della terza dimensione in quanto 
che una delle due dimensioni di una veduta parallela assume la funzione di terza rispetto 
alla veduta parallela angolarmente adiacente, si comprende come, nel processo riprodut- 
tivo della forma ('), l'uomo prima di giungere alla coordinazione di tutte le vedute paral- 
lele possa essersi limitato alla riproduzione di una sola, di quella che egli riteneva la più 
importante, cioè si possa avere una statuaria senza corporeità o per meglio dire una sta- 
tuaria in cui la corporeità si riduce a quella che si svolge al di qua della veduta. Esemplari 
di questa statuaria ad unica veduta, di questa statuaria che sembra stranamente appiat- 
tita si hanno in tutte le arti, dai « menhirs » rozzamente scolpiti della Gallia ( 2 ) alle figu- 
rette dell'Egitto preistorico ( 3 ) e agl'idoli in marmo delle Isole ( 4 ), dalle figure in argilla 
del periodo del bronzo ( 5 ) alle rozze sculture della Siberia, della Mongolia (''), dalle sta- 
tuette dell'America precolombiana ( 7 ) a quelle che ancora oggi fabbricano i popoli incolti ( 8 ). 

(') Il processo ò stato osservato e descritto da E. Lfiwy, Die Naturiviedergabe in der àltcren 
griechischen Kunst, Rom, 1900, pp. 29 e segg. 

( 2 ) E. Cartailhac, in Anthropologie, 1892, pp. 222-226; S. Reinach, La Sculpture en Europe 
avant les influences gréco-romaines, in Anthropologie, 1894, pp. 22-31 ; M. Hornes, Urgesch. der bild. 
Kunst, pp. 241 e segg.; Abbé Hermet, Statues Menhirs de VAvetjron et du Tarn, in Bulletm archéolo- 
gique du Comité des Travaux historiques et scienti fiques, 1898, pp. 500-536 ; E. Cartailhac, in 
Anthropologie, 1900, pp. 251-255. È da notare il fatto che molti di questi « menhirs n oltre che 
sulla faccia anteriore sono scolpiti anche sulla faccia posteriore, ma persiste il loro appiattimento 
giacché manca la naturale corporeità tra le due facce. 

(') Vedi ad es. W. M. Flinders Petrie, J. E. Quibell, Naqada and Ballas, London, 1896, t. LIX. 

(*) M. HOrnes, Urgesch. der bild. Kunst, pp. 183, 196. Per gl'idoli delle isole è caratteristico 
il fenomeno che talvolta, per una maggior riduzione al parallelismo, i piedi sono stati privati della 
loro terza dimensione e sono stati collocati nello stesso piano della figura. 

( 5 ) M. Hornes, Urgesch. der bild. Kunst, pp. 170 e segg., 205 e segg., 235-240, 249 e segg. 

( 6 ) D. Klementz, in Nachr. ùber die von der Kais. Ak. der IViss. zu St. Petersburg ini Jahre 
1898 ausgerust. Exp., I, pp. 22-23. 

(') A. Bastian, M. Uhle, Verójfentlichungen aus dem Koniglichen Museum fiir Vólkerkunde, 
Berlin, 1888, P, tt. VI 1, VII; E. Seler, Peruanische Alterthiimer, Berlin, 1893, tt. XII-XIII; E. T. 
Hamy, A propòs d'une figurine en steatite découverte près de Lytton {Colombie anglaise), in Decades 
americanae, Paris, 1902, V-VI, pp. 63-68. 

( 8 ) Vedi tra i tanti esempì: A. Woldt, Die Cultusgegenstànde der Golden und Giljaken, in 
Internationales Archiv fiir Ethnographie , 1888. tt. VI- VII. 



— 150 — 

Ma alla riproduzione di una sola veduta tiene dietro gradualmente la giustappo- 
sizione angolare di più vedute parallele (') e si giunge così alla costruzione della 
statuaria d' intera corporeità ( 2 ). Nulla meglio della statuaria egizia può rivelare questo 
processo di costruzione : non solo essa mostra con una nettezza accentuata l'incontro 
angolare delle vedute ma spesso non si preoccupa neanche di cancellare le tracce di 
questo sviluppo costruttivo, cioè di togliere tra le parti della figura che dovrebbero 
essere distaccate, il nocciolo di materiale donde la figura è stata tratta ( 3 ). 

Queste statue egizie si presentano come la coordinazione angolare delle vedute 
parallele della figura intorno ad un blocco visibile ancora in parte. Questa speciale 
tecnica dell'arte egizia, che mostra come lo scultore tragga dalla materia le vedute 
parallele della figura, è la medesima che viene applicata ad uno speciale ramo del- 
l'arte che non può essere distaccato dalla statuaria, cioè al rilievo statuario. 11 
rilievo statuario è ima riproduzione parziale delle vedute parallele che offre la 
figura, è la limitazione alla riproduzione di una o due o tre di queste vedute, 
è una statuaria non giunta a completezza ( 4 ). Talvolta l'artista si è contentato 
di trarre dal piano che noi dobbiamo presupporre per ogni rilievo la sola veduta 
di prospetto della figura, talvolta insieme alla veduta di prospetto ne ha tratto anche 
le due vedute laterali in modo da dare l'apparenza di una statua appoggiata ad un 
fondo, tal'altra invece di partire dalla veduta di prospetto è partito dalla veduta di 
profilo o dalla veduta del dorso ( 5 ), ma sempre si ha in questo rilievo statuario lo 
stesso processo costruttivo della statuaria completa ( 6 ) cioè la coordinazione di 
vedute corporee parallele, e le sue sorti quindi sono strettamente collegate a quelle 

(') Talvolta sono solo la veduta anteriore e posteriore, come ho notato anche sopra per alcuni 
casi; vedi E. L8wy, Die Naturwiederga.be in der alt. griech. Kunst, pp. 31, 33, n. a 2: tal'altra 
per la testa sono le due vedute di profilo, Lord Kingsborough, Antiquities of Mexico, London, 1831, 
IV, t. VII, 11 ; V, pp. 89-90. 

( 2 ) Il tipo completo è quello resultante dall'unione delle quattro vedute parallele: E. Lowy, 
Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 32-33; P. Gardner, A Gramm. of Greek Art, 
pp. 57-59. 

( 3 ) E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, p. 33, n. a 1. Vedi esempi in 
C. Jacobsen, La Glyptotlièque Ny-Carlsberg, Munich, II, t. 197; W. v. Bissing, F. Bruckmann, 
Denkm. àg. Sculpt., tt. Xlla, XXXI, XLVII, LUI, LIV. 

( 4 ) Caratteristici da questo punto di vista, come prodotto intermedio tra il rilievo e la statuaria, 
sono i leoni e tori androcefali assiri e i leoni ittiti, giacché presentano quattro gambe nella veduta 
di profilo e due gambe nella veduta di prospetto cioè hanno una gamba di più, e quindi provano che 
dovevano essere guardati solo nelle vedute parallele, perchè guardati obliquamente avrebbero presentato 
le cinque gambe : A. Ortwein, Die Thorpfostenkolosse von Khorsabad, in Zeitschr. fùr bild. Kunst, 
1887, pp. 258-260; G. Perrot, Ch. Chipiez, Hist. de l'Art, II, pp. 542-545, tt. VIII-IX ; P. Gardner, 
A Gramm. of Greek Art, p. 63. 

( 6 ) Vedi le figure di un alto rilievo dell'Eiré sul Niger : K. Wormann, Gesch. der Kunst, I, 
pp. 70-71 (figura). 

( B ) Vedi all'incontro J. Lange, Die Darst. des Mensch., p. xxm, che, basandosi sull'alto rilievo 
statuario dell'Eiré sul Niger citato sopra, espone la congettura che questa sia la forma primitiva 
del rilievo, mentre il bassorilievo piatto a figure nettamente tagliate dell'Egitto, dell'Assiria, del Gua- 
temala, della Grecia ne sarebbe un tipo derivato. Ora ciò che costituisce la differenza tra il rilievo 
statuario e il rilievo disegnativo è, come mostrerò in appresso, non la sporgenza ma lo schema delle 
figure per ciò che riguarda la collocazione delle loro parti. 



— 151 — 

di quest'ultima ('). Anzi diremo di più: esso appunto perchè è un grado precedente 
la statuaria libera, è cioè una statuaria incompleta che nel suo sviluppo ulteriore 
non ha dinanzi a sé chela prospettiva di divenire una statuaria libera, ha avuto presso 
tutte le arti umane una applicazione assai limitata, infinitamente minore di quella 
che ebbe il rilievo disegnativo, a cui invece era dischiusa una via nuova che mentre 
lo allontanava dal diseguo non lo faceva cadere in un ramò dell'arte preesistente. 

Ma, come abbiamo osservato più sopra, la statuaria primitiva non è solo coordi- 
nazione di vedute parallele, è anche riduzione della corporeità dentro lo vedute me- 
desime, è appianamento delle superfìcie ( 2 ). Anche questo è dovuto alla tendenza del 
minimo dispendio d'energia: difatti nella veduta parallela di un oggetto, l'elemento 
più importante è non la corporeità interna di essa ma il contorno con il quale taglia 
lo spazio giacché il contorno costituisce l' individualità della veduta. Ed ora, se 
nella sfera, dato il fatto che ogni punto della superficie nei successivi cambia- 
menti di veduta passa a divenire elemento del contorno di una veduta parallela, 
cioè la corporeità interna di ogni veduta è elemento costitutivo del parallelismo 
di contorno delle vedute successive, questa riduzione della corporeità non può effet- 
tuarsi perchè essa diverrebbe susseguentemente riduzione del parallelismo delle vedute, 
nei corpi a forma complessa invece che non presentano che poche vedute paral- 
lele questa riduzione può compiersi nell'interno di ciascuna di esse senza turbare il 
parallelismo di un'altra veduta. 

La riduzione massima è quella alla equidistanza assoluta, cioè ad un reale piano 
geometrico: esempio ne forniscono le figure ad unica veduta parallela, da noi più 
sopra esaminate, giacché aboliscono le rientranze e gli avanzamenti che pure per questa 
veduta offrono in natura la testa, il tronco, le gambe. E la forma più semplice di 
questa riduzione nella riproduzione della intera figura umana è, per quanto si riscontri 
solo sporadicamente, quella data dalla figura a pilastro, dalla figura in cui le quattro 
vedute parallele sono presso a poco quattro piani geometrici incontrantisi quasi ad 

(') Sul rilievo statuario in bronzo di Benin (vedi p r questi monumenti, F. Carlsen, Benin in 
Guinea uni seine ràthseìhaften Bronzen, in Globus, 1897, II, pp. 309-314; F. v. Luschan, Alter- 
thùmer von Benin, in Verhandl. der Beri. Ges. fùr Anthr., 1898, pp. 146-164, tt. I V-VI, e Benin Piatte, 
in Verhandl. der Beri. Ges. fùr Anthr., 1899, pp. 633-634, t. II; Oh. Read, 0. M. Dalton, The An- 
tiquities front the city of Benin and frorn otker parts of West-Africa in the British Jlluseum, London, 
1899; W. Hein, Reliefplatte von Benin, in Sitzungsber. der anthr. Ges. in Wien, 1901, pp. 129- 
130, f. 66; K. Wormann, Gesch. der Kunsl, I, pp. 72-73), il quale deve la sua origine all'intro- 
duzione in Benin della tecnica del bronzo per opera dei Portoghesi (XVI-XVII secolo), dobbiamo 
riservare il giudizio perchè non abbiamo dinanzi l'opera genuina di un popolo primitivo. Sulla que- 
stione vedi, F. Carlsen, in Globus, 1897, II, p. 314; H. Ling Roth, Notes on Benin Customs, inlnt. 
Arch. fur Eihn., 1898, pp. 236-237; Ch. Read, 0. M. Dalton, The Ant. of Benin, pp. 5-6, 14, 16; 
F. Heger, Benin und seine Alterthùmer, in Mitth. der anthr. Ges. in Wien, 1898, pp. [2-6]; W. Hein, 
Die afrikanische Ausstellung der St. Petrus Claver-Sodalitàt in Wien, in Int. Arch. fùr Ethn., 
1900, p. 165; L. Rutimeyer, Ueber westafrikanische Steinidole, in Int. Arch. fùr Ethn., 1901, 
pp. 211, 214; 0. Stoll, Zur Frage der Benin- Alterthùmer, in Int. Arch. fùr Ethn., 1902, pp. 161- 
166. Per la bibliografia vedi J. D. E. Schmeltz, Neuere Litteratur ùber Benin, in Int. Arch. 
fùr Ethn., 1903, pp. 46-51. 

( a ) E. Lòwy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 36-38; A. Riegl, Spàtróm. 
Kunstind., p. 52. 



— 152 — 

angolo retto ('). Ma se la riduzione assoluta è rara, essa in maggiore o minore grado 
sussiste sempre ed è quella che dà carattere di superficialità alla modellatura della 
statuaria primitiva ( 2 ). Sembra infatti che le differenze di corporeità tendano ad 
alfacciarsi alla superficie, a svolgere nella prima e seconda dimensione ciò che in 
realtà giace nella terza. Il piano statuario assume in tal modo quel carattere che noi 
vedremo in appresso essere proprio del piano disegnativo giacché in molti casi si nota 
che gli elementi interni di ciascuna veduta sono piuttosto incisi che riprodotti corpo- 
reamente. Il decorso delle pieghe del panneggiamento o dei capelli è infatti sempre 
ridotto dalla terza alla seconda dimensione. 

Ma nulla meglio della conformazione della testa in tutte le statuarie primitive 
può mostrare l'effetto della doppia caratteristica del parallelismo delle vedute e del- 
l'appianamento della superficie. La testa, che ha per natura una delicata sfuggenza 
di piani, è schematizzata, quasi potremmo dire ridotta ad un cubo e spianata dentro 
ciascuna delle quattro vedute parallele laterali ( 3 ). Sparita è la rotondità della fronte 
e la sfuggenza delle gote, spostati anormalmente nel piano parallelo di prospetto e 
scolpiti a fior di superficie gli occhi e le labbra, ridotto alle due prime dimensioni 
l'arenamento delle labbra ( 4 ) e delle sopracciglia che in realtà si svolge nella terza : 
tutto in fondo mostra che ivi è riprodotta la forma non quale essa è ma quale vien 
ridotta nelle vedute parallele. E ciò è tanto vero che, quando dall'artista è spostato 
il punto principale di contemplazione della forma, è mutato anche il suo aspetto: 
così se invece della veduta di prospetto del volto, o per l'azione che la figura rap- 
presentata deve compiere o per la coordinazione di questa figura con altre, l'artista 
vuole presentarne allo spettatore la veduta di profilo come quella che ha da richia- 
mare su di sé maggiormente l'attenzione, allo schema cubico viene sostituito uno 



(>) Tra i numerosi esempì cito: un esemplare delle isole Key, G. W. W. C. Baron van HoSvell, 
Bijdrage tot de Ethnographie van den fndischen Archipel, in Int. Arch. fùr Ethn., 1890, t. XVI, 1; 
= A. Biissler, Ethnographischc Beitràge zur Kenntnis des ostindischen Archipels, in Int. Arch. 
fùr Ethn., 1891, pp. 78-80, figura; un esemplare della Melanesia, K. Parkinson, /fwr Ethnographie 
der Ongtong Java- und Tasman-lnseln, in Int. Arch. fùr Ethn., 1897, t. X, 13, p. 115; le statue 
funerarie dell'isola Pasqua, W. Thomson, Te Pito te Henna, or Easter Island, in Rep. of the 
United States Nat. Mus. for the year 1889, Smithsonian Institution, Washington 1891, pp. 492 
e segg. (figure e tavole); K. Wormann, Gesch. der Kunst, I, p. 59, e le statue dell'antica arte Boli- 
viana, Ch. Wiener, Pérou e f Bolivie, Paris, 1880, pp. 431-432, figura; A. Stubel, M. Uhle, Die 
Ruinenstàtte von Tiahuanaco, Breslau, 1892, tt. XXXI-XXXII. 

( 2 ) Sulla superficialità di trattazione della statuaria messicana vedi, W. H. Holmes, Arch. 
Stud. among the anc. Cit. of Mexico, II, p. 302. Sul medesimo fenomeno nell'arte greca vedi, 
E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 37-39; Th. Homolle, Bronze grec 
de la première moitié du V siede, in Mélanges Pcrrot, 1903, pp. 193-194. 

( 3 ) Nel primo stadio della statuaria umana questi piani sono veramente dei piani geometrici in 
cui gli elementi interni sono piuttosto incisi e dipinti che riprodotti corporeamente. 

(*) Mi sono talvolta domandato se il sorriso delle statue arcaiche greche, sorriso certamente in- 
tenzionale (vedi J. Lange, Die Darsi, des A/ensch , pp. 48-49), non sia d'altro lato un adattamento a 
questo arcuamento delle labbra, cioè se l'artista non si sia deciso a rappresentare il sorriso appunto 
perchè aveva già nella veduta di prospetto del volto questo arcuamento delle labbra dovuto alla ridu- 
zione alla seconda dimensione, 



— 153 — 

schema angolare ( l ), l'occhio sfugge obliquamente in modo da offrirsi quasi di pro- 
spetto allo spettatore, che pur guarda il volto di profilo, e tutti i piani modellati di 
questa veduta si riducono e si appiattiscono. 

Ciò che ho notato per la testa dell'uomo si osserva anche per la testa degli 
animali, giacché ad esempio nella veduta di prospetto vengono trasportati degli ele- 
menti che appartengono in parte alle vedute di profilo, che si trovano cioè obliqua- 
mente a confine tra le due vedute. Nulla di più caratteristico, a questo proposito, 
delle teste dei cavalli delle quadrighe nella scultura greca, giacché in quei casi in 
cui la quadriga sia di prospetto e due delle teste di cavalli siano di prospetto e due 
di profilo, le une sono grandemente differenti per conformazione dalle altre ( 2 ). 

Ma la statuaria primitiva non solo squadra, essa arrotonda ( 3 ) : apparentemente 
ciò dovrebbe costituire un'eccezione a questa tendenza al parallelismo costruttivo, ma 
in realtà non è che una confermazione della regola giacché l'arrotondamento è la 
sostituzione di molteplici vedute parallele consecutive a poche vedute parallele adia- 
centi, è una costruzione astratta della forma, e la sua corporeità è data, come ho no- 
tato più sopra per la sfera, dalla inequidistanza dei punti che passano poi a divenire 
contorno delle vedute parallele consecutive. 

Dei due elementi caratteristici della costruzione statuaria primitiva, il paralle- 
lismo delle vedute e l'appiattimento delle superficie, il secondo è dotato di minor 
resistenza : la statuaria, appunto perchè dispone dei mezzi onde rappresentare la cor- 
poreità dentro ciascuna delle vedute, vince gradualmente l'inerzia che la trarrebbe al 
parallelismo delle superficie e finisce per sostituire un vero e proprio piano statuario 
a quello che in origine, per la sua mancanza di modellatura, abbiamo detto che po- 

(') E. Lflwy, Die Naturw leder gabe in der alt. griech. Kunst, p. 33, n. a 2. Questo schema 
angolare appare poi nelle figurette in argilla di molti popoli, dove più che ad una preoccupazione 
prevalente delle vedute di profilo può essere dovuto ad una speciale maniera di plasmare la figura 
cioè allo schiacciamento dell'argilla tra le dita per dare forma al naso : si ricordino a questo propo- 
sito le piccole figure in argilla micenee. Per le figure messicane si veda E. H. Thompson, The Chul- 
tunes of Labnd (Yucatan), in Memoirs of the Peabody Museum of American Archaeology and Ethno- 
logy, Harvard University, Cambridge Mass., 1897, I 1 ", tt. XI-XII; C. Lumholtz, El Mexico desco- 
nocido, Nueva York, 1904, II, p. 290, figura, tt. I-V (passim). Per le figure peruviane si veda A. Ba- 
stian, M. Uhle, Veròff. aus dem Kòn. Mus. fur Vòlkerkunde, Berlin, 1888, I, tt. V-VII. Per esempi 
di teste angolari dalla Nuova Zelanda, vedi S. P. Smith, Note on some Maori Gods, in Int. Arch. 
fùr Ethn., 1899, t. X, 2, 3, pp. 223-225 ; A. v. Hugel, Maori sacred Images, in Int. Arch. fur. Ethn., 
1902, t. Vili, 1, 3, p. 99; per altro esempio della Nuova Guinea, vedi M. Uhle, Rolz- und Bam- 
busgeràthe aus Nord-West-Neu-Guinea, in Pubi, aus dem Kón. ethn. Mus. zu Dresden, Leipzig, 
1886, VI, 1. 1, 6. 

( 2 ) 0. Benndorf, Die Metopenvon Selinunt, Berlin, 1873, t. Ili; P. Winter, Archaische Reiter- 
bilder von der Akropolis, in Jahrbuch des Kaiserlich deutschen archàologischen Instituts, 1893, 
pp. 136-137, ff. 1-4. 

( a ) Per le figure arrotondate, nel periodo del renne, vedi E. Piette, in Anthropologie, 1895, 
pp. 142-147, tt. HV. Nella statuaria arcaica greca vedi la Hera di Samos, Brunn-Bruckmann, Denk- 
màler griechischer und ròmischer Sculptur, t. 56; tuttavia anch'essa presentale tracce degli spigoli 
d'incontro delle quattro vedute parallele principali, cioè mostra che la forma cilindrica non ha vinto 
la forma squadrata: cfr. E. L5wy, Die Naturwiederga.be in der alt. griech. Kunst, pp. 34-35, n. e 
2-3. Ancor meno questa squadratura è vinta nella figura dell'Acropoli di Atene, 'EytjfttQÌg à(>x«i,oXoyixTj, 
1888, t. VI; M. Collignon, Ristoire de la Sculpture grecque, Paris, 1893, I, p. 1G4, f. 74. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Ser. 5 a , 21 



— 154 — 

trebbesi considerare un piano disegnativo. E così ciascuna delle vedute parallele 
acquista nel suo interno la giusta e naturale modellatura. Più resistente e quasi in- 
vincibile è stato il parallelismo delle vedute: neanche là dove l'artista ha voluto 
dare alla testa il valore di ritratto ed ha dovuto quindi accrescere la minuzia del- 
l'osservazione egli è riuscito a sormontare questo ostacolo. I ritratti, pur così potenti 
per espressione della statuaria egizia, mostrano le tracce dell'incontro angolare delle 
vedute parallele. 

Ma per comprendere come tutte le arti umane di fronte alla duplicità o molte- 
plicità di vedute parallele che possono offrire i corpi inanimati od animati abbiano 
sempre dato il maggior peso ad alcune più che ad altre dobbiamo esaminare un 
altro lato essenziale dell'opera d'arte figurata. L'opera d'arte non è solo opera di 
riproduzione, è anche opera di relazione : essa riproduce la forma degli oggetti perchè 
questa forma sia contemplata da uno spettatore ( l ) che nel più modesto dei casi è 
l'artista medesimo. Ora siccome l'occhio umano non può afferrare contemporaneamente 
tutta la forma di un oggetto, cioè ha bisogno di collocarlo in due o più campi visivi 
successivi è chiaro che tra le vedute parallele che esso offre alcune debbono essere 
tenute in minor conto e che sarà considerata come più importante, da mettersi per 
prima dinanzi allo spettatore, quella che pone il rapporto più esatto e completo di 
relazione. Se la natura offrisse nei suoi corpi solo la forma della sfera, le cui vedute 
parallele sono innumerevoli e tutte eguali, il problema della relazionalità sarebbe 
assai semplificato giacché l'una equivarrebbe all'altra; ma le figure animate, cioè 
appunto quelle della cui rappresentazione e della cui relazione si è soprattutto 
occupata la statuaria, sono invece assai complicate di forma e spesso non offrono la 
coincidenza della veduta parallela più ampia colla veduta di maggior relazione. Tra 
le due forze contrastanti, il parallelismo delle vedute che tenderebbe a considerare 
come più importante la veduta parallela più ampia e la relazionalità che tenderebbe 
a far valere la veduta parallela di maggior relazione ha vinto l'una o l'altra a se- 
conda del valore occasionale di quest'ultima. Nella figura umana ha vinto la esigenza 
di relazionalità e così tutta la statuaria primitiva presenta allo spettatore la sua 
veduta di prospetto perchè nella veduta di prospetto sono collocati tutti gli organi 
principali di relazione. Nella figura d'animale o per meglio dire del quadrupede, che 
è l'animale più frequentemente rappresentato dalla statuaria, la esigenza nella rela- 
zionalità è stata sopraffatta da quella del parallelismo più ampio, cioè si è collocata 
dinanzi allo spettatore la sua veduta di profilo ( 2 ) giacché l'animale, dati i suoi rap- 
porti con l'uomo, non possiede una vera e propria faccia di relazione, e la veduta 
nella quale giace il suo organo più importante di relazione, la testa, cioè la veduta 
di prospetto, è troppo stretta e troppo nasconde del corpo nella terza dimensione. E 
questo appagamento della esigenza del più ampio parallelismo per la figura d'animale 
è stato compiuto con tanto maggiore facilità in quanto che l'artista, nel caso in cui 
abbia voluto concedere qualche cosa anche alla relazionalità, si è valso dei movimenti 



(•) E. Lòwy, Die Naturwiederga.be in der alt. griech. Kunst, pp. 26 e segg., 48, 55 e segg. 
( J ) E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, p. 27. 



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che la testa può compiere e l'ha collocata di prospetto sul corpo di profilo ('). E non 
è piccola l'importanza dello schematismo diverso che la relazionalità suggeriva per 
la figura umana e per la figura d'animale: la figura umana collocata di prospetto 
dinanzi allo spettatore appariva ferma, immobile, la figura d'animale collocata di 
profilo sembrava passare dinanzi allo spettatore, appariva in movimento. Limitandoci 
dunque alla sola osservazione della figura umana noi possiamo dire che in linea ge- 
nerale la statuaria di prospetto è l'arte del riposo. 

Tuttavia per comprendere tutti i casi della costruzione della figura nella statuaria 
dobbiamo dire che la relazionalità non si esaurisce sempre per la figura umana nella 
immobilità di prospetto: talvolta l'artista vuole che la figura rappresentata compia 
un'azione dinanzi allo spettatore. Ora una qualunque azione turba il parallelismo as- 
soluto della figura : questo spezzamento può estrinsecarsi nella maniera più semplice, 
cioè essere limitato ad una sola delle vedute parallele senza alterare il parallelismo delle 
vedute adiacenti. Ecco quindi gl'inclinamenti che la figura può compiere colla testa, 
col tronco, colle gambe dall'avanti all'indietro o viceversa, spezzando cioè la sola veduta 
parallela di prospetto : senza parlare del caso assai frequente nella statuaria dei popoli 
incolti dell'incurvamento delle spalle in avanti ( 2 ) o del piegamento delle ginocchia ( 3 ), 
basterà accennare a tutti i casi di figure che portano innanzi una gamba, per dividere 
il peso del corpo, s'inginocchiano, o si distendono, così caratteristiche nella statuaria 
egizia ( 4 ). In alcuni di questi casi, cioè nelle figure inginocchiate, distese, piegate, la 
veduta di prospetto cessa di essere la veduta parallela maggiore perchè viene in parte 
nascosta e il suo posto è preso dalla veduta di profilo che viene così collocata dinanzi 
allo spettatore, cioè la relazionalità è vinta dal maggior parallelismo. 

(') Per l'arte caldea vedi una figura di bue, E. de Sarzec, L. Heuzey, Découvertes en Chaldée, 
Paris, 1897, t. XXVIII, 5; una figura di cane, L. Heuzey, Le chien du roi Soumou-ilou, in Mo- 
numents Plot, 1905, XII, pp. 19-28, t. II. Per l'arte egizia vedi una figura di gazella (XVIII dinastia), 
D. Eandall Maciver, A. C. Mace, El Arar ah and Abydos, London, 1902, p. 99, t. XLVIII, e tra i 
numerosi esempi di leoni in questa posizione quelli di Amenophis III (XVIII dinastia) e Ramses II 
(XIX dinastia) al British Museum. Per figure di leoni e buoi nell'arte micenea, vedi H. Schlie- 
mann, Mykenae, Leipzig, 1878, p. 410, f. 532; 'Ecpt]/x. dQ X ., 1888, e. 166, t. Vili, 13; G. Perrot, 
Ch. Chipiez, Hist. de l'Art, VI, p. 824, ff. 401-402. Per figure analoghe nelle arti americane, vedi, 
F. Janèr, Vasos peruanos del Museo Arqueólogico Nacional, in Museo Espanol de Antigùedades, 
1872, I, tavola alla p. 211; Ch. Wiener, Pérou et Bolivie, p. 522, figura; G. Byron Gordon, Re- 
searches on the Uloa Valley [Honduras), in Mem. of the Peabody Mus. of Arn. Arch. and Ethn., 
Harvard University, Cambridge Mass., 1898, I lv , pp. 22-23, ff. 16-17. 

( 3 ) J. Lange, Die Darsi, des Mensch., pp. xr, xvm. Questo movimento si riscontra frequente- 
mente nelle statue in legno dell'isola Pasqua, di cui una collezione esiste al British Museum e di 
cui una è riprodotta dal Lange. Per uno tra i molti esempi delle arti americane vedi C. W. Luders, 
Wasserkrug aus Mittel-Amerika, in Int. Arch. fùr Ethn., 1889, pp. 168-169, t. XII, 4, a, b. 

( 3 ) J. D. E. Schmeltz, R. Krause, Die ethnographisch - anthropologische Abtheilung des Museum 
Godeffroy in Hamburg, Hamburg, 1881, t. VIII, 1-2, p. 16, nn. 1921, 1654; t. XXXIV, 2-3, p. 487, 
nn 3566, 3568 (Nuova Irlanda). Vedi anche alcune delle bambole degl'Indiani Tusayan, J. W. Fewkes, 
Dolls of the Tusayan Indiana, in Ini. Arch. fùr Ethn., 1894, tt. VII, 14; IX, 25. 

( 4 ) Per la figura distesa vedi, G. Perrot, Ch. Chipiez, Hist. de VArt, I, p. 74, f. 48; J. Lange, 
Die Darst. des Mensch., p. xi ; J. Capart, Recueil de Monumenti cgyptiens, Bruxelles, 1905, II, 
tt. LUI, LXXIX; per la figura inginocchiata vedi, G. Benedite, Un Guerrier Libyen, in I/o». Piot, 
1903, IX, pp. 123-133, t. X. 



— 156 — 

Allo spezzamento di una sola veduta parallela appartengono anche gl'inclinamenti 
che la figura può compiere colla testa, col tronco, colle gambe da un lato all'altro, 
spezzando cioè la sola veduta parallela di profilo ( i ). Tanto nell'un caso quanto nel- 
l'altro, cioè tanto nello spezzamento della veduta parallela di prospetto quanto in 
quello della veduta parallela di profilo, questa obliquità di un piano si riflette come 
obliquità di contorno nella veduta adiacente, cioè, inteso lo scorcio come lo spezzamento 
del parallelismo di due vedute adiacenti, non possiamo considerare questi come degli 
scorci di vedute ; e se i movimenti che turbano il parallelismo della veduta di profilo 
sono assai pochi a confronto di quelli che turbano il parallelismo della veduta di 
prospetto, tanto da sembrare delle rare eccezioni, ciò non è perchè tra essi corra una 
differenza di qualità ma perchè data la costituzione articolare del corpo umano i 
movimenti laterali sono limitati, difficili e portano con sé in generale anche uno 
spostamento delle altre vedute, cioè un vero e proprio scorcio (*). 

Ma talvolta l'azione da rappresentare può richiedere in realtà nella figura umana 
lo' spezzamento del parallelismo di due vedute adiacenti, cioè il vero scorcio. Questo 
avviene quando l'artista vuole rendere nella figura oltre al movimento dell'azione che 
essa compie per lo spettatore anche il rapporto con lo spettatore stesso; solo è da 
notare che lo spostamento in tal caso è per lo più limitato al maggior organo di rela- 
zione, alla testa ( 3 ). Tuttavia la resistenza che la statuaria oppone a qualunque ten- 

(') Per questi movimenti della testa, che nella veduta di prospetto sono soltanto inclinamenti 
nel piano, vedi per l'arte egizia oltre all'esempio ricordato da J. Lange, Die Darst- des Mensch., 
p. xxvn (statuetta che ora porta al British Museum il n. di inv. 37201), una statuetta analoga del 
Museo del Louvre; per l'arte micenea la Baiadera di Berlino, G. Perrot, Ch. Chipiez, Hist. de l'Art, 
VI, pp. 749-752; per i molti esempi nell'arte americana vedi, Ch. Wiener, Pérou et Bolivie, p. 674, 
figura; E. Seler, Per. Alt., tt. XV, 1; XVI, 1, 7; XIX, 1, 8, 14, 16; XL, 8, 11; E. Seler, Alter- 
thùmer aus Guatemala, in Veròff. aus dem Kòn. Mus. fùr Vòlkerkunde, IV, p. 35, f. 32; Richter, 
Verhandl. der Beri. Ges. fùr Anthr., 1900, t. IV, 9. Per un esempio in una statua probabilmente 
proveniente dall'isola Pasqua, vedi R. Karutz, Mittheilungen aus dem Museum fùr Vòlkerkùnde zu 
Lùbeck, in Int. Arch. fùr Ethn., 1899, t. IV, 1-2, pp. 151 e segg. Un altro esempio addito in una 
statua della Nuova Zelanda al British Museum (n. 1530) e, per quanto essi siano esemplari non di 
scultura corporea ma di scultura a unica veduta, ricordo infine che alla Nuova Zelanda apparten- 
gono i « tichi » i quali presentano appunto l'inclinamento della testa nel piano nella veduta di pro- 
spetto: A. B. Meyer, Jadeit- und Nephritobjecte, in Pubi, aus dem Kòn. ethn. Museum zu Dresden, 
Leipzig, 1882, III, pp. 60-61, t. VI, 4-6; J. Edge-Partington, Ch. Heape, Ethnographical Album of 
the Pacific Islands, Manchester, 1890, I, tt. 371-372; III, tt. 182-183, 187. Per esempi di piega- 
mento delle gambe di lato nella posizione seduta, esempi che rientrano appunto in questa categoria 
dello spezzamento del parallelismo della veduta di profilo, vedi alcune figurine dell'arte messicana, 
C. Lumholtz, El Mexico desc, II, tt. I-V passim. 

( a ) Così un esemplare di scultura Hai'da (isole della Regina Carlotta), detto la « Madre Orso » 
perchè rappresenta una figura femminile che allatta tra forti spasimi un « bambino orso », ha contorsioni 
delle membra, ma ciascuna parte spezza una sola veduta parallela e non l'adiacente : vedine la figura in A. 
P. Niblack, The Coast Tndians of Southern Alaska and Northern British Columbia, in Rep. ofthe United 
States Nat. Mus. for the year 1888, Smithsonian Institution, Washington, 1890, tt. XLVII, XLIX, L. 

(") Per l'arte egizia vedi una statuetta di uomo barbato trovata nel tempio funerario del re 
Mentechetep III a Der al Bahari che porta ora il n. 41003 al British Museum, una statuetta 
di Nofrè Hotep (forma particolare di Osiride) e una statuetta di Horus che portano i numeri 1151 
e 2475 al Museo del Louvre. Per l'arte peruviana vedi A. Stùbel, W. Reiss, B. Koppel, M. 
Uhle, Kultur und Industrie sùdamcrikanischer Vòlker, Berlin, 1889, I, t. X, 14; E. Seler, 



— 157 — 

tativo di turbamento del parallelismo delle vedute è tale che essa preferisce spostare 
anormalmente una parte del corpo rispetto all'altra onde farla passare da una veduta 
parallela ad un'altra veduta anch'essa parallela che appaghi alla meglio queste esi- 
genze, anziché accogliere lo scorcio ; e così assai più numerosi dei casi di scorcio della 
testa sul corpo di profilo o di prospetto sono quelli in cui sul corpo di profilo è col- 
locata inorganicamente la testa di prospetto e viceversa (')• 



Per. Alt., t. XVIII, 10; Richter, in Verhandl. der Beri. Ges. fur Anthr., 1900, t. IV, 7. Per le arti 
incolte vedi una figura in legno di danzatrice delle isole Sandwich rappresentata in una posizione 
della danza Hula, cioè in una posizione di quadrupede, con la testa di scorcio verso l'alto : essa è al 
British Museum. Vedi inoltre una statua di re a testa di animale del Dahomey esistente al Museo 
del Trocadero e una bambola a testa di lupo appartenente agl'Indiani Tusayan dell'America del 
Nord: J. W. Fewkes, in Int. Arch. fur Ethn., 1894, t. V, 2. 

(') Per l'arte egizia oltre alle figurine oscene nel Museo Nazionale di Atene (cfr. J. Lange, Die 
Darst. des Mensch., p. xxvn) vedi alcune figurine in avorio nel Museo del Louvre, rappresentanti 
delle scimmie, giacche esse vanno assai più colle figure umane che colle figure di animali, e una sta- 
tuetta di tipo negroide dello stesso Museo. Vedi anche una statuetta proveniente da Gurob, W. M. 
Flinders Petrie, Kahun, Gurob and Ilawara, London, 1890, t. XVIII, 38, p. 41 e la figura del fan- 
ciullo in un piccolo gruppo di madre con bambino, W. M. Flinders Petrie, Dendereh, London, 1900, 
t. XXIII A 521, p. 68. Per l'arte micenea vedi l'idolo in argilla del sacello di Knossos, A. J. 
Evans, in The Annual of the British School at Athens, 1901-1902, Vili, p. 99, f. 56. Per l'arte 
greca vedi G. Perrot, Hist. de l'Art, Vili, p. 695, f. 349*. Per l'arte messicana vedi il così 
detto tipo di Chac-Mool, J. Sanchez, Estudio acerca de la estadua llamada Chac-Mool o rey 
tigre, in An. del Mus. Nac. de Mexico, 1879, pp. 270-278, (tavola); D. Charnay, Les anciennes 
Villes du Nouveau Monde, Paris, 1885, p. 38 ; A. Penafiel, Monumentos del arte Mexicano antiquo, 
Berlin, 1890, I, t, 141; II, t. 316; J. Galindo y Villa, in An. del Mus. Nac. de Mexico, 1904, 
p. 227, t. XIII, 3; C. Lumholtz, El Mexico desc.,ll, pp. 439-440 (figura); K. Wormann, Gesch. der 
Kunst, I, p. 89 : vedi inoltre una figurctta di diorite a corpo di profilo e testa di prospetto, 
G. Mendoza, Idolo azteca de tipo chino, in An. del Mus. Nac. de Mexico, 1877, pp. 37-40. Per 
l'arte peruviana vedi Ch. Wiener, Pérou et Bolivie, p. 623 (figura); E. Seler, Per. Alt. t. XIV, 3. 
Per le arti incolte vedi un esemplare delle Filippine, A. B. Meyer, A. Schadenberg, Die Philippi- 
nen, I, Nord-Luzon, in Pubi, aus dem Kón. ethn. Mus. zu Dresden, Dresden, 1890, Vili, t. I; = W. 
Joest, Eine Holzfigur von der Loango-Kùste und ein Anito-Bild aus Luzon, in Festschrift fur A. 
Bastian, Berlin, 1896, pp. 119-127, t. VII. Vedi inoltre un esempio nell'arte dei Daiachi di Borneo, 
F. Grabowsky.'Zter Tod, das Begràbnis, das Tiwah oder Todtenfest und Ideeen uber das Jenseits bei 
den Dajaken, in Int. Arch. fur Ethn., 1889, p. 196, t. X, 27 (gruppo di due persone di cui la fem- 
minile presenta la testa e il torace di prospetto sulle gambe di profilo). Un altro gruppo del Nord- 
Borneo, ora al British Museum, presenta una donna che allatta un bambino e il bambino rivolge la 
testa indietro con una torsione di 180 gradi. Una figura con testa di prospetto e corpo di profilo, 
facente parte di un gruppo rappresentante una barca con rematori, opera degli abitanti delle isole 
della Regina Carlotta, è pubblicata da E. T. Hamy, in Congrès International des Américanistes, XII 
Session tenue à Paris en 1900, Paris, 1902, t. II; = E. T. Hamy, Sculptures Ha'ida, in Decades 
americanae, V-VI, t. IV; un altro esempio vedi presso A. P. Niblack, in Rep. of the United States 
Nat. Mus. for the year 1888, Smithsonian Institution, Washington, 1890, t. LI, f. 275; infine ri- 
cordo che una figura a corpo di prospetto e testa di profilo, sormontante un pettine delle isole Van- 
couver, appartiene al British Museum. Per una figura a corpo di profilo e testa di prospetto appar- 
tenente ad Indiani dell'America Settentrionale vedi F. Boas, The social Organization and the secret 
Societies of the Kivakiutl Indians in Rep. of the United States Nat. Mus. for the year 1895, 
Smithsonian Institution, Washington, 1897, t. XX, 5. Si osservino anche alcuni feticci del Congo, 
in Annales du Musée du Congo, Sèrie III, Ethnographie et Anthr omologie, Bruxelles, 1906, I", 
tt. XLII, 536 a, b; XLIII, 545 a, b; XLIV, 554 a, b; XLVII, 577 M- 



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E come nella statuaria a figura umana l' unico scorcio in cui e' imbattiamo è 
quello della testa ed è limitato a quei casi in cui sia richiesto dalle esigenze della 
relazionalità, così anche nelle figure di animali l'artista, allorquando ha voluto contem- 
perare la direzione di profilo di tutto il corpo colla relazionalità, ha collocato la testa, 
anziché di prospetto, di scorcio ('). E ciò si è avuto più facilmente quando non si 
è trattato più di uu' intera figura di animale ma di una di quelle figure mitiche che hanno 
corpo di animale e testa umana, perchè allora la esigenza di relazionalità si è fatta 
maggiormente sentire : esempì caratteristici sono i tori androprosopi di arte caldea ( 2 ) 
e la sfinge di periodo miceneo trovata ad Haghia Triada presso Phaistos ( 3 ). 




Sfinge da Haghia Triada presso Phaistos C/2). 



Ed appunto perchè la statuaria primitiva evita lo scorcio lo adopera in raris- 
simi casi limitandolo alla sola parte del corpo che appaga meglio d'ogni altra la 
relazionalità, alla testa, si comprende come ad essa manchi il gruppo statuario nel 
vero senso della parola ( 4 ). Il gruppo statuario presuppone l'applicazione più abile 
e più vada dello scorcio perchè solo lo scorcio riesce a rappresentare l' unità d'azione 
cioè la coordinazione dei singoli movimenti dentro il movimento generale. Tutti i 
gruppi di queste statuarie primitive si riducono quindi ad una paratassi di figure 

(') Per l'arte caldea ricordo una figura di bue accovacciato, E. de Sarzec, L. Heuzey, Dèe. en 
Chaldée, t. XXVIII, 6; per l'arte egizia due figure del bue Apis (517-518) del Museo del Louvre: per 
l'arte micenea un vaso a forma di bue dell'Ashmolean Museum di Oxford, J. de Mot, in Rev. arch. 
1904, II, p. 220, ff. 8-9; per l'arte messicana un leone in pietra, J. Galindo y Villa, in An. del 
Mus. Nac. de Mexico, 1904, p. 228, t. XIV, 2. 

( 8 ) L. Heuzey, Le taureau chaldéen à tète humaine, in Mon. Piot, 1899-1900, VI, t. XI; 
Autre taureau chaldéen androcéphale, 1900-1901, VII, t. I. 

( 3 ) E. Paribeni, Ricerche nel sepolcreto di Haghia Triada, in Monumenti Antichi della Reale 
Accademia dei Lincei, 1905, XIV, ce. 749-753, ff. 44-45. 

( 4 ) B. Sauer, Die Anfànge der slatuarischen Gruppe, Leipzig, 1887, pp. 5 e segg. ; J. Lange, 
Die Darst- des Mensch., pp. xn-xiv; E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, 
pp. 49-50. 



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parallele ('), sia che questa paratassi venga regolata anch'essa secondo il parallelismo 
delle vedute sia che ciascuna figura pur essendo parallela di per sé venga collocata 
obliquamente rispetto alle altre ( i ). 

Ed ora che abbiamo esaminato il processo creativo dell' opera statuaria cioè ab- 
biamo visto come esso sia regolato dal processo della visione per vedute parallele, 
comprendiamo come il Lange formulando la sua legge di « frontalità » ( 3 ) abbia scam- 
biato il sintomo del fenomeno colla causa del fenomeno stesso. Egli ha osservato che 
il piano che passa verticalmente per il giusto mezzo della figura non soffre spezza- 
mento o deviazione nella statuaria primitiva ('); ma ciò avviene non perchè gli ar- 
tisti antichi si siano preoccupati come l'erudito moderno di questo piano mediano, 
che è semplicemente un'astrazione che non ha nulla a che fare con i piani reali o 
superficie esterne che determinano la forma, ma perchè lo spezzamento o la devia- 
zione del piano non si sarebbe potuto avere se non nel caso in cui fosse stato tur- 
bato quel parallelismo di vedute secondo cui la statua è costruita. La frontalità del 
Lange quindi non è altro che l'enunciazione in formula abbreviata della costruzione 
della statuaria per vedute parallele. Le eccezioni al parallelismo statuario sono anche 
minori di quelle che il Lange trovava per la sua « frontalità » ( 5 ) : eccezioni infatti 

(') Vedi nell'arte caldea un gruppo di due uomini accovacciati che sembrano compiere qualche 
lavoro mentre all'intorno sono raffigurate plasticamente costruzioni e elementi di paesaggio : E. Pottier, 
Les nouvelles découvertes de la Mission Morgan, in Gaz. des Beaux-arts, 1906, I, p. 19 figura; 
p. 20. Vedi nell'arte egizia il gruppo d'Iside e Osiride, gli adoranti prostrati dinanzi agli Dei, i 
gruppi osceni, gli equipaggi delle barche o i lavoranti delle officine nei gruppi funerari (ad. es., 
E. Lepsius, Denkm. aus Ai gypten und Aethiopien, Erganzung sband, Leipzig, 1901, tt. XLV-XLVI; 
C. Jacobsen, La Glypt. Ny-Carlsberg, II, t. 195); ed infine un piccolo gruppo caratteristico, 
d'epoca saitica, rappresentante due Siri, G. Daressy, Rapport sur des fouilles à Sa el-Hagar, in An- 
nales du Service des Antiquités de VEgypte, II, 1901, pp. 234-235, t. I. Per l'arte greca vedi i 
gruppi delle impastatrici o delle lavatrici: E. Pottier, Les sujets de gerire dons les figurines archaì- 
ques de terre cuite, in Bulletin de Correspondance hellénique, 1900, pp. 510-511, t. IX; G. Perrot, 
/list, de V Art, Vili, pp. 138-139, t. I, o il gruppo di Sparta, F. Marx, Marmar -gruppe aus Sparta, 
in Athenische Mittheilungen, 1885, t. VI. Per l'antica arte peruviana vedi F. de Castelnau, Expédi- 
tion dans les parties centrales de VAmérique du Sud, Paris, 1852, III, t. XXXIX; C. H. Berendt, 
in Verhandl. der Beri. Ges. fùr Anthr., 1874, p. 76, t. Vili, 5; Ch. Wiener, Pérou et Bolivie, 
pp. 587-588, (figure); A. Stubel, W. Reiss, B. Koppel, M. Uhle, Kult. und Ini. siìdam. Vòlk., I, 
t. I, 1; E. Seler.Per. Alt., tt. XV, 8, XXIII, 9, 13, XXXI, 2, XLIV, 3,7,8,9. Per le arti incolte ri- 
cordo tra i tanti esempi G. Schweinfurth, Artes Africanae, Leipzig-London, 1875, t. Vili, 7. 

( s ) Così, ad esempio, nei gruppi egizi rappresentanti barche funerarie, officine, ecc., (vedi ad es. 
J. Garstang, Excavations at Beni Ilassan, in Ann. du Serv. des Ant. de VEgypte, V, 1904, tt. I-V), 
le figure prese ciascuna di per sé sono parallele e solo sono collocate obliquamente l'una rispetto 
all'altra. Lo stesso accade per i gruppi a cerchio di arte cipriota, arte greca e arte peruviana. 

( 3 ) J. Lange, Die Darst. des Mensch., p. si. 

( 4 ) Tutto ciò era stato già veduto da E. Lowy, Lysipp und seine Stellung in der griechi- 
schen Piasti k, Hamburg, 1891, p. 18. 

( 5 ) J. Lange, Die Darst. des Mensch., pp. xvm-xx, xxvii-xxvm; E. Lowy, Die Nalurwieder- 
gabe in der alt. griech. I{unst,^.21 ; K. Wòrmann, Gesch. der Kunst, I, pp. 58, 88-89. Ed ecce- 
zioni al parallelismo per la maggior parte non sono quelle che W. v. Bissing (W. v. Bissing, F. Bruck- 
mann, Denkm. àg. Sculpt., testo alla t. XXIX) pure dà come eccezioni alla frontalità del Lange, 
perchè perfino il gruppo dei lottatori, un abbozzo del resto, della t. XXIX (medio impero) non offre 
che due figure di profilo, disposte un po' obliquamente l'una rispetto all'altra, le quali in vero 
scorcio non hanno forse che la testa. 



— 160 — 

non appaiono i movimenti che la figura compie lateralmente spezzando la sola veduta 
parallela di profilo giacché sono della medesima natura di quelli che compie dall' in- 
dietro all'avanti e viceversa spezzando la sola veduta di prospetto cioè sono della me- 
desima natura di quei movimenti che non turbano il piano verticale mediano della 
figura, ed eccezioni non appaiono quei casi in cui le figure di animali o di esseri 
teriomorfi o di uomini presentano la testa di prospetto sul corpo di profilo o lo schema 
inverso. Le sole eccezioni al parallelismo statuario sono quelle in cui l'artista dovendo 
accordare la relazionalità che richiedeva la posizione di prospetto della testa con il 
movimento dell'azione, che richiedeva la posizione di profilo del corpo, ha scelto il 
giusto mezzo tra i due estremi collocando la testa di scorcio. 

Ma tra le arti umane una sola, la greca, ha spezzato largamente questo sche- 
matismo parallelo ('); lo scorcio entra trionfante nella sua statuaria e non contento 
di contemperare le esigenze dell'azione rappresentata e le esigenze della relaziona- 
lità diviene un motivo ricercato anche là dove non disdegneremmo di vedere le an- 
tiche posizioni parallele. Lentamente e gradatamente nella statuaria greca tutte le 
parti della figura si sciolgono dal rigido contesto in cui erano state sino ad allora 
tenute, ciascuna cerca di preoccupare lo sguardo dello spettatore per sé, ciascuna 
cerca di proclamare il suo diritto all'obliquità, e dalla posa non eccessivamente na- 
turale delle statue arcaiche parallele e di prospetto giungiamo alla posa altrettanto 
innaturale delle contorte statue ellenistiche. 

Ed al trionfo dell' obliquità si ricollega come conseguente conquista quella della 
esatta riproduzione della corporeità. 

La statuaria legata al parallelismo delle vedute, per quanta cura possa porre 
l'artista nella riproduzione della corporeità interna di ciascuna di esse, presenta di 
necessità lo squadramento delle figure]: non v' è perfezione tecnica possibile che possa 
far sparire le tracce dell' incontro delle quattro vedute parallele nella figura umana 
sino a che l'artista esamina e riproduce la natura solo da questi punti di vista paralleli. 
Non sfugge infatti a nessun osservatore dell'arte greca la nettezza dei contorni delle 
statue arcaiche nelle loro quattro vedute parallele. Quella squadratura, che altri ha 
considerato come la conseguenza della tecnica in legno, cioè della forma primordiale 
del tronco squadrato da cui è stata tratta la figura ( 2 ) come se fosse possibile che 
arti, quale la egizia, che hanno un tirocinio secolare di lavoro in pietra conservas- 
sero con così grande tenacia un' imperfezione originaria ( 3 ), sparirà solo coll'accre- 

(') E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 29-36, 3840. 

( 2 ) S. Reinach, in Anthropologie, 1894, pp. 291-297; M. Collignon, Hist. de la SculpL, I, 
pp. 120 e segg. ; H. Brunn, Griechische Kunstgeschichte, Munchen, 1897 II, pp. 83-90; E. v. 
Mach, Oreek Sculpùure, Boston, 1903, pp. 106-107, 109, 147; G. Perrot, Hist. de VArt, Vili, 
pp. 144 e segg.; H. Lechat, La Sculpture attigue avant Phidias, Paris, 1904, p. 3; P. Gardner, 
A Gramm. of Greek AH, p. 75; W. Klein, Geschichte der griechischen Kunst, Leipzig. 1904, I, 
p. 135. Vedi invece E. A. Gardner, The processes of Greek Sculpture, in Journ. of Hell. Stud., 
1890, pp. 131-134; E. L8wy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 33-36. 

( 3 ) Del resto se noi osserviamo che questa medesima squadratura e questo medesimo appiatti- 
mento si riscontrano nei prodotti della statuaria di popoli incolti anche per figure di piccole dimen- 
sioni, per le quali non possiamo parlare di tavola o tronco squadrato, giacche è più probabile che 
siano state tratte da un pezzo di legno informe, e se osserviamo che nelle statue grandi questa 



— 161 — 

scersi dei punti di veduta, col dovere che s' imporrà all'artista di esaminare e di 
riprodurre la forma ^a punti non più soltanto paralleli. Ed in tal modo sparirà anche 
quell'arrotondamento cilindrico delle statue, resultante da una costruzione astratta 
della figura per vedute parallele susseguentisi e tutte eguali, che altri invece ha cre- 
duto derivasse dalla tecnica della fusione in bronzo ('). Ma dal momento in cui 
l'arte greca libererà la sua statuaria dal parallelismo delle vedute sino al momento 
in cui essa, avendo accresciuto in modo straordinario i suoi punti d'osservazione, sarà 
giunta alla esatta riproduzione della forma dovranno passare ben due secoli: il cam- 
mino sarà lento perchè tracce dell'antico schematismo squadrato sarà possibile tro- 
varne persino nella evoluta arte di Prassitele ( 2 ) ma solo al termine di questo cam- 
mino l'arte umana potrà vantarsi di rappresentare la forma dei corpi anziché delle 
limitate vedute di essa. 

Perchè l'arte greca, sola tra tutte le arti umane, abbia saputo spezzare il pa- 
rallelismo costruttivo della statuaria, ed abbia costretta se stessa ad esaminare la 
forma da punti di vista obliqui si comprenderà solo quando avremo studiato lo svi- 
luppo del suo disegno e del suo rilievo disegnativo e prima di questi le caratteri- 
stiche di ogni disegno e di ogni rilievo disegnativo umano. 



Il parallelismo Se al parallelismo visivo noi dobbiamo la riduzione della 

nell arte del piano. f orma n ella riproduzione corporea di esseri od oggetti esistenti 
in natura, a questa medesima caratteristica della facoltà ottica dobbiamo, fenomeno 
precipuo tra tutti gli altri, la origine e la essenza dell'arte del piano, dobbiamo 
la creazione del piano disegnativo. 11 piano disegnativo è propriamente la base del 
cono visivo su cui cade perpendicolarmente l'altezza del cono medesimo: questa 
altezza è la distanza minima che separa il vertice dalla base e quindi i raggi 
ottici quanto più cadono vicino al punto in cui cade l'altezza tanto più sono brevi 
e tanto meno obbliqui. Ecco la ragione per cui l'occhio cerca di porre l'oggetto o 
la porzione dell'oggetto che deve guardare nella zona centrale del cono visivo, cioè 
in posizione parallela, ed ecco la ragione per cui parallelo è il piano disegnativo 
che noi possiamo considerare formato dalla giustapposizione delle piccole zone cen- 



squadratura e questo appiattimento si riscontrano anche per quelle parti della figura che sono 
lontane dalla superficie primordiale della tavola o del tronco squadrato, cioè ad esempio per la 
fronte, per il dorso nasale, per le ali del naso, per i piani faciali, per la superficie superiore dei 
piedi, si dovrà riconoscere che questi fenomeni più che ad una persistenza della forma della ma- 
teria, da cui è stata tratta la figura, si debbono ad un processo costruttivo della figura stessa. 

(') F. Winter, Studien zur àlteren griechischen Kunst, in Jahrbuch des Kais. deutsch. arch. 
Insù., 1899, pp. 73-78. 

( 2 ) E. L8wy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, p. 3G; A. Riegl, Spàtròm. 
Kunstind., pp. 54-55. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 22 



— 1(32 — 

trali di successivi coni visivi. Il parallelismo o ortogonalità del piano disegnativo 
è quindi stabilito sempre rispetto alla piccola zona di esso visibile in un determinato 
momento, e parallelo è sempre perciò, anche quando sia costituito geometricamente da 
una superficie curva, perchè successivamente le singole porzioni di essa vengono col- 
locate in posizione parallela. La differenza tra la superfìcie piana e la superficie curva 
è che l'occhio si muove in linea retta o in linea curva dinanzi ad esse, ma la eguaglianza 
sta nel fatto che si muove sempre parallelamente rispetto ad esse. Ora su questo 
piano così costituito, cioè sempre parallelo di fronte all'occhio nell'istante della vi- 
sione, vengono tracciati contorni simili a quelli con cui le figure tagliano lo spazio, e 
si ha il disegno. Ma mentre il contorno di un oggetto può tagliare lo spazio in tutte 
le direzioni possibili, il piano disegnativo possiede la caratteristica che ogni porzione 
di superficie che in esso è delimitata, giacendo in esso, partecipa della sua natura, è 
cioè equidistante e parallela rispetto al nostro occhio. Questa caratteristica del piano 
disegnativo possiamo in formula abbreviata denominarla parallelismo della linea di- 
segnativa, intendendo per altro non la sola linea aperta, spezzata che noi ritroviamo 
spesso nel disegno dei bambini o degl'incolti per parti del corpo in cui la dimensione 
di larghezza, essendo minima di fronte a quella di lunghezza, è abolita cioè per le 
gambe, le braccia, le dita, la bocca che sono rappresentate con dei semplici seg- 
menti di linea, ma anche la linea chiusa che delimita una porzione definita del 
piano. Con questa denominazione, parallelismo della linea disegnativa, intendiamo 
porre in luce la caratteristica sostanziale del disegno, cioè la coincidenza della linea 
disegnativa col piano in cui essa è tracciata: possiamo infatti con un atto espresso 
della volontà collocare il piano obliquamente dinanzi all'occhio in modo da ridurre le 
proporzioni della figura disegnata, ma con ciò non si riesce a far sì che la linea con cui 
essa è tracciata esca dal piano. Noi sappiamo bene che questa caratteristica è stata 
annullata dal piano disegnativo greco e quindi dal piano disegnativo moderno; in 
esso la linea può servire a rappresentare delle posizioni oblique in modo che ciò che 
è tracciato nel piano deve essere immaginato esistente in parte all'in fuori di esso, cioè 
alla giacenza reale nel piano è stata sostituita la giacenza illusiva fuori di esso, ma 
noi sappiamo anche che questo mutamento è una violenza che si fa al valore reale 
della linea disegnativa, cioè al suo parallelismo. 

Da questa caratteristica degli elementi del piano disegnativo deriva come corol- 
lario che essi sono nella incapacità di rappresentare la corporeità, giacché corporeità è 
inequidistanza, e la corporeità possiamo percepirla appunto solo "per mezzo della posi- 
sizione obbliqua o della veduta o della superficie dentro la veduta. Un solo esempio 
basterà a dimostrarlo: colla sola linea disegnativa è assolutamente impossibile rap- 
presentare la semisfera giacché essa spogliata della sua corporeità viene ridotta ad 
un cerchio, cioè da superficie corporea diviene superficie piana. Il medesimo caso 
si ha quando questa corporeità invece di essere unita come nella semisfera sia spez- 
zata cioè determinata dall'incontro angolare di più facce come è, ad esempio, per la 
veduta parallela di un poliedro: dentro questa veduta si tracciano, sì, le linee che indi- 
cano l'incontro angolare ma alle facce oblique sono sostituite delle facce piane. E che 
questa obliquità non sia in nessun modo rappresentata lo prova il fatto che essa 
manca di qualunque caratteristica definita di grado e può essere integrata a piaci- 



— 163 — 

mento dallo spirito dell'osservatore; se infatti si disegna in veduta parallela una pi- 
ramide guardata dal vertice la figura che si ottiene per mezzo della linea disegnativa 
non potrebbe mai far conoscere l'altezza della piramide, cioè la maggiore o minore 
obliquità delle sue quattro facce determinanti. 

Noi possiamo perciò dire che la linea disegnativa non solo evita lo scorcio esterno 
o di veduta, ma abolisce anche lo scorcio interno o di corporeità sostituendo delle 
facce parallele alle facce oblique. 

Riconosciuta così al piano disegnativo la sola capacità di rappresentare le vedute 
parallele incorporee degli oggetti, si comprende come il disegno primitivo tenda tra 
le vedute parallele che può offrire un oggetto a riprodurre quella la cui riduzione di 
corporeità debba esser minore, cioè la veduta parallela le cui due dimensioni siano 
le maggiori. Potremo chiamare questa veduta parallela la veduta parallela maggiore. 
Ma la natura offre nella forma dei suoi corpi inanimati ed animati costituzioni così 
complesse che è assolutamente raro che un corpo abbia coincidenti in un'unica veduta 
le vedute parallele maggiori di tutte le sue parti. Se la natura resultasse solo di corpi 
sferici o cubici ben facile sarebbe stata per il disegno la sua riproduzione, ma di fronte 
a forme così complicate quali*sono quelle dell'animale o dell'uomo, in cui le membra 
presentano vedute parallele ma disposte diagonalmente od obliquamente l'una rispetto 
all'altra, le esigenze del piano disegnativo sono state oltremodo disorientate. Si aggiunga 
a questa difficoltà della riproduzione della forma per se stessa anche l'altra che veniva 
dalle esigenze della relazionalità collo spettatore. Il disegno è come la statuaria opera 
d'arte che serve a riprodurre delle cose o degli esseri solo perchè il loro aspetto sia 
offerto ad uno spettatore e siccome ogni cosa e ogni essere ha in generale una sua 
veduta speciale di relazione, così è questa veduta di relazione quella che esige di essere 
riprodotta a preferenza di altre ('). Ma non tutte le vedute di relazione sono delle ve- 
dute parallele maggiori, anzi qualche volta non sono neanche delle vedute parallele : così 
per la figura umana la veduta di relazione, cioè la veduta di prospetto è una veduta 
complessa in cui esistono delle parti di scorcio come il naso e i piedi e delle parti 
in vedute parallele minori come le braccia e le gambe. Se la statuaria aveva potuto 
riprodurre questa veduta senza difficoltà ciò era perchè essa aveva i mezzi onde ren- 
dere la corporeità esistente dentro ogni veduta e lo scorcio del naso e dei piedi si 
riduceva quindi per essa ad un elemento di corporeità della veduta parallela di pro- 
spetto dell'intera figura. Non era la medesima cosa per il disegno che, mancando dei 
mezzi per riprodurre la corporeità, esigeva la veduta parallela e possibilmente la veduta 
parallela maggiore: la veduta di prospetto della figura umana quindi presentava ad 
esso difficoltà insormontabili. È vero che prima di giungere a confessare la sua inca- 
pacità ha tentato ogni mezzo per accordare le due esigenze ( 2 ) e ciò soprattutto per 
il prospetto del volto. Da questo punto noi seguiremo di grado in grado quel processo 
di coordinazione delle parti della figura nel disegno che costituisce l'elemento più im- 
portante di evoluzione nell'arte dei principianti, giacché rivela la tendenza istintiva 
alla rappresentazione più naturale possibile. 

(') E. Lowy, Die Naturw leder gabe in der alt. griech. Kunst, p. 26. 

( 2 ) E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 26, 54. 



— 164 — 

L'ostacolo alla rappresentazione del volto di prospetto sta nell'obliquità del naso: 
l'artista abolisce questa obliquità sostituendovi uno schema parallelo e cede con ciò 
alla esigenza di relazionalità a scapito della naturalezza. Ecco perchè tanto l'arte dei 
bambini quanto l'arte dei popoli incolti nel primo stadio offre per la figura umana la testa 
di prospetto (') dentro la quale il naso o è collocato di profilo o è ridotto allo schema 
di una piccola linea o strisciolina parallela. Ma se un mezzo termine potea così trovarsi 
per la rappresentazione della testa, insuperabile difficoltà offriva la posizione di pro- 
spetto dei piedi ( 2 ), cioè la loro collocazione obliqua rispetto al nostro occhio. Non 
v'era via di uscita: perchè i piedi potessero essere rappresentati dovevano essere col- 
locati nella veduta parallela maggiore cioè di profilo ( 3 ). E di profilo li vediamo nelle 
arti di tutti i popoli sia che vengano rappresentati ambedue rivolti dal medesimo 
lato per indicare la marcia, sia che vengano rappresentati nelle due direzioni 
opposte per indicare l'immobilità ( 4 ). Il disegno ha tentato anche un altro schema, ne 
ha tentato la veduta parallela dall'alto sforzando contro la posizione naturale l'arti- 
colazione del piede sulla gamba, cioè collocando il piede nel medesimo piano della 
veduta parallela di prospetto della gamba, ma in tal modo è venuto a sacrificare la 
posizione eretta della figura giacché il piede in tale posizione non può giacere sul 



(') J. Sully, Etudes sur Venfance, Paris, 1898, p. 465; S. Lewinstein, Kinderzeichn. bis zum 
14. Lebensjahr, pp. 62-63. Il medesimo possiamo dire per l'arte dei bambini o dei principianti an- 
tichi: vedi la figura su un frammento di ceramica di periodo greco-romano trovata in Egitto e con- 
servata ora al British Museum (32804); vedi le teste graffite nel forte di Diospolis Parva in epoca 
romana (III secolo d. C), W. M. Flinders Petrie, Diospolis Parva, London, 1901, p. 57, t. XLIV; 
e vedi un graffito di un principiante antico sulle pareti di un edificio dello Yucatan, E. H. Thompson, 
Ruins of Xkichmook, Yucatan, (Field Columbian Mus., Anthr. Ser.), Chicago, 1898, IP", p. 226 f. 33. 
Per l'arte dei popoli incolti moderni, vedi ad es. N. Jamasaki, Ein Besuch in den Kopfjàgerdòrfern 
auf Formosa, in Mitth. der anthr. Ges. in Wien, 1901, pp. 30-32, fi". 12-17. 

( 2 ) E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 10-11. 

( 3 ) Nella rappresentazione dei piedi poi e' è stato il problema della rappresentazione delle dita. 
L'arte egizia e, come l'arte egizia, tutte le arti primitive disegnano in origine i due piedi della figura 
umana come se ambedue fossero veduti dall' interno cioè dall'alluce anche quando i due piedi sono 
rivolti dal medesimo lato, e ciò avviene perchè la veduta dall'alluce è la meno corporea, quella che ha 
minor bisogno di riduzione al piano parallelo disegnativo, cioè di iscrizione interna. Sulla constata- 
zione del fenomeno vedi A. Erman, Aegypten und àg. Leben, II, p. 532; W. Spiegelberg, Gesch. 
der àg. Kunst, p. 4: per una particolare spiegazione di esso vedi E. Pottier, Le dessin par ombre 
portée chez les Grecs, in Revue des Etudes grecques, 1898, pp. 356 e segg. Le arti messicana e peru- 
viana invece hanno spesso rappresentato le dita visibili in tutti e due i piedi e scaglionate l'una 
al disopra dell'altra in veduta parallela. L'un caso e l'altro in fondo indicano la tendenza alla rap- 
presentazione della minima corporeità. 

( 4 ) Questa posizione divaricata dai piedi di profilo per indicare l'immobilità è propria dell'arte 
agli inizi ed è presto abbandonata perchè costituisce una contorsione innaturale. Solo l'arte messi- 

Tav.° MI, 8. cana l'ha conservata in pittura e rilievi durante tutto il suo corso : vedi tra i molti esempì nei 
rilievi T. Maler, Researches in the centrai portion of the Usumatsintla Volley, in Mem. of the 
Peabody Mus. ofAm. Arch. and Ethn., Harvard University. Cambridge Mass., 1901-1903. IP, tt. XII; 
XIV; XV, 1; XVII; XVIII, 2; XXVI, 1; XXVII; XXVIII; XXX; XXXI; XXXII; II", tt. XXXIV, 
1; XXXVI, 1; XLVI-LI; LUI; LV ; LVIII; LXII; LXIII; LXVI ; LXVII; LXVII; LXXII, 1, 3; 
LXXIII; LXXIV, 1; LXXVII, 1; LXXVIII. Gli esempì sono anche frequenti nell'arte peruviana. 



— 165 — 

terreno e sorreggere la persona ('). D'altro lato si comprende bene che il valore che 
aveva la testa per la relazionalità non era quello dei piedi : questi potevano essere 
più facilmente sacrificati e quindi non deve meravigliare se si trovano nel disegno 
dei bambini ( 2 ) e dei popoli incolti antichi ( 3 ) e moderni ( 4 ) delle figure a testa di 



(') Così l'arte egizia ha adoperato questo schema per la figura della Dea Nut dipinta o incisa 
nelle casse delle mummie, cioè immaginata distesa al pari del defunto: vedi al British Museum 
i nn. 6670, 6678, 6683; in un caso, la cassa 24906, l'artista ha approfittato dell'angolo formato dalle due 
pareti per dipingere i piedi non sul fondo della cassa ma sulla parete verticale, cioè in una posizione 
più naturale. Altri esempì se ne hanno al Louvre nei sarcofagi in pietra incisa di Tenthapi e di 
Tiskarti (in quello di Tenthapi i piedi sono rappresentati ad angolo, come nel 24906, ma in senso 
inverso) e nel sarcofago 891 dipinto. La pittura vascolare greca a figure nere adopera lo schema 
dei piedi veduti parallelamente dall'alto per le figure distese; in un solo caso a mia conoscenza 
per la figura eretta di una statua sotto un'edicola, E. Gerhard, Auserlesene griechische Vasenbilder, 
Berlin, 1858, t. CCXLI, = H. B. Walters, Catalogne of the Greek and Etruscan Vases in the Bri- 
tish Museum, London, 1893, II, B 49; o per una figura seduta, A. Salzmann, Nécropole de Ca- 
miros, Paris, 1875, t. LVII. L'arte messicana lo adopera per le figure accovacciate a gambe incro- 
ciate; cito tra i moltissimi esempì, Lord Kingsborough, Ant. of Mexico, IV, t. XV, 33; C. Nebel, 
Voyage pictoresque et archéologique dans la partie la plus intéressante du Mexique, Paris, 1836, 
tt. IX, XXIV ; J. L. Stephens, Incidents of travel in Central America, Chiapas and Yucatan, 
London, 1843,1, pp. 140-142 (tavola); H. Strebel, Alt-Mexico, Hamburg-Leipzig, 1885, t. XIV, 15; 
A. Penafiel, Mon. del arte Mex. ant., II, tt. 189-193, 198; T. Maler, Res. in the centr. port. of the 
Usumatsintla Valley, in Mem. of the Peabody Mus. of Am. Arch. and Ethn., Harvard University, 
Cambridge Mass., II", tt. XXXVI, 2; XXXVIII, 2; LXV; LXIX; LXX; LXXX, 2; J. Galindo y Villa, 
in An. del Mus. Nac. de Mexico, 1904, t. V, 2. 

(*) C. Bicci, L'arte dei bambini, Bologna, 1887, passim; J. Sully, Et. sur Venf, passim; S. De 
Sanctis, La ricerca psicologica nella grafica infantile, in Rivista d'Italia, 1901, pp. 49-65, 311- 
324, passim ; S. Lewinstein, Kinderzeichn. bis zum 14. Lebensjahr, tt. I-II, passim ; G. Kerschen- 
steiner, Die Entwìckelung der zeichnerischen Begabung, Munchen, 1905, tt. I; II; IV; VI-X;XII; 
XV; XVI; XCIV; XCV; XCVII-XCIX; CU; CHI; passim. 

( 3 ) Per l'arte preistorica egizia vedi J. Capart, Les deb. de VArt en Egypte, pp. 112-113, f. 80; 
pp. 113-116, f. 83; pp. 199-207, ff. 146 a b, 148 a. Per le incisioni rupestri della Scandinavia vedi 
M. Hornes, Urgesch. der bild. Kunst, pp. 374 e segg. ; K. Wormann, Qesch. der Kunst, I, pp. 29-31. 

(*) F. R. Martin, Sibirica, Stockholm, 1897, tt. XXII-XXIII (Ostiachi); Ad. de R5pstorff, Gè- 
genstànde von den Nicobaren, in Verhandl. der Beri. Ges. fur Anthr., 1882, pp. 110-112, t. XI, 1 ; 
W. Svoboda, Die Bewohner des Nicobaren- Archipels, in Int. Arch. fur Ethn., 1893, t. Ili, 27; W. Joest, 
Zwei verzierte Bambusrohre von Mindanao, in Int. Arch. fur Ethn., 1894, pp. 250-254; A. B. Meyer, 
Bilderschriften des ostindischen Archipels und der Sùdsee, in Pubi, aus dem Kòn. ethn. Mus. zu 
Dresden, Leipzig, 1881, I, pp. 1-2, t. I (Minahassa); J. G. F. Riedel, Alte Gebràuche bei Heirathen, 
Geburt und Sterbefàllen bei dem Toumbuluh-Stamm in der Minahasa-, in Int. Arch. fur Ethn , 
1895, p. 107, t. X, 5; H. Wohlbold, Beitrag zur Kenntnis der Ethnographie der Matty-Insel, in 
Int. Arch. fur Ethn., 1898, t. V ; R. Karutz, Zur Ethnographie der Matty-lnsel, in Int. Arch. fur 
Ethn., 1899, pp. 221-223, t. VIII; J. D. E. Schmeltz, R. Krause, Die ethn.-anthr. Abth. des Mus. 
Godeffroy in Hamburg, p. 61, t. VI, 2 (n. 2848, Nuova Guinea); p. 26, t. VII A (n. 2396, Nuova 
Britannia) ; O. Schellong, J. D. E. Schmeltz, Notizen iiber das Zeichnen der Melanesier, in Int. Areh. 
fur Ethn., 1895, pp. 57-61, tt. VIII-IX; A. C. Haddon, Drawings by Natives of British New 
Guinea, in Man, 1904, ti . 21, t. C, 2, 3 e segg., e ff. 3, 4, 5, 8, 12; R. Andree, Ethnographische Pa- 
rallelen, Neue Folge, Leipzig, 1889, t. II, f. 4 (Nuova Caledonia); F. v. Luschan, Das Wurfholz in 
Neu-Holland und Oceanien, in Festschrift fùr A. Bastian, p. 135 (Victoria); J. D. E. Schmeltz, 
Sùdsee-Reliquien, in Int. Arch. fùr Ethn., 1888, pp. 141-143 (isole Viti e Tonga); L. G. Seurat, 



— 166 — 

prospetto e a piedi e gambe di profilo. Del resto se si osserva che la posizione di 
prospetto dei piedi implica la posizione di prospetto delle gambe e che ogni movi- 
mento delle gambe che si effettui sul capo del femore o sul ginocchio nella direzione 
posteranteriore e anteroposteriore porta con sé uno scorcio si comprende che il disegno, 
se pure avesse risolto il problema della rappresentazione dei piedi, volendo rappresen- 
tare la figura di prospetto sarebbe stato condannato alla rappresentazione di figure 
immobili. Il disegno avrebbe avuto quindi dinanzi a sé un orizzonte anche più ristretto 
della statuaria perchè la statuaria può rappresentare quei movimenti che non tur- 
bano una delle vedute parallele adiacenti cioè appunto i movimenti delle gambe in 
avanti e in dietro. 

Ma se il disegno sacrifica così la relazionalità cioè la veduta di prospetto dei 
piedi non è lontano il momento in cui sacrifica anche la posizione di prospetto della 



Sur les anciens habitants de Vile Pitcairn, in Anthropologie, 1904, p. 369, f. 7; G. Catlin, Illu- 
strations of the manners, customs and conditions of the Nor ih- American Indians, London, 1866, 
I, p. 148, tt. XXX1X-XLII; II, pp. 246-248, ti CLXXIII-CLXXIX ; G. Mallery, Pictographs of the 
North- American Indians, in Fourth Annual Report of the Bureau of Ethnology, 1882-1883, 
Smithsonian Institution, Washington, 1886, tt. XXXVUI, L, LII-LVIII, LXVII, LXXIX, LXXXI; G. 
Mallery, Picture Writing of the American Indians, in Tenth Ann. Rep. of the Bur. of Ethn., 1888- 
1889, Smithsonian Institution, Washington, 1893, p. 79, f. 42; p. 88, f. 50; p. 95, f. 56; p. 98, 
f. 60, p. 112, ff. 76-77; p. 113, f. 78; p. 120, f. 87; p. 206, f. 157; p. 214, f. 160; p. 247, f. 165; 
p. 249, f. 166; p. 260, f. 176, tt. XXLXXIII, pp. 293-328 passim, p. 348, f. 456; E. B. Tylor, Notes on 
Powhatan's Mantle preserved in the Ashmolean Museum, in Int. Arch. fur Ethn., 1888, pp. 215-217, 
t. XX; L. Diguet, Note sur la Pictographie de la Basse Californis, in Anthropologie, 1895, pp. 165- 
170, ff. 10-12; 0. M. Dalton, Notes on an ethnographical Collection from the West Coast of North 
America, Hawaii and Tahiti, in Int. Arch. fur Ethn., 1897, pp. 236-237 (California); A. 13. Meyer, 
Seltene Waffen aus Afrika, Asien und Amerika, in Pubi, aus dem Kón. ethn. Mus. zu Dresden, 
Leipzig, 1885, V, p. 6, t. X, 5 (Nord-Est dell'America Meridionale); K. v. den Steinen, Unter den 
Naturvolkern Zentral-Brasiliens, Berlin, 1894, p. 253, tt. XVI-XIX; Th. Koch, Anfànge der Kunst 
im Urwald, Berlin, 1905, tt. X, XIV, XIX, XXI, XXII, XXV, XXVI, XXVIII-XXXII, XXXV, XLI, 
XLVII; M. Schmidt, Indianerstudien in Zentral-Brasilien, Berlin, 1905, pp. 300-302, f. 147; 
pp. 325-328, f. 157; M. Delafosse, in Anthropologie, 1900, p. 564, f. 18 (Costa dell'Avorio); Fùl- 
leborn, in Verhandl. der Beri. Ges. fur Anthr., 1900, pp. 518-519, ff. 11-15 e t. Vili, 4 (Africa Me- 
ridionale). Bicordo infine che la testa umana di prospetto isolata si riscontra assai frequentemente 
nei petroglifi o pittografie americane: citu qualche esempio tra i tanti, Warden, Recherches sur les 
Antiquités des Etats-Unis de VAmérique Septentrionale, in Recueil de Voyages et de Mémoires. 
1825, II, t. XII; M. E. de Bivero, J. D. de Tschudi, Antigùedades Peruanas. Viena, 1851, p. 102 
figura, t. XLLU ; W.Bo\\a,ert,Antiquarian,ethnological and other Researches in New Grenada, Equador, 
Perù and Chile, London, 1860, p. 30 tavola; L. Krug, Indianische Alterthumer in Porto Rico, in 
Zeitschr. fur Ethn., 1876, t. XXI; A. Goring, B. Hartmann, Sùdamerikanischer mit Sculpturen be- 
deckter Fels, in Verhandl. der Beri. Ges. fur Anthr , 1877, pp. 223-224, t. XVI; Th. Wolf, Hiero- 
glyphische Steininschrift aus Ecuador, in Verhandl. der Beri. Ges. fur Anthr., 1880, pp. 222-223; 
L. Netto, Investigacòes sobre a archeologia Brazileira, in Archivos do Museu Nacional do Rio 
de Janeiro, 1885, VI, tt. IX-XV; E. T. Hamy, Roches gravées de la Guadeloupe, in Decades ame- 
ricanae, V-VI, pp. 94-107, t. II: vedi inoltre una larga esemplificazione raccolta da G. Mallery in 
Tenth Ann. Rep. of the Bur. of Ethn. 1888-1889, Smithsonian Institution. Washington, 1893, 
p. 47, f. 4; p. 81, f. 44; p. 103, f. 65; p. Ili, f. 75; p. 116, f. 80; p. 138, f. 100; p. 139, f. 102; 
p. 147, f. 107; p. 506, f. 713; p. 617, f. 1106. 



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testa dopo che si è accorto che per quanti sforzi esso faccia la posizione del naso 
non è mai giusta e naturale ('). L'arte dei bambini offre esempì caratteristici dei 
tentativi vari che essa compie per la coordinazione del naso colla testa prima di dover 
rinunciare alla sua posiziono di prospetto, e tra essi certamente il più caratteristico, 
perchè quasi un ponte di passaggio, è quello del naso di profilo sull'orlo esterno del 
volto di prospetto ( 2 ). Il disegno quindi finisce per subire anche per la testa la ve- 
duta parallela maggiore e sostituendo alla veduta di prospetto la veduta di profilo 
sacrifica per sempre la veduta di maggior relazione ( 3 ): la figura non si volge più 
verso lo spettatore ma passa dinanzi a lui ( 4 ). Per altro è troppo se noi diciamo che 
ogni legame è spezzato: nel volto di profilo resta l'occhio di prospetto. È vero che 
l'occhio di prospetto rappresenta la veduta parallela maggiore di quest'organo, ma la 
veduta di profilo è anch'essa una veduta parallela cioè perfettamente consentita dal 
piano disegnativo, e quindi potrebbe sembrare strano che essa non sia giunta a sosti- 
tuire la veduta di prospetto che è così poco naturalmente coordinata colla veduta di 
profilo del volto. Accusare il disegno di un' incapacità alla riproduzione dell'occhio di 
profilo è errato: nell'arte greca si ha l'occhio di profilo o per meglio dire un tentativo 
di esso, giacché l' iride rimane sempre di prospetto, già sporadicamente nei sarco- 
fagi di Clazomene ( 5 ), ma pure l'occhio di prospetto nel volto di profilo si è conser- 



(•) J. Sally, Et. sur Venf., pp. 492-493, 539; E. L8wy, Die Naturwiedergabe in der alt. 
griech. Kunst, p. 26. 

( 2 ) J. Sally, Et. sur Venf.,^. 470, f. he; 472, ff. 6 a, b; 473, f. Qc; 476, f. 11 a; 479, ff. 14 a, e, 
15 5; 480, ff. 16 a, e; 481, f. 17; 482, f. 18 a; 484, f. 20 a; 485, f. 21 b; 488, ff. 23 5, 24 a, b; 493, 
f. 27; 494, f. 285; 499, f. 32; 500, f. 34; 501, f. 36; 504, f. 38; 509, f. 40c; 511, ff. 41, 42«; 
514, f. 445; 520, f. 46. S. Lewinstein, Kinderzeichn. bis zum 14. Lebensjahr, pp. 10-11, Tab. E; 
15; tt. II 8,9; III k. 7, k. 9; IV 14; V 16-17; VI 18;XLVIII90a;L94«, b; G. Kerschensteiner, 
Die Entw. der zeichn. Beg., tt. I 6, 9; V 20, 22; VI 25; VII 12, 13; XI 11, 14; CXX 2, 3, 
12, 13, 16. 

(•*) Se, come osserva L. v. Frobenius, in Mittheil. der anthr. Oes., Wien, 1897, p. 7, i Bosci- 
mani e gli Egizi preferiscono il profilo e i negri preferiscono il prospetto ciò si deve al fatto che 
l'arte dei negri si trova ad uno stadio meno «voluto in cui non è ancora avvenuta questa coordi- 
nazione tra le parti della figura umana. 

( 4 ) È noto che l'arte dei principianti moderni rivolge la figura di profilo sempre verso si- 
nistra: S. Lewinstein, Kinderzeichn. bis zum 14. Lebensjahr, pp. 16, 47; vedi invece J. Sully, 
Et. sur Venf., pp. 504-505, 540. Ora ciò dipende solamente dal fatto che i movimenti che noi com- 
piamo colle mani, data la natura, dell'articolazione delle braccia, tendono a svolgersi dall'interno 
verso l'esterno tanto che se dobbiamo tirare una linea o disegnare un cerchio la tiriamo o lo dise- 
gniamo da sinistra verso destra se adoperiamo la mano destra, da destra verso sinistra se adoperiamo 
la mano sinistra. Questo stadio è per altro presto oltrepassato e quindi l'artista si avvezza a dise- 
gnare le figure verso ambedue le direzioni. Sul fenomeno e sulle diverse interpretazioni di esso vedi 
D. G. Brinton, Left-handedness in North American aboriginal Art, in American Anthropologist, 
1896, pp. 179-181; D. J. Cunningham, Right Handedness and Left Brainedness, in Journal of the 
Anthropological Institute of Great Britain and Ir eland, 1902, pp. 274-276; P. Salmon, in Bulletins 
et Mémoires de la Società d'Anthropologie de Paris, 1904, p. 335. 

( 5 ) Oltre all'esempio citato da J. Lange, Die Darst. des Mensch., pp. xxii-xxiii, e da A. Joubin, 
Sarcophages de Clazomene, in Bull, de Corr. hell., 1895, p. 70, n a . 1, che si riscontra in un sarcofago 
di Kameiros (A. S. Murray, Terracotta Sarcophagi Greek and Etruscan in the British Museum, 



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vato giù sin nel bassorilievo del Partenone (') ai cui artisti non si pud certo attri- 
buire una tale inettitudine. No, l'occhio di prospetto nel volto di profilo è stato con- 
servato, salvaguardato in tutte le arti disegnative perchè esso è l'ultimo legame 
che tiene avvinto lo spettatore alla figura rappresentata ( 2 ). Il disegno ha dovuto 
rinunciare a causa delle esigenze del piano disegnativo alla rappresentazione della 
faccia di relazione, cioè alla veduta di prospetto del volto, ha voluto tuttavia 
che ogni legame non fosse spezzato ed ha lasciato aperto quest'occhio sullo spet- 
tatore ( 3 ). 

Con ciò abbiamo descritto il processo di coordinazione per cui il disegno 
anche dei bambini e dei popoli incolti passa dalla rappresentazione di prospetto del 
volto a quella di profilo. L'arte certo non si dimenticherà in appresso di essere ca- 
pace di rappresentare anche il volto di prospetto sacrificando più o meno la forma 
del naso, e, quando ciò sia richiesto dall'azione che vuole rappresentare, tornerà spo- 
radicamente a questo schema, vi tornerà collocando in veduta parallela ciò che in 
natura esiste in posizione obliqua, cioè spostando le orecchie in modo che esse si pre- 
sentino nella veduta parallela maggiore e rappresentando parallelamente le due vo- 
lute laterali del naso in modo da dare a questo lo strano aspetto schiacciato che è 
caratteristico per tutti i visi di prospetto di tutte le arti primitive ( 4 ). Di questa ve- 
duta di prospetto del volto potremmo citare esempì in tutte le arti, nell'arte caldeo- 



London, 1898, pp. 15-20, t. Vili) posso ricordarne un altro in un sarcofago proveniente anch'esso 
da Rodi ed esistente al Fitzwilliam Museum di Cambridge. L'occhio di profilo invece non ho ve- 
duto nella pittura di Knossos del giovane col vaso: A. J. Evans, The Ann. of the Brit. School 
at Athens, 1899-1900, VI, p. 16. E correttamente o quasi come tende a credere il Perrot, (G. Perrot, 
Ch. Chipiez, Hist. de l'Art, V, pp. 844-845) non è, a parer mio, disegnato l'occhio nelle teste di 
profilo dei rilievi assiri. Invece, se le copie sono fedeli, l'occhio di profilo si ha nelle pitture parietali 
di Chacmultun nello Yucatan : E H. Thompson, Archaeological Researches in Yucatan, in Mem. 
of the Peabody Mus. of Am. Arch. and Ethn., Harvard University, Cambridge Mass., 1904, III', 
pp. 14-15. t. Vili. 

(') A. S. Murray, The Sculptures of the Parthenon, London, 1903, p. 124. 

(*) Esso riappare in arti derivate dalla greca, allorquando i mezzi rappresentativi tendano a 
riafferrare il loro valore reale parallelo, e specialmente nei bassorilievi: tra i numerosi esempi del- 
l'arte romana si veda il rilievo dell'arco di Claudio a Villa Borghese, (Monumenti dell" Istituto, 
X, t. XXI ; Brunn-Bruckmann, Denkrn. griech. und rom. Sculpt., t. 403 ; W. Helbig, Fùhrer durch 
die o/fentlichen Sammlungen klassischer Alter tùmer in Rom, 3 Leipzig, 1899, II, 897), citato da 
F. Wickhoff, Rom. Art, p. 75. Per le monete di Diocleziano vedi J. Lange, Die Darst. des 
Mensch., p. 102. Questo fenomeno si riscontra poi largamente nell'arte cristiana medioevale e nel- 
l'arte buddistica. 

( 3 ) Vedi invece la ragione che dà P. Hartwig, Die griechischen Meisterschalen der Blùthezeit 
des strengenrothfigurigen Stiles, Stuttgart-Berlin, 1893, pp( 163-165, per la sua conservazione nella 
pittura vascolare greca quando doveva, a parer suo, invece essere stato già eliminato dalla grande 
pittura. 

(*) Questa medesima riduzione alla seconda dimensione di elementi del volto, che in realtà 
si svolgono nella terza, si ha per i capelli e le ciglia quando siano tracciate, come accade frequen- 
temente nella pittura vascolare greca, e per le zanne della Gorgone che sono curve nel piano invece 
di esserlo nello spazio. 



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assira ('), egizia (*), miceDea ( :t ), greca ( 4 ), cinese-prebuddistica ( 5 ), americana ( 6 ), 

(') G. Tcrrot, Ch. Chipiez, Hnt. de l'Art, II, p. 675, f. 332; p. 681, f. 337; A. Furtwangler, 
Die antiken Gemmen, Leipzig-Berlin, 1000, I, t. I, 1-2. 

(*) Figura di prigioniero tenuto pur i capelli dal Faraone, o figure di combattenti o altre 
simili : I. Kosellini, Monumenti dell'Egitto e della Nubia, Pisa, 1832, I, tt. 46, 47, 50, 59, 79 
105, 108, 131, 132, 136, 141, 156 4 , II, t. 85 c ; li. Lepsius, Denkm. aus Aegypten und Aethiopien 
VI, tt. 128 b , 129, 144, 145 c , 153, 156, 166; VII, tt. 186, 188 b , 210 a , 211; Vili, t. 253 d ; IX, tt. 51 b 
52 a , 53", 74°; X, tt. 15 c , 49, 56; XII, t. 84; R. Lepsius, Abtheilung der àgyptischen Alterthiimer 
Die ÌFandgemàlde" (Kónigliche Museerì), Berlin, 1882, tt. XXXI-XXXU. Per le suonatrici di Beni 
Hassan (è notevole che esse invece di avere il naso schiacciato di prospetto lo hanno disegnato di 
profilo) vedi I. Rosellini, Mon. dell' 'Egitto e della Nubia, II, t. 99 1,2 ; R. Lepsius, Abth. der àg. Alt., 
Die Wandgem., 3 1. XII 4 ; G. Perrot, Ch. Chipiez, Hist. de l'Art, I, p. 794, f. 523. Una figura analoga 
esiste al Louvre. Per altri esempì di testa di prospetto vedi in Catalogue General des Antiquités 
égyptiennes du Musée du Caire, G. Daressy, Ostraca, Le Caire, 1901, t. XV, 25074; t. XXXI, 25175. 
Si ricordi inoltre il geroglifico a testa umana e la rappresentazione della testa della dea Hathor o 
della dea Nut, quest'ultima nelle casse delle mummie. 

( 3 ) Tra le pitture di Knossos vi è un frammento rappresentante un pendaglio a forma di testa 
umana di prospetto. In una gemma della necropoli di Phaistos v'è la incisione di una testa umana 
di prospetto: L. Savignoni, Scavi e scoperte nella necropoli di Phaestos, in Mon. Ant. della R. 
Acc. dei Lincei, XIV, 1904, ce. 623-624, f. 96; e teste di prospetto vi sono nelle cretule diZakro: 
D. G. Hogarth, The Zakro Sealings, in Journ. of Hell. Stud., 1902, t. Vili, 76, 78. 

( 4 ) Cito tra i molti esempì: Mon. dell' ht., I, 51; (vaso calcidese, guerrieri) E. Pottier, Vases 
antiques du Louvre, t. LVII (E 797); A. Furtwangler, K. Reichhold, Griechische Vasenmalerei, 
Miinchen, 1900. tt. I-II, P- 5 (vaso Francois: teste di Dionysos e Kalliope); A. Furtwangler, K. 
Reichhold, Griech. Vasenmah, t. XLI; (testa di Phineus nel vaso di Wurzburg); Wiener Vorleg- 
blàtter, 1889, t. II, 3 b = Ath. Mitth., 1889, 1. 1, (una delle Nysai nel vaso di Sophilos); H. B. Walters, 
Cat. of the Greek and Etr. Vases in the Brit. Mus., II, t. IV, B 194. Per le placche a rilievo 
vedi, A. Salzmann, Nécr. de Camiros, t. I; per i rilievi in argilla di anfore beozie vedi, P. Wolters 
BoitoTixcci XQxaiÓTt]Te;, in 'Eq>t]fi. <xq% ■., 1892, tt. VIII-IX; A de Ridder, Amphores béotiennes àreliefs, 
in Bull, de Corr. hell., 1898, tt. IV-V; o H. B. Walters, History of ancient Pottery, London, 
1905, I, p. 497, t. XLVII. 

( 5 ) E. Chavannes, La sculpt. sur pierre en Chine, t. XXXVI; M. Paléologue, L'Art chin., 
p. 309 (figura). 

( 6 ) Per l'antico Messico vedi esempi: nei manoscritti Bodleiano H 75 e imperiale di Vienna, 
Lord Kingsborough, Ant- of Mexico, I-II passim; nelle sculture del Guatemala, S. Habel, Sculptures 
de Santa Lucia Cosumalwhuapa dans le Guatemala, in Annales du Musée Guimet, 1887, X, tt. Vili 
2, IX 3-4, X 5-6, XI 7; nei rilievi in oro, A. Chavero, in An. del Mus. Nac. de Mexico, V, t. XII; 
nei rilievi in pietra, J. Galindo y Villa, in An. del Mus. Nac. de Mexico, 1904, p. 209 figura; tt. VII 
1-2; Vili 2, dove la sporgenza del rilievo agevolava questa rappresentazione di prospetto. Per 
l'antico Perù vedi esempì nelle stoffe e nei vasi a rilievo, F. de Castelnau, Exp. dans les part. 
centr. de VAmérique du Sud, III, tt. Vili, X, XIII; M. E. de Rivero, J. D. de Tschudi, Ant. Per., 
tt. XIV, XXII; Ch. Wiener, Pérou et Bolivie, pp. 496, 540, 038, 650-652, 701 (figure); W. Reiss, 
A. Stiibel, The Necropolis of Ancori, London-Berlin, 1881, tt. 33, 33 a , 45, 46, 47, 50, 51, 52, 53, 57 2 , 
60 a J 5, 61, 65', 66 6 , 68 a 1 , 69' «*, 75 2 ; A. Stiibel, W. Reiss, B. Koppel. M. Uhle, /Cult, und Ind. 
sùdam. Volt, I, t. XXIII, 11; II, tt. XI, 3, 4, 5, XIV, 2-4, XVI; E. Seler, Per. Alt., tt. 111,10, 
XVI, 13, 17. XXI, 12, 16, 17, XXII, 19, XXVII, 8, XXVIII, 1, 7, 8, 9, 13, 15-18, XXIX, 8, 13, 18, 
XXX, 8, 10, XXXIV, 4, XXXV, 13, 14, XL, 9, 18, XLIII, 1; H. H. Giglioli, Notes on some remar- 
kable specimens of Old Peruvian « Ars Plumaria », in Int. Ardi, fur Ethn., 1894, t. XV, 8. 

Tanto più facile doveva riuscire all'arte americana, per la mancanza del naso, che si riduceva 
alla sola apertura piriforme, la rappresentazione del teschio di prospetto : vedi ad esempio, A. Cha- 

Classk di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 23 



— 170 — 

specialmente là dove, come nelle arti americane, essa è voluta dal carattere iconico, 
religioso della figura o là dove la testa dalla sua stessa collocazione trae la ragione 
della sua relazionalità collo spettatore come ad esempio per gli « episemata » degli 
scudi ('): ma essa rappresenta sempre la eccezione di fronte alla regola e si può 
dire che il volto di profilo resta lo schema disegnativo per eccellenza e il più im- 
Tav.» mi. portante elemento di contrapposizione allo schema statuario ( 2 ). 

Ma il disegno non era ancora giunto a risolvere tutte le difficoltà nella rappre- 
sentazione della figura umana: tra la testa e le gambe di profilo v'era un'altra parte 
del corpo che doveva essere rappresentata nella sua veduta parallela maggiore, il 
tronco. Ora la veduta parallela maggiore del tronco è quella di prospetto; di qui 
il problema come coordinare il tronco di prospetto colla testa e colle gambe di pro- 
filo. Già la posizione della testa di profilo sul tronco di prospetto, che pur sembra 
una posizione possibile, è una violenza alla coordinazione naturale giacché in natura 
il collo non permette tal grado di roteazione e quindi la testa rimane sempre un po' 
obliqua rispetto alle spalle; ma ancor maggior violenza è la posizione di prospetto 
del tronco rispetto alle gambe di profilo. L'arte dei bambini e dei popoli incolti non 
si preoccupa di ciò ; essa pianta questo tronco di prospetto sulle gambe di profilo senza 
porsi il problema se ciò possa corrispondere ad un movimento naturale e riproduci- 
bile ( 3 ), tanto più che là dove le figure sono rappresentate vestite, come nel disegno 
infantile moderno, l'abito nasconde la zona di collegamento ( 4 ) ; ma l'arte più evo- 
luta, l'arte colta, ha visto il nodo della questione, ha compreso che una parte doveva 
essere sacrificata ed ha sacrificato l'addome attribuendogli una funzione mediatrice di 
contorsione. E se è pur vero che anche qui, quando l'addome è coperto, il problema 
della coordinazione è in realtà soppresso, quando invece, come nell'arte micenea e 
greca, esso è rimasto nudo, la trattazione del suo interno, cioè la tendenza ad una 
sua più esatta e più naturale rappresentazione, ha costituito una vera difficoltà. Non 
dobbiamo per altro confondere ciò che dovrebbe avvenire in natura e ciò che è rap- 
presentato nell'arte: se in natura per comprendere la posizione dell'addome tra le 
gambe di profilo e il torace di prospetto siamo costretti a pensare ad una contorsione e 
quindi ad uno scorcio, nell'opera d'arte questo scorcio non esiste ( 5 ): gli artisti non 
hanno fatto altro che riunire nel piano le linee del contorno del torace di prospetto 



vero, in An. del Mus. Nac. de Mexico, V, t. V; Z. Nuttall, Codex Nultall, Facsimile of an 
ancient Mexican Codex belonging to Lord Zouche of Harynworth (England). Cambridge Mass., 
1902, t. LXII; LXXII. 

(') Si pensi al Gorgoneion greco (E. Lowy, Die Naturwiederga.be in der alt. griech. Kunst, 
p. 26) non dimenticando anche per altro che esso era la traduzione disegnativa di una testa che 
s'immaginava, per il mito, sporgente corporeamente dall'egida o dallo scudo. Si pensi, ad esempio, 
agli scudi di Borneo, ,T. D. E. Schmeltz, Beitràge zur Ethnographie von Borneo, in Int. Ardi, far 
Ethn., 1890, p. 239, t. XIX; e ad alcuni strumenti cerimoniali della Nuova Guinea, J. D. E. Schmeltz, 
Beitràge zur Ethnographie von Neu Guinea, in Int. Arch. fùr Ethn., 1895, t. XV, 6-8. 

( 2 ) E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 25-26. 

( 3 ) J. Sully, Et. sur Venf, pp. 503-504. 

(*) E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst. p. 43. 
(*) J. Lange, Die Darst. des Mensch., pp. xxiv, 96. 



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colle linee del contorno delle gambe di profilo lasciando in mezzo uno spazio sufficiente 
per la figurazione dell'addome ma senza preoccuparsi se quest'unione che nel piano 
avveniva con linee parallele, cioè colla delimitazione di una parte di superficie parallela, 
in natura invece presupponesse uno scorcio. Lo scorcio quindi esisterebbe per l'addome 
in natura se il torace fosse di prospetto e le gambe fossero di profilo, non esiste invece 
nel piano disegnativo in cui è solo integrato o immaginato dalla nostra mente. E ciò è 
tanto vero che l'arte greca, che si è preoccupata del disegno interno dell'addome nelle 
sue figure, ha tracciato questo disegno come se si trattasse di una porzione di veduta Tav hi, o. 
parallela di prospetto dell'addome stesso. L'addome è adunque nel disegno primitivo 
una specie di zona neutra (') di cui sul piano non esiste una reale posizione ma di 
cui la reale posizione è integrata dall'immaginazione dello spettatore. Di queste zone 
neutre che dovrebbero in natura essere degli scorci e che nel piano sono invece rese 
con linee parallele, si riscontrano ancor altre nel disegno primitivo; si pensi al corpo 
di certe figure di animali nella glittica micenea ( 2 ) che data la posizione di profilo 
della testa e delle gambe sembrano compiere contorsioni spaventose, al collo degli 
animali che presentano il corpo di profilo e la testa di prospetto nella pittura va- 
scolare greca di stile orientalizzante, alle cosce di certe figure accovacciate con gambe 
incrociate di prospetto nei disegni e nei rilievi messicani ( a ). 

Ma tra le tante arti disegnative umane una sola, la egizia, ha cercato di dare 
al problema della posizione del tronco tra la testa e le gambe di profilo una solu- 
zione diversa. Scartiamo assolutamente l'opinione corrente che vede nel tronco egizio 
la forma la più complicata possibile, una forma resultante dall'unione della veduta 
di profilo per il contorno anteriore, della veduta di prospetto per il contorno poste- 
riore del torace e della veduta di scorcio per l'addome ( 4 ). Questa ipotesi non è altro 
che un'interpretazione arbitraria di ciò che offre il disegno egizio. Anzitutto l'addome 
non è di scorcio ma di profilo: ciò che ha tratto in inganno è la posizione dell'um- 
bilico che è disegnato di prospetto un po' più in dentro del contorno esterno e che quindi 
ha obbligato a immaginare l'addome di scorcio. L'umbilico disegnato di prospetto nell'in- 
terno dell'addome di profilo è un'integrazione, è la rappresentazione in veduta paral- 
lela maggiore di ciò che nella veduta di profilo dell'addome non potrebbe essere vi- 
sibile ( 5 ). Senza ricorrere al caso principe dell'occhio di prospetto nel volto di profilo 



(') Ciò dipende anche dal suo scarso valore di relazionalità, scarso valore che condivide con 
tutto il tronco: E. L6wy, Die Naturwiederga.be in der alt. griech. Kunnt, p. 43. 

(*) A. Furtwangler, Die ant. Gemmen, I, t. II, 13. 15, 37; III, 3-5, 10, 35-39, 42, 47. 

( 3 ) Vedi ad esempio, Lord Kingsborough, Ant. of Mexico, II (bassorilievo del Gabinetto Reale 
di Antichità); IV, t. XV, 33 (pietra della base della piramide di Xochicalco) ; A. Penafiel. Mon. 
del arte Mex. ant., II, tt. 180-182, 189-194, 198 (rilievi di Xochicalco); T. Maler, Res. in the centr. 
port. of the Usumatsintla Valley, in Mem. of the Peabody Mus. of Am. Arch. and Ethn., Har- 
vard University, Cambridge Mass, II', t. XXVI 2; li", tt. XXVII 1 ; XXXVIII 2; LXX. 

( 4 ) A . Ennan, Aegypten und àg. Leb., II, p. 532 ; G. Steindorff, in Baedeker's, Aegypten*, p. cxliii ; 
W. Spiegelberg, Gesch. der àg. Kunst, pp. 3 e segg. 

( 5 ) E ciò è anche dimostrato dal fatto che viene disegnato l'umbilico di profilo anche quando 
tutto il tronco è di profilo, cioè quando non vi può essere nessun dubbio che sia di profilo anche 
l'addome. Tra i moltissimi esempi ricordo, R. Lepsius, Denkm. aus Aegypten und Aethiopien, IV, 



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posso additare un caso analogo nella stessa arte egizia per l'unghia dei fissipedi: 
il taglio mediano dell'unghia è disegnato al di qua del contorno di profilo dell'unghia 
stessa sicché l'apparenza è quella di uno scorcio mentre in realtà si tratta di una 
veduta di profilo integrata. Adunque l'addome nelle figure egizie non è di scorcio 
ma di profilo e il decorso stesso del suo contorno e il riannodamento al contorno di 
profilo del torace lo indicano senza alcun dubbio. L'arte egizia ha perciò rappresentato 
Tav.» mi, 2. l'intero tronco di profilo ('), e se invece si è voluto vedere nel contorno posteriore 
del torace una veduta -di prospetto del torace stesso ciò è perchè il torace di profilo 
dovendosi unire in alto alle spalle di prospetto, dovendosi innestare nell'incavo delle 
ascelle non ha potuto mantenere la sua strettezza e si è leggermente aperto a cam- 
pana nei punti di incontro. 

In fondo se noi esaminiamo lo schema della figura egizia troviamo che quest'arte 
ha dato forse la risoluzione più semplice al problema della collocazione del tronco 
tra la testa e le gambe di profilo: ciò che infatti interessava il disegno non era la 
veduta di prospetto del torace ma quella delle spalle giacché questa porta con sé 
la visibilità di ambedue le braccia, cioè delle membra più importanti di relazione 
dopo la testa. Il valore di relazionalità del tronco è assai minore, quindi la sua po- 
sizione di prospetto non necessaria. Mentre le altre arti adunque hanno accompagnato 
alla veduta di prospetto delle spalle quella del torace e si sono trovate a dover ri- 
solvere il problema della coordinazione tra la parte superiore e la parte inferiore 
del corpo nell'addome, l'arte egizia ha accompagnato alla veduta di profilo delle 
gambe quella di tutto il tronco ed ha risolto, o per meglio dire tagliato il problema, 
abolendo qualunque zona mediatrice di questa coordinazione ( 2 ). A chi guarda la 
figura egizia col pregiudizio che tutto il suo tronco sia la più complicata combina- 
zione immaginabile, il suo schema appare il meno naturale tra tutti, ma in realtà 
l'arte egizia ha evitato le difficoltà che offriva la rappresentazione di una zona in- 
termedia. Tra le spalle di prospetto e il tronco di profilo essa pone uno iato, come 
il bambino o il disegnatore incolto lo pone tra il tronco rappresentato interamente 



107-108; V, 2 d ; VII, 206 b ; Vili, 287 a ; E. Prissc d'Avennes, Histoire de l'Art égyptien, Paris, 
1803, II, t. Ili; G. Perrot, Ch. Ghipiez, ffist. de l'Art, 1, p. 706, f. 474; J. Capart, Ree. de Moti. 
ég., I, t. XLII. 

(') Vedi invece K. Wormann, in A. Woltmann, Gesch. der Mal., I, p. 11 ; A. Wagnon, La Sculp- 
ture antique, Traité d'Archeologie comparée, Paris, 1885, p. 136; P. Girard, La Peint. ant., pp 24- 
25; L. v. Sybel, Wellgeschichte der Kunst ini Altertum 2 , Marburg, 1904, p. 27; A. Riegl, Spàtróm. 
Kunstind., pp. 52-55; W. v. Bissing, in W. v. Bissing, F. Bruckmann, Denkm. àg. Sculpt., testo 
alla t. XIV. 

( 2 ) Questo schema appare sporadicamente, e soprattutto per la iìgura femminile, anche nell'arte 
messicana: vedi ad esempio, Lord Kingsborough, Ant. of Mexico (Codex Land della Bodleiana di 
Oxford), II, tt. X e segg. ; Ch. E. Brasseur de Bourbourg, Manuscrit Troano, Paris, 1869, tt. XXII*, 
XXXIV*; Due de Loubat, Còdice Cospiano, Roma, 1898, passim; Il manoscritto messicano vaticano 
3773, Roma, 1890, tt. XLI, XLII, LXXVII-LXXIX, XC; Codex Fejérvdrg-Mayer, Paris, 1901, 
tt. XVIII, XXIX, XXX; Z. Nuttall, Codex Nultall, tt. XVI, XX, XXVII, LXXVIL Appare inoltre 
in figure incise o intagliate in rame provenienti dai « Mounds » dogli Stati Uniti: C. Thomas, Burlai 
Mounds of the Northern Sections of the United States, in Fifth Ann. Rep. of the Bur. of Ethn. 
1883-1884, Smithsonian Institution, Washington, 1S87, p. 100, f. 42; p. 101, f. 43. 



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di prospetto e le gambe di profilo, giacché non è in alcun modo possibile che le duo 
parti possano così roteare, in natura, di novanta gradi, e perciò, con tale schema, non 
istiga la mente dello spettatore colto, co*me accade per lo schema delle altre arti, 
a immaginare in qual modo potrebbe avvenire realmente tale coordinazione, quale 
potrebbe essere il grado di torsione della parte intermedia. 

Questa rappresentazione caratteristica del tronco nell'arte egizia è elemento così 
sostanziale ed inscindibile del suo schematismo disegnativo che noi possiamo esclu- 
dere appunto sulla base di esso qualunque derivazione della pittura micenea dalla 
pittura egizia: difatti la pittura micenea presenta lo schema del torace di prospetto 
sulle gambe di profilo, quello stesso dell'arte caldeo-assira, quello stesso che apparirà 
più tardi nella Grecia. È innegabile che l' arte egizia ha posseduto anche lo schema 
del torace di prospetto ma esso è relativamente assai raro ( ! ) e appare con una certa 
frequenza solo nei monumenti dell'Etiopia ( 2 ). 

Del resto il disegno egizio, adottando la veduta di profilo per la figurazione del 
torace, ha risolto anche nella forma più semplice un altro dei problemi che si ricon- 
nettono alla rappresentazione di questa parte del corpo umano, la figurazione delle mam- 
melle e soprattutto delle mammelle femminili. Data la loro forma e la loro colloca- 
zione naturale, queste ultime non presentano una veduta parallela precisa nella 
posizione di prospetto del torace : la loro veduta parallela precisa è quella che si ha guar- 
dandole in modo che il capezzolo si delinei sul loro contorno esterno, ad esempio guar- 
dandole di profilo, e quindi il disegno egizio ha potuto bene accordare il contorno di 
una di esse colla veduta di profilo del torace. Il problema è stato, invero, diverso per 
le arti, quali la micenea e la greca, che avevano la veduta di prospetto del torace, 
ma è stato risolto sempre secondo la legge essenziale del piano disegnativo, la legge 
della riduzione alla veduta parallela : la coordinazione naturale è stata spezzata e le 
mammelle sono state rappresentate sempre ambedue parallelamente o rivolte dal me- 
desimo lato o rivolte dai lati inversi o pendenti ( 3 ). 

Ed un'altra difficoltà, ma appianata anch'essa secondo la medesima legge della 
riduzione al parallelismo, si è presentata al disegno primitivo, e questa senza ecce- 

(') Esso si ha talvolta nella figura della Dea Nut rappresentata nell'interno delle casse delle 
mummie cioè là dove la figura è concepita interamente di prospetto. 

( 3 ) E. Lepsius, Denkm. aus Aegypten und Aethiopien, X, 19 a , 23 b , 27, 33, 39, 41 ab , 48% 50 b , 
55 a ' b \ 63, 65 b , 66 bd , 67 b - d , 68 acf , 70 bc . 

( 3 ) Per l'arte micenea addito molti esempi di questi diversi schemi nelle pitture « miniature » 
di Knossos; nell'arte greca sono troppo frequenti nella pittura vascolare perchè abbia bisogno di 
darne un esemplificazione. Noto poi che in quei casi in cui nell'arte egizia è stato rappresentato 
il torace di prospetto si hanno i medesimi schemi che nell'arte micenea e greca; si osservino una 
figura di donna nelle pitture della tomba di Ti a Seqqarah, V. Loret, La tombe d'un ancien Egyptien, 
in Ann. du Jlfus. Guimet, 1887, X, tavola; una maschera di mummia, J. Capart, Ree. de Mon. ég., 
II, t. LXIV ; le suonatoci di Beni-Hassan e le figure della Dea Nut dipinte nell'interno delle casse 
delle mummie, ad esempio i numeri C670, 6678, 6683, 24906 del British Museum. Inoltre lo schema 
delle mammelle pendenti è frequente nell'arte etiopica. Per l'arte messicana ricordo, Ch. E. Brasseur 
de Bourbourg, Man. Troanu, tt. XXV, XXVII; Lord Kingsborough, Ani. of Mexico, II, tt. V, VIII 
e segg. (manoscritto Laud della Bodleiana di Oxford); Due de Loubat, Il man. mess. vai. 3773, 
t. LXXIV; II manoscritto messicano Bor giano del Museo Etnografico della S. Congregazione di 
Propaganda Fide, Roma, 1898, tt. XVI, XX, XXXI, XLVII, XLVIII, LUI, LIX, LXVI. LXXIV. 



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zione per l'Egitto, nella riproduzione del corpo umano cioè nella coordinazione delle 
sue parti tra di loro. Il disegno presenta le spalle di prospetto perchè questa è la 
ioro veduta parallela maggiore e quella clìe permette la visibilità di tutte e due le 
braccia, ma, nella posizione di prospetto, le braccia in natura non hanno la veduta 
parallela maggiore anzi per l'avambraccio non presentano neanche una veduta paral- 
lela. La loro veduta parallela maggiore è quella di profilo e nella posizione di 
profilo possono svolgersi in veduta parallela quei movimenti intorno al gomito che 
invece nella posizione di prospetto si svolgono in profondità cioè apportano anche col 
minimo spostamento un'obliquità. Il piano disegnativo adunque impone anche qui la 
veduta parallela maggiore : le braccia di profilo vengono attaccate alle spalle di pro- 
spetto presentando così la posizione meno facile a prendersi in natura dati i limitati 
spostamenti che l'omero può compiere in questa direzione. Le arti sono riuscite più 
o meno bene a rappresentare questa nuova coordinazione, in alcuni casi le braccia 
sembrano addirittura dislocate e pendono inerti dalle spalle. 

E così il parallelismo del piano disegnativo, cioè la sua capacità di riprodurre 
solo vedute parallele e la sua tendenza a riprodurre tra le vedute parallele le mag- 
giori, quelle cioè di minor corporeità, ha apportato il più strano disgregamento 
della figura umana; l'aspetto in cui essa si presenta in tutte le arti disegnativo senza 
Tav.» hi. eccezione, questa natura di mosaico a pezzi isolati e combinati è la sostituzione della 
coordinazione richiesta dal parallelismo disegnativo alla coordinazione naturale delle 
membra. La teoria quindi che fa derivare il disegno egizio e il disegno greco dal- 
l'ombra proiettata (') è incapace di spiegare la caratteristica più importante del di- 
segno primitivo cioè appunto questo slogamento delle parti della figura, giacché l'ombra 
rende il corpo nella sua struttura naturale e non in una forma così costruita. E neanche 
possiamo dire che il desiderio di chiarezza e di completezza porti a questo schema- 
tismo; più chiara e più completa sarebbe stata la veduta di scorcio giacché lo scorcio, 
per quanto in aspetto abbreviato, offre al nostro occhio una maggiore estensione di su- 
perficie di una sola veduta parallela, e meglio di questa può dare un'idea della forma 
di un corpo in quanto che esso solo ne rende percettibile la corporeità. 

Sarebbe errore il credere che gli artisti antichi non fossero conscienti, al pari di 
noi, della poca naturalezza dei loro schemi disegnativi e soprattutto dello schema della 
figura umana, ma il parallelismo disegnativo era catena a cui non si potea sfuggire ; 
se v'era qualche possibilità di soluzione migliore del problema, essa doveva rientrare 
nell'ambito delle vedute parallele. Ed un tentativo di miglior soluzione che appar- 
tiene indistintamente a tutte le arti si presentava appunto per la coordinazione delle 
membra nella figura umana ; tra la testa e le gambe di profilo bastava collocare tutto 
il tronco, comprese le spalle, di profilo, cioè bastava sacrificare la veduta parallela 
maggiore alla minore. Ma questa soluzione aveva un lato debole, essa portava con sé 
il celamento della parte superiore di un braccio cioè la necessità di abolire o di ridurre 

(i) G. Perrot, Ch. Chipiez, Hist. de VArt, I, pp. 742-743,781; VI, pp. 733-734; E. Pottier, in 
Rev. des Et. grecques, 1898, pp. 355-388; G. Mendel, Reliefs archaìques de Thasos, in Bull, de 
Corr. hi'll., 1900, pp. 557-5G0. Vedi all'incontro E. Lowy, Die Naturivi edergabe in der alt. griech. 
Kunst, p. 46, n. a 5 e W. v. Bissing, in W. v. Bissing, P. Bruckmann, Denkm. àg. Sculpt., testo 
alla t. XVI, ri.' 16. 



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l'azione che esso poteva compiere : l'appagamento della coordinazione naturale delle 
membra qui si effettuava a danno dell'azione che potevasi rappresentare. Le figure 
col torace e colle spalle di profilo erano condannate o alla posizione di semplici spet- 
tatrici o al compimento di un'azione insignificante (')• TI sacrificio era troppo grande 
e perciò, sebbene fin dal primo stadio di ogni arte disegnativa accanto alle figure poco 
naturalmente costruite col torace e colle spalle di prospetto tra la testa e le gambe 
di prolilo appaiano le figure dalla giusta coordinazione delle membra per intera po- 
sizione di profilo, queste ultime non sono riuscite mai a prendere il sopravvento e a 
cacciare l'altro schema, sono rimaste in fondo un tipo sporadico e secondario in tutte 
le arti appunto perchè condannavano se stesse quasi all'inattività. Noi le vedremo usate 
laddove le due braccia non siano coinvolte in un'anione che richieda la loro più ampia 
veduta, le vedremo magari predominanti nei lunghi cortei dei bassorilievi di Persepoli (-), 
ma lo schema sforzato a spalle e torace di prospetto resterà il dominatore e non sarà 
cacciato dall'arte greca che all'apparire dello scorcio. E resterà tanto più facilmente 
il dominatore in quanto che permette un duplice rapporto per la figura, l'uno in- 
dicato dalle gambe di profilo che si muovono in una direzione, l'altro dalla testa di 
profilo che può rivolgersi nella direzione opposta giacché in tal modo la figura nello 
stesso momento può essere rappresentata come allontanantcsi ma come mantenente 
ancora relazione con ciò da cui si allontana. Sul torace di profilo questo duplice rap- 
porto non era possibile che con una torsione innaturale di 180 gradi e si comprende 
quindi come solo raramente sia offerto dall'arte egizia, micenea e greca. 

Tuttavia oltre alla rappresentazione dell'intero prospetto o dell'intero profilo per 
le spalle l'arte tenterà talvolta una soluzione intermedia, presenterà la spalla esterna 
di profilo ripiegata angolarmente a libro sulla spalla interna di prospetto, caso questo 
assai frequente nell'arte assira e non raro nell'atte egizia ( 3 ) e nell'arte greca, ma non Tav.» mi, 4. 
uscirà con ciò dall'ambito delle vedute parallele e ancor meno delle costruzioni inna- 
turali. 

In ultima analisi possiamo dire che la posizione di prospetto delle spalle, a cui 
è legata la veduta di ambedue le braccia, è la preoccupazione costante di tutta l'arte 
disegnativa: anzi ad essa dobbiamo un fenomeno che, per quanto sia stato additato 
solo nell'arte egizia e assira e sia stato spiegato come una convenzione particolare di 
queste arti ( 4 ), è generale e inseparabile dalla costruzione dello schema a vedute paral- 

(*) E. Lowy, Die Natunviederga.be in der alt. griech. Kunst, p. 55. 

(*) F. C. Andreas, F. Stolze, Persepolis, I, 19-22, 65-66; II, 77-81, 83-86. 

( 3 ) Questo schema, che, per il ripiegamento della scapola sul torace, dà al braccio l'aspetto 
di storpiato, non è cosi raro nell'arte egizia come vuole H. Madsen, Ein kunstlerisckes Escperi- 
ment im alien Reich, in Zeitschrift fùr àgyptische Sprache und Alter tumskunde, 1906, pp. 65-69. 
Cito tra i molti esempi R. Lepsius, Denkm. aus Aegypten und Aethiopien, IV, 133; J. Cledat, 
Notes sur quelques figures égyptiennes, in Bullettin de VInsiitut Francais d'Archeologie orientale, 
1901, p. 22, f. 2; p. 23, f. 3. 

( 4 ) A. Erman, Aegypten und àg. Leb. II, pp. 532-534; J. Langl, Rechts und Links in Natur 
und Kunst, in Zeitschr. fùr bild. Kunst, 1894, p. 123; J. Lange, Die Darst. des Mensch., p. xxxi; 
G. Steindorff, in Baedeker's Aegypten^, p. cxliv; W. Spiegelberg, Qesch. der àg. Kunst, p. 21. È 
stato poi notato per le gambe come una caratteristica particolare dei rilievi tessali : R. Heberdey, 
Reliefs aus Thessalien, in Ath. Mitth , 1890, p. 207. 



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lele maggiori, il fenomeno per cui quasi sempre le figure portano innanzi il braccio e 
la gamba che sono più lontane dallo spettatore cioè il braccio e la gamba interne. Ora 
questo, anziché una convenzione, è una necessaria conseguenza della posizione di pro- 
spetto delle spalle collocate tra le gambe e la testa di profilo: prese isolatamente di 
per sé le due spalle e quindi le due braccia si trovano alla medesima distanza dal 
nostro occhio ma collegate alla testa e alle gambe di profilo debbono necessariamente 
prendere per esso un, rapporto spaziale di profondità, debbono cioè divenire l'una in- 
terna e l'altra esterna. Sarà quindi la più avanzata nel piano la più interna nello 
spazio. Se le spalle invece di essere rappresentate di prospetto sono rappresentate di 
dorso, cioè nella veduta parallela maggiore contraria, allora il rapporto è inverso perchè 
è la spalla più avanzata nel piano la più esterna nello spazio. Si comprende che per 
quanto i casi di rappresentazione del dorso siano tutt' altro che rari nell'arte, giacché 
se ne possono riscontrare in gran numero nel disegno egizio e nella pittura vascolare 
greca, siccome il dorso è la veduta di minor relazione, il caso preponderante è quello 
della veduta di prospetto e quindi dell'avanzamento della spalla più interna. L'avan- 
zamento della gamba più interna è poi la conseguenza necessaria dell'avanzamento della 
spalla: difatti sarebbe aggiungere una contorsione innaturale a quella già apparente- 
mente esistente dell'addome che si deve pensare tendente al prospetto verso lo spet- 
tatore ('), se avanzando la gamba esterna si ponesse in vista parte del gluteo interno. 
E ciò è tanto vero che la posizione inversa, ossia appunto l'avanzamento della gamba 
esterna si ha quando esso è la necessaria coordinazione all'avanzamento della spalla 
esterna, cioè quando si ha la veduta parallela del dorso. 

Come abbiamo visto per la rappresentazione del torace, non v'era nulla che po- 
tesse di per sé impedire al piano disegnativo la riproduzione di una veduta parallela 
minore in cambio della maggiore ; si comprende quindi come tali vedute parallele minori 
siano tentate per altre parti del corpo anche quando ciò era richiesto non dalla coor- 
dinazione delle membra tra di loro, ma soltanto da un desiderio di variazione degli 
schemi. Così abbiamo la testa veduta dal cocuzzolo ( 2 ), le gambe vedute di prospetto ( 3 ), 
il piede veduto dalla pianta ( 4 ). 



(') Ciò non è, come abbiamo visto, per la figura nell'arte egizia giacché essa è costruita col 
tronco di profilo ; ma in ogni modo anch'essa, avendo la posizione di prospetto delle spalle, richie- 
deva per coordinazione una posizione analoga delle gambe, cioè l'avanzamento della più interna. 

( 2 ) Nell'arte egizia vedi: Description de VEgypte, Paris, 1809, I, 70 3 ; R. Lepsius, Denkrn. 
aus Aegypten und Aethiopien, V, 40-41. 

( 3 ) Gli esempi sono assai frequenti nella pittura vascolare greca a figure nere e nei disegni 
e nei rilievi messicani; nella prima per figure cadenti o distese, nei secondi per figure accoccolate. 

( 4 ) J. Lange, Die Darst. des Mensch., pp. xxm, 100; E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der 
alt. griech. Kunst, p. 7. Per gli esempi vedi: nella pittura egizia, P. Lepsius, Denkrn. aus Aegypten 
und Aethiopien, V, 2 d ; (riprodotto da A. Erman, E>n Maler des neuen Reichs, in Zeitschr. fur àg. 
Sprache und Alter tumskunde, 1905, p. 130) VII, 236 a ; J. Capart, Rèe. de Moti, ég., I, t. XXXIV; 
nell'arte messicana, Lord Kingsborough, Ant. of Mexico, III, manoscritto di Dresda (passim,) e IV, 
t. XLI1, 97, (bassorilievo); Ch. E. Brasseur de Bourbourg, J. P. de Waldeck, Palenqué et aulres 
Ruines de V ancienne Civilisation du Mexique, Paris, 1866, tt. XII, 1 ; XIV, XVI, XVII, XXIX, XXX; 
Due de Loubat, Il man. mess. vat. 3773, tt. XXVII, XXX-XXXII, LXXXVII, XCIV; Cod. Fejér- 



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Ma fatta astrazione da questi casi rari ed isolati, dobbiamo riconoscere che lo schema 
prevalente per la figura umana rimane quello della posiziono di profilo, almeno per le gambe 
e per la testa, cioè per gli organi di maggior relazione. Questa imposizione del piano dise- 
gnativo che sembra un fenomeno di scarsa importanza è invece forse ciò che deter- 
mina tutto il corso di sviluppo del disegno e distacca questo irrevocabilmente dalla 
statuaria: noi abbiamo visto che la statuaria per la predominanza quasi assoluta in essa 
della figura di prospetto è l'arte del riposo, il disegno invece per la sua limitazione quasi 
esclusiva alla figura di profilo diviene l'arte del movimento ; la figura di profilo, iso- 
lata, mancante di un rapporto collo spettatore sembrava non avere ragion di essere ; se 
essa non esercitava la sua relazionalità collo spettatore doveva certo esercitarla con 
altre figure nel piano ed ecco quindi perchè il disegno è tratto instintivauiente ad ag- 
gruppare più figure, a costruire la scena, a rappresentare il movimento. 

Noi abbiamo esaminato finora in dettaglio la rappresentazione disegnativa della 
figura umana perchè essa è la più importante e la più complicata e perchè offre delle 
difficoltà a causa delle esigenze della relazionalità che vengono in contrasto con quelle 
del parallelismo del piano disegnativo. Ma per comprendere gli schemi di riproduzione 
nel disegno delle figure degli altri esseri animati o delle cose inanimate, data la loro 
scarsa o nulla esigenza di relazionalità, basta osservare che per essi impera assoluta 
la legge della riduzione alla veduta parallela maggiore. 

E così i quadrupedi sono rappresentati interamente di profilo salvo il caso in cui 
la testa possa offrire nella posizione di prospetto una veduta parallela altrettanto 
ampia ( 1 ), gli uccelli sono rappresentati di profilo colle ali spiegate e colla coda ve- 
duta dall'alto ( 2 ), i pesci nella veduta parallela maggiore che può essere la laterale 
o la superiore, i sauri quasi sempre nella veduta parallela superiore, gli oggetti ina- 
nimati infine, che mancano generalmente di una faccia propria di relazione, nella loro 
veduta parallela maggiore ( 3 ). E superfluo dare un'esemplificazione dettagliata per tutte 



vdry-Mayer, tt. XXIV, XXV, XXXIII-XXXV, XXXVIII; Z. Nuttall, Cod. Nuttall, tt. VII, XI, XV, 
XVI. XXIII, XXXVI; T. Maler, Res. in the centr. port. of the Usumatsintla Valley, in Jl/em. of 
the Peabody Mus. of Am. Arch. and Ethn., II 1 , tt. XXI, XXIII, XXVIII. 

(') È comune in tutte le arti per i buoi e per i felini. La testa di prospetto per i felini si 
riscontra nell'arte caldeo-assira, nell'arte egizia, nella glittica micenea, nella pittura vascolare orien- 
talizzante greca: per esempì nell'arte peruviana vedi. W. Reiss, A. Stiibel, The Necr. of Ancon, 
tt. 53 a , 2; 64 a , 2; 64 b ; 65 a , 1; 68», 2, 3,5; 73,12; 74 a , 5, 6; E. Seler, Per. Alt., t. XXX, 3; nel- 
l'arte messicana vedi, Due de Loubat, Cód. Cospiano, tt. XXIII e segg. Più rara è la testa di pro- 
spetto per le scimmie e per i cani di cui posso additare esempi solo nell'arte egizia: I. Eosellini, 
Mon. dell'Egitto e della Nubia, II, 15; R. Lepsius, Denkm. aus Aegypten und Aethiopien, VI, 118; 
R. Lepsius, Abth. der àg. Alt. 3 , t. XXXIV. 

(■) Salvo il caso che presentino nella posizione di prospetto della testa una veduta parallela 
tanto ampia quanto quella di profilo come è peri rapaci: esempì frequenti ne danno l'arte egizia 
e l'arte greca e non raro è lo schema nell'arte messicana, Due de Loubat, Cod. Fejérvdry-Mayer, 
t. IV; Cód. Cospiano, tt. XII-XIII; Il man. mess. Borg., t. LII; Das Tonalamatl der Aubinschen 
Sammlung, Berlin, 1900, passim. 

( 3 ) Vedi la rappresentazione di alcune parti del vestito, ad es. il triangolo anteriore dello 
scenti, e di alcuni ornamenti nelle figure egizie, per le quali viene così a mancare la coordinazione 
alla posizione del corpo. Nell'arte messicana è caratteristica la rappresentazione del bastoncino infi- 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Ser. 5 a . 24 



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le arti umane; la legge non soffre eccezione per differenza di tempo e di spazio. Anche 
qui nella figurazione degli animali e delle cose come in quella dell'uomo può essere 
per una ragione o per l'altra preferita una veduta parallela minore ad una maggiore, 
e, quando se ne presenti il caso, può essere ridotto, con ispostamento anormale, al paral- 
lelismo ciò che giace naturalmente in obliquità. Così un esempio del primo caso è offerto 
dalla rappresentazione di prospetto del cavallo nell'arte greca (') e nell'arte cinese pre- 
buddistica ( 2 ) o dalla rappresentazione del ventre nella figura del bue atterrato propria 
dell'arte egizia ( 3 ), ed un esempio del secondo caso si ha nella veduta di prospetto 
della testa del felino o del bovino in cui le orecchie, gli occhi, le froge, le corna sono 
riprodotte nella veduta parallela più ampia cioè spostate dalla loro posizione naturale 
obliqua. Questo spostamento dall'obliquità è poi frequente nella rappresentazione delle 
cose : cito tra i vari esempì per l'arte egizia la linea curva di alcuni vasi che mentre 
si svolge in realtà nella terza dimensione è dall'artista riprodotta nella seconda ( 4 ), 
per l'arte greca il caso tipico di due cimieri rappresentati nella loro veduta parallela 
sull'elmo di profilo mentre in natura lo erano sull'elmo di prospetto ( 5 ) o la rappre- 
sentazione del frontone di prospetto su un tempio veduto di lato ( 6 ). Ma l'esempio 
più caratteristico è quello del pauneggiamento nell'arte greca arcaica. 

Il disegno greco come in generale il disegno di tutte le arti primitive ha co- 
minciato colla trascuranza assoluta degli elementi interni nel contorno della figura 
e quindi non ha dapprima alcun accenno delle pieghe e delle rientranze che la stoffa 
fa naturalmente avvolgendo la persona. Ha poscia oltrepassato questo stadio, ha 
rappresentato il panneggiamento con delle linee rette più o meno parallele che par- 
tono e arrivano agli orli tutte alla medesima altezza, ed in questo indirizzo final- 



lato nel naso che in natura era collocato in profondità e nel disegno è collocato parallelamente; ad 
esempio Due de Loubat, Cod. Fejérvàry-Mayer, tt. II, VII, XXIII ; Z. Nuttall, Cod. Multali, t. LXXVI- 
LXXVII; e nell'arte cinese prebuddistica è caratteristica quella del mozzo della ruota giacche an- 
ch'esso in natura è collocato in profondità e nel rilievo è dato verticalmente, E. Chavannes, La 
Sculpt. sur pierre en Chine, tavole, passim. 

(') Lo schema è assai frequente nella pittura vascolare a figure nere per i cavalli delle qua- 
drighe. 

( 2 ) Posizione di prospetto: E. Chavannes, La Sculpt. sur pierre en Chine, pp. 57-58, tt. XXII- 
XXIII; pp. 61, t. XXVIII; rappresentazione dai glutei, op. cit., p 49, t. XVII; p. G7, t. XXXIV. 

( 3 ) Ad esempio E. Lepsius, Denkm. aus Aegypten und Aethiopien, III, 22-25, 32, 35, 44, 
71, 78, ecc. 

( 4 ) E. Lepsius, Denkm. aus Aegypten und Aethiopien. Ili, 115,116, citati da E. Delbriick, 
Beitr. zur Kennt. der Linienpersp., p. 7, come scorci. 

( 5 ) M. M. Vassits, Bronze in Belgrad, in Jahreshefte des ósterreichischen archàologischen 
Institutes, 1900, pp. 175-176; vedi invece A. S. Murray, Perspective as applied in early Greek 
Art, in Journ. of ffell Slud., 1881, pp. 318-323; E. Delbriick, Beitr. zur Kennt. der Linienpersp., 
p. 23; A. Purtwangler, K. Eeichold, Griech. Vasenmal., p. 73, t. XV; S. Lewinstein, Kinderzeichn. 
bis zum 14. Lebensjahr, p. 67. Che il cimiero fosse doppio ma disposto trasversalmente lo prova 
la figura di Athena nell'alto rilievo del Museo Nazionale di Atene, J. N. Svoronos, Das Athener 
Mationalmuseum, t. XXVI, 82 e una figura architettonica di Cervetri, C. Jacobsen, La Glypt. My- 
Carlsberg, II, tt. 170, 5; 171. 

(«) Arch. Zeit., 1882, t. XII, 2. 



— 179 — 

mente ha tentato un ultimo schema ondulando le linee cioè riduccndo alla seconda 
dimensione ciò che in natura si svolge nella terza. 

A questo grado s'era arrestata l'arte egizia che aveva percorso il medesimo cam- 
mino; la greca invece lo oltrepassò creando il tipo particolare del panneggiamento 
a scaletta. Lo schematismo offerto da questo tipo è apparso così straordinario che 
si è sentito il bisogno di spiegarlo come un fenomeno esistente già al di fuori del- 
l'arte: si è affermato cioè che tale decorso nel panneggiamento non poteva ottenersi 
che con uno speciale taglio della stoffa o con una speciale cucitura e stiratura delle 
pieghe ('), ma non si è osservato che prima di ogni altra cosa non abbiamo ele- 
menti per affermare che il panneggiamento greco possa aver mai comportato un taglio 
singolare della stoffa, giacché, anzi, tutto tende a far credere che esso sia basato 
sempre sopra la libera disposizione di essa intorno alla persona, ed in secondo luogo 
che questo speciale schematismo delle pieghe comincia e cessa gradualmente nell'arte 
senza che in alcun modo muti la forma generale degli indumenti. E se anche si vo- 
lesse ammettere un taglio speciale della stoffa per il chitone e per il peplo ed 
una preparazione artificiale delle loro pieghe sarebbe mai possibile concedere ciò 
per l' imatio e per la clamide ? Eppure l'aspetto delle pieghe è il medesimo per 
tutti i vestiti nell'arte di questo periodo. La spiegazione del fenomeno è invece da 
ricercarsi nei mezzi di cui l'arte disponeva per la rappresentazione della natura: 
questo particolare schematismo a scaletta non è altro che la riduzione al piano pa- 
rallelo disegnativo di ciò che si svolgeva nella terza dimensione. Per dare maggiore 
completezza alla immagine si è riportata sul piano e si è ricollegata alla rappre- 
sentazione longitudinale delle pieghe la veduta parallela del loro decorso inferiore 
e non solo si è rappresentato questo decorso inferiore in ciascuno dei suoi ele- 
menti costitutivi ma, nel caso in cui l'indumento fosse un peplo o un chitone, 
cioè seguisse la curvatura della persona, anche nelle sue due direzioni di allonta- 
namento dallo spettatore verso l' interno. Si deve a questa ultima preoccupazione 
l'aspetto angolare che prende il decorso inferiore delle pieghe riportato sul piano 
disegnativo cioè lo schematismo noto sotto la denominazione di « coda di rondine » 
per cui le pieghe sembrano naturalmente decrescere di lunghezza dal centro verso i 
lati. Ma la resultante di quest'aggiunta a forma angolare del decorso inferiore delle 
pieghe alla loro rappresentazione longitudinale fu che le pieghe dovettero assumere 
nel piano direzioni diverse e contrarie a seconda che cadevano siili' uno o sull'altro 
lato dell'angolo, cioè invece di presentare il dorso dovettero presentare l'ala laterale 
venendo così ad apparire schiacciate nel piano : la piega mediana che si trovava allo 
spartimento delle due direzioni, pur rimanendo appiattita, fu l'unica a presentare il 
dorso. 

Questa costruzione schiacciata delle pieghe assai meglio che nel disegno, dove 
la integrazione mentale dello spettatore, che tende alla ricostruzione di schemi na- 
turali, può volervi scorgere ciò che non esiste, si vede nel rilievo e nella statuaria 



(') G. Perrot, Hist. de l'Art, Vili, pp. 579-582; vedi per la forma naturale dell'indumento 
delle « Korai » dell'Acropoli, J. H. Holwerda, Die Tracht in der arckaischen Gewandfiguren, in Jahr- 
buch des Kais. deutsch. ardi. Inst-, 1904, pp. 10-14. 



— 180 — 

che puf possedendo la facoltà di rendere la corporeità dentro la veduta non ne 
usano largamente nelle loro origini e quindi, come abbiamo più sopra osservato, ten- 
dono a mantenere alla superficie interna della veduta quasi il carattere di piano di- 
segnativo concedendole solo il minimo possibile di corporeità, Ma appunto questo 
minimo di corporeità impedisce nel nostro caso, cioè nella trattazione del panneggia- 
mento, l' illusione che potrebbe essere suggerita dal disegno e obbliga a considerare 
tali quali sono, cioè delle pieghe riportate al piano parallelo e schiacciate, quelle che 
ci sono offerte dall'arte arcaica greca. Solo, mentre al disegno, legato inesorabilmente 
al parallelismo delle vedute, era negata qualunque liberazione, per propria iniziativa, 
da questo schema costruito con vedute parallele integrantisi, alla statuaria invece 
la riservavano i mezzi di cui poteva disporre, la capacità cioè di rendere la cor- 
poreità dentro le vedute. Collo sviluppo della statuaria le pieghe s' innalzano gradual- 
mente sul piano, acquistano la naturale sporgenza e siccome il loro decorso inferiore 
tende allora a svolgersi in profondità perdono lo schema a scaletta e a coda di ron- 
dine che era stato appunto riduzione della terza dimensione al piano parallelo. 

E che questo schema non si debba ad un taglio singolare della stoffa o ad una 
preparazione artificiale di essa (') lo prova il fatto che riappare in molte arti de- 
rivate dalla greca allorché per una ragione o per l'altra la linea disegnativa tenda 
a riafferrare il suo valore parallelo ed il piano statuario, rinunciando parzialmente 
alla sua corporeità, tenda ad avvicinarsi ad un piano disegnativo. I rilievi persiani 
dell'epoca arsacidico-sassanidica, le pitture e le sculture buddistiche dall' India al 
Giappone ( 2 ), l'arte romanica, gotica, e persino la pittura primitiva italiana concor- 
dano in questo ritorno che è il ritorno al valore primordiale dei mezzi rappresen- 
tativi nell'arte figurata. 

Noi abbiamo sinora esaminato la rappresentazione dell' uomo, dell'animale, della 
cosa, presi ciascuno di per sé nelle sue singole parti, ma come nella scultura accanto 
alla statua isolata v' è il gruppo statuario, così nel disegno accanto alla figura sin- 
gola v' è il gruppo di figure e di cose, v' è la scena. Ma mentre la scena in natura 
possiede profondità, cioè si svolge in prospettiva giacché le sue figure sono legate 
dal terreno su cui poggiano, che, data la posizione eretta dell' uomo, si presenta 
sempre obliquamente al suo occhio e quindi offre numerose posizioni di scorcio, la sua 
rappresentazione nel disegno non è che, in misura più larga, la solita riduzione al 
parallelismo del piano disegnativo. La prospettiva nelle arti che non hanno avuto 
Tav.» in-iv. scorcio è solo la giustapposizione delle figure nel piano ( 3 ), giacché il suolo o è rap- 

(') Tuttavia di tale natura è stato considerato anche in un periodo dell'antichità, giacché 
l'arte arcaizzante dei rilievi neo-attici lo ha ripetuto senza comprenderlo e gli ha dato una sti- 
lizzazione che è differente da quella degli originali arcaici. 

( 2 ) 0. Miinsterherg, Jap. Kunstgescli., I, pp. 33-34, considera questo schema di panneggia- 
mento che egli ritrova nelle più antiche statue giapponesi buddistiche, una forma tarda del panneg- 
giamento greco. Così A. Bastian, Neue Erwerbungen des Kòn. Muscums, in Verhandl. der Beri. 
Ges. fur Anthr., 1882, p. 517, t. XVII, 3, vedeva in questo panneggiamento l'influenza ellenistica. 
Per esempi nelle pitture buddistiche di Adsciant.à, J. Griffiths, The Paini, in the Buddk. Cave- 
temples of Ajantd, I, p. 9, f. 10; p. 11, f. 17; p. 17, f. 47; tt. V, XIII, XVIII, XXXVII. 

( 3 ) Prospettiva quindi non si ha mai spontaneamente nell'arte dei bambini: là dove s'incontra 
è dovuta all'ammaestramento. Di questo parerà non sembra che sia S. Lewinstein, Kinder zeichn. bit 



— 181 — 

presentato o è immaginato in posizione esattamente parallela cioè come se fosse ve- 
duto dall'alto o è rappresentato o è immaginato di profilo, cioè come una semplice 
linea ('), e noli' uno e nell'altro caso impedisce una distribuzione delle ligure in pro- 
fondità e ne permette solo la distribuzione nelle quattro direzioni del piano ( 2 ). 

Il piano disegnativo così annulla la inequidistanza a cui si trovano i vari og- 
getti cbe occupano un campo visivo e pone un unico rapporto di distanza tra se 
stesso e l'occhio. Sono vicini, sono lontani gli oggetti? Noi non lo sappiamo; que- 
st'arte dà una rappresentazione delle cose che non è realmeute né vicina uè lontana 
ma che è unicamente e costantemente parallela. Ciò ci spiega anche come il di- 



zum 14. Lebensjahr, pp. 25-26, 28, 31, 67-68, ma nei disegni riportati nel suo libro (tt. XV, 
37; XVIIP, 42; XXVII, 63; XXXI, 70; XXXI», 70; XXXII, 71; XXXIII, 74; XXXVP, 77c; 
XXXVIII, 79i ; XXXVIIP, 79c; XXXVIII», 79e; XLI, 81c; XLF, 81e; XLIP, 81£; XLIV, 82c; 
XLIV b , 82c;XLV; LV, 105a; LXIV a ;LXX, 165; LXXI, 166) la conoscenza della prospettiva rivela 
l'ammaestramento ricevuto. Così anche G. Kerschensteiner, Die Entivick. derzeichn. Beg., pp. 219 e segg., 
crede che la capacità di riproduzione della prospettiva nei fanciulli si sviluppi da sé anche senza 
ammaestramento ma solo a partire da una certa età; vedi tuttavia pp. 307 e 479. Ma gli esempi 
che egli offre (tt. LXXX, 1; LXXXI ; LXXXVIII-XCIII!; CXII, 9 ; CXIII, 1; CXIV, 2 ; ,CXV-CXIX; 
CXXI, 5, 6, 8, 9 ; CXXII, 1, 2, 3 ; CXXIII, 1 ; CXXVI, 1, 3 ; CXXVIII, 1 ; CXXIX, 2, 5 ; CXXXII, 14, 18 ; 
CXXXVII, 12) palesano del pari la conoscenza della prospettiva per ammaestramento. Del resto quando 
parlo di ammaestramento non intendo sempre quello impartito direttamente da una persona: la sola 
contemplazione di figure nei libri, di manifesti sulle mura può insegnare al fanciullo i procedi- 
menti della prospettiva. 

(') Tutte le arti per altro, quando hanno voluto riprodurre il suolo, tra le due rappresenta- 
zioni parallele, quella che lo dà nell'interezza delle dimensioni e quella che lo riduce ad una linea, 
hanno sempre preferito la seconda, perchè la prima male s'accordava colla rappresentazione di figure, 
visto che queste apparivano allora non poggianti su di esso ma poggiate ad esso. Perciò la veduta 
parallela di massima dimensione in generale è preferita per le distese di acqua perchè ivi le figure 
o non dovevano essere rappresentate o potevano non essere rappresentate in piedi : vedi la pittura 
egizia, il rilievo assiro e il rilievo cinese. 

( 2 ) Per questa prospettiva nell'arte caldeo-assira ed egizia vedi, K. Wormann, Die Landsch. in 
der Kunst der alt. Vólk., pp. 26, 78; K. Wormann in A. Woltmann, Gesch. der Mal., I, pp. 7, 10, 
27; P. Girard, La Peint. ant., pp. 26-29, 61-62; R. Delbriick, Beitr. zur Kcnnt. der Linienpersp., 
pp. 5-7. Per l'arte egizia confronta anche G. Perrot, Ch. Chipiez, Hist. de VArt, I, p. 745; W. Spiegelberg, 
Gesch. der àg. Kunst, pp. 4-5. Per un preteso caso di vera prospettiva nell'arte egizia vedi P. Gi- 
rard, La Peint. ant., pp. 35-36; ma basta notare che manca a questa scena lo scorcio del suolo 
per riconoscere che si tratta anche qui soltanto di uno scaglionamento parallelo. Per esempì di 
distribuzione nel piano come rappresentazione della prospettiva vedi : per l'arte cinese prebuddistica, 
E. Chavannes, La Sculpt. sur pierre en Chine, tavole, passim; per l'arte americana, Antigiiedades 
Mexicanas publicadas por la J unta Colombina de Mexico, Mexico, 1892, Còdice Colombino, t. VI; 
K. Wormann, Gesch. der Kunst, I, p. 92, tavola; T. Maler, Researchès in the centr. port. of 
the Usumatsintla Valley, in Meni, of the Peabody Mus. of Am. Arch. and Ethn., Harvard Uni- 
versity, Cambridge Mass., 1901, IP, pp. 60-62, t. XXI; per le [arti antiche incolte, J. de Morgan, 
Mission scientifique au Caucase, Paris, 1889, I, p. 141, f. 145 e p. 158 (incisione di una cintura 
in bronzo proveniente dalle necropoli dell'Armenia Russa dell'età del ferro); M. Hornes, Urgesch. 
der bild. Kunst, tt. XVII, 3, 8, 10; XXX, 4; XXXI; per le arti incolte moderne vedi, tra i tanti 
esempi, R. Andree, Ethn. Par., N. F.,t\. I-III; G. Mallery, in Tenth Ann. Rep. of the Bar. of Ethn., 
1888-1889, Smithsonian Institution, Washington, 1893, p. 559, f. 785; p. 560, f. 787; p. 572. 
f. 816, tt. XLI-XLVIII. 



Tav.«III-IV.2-4. 



Tav.» HI-IV, 2-4. 



— 182 — 

segno parallelo rifugga in generale dalla rappresentazione di figure intrecciate o 
parzialmente celate: mancando dei mezzi per indicare la distanza di profondità che 
in natura dovrebbe separare queste figure o parti di figure, di quei mezzi cioè di 
di cui dispone un'arte a prospettiva, tra cui fondamentale lo scorcio del piano del suolo, 
ha compreso che all'occhio dello spettatore per l'equidistanza del piano disegnativo 
queste figure sarebbero apparse equidistanti quando non lo erano in realtà. Ed in 
ultima analisi comprendiamo come queste arti non abbiano conosciuto neanche il rim- 
picciolimento delle figure per distanza giacché ad esse mancava l'elemento misura- 
tore della profondità che è appunto lo scorcio del suolo ('). 

E se ora giunti alla fine di quest'esame della rappresentazione della figura nel 
disegno noi, pensando a ciò che sono stati in appresso il disegno greco e i disegni 
derivati allorché sono entrati in possesso dello scorcio e della prospettiva, ci doman- 
diamo in che cosa consista la differenza essenziale tra il disegno a vedute parallele e 
il disegno a vedute oblique, riconosceremo che mentre nel secondo l'artista può, rima- 
nendo immobile, guardare e riprodurre l' insieme da uno o da pochi punti di vista nel 
primo deve girare intorno alle singole figure e alle singole parti delle figure onde 
trovare per ciascuna di esse il punto di veduta parallela, cioè costruisce l' insieme 
come la somma di tante porzioni di campi visivi diversi. Lo spettatore il quale nel 
disegno a vedute parallele guardi le figure così costruite ha l' illusione che esse spesso 
facciano dei movimenti per presentarsi a lui nella veduta parallela maggiore delle 
singole parti : tale illusione abbiamo ad esempio riscontrato per l'apprezzamento della 
posizione dell'addome tra il torace di prospetto e le gambe di profilo. Ma questa illu- 
sione non può aversi dinanzi alla rappresentazione di cose inanimate giacché non 
v' è movimento che possa aver spezzato la coordinazione naturale delle loro varie 
parti ( 2 ). Chi contempli, ad esempio, qualche paesaggio nella pittura egizia nel rilievo 
assiro, nel rilievo cinese prebuddistico, in cui sono insieme rappresentati esseri e cose, 
comprenderà l'essenza del fenomeno: ogni elemento lì si è liberato dalla naturale 
attrazione di gravità per ubbidire ad una nuova legge, l'attrazione di parallelismo. 



(') Data la mancanza di una rappresentazione del suolo con convergenza di linee, dubito con 
E. Lòwy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 16-17, n. a 7 (confr. K. Wormann, 
Gesch. der Kunst, I, p. 46) che il rimpicciolimento di alcune figure che si riscoutra talvolta nelle 
scene di arti incolte (vedi C. G. Biittner, Bericht iiber Buschman (?) Malereien, in VerhandL der 
Beri. Oes. fùr Anthr., 1878, pp. 16, 17; Fritsch, ibidem, p. 19; E. Grosse, Anf. der Kunst, pp. 177, 
179-180, n. a 1) sia in realtà un rimpicciolimento per prospettiva. L'arte nelle sue origini, finché 
dispone cioè solo degli schemi paralleli, non conosce che un solo rimpicciolimento dovuto a prospet- 
tiva, ma ad una prospettiva di idee anziché di spazio: essa rappresenta grandi le figure che occupano 
il primo piano nella sua concezione della vita, cioè gli dei, gli eroi, i principi, rappresenta piccole 
tutte le figure che sono piccole idealmente rispetto a queste, gli adoranti, i nemici, i prigionieri. 
L'arte egizia e l'arte greca offrono molteplici esempì di una tale prospettiva ideale, ed esempi se ne 
hanno anche nelle arti dei popoli incolti, persino nelle figure di animali: Th. Koch Anf. der Kunst 
im Urwald, p. 36, t. XX a. 

( 2 ) Riguardo a questo spezzamento della coordinazione naturale delle varie parti e ad una me- 
scolanza di « Grundriss » e di « Aufriss » nella rappresentazione delle cose, vedi per l'arte egizia, 
K. Wormann, Die Landsch. in der Kunst der alt. Vólk., pp. 27-28,31; per le arti incolte moderne, 
Th. Koch, Anf. der Kunst im Urwald, pp. 13-17. 55-58, t. LIV. 



— 183 — 



III. 



Lo scorcio nell'arte greca. 

La veduta parallela attrae dunque l'occhio dello spettatore: tutte le arti umane, 
effimera o millenaria sia stata la loro vita, hanno ubbidito a questa legge. Una sola 
arte, la greca, è giunta ad annullarla, è giunta, mutando il valore del piano dise- 
gnativo, a far sì che ciò che nel piano è parallelo possa rappresentare ciò che nello 
spazio è obliquo. Questa trasformazione di valore che pur sembra fenomeno così sem- 
plice e che a noi moderni, che vi abbiamo l'occhio avvezzo per lunga tradizione 
artistica, sembra quasi spontaneamente scaturire dalla essenza del piano disegnativo 
stesso, fu invece lunga e laboriosa conquista. Dinanzi a tale mutamento torna con 
insistenza la domanda : non è stato esso suggerito dalla natura agli occhi acutamente 
osservatori dei Greci? No: se già non vi fosse l'argomento storico per cui sappiamo 
che la natura non ha fatto questo suggerimento ad altri popoli, neanche a quelli, 
quali l'Egizio e il Miceneo, che si debbono pensare dotati di non minore acutezza d'os- 
servazione dei Greci, l'argomento induttivo e sperimentale, che nasce dall'esame della 
natura del piano disegnativo, si opporrebbe a tale ipotesi. 

Affinchè ciò che si svolge in natura in posizione obliqua potesse essere rappre- 
sentato nel disegno con una linea parallela era necessario che la corporeità donde 
questa obliquità è costituita fosse ridotta in modo che, pur conservando il suo aspetto, 
perdesse la sua essenza. Tale processo di riduzione non è suggerito dalla natura : noi 
vediamo, sì, in natura la veduta obliqua di un oggetto ridursi ad un'immagine bidi- 
mensionale parallela quando esso sia allontanato fortemente dal nostro occhio, ma in 
questo processo di riduzione sparisce la corporeità e quindi viene turbata la percezione 
della forma reale dell'oggetto, cioè appare parallelo ciò che in realtà sarebbe obliquo. 
Ora nello scorcio disegnativo accade appunto il contrario: l'obliquità del corpo è 
mantenuta in apparenza, ma per la sua rappresentazione viene adoperato il piano 
disegnativo che realmente è parallelo. Era necessario adunque che mutasse il valore 
della linea disegnativa, non che mutasse l'aspetto delle cose. E se nessun suggeri- 
mento poteva venire dalla riduzione della tridimensionalità per allontanamento in 
natura, nessun suggerimento in egual modo poteva derivare dall'ombra proiettata che 
pure è in qualche caso proiezione in un piano di un contorno obliquo nello spazio. 
Difatti l'ombra proiettata, qualora renda una posizione obliqua, presenta questo rap- 
porto di obliquità come svolgentesi tra l'oggetto e la fonte illuminante, non come 
svolgentesi tra l'oggetto e l'occhio dello spettatore, e quindi appare piuttosto una de- 
formazione che una rappresentazione della reale posizione che l'oggetto occupa rispetto 
al nostro occhio : di più l'ombra proiettata manca di qualunque iscrizione interna, cioè 
dell'elemento più importante per la delineazione dello scorcio, dell'elemento che aiuta 
a comprendere la inequidistanza a cui si trovano i vàri punti del contorno. 



— 184 — 

E che l'ombra proiettata non possa aver suggerito lo scorcio più di qualunque 
argomento induttivo lo prova il fatto che l'arte a maccbietta, che su essa è fondata, 
anche nelle manifestazioni moderne, se vuole essere comprensibile, deve attenersi gene- 
ralmente alle vedute parallele, e che le marionette per il giuoco delle ombre, così 
frequente nelle arti dell'Oriente, che pur conoscono la rappresentazione dell'obliquità, 
sono costruite secondo schemi paralleli ('). 

Se adunque il nuovo valore della linea disegnativa non può essere stato sugge- 
rito dalla natura, se ne dovrà ricercare la genesi nello sviluppo interno dei mezzi 
rappresentativi dell'arte greca. Una tale ricerca mostrerà come quest'arte prima di 
giungere alla conquista dello scorcio nel disegno abbia liberato dallo schematismo 
delle vedute parallele il suo rilievo e la sua statuaria e come durante questo cam- 
miuo abbia creato rami dell'arte che ad essa esclusivamente appartengono. 



Sviluppo del rilie- Come abbiamo mostrato, comprendendone finora la sua trat- 

tile» tìva^ieU'arte dazione nella trattazione generale, l'arte greca, fino ad una certa 
greca. Apparizione epoca della sua storia, è stata regolata da quei medesimi principi 
dello scorcio. c h e governano tutte le arti primitive. Noi abbiamo in essa una 

statuaria perfettamente « frontale » , secondo la definizione "sintomatica del Lange, 
un rilievo statuario che della statuaria libera condivide le caratteristiche ( 2 ), un 
disegno o, per meglio dire, un'arte del piano sottomessa allo schematismo della veduta 
parallela maggiore. Ma appunto nello sviluppo delle arti del piano comincia il 
distacco tra l'arte greca e le altre arti, tanto che se finora non avevamo sentito il bi- 
sogno di fare una distinzione tra il disegno e il rilievo disegnativo e ci eravamo valsi 
dei prodotti dell'uno e dell'altro per l'esemplificazione, tale distinzione s'imporrà per 
l'arte greca. 

È innegabile che il rilievo disegnativo è nato dal disegno ( 3 ) allorché si è voluto 



( 1 ) F. v. Luschan, Das tùrkische Schattenspiel, in Int. Arch. fùr Ethn., 1889, tt. I-IV; 
M. Bartels, Javanisches Modell eines Wajang Spel, in Verhandl. der Beri. Ges. fùr Anthr., 1890, 
p. 267; F. W. K. Miiller, Nàng, Siamesische Schattenspielfiguren im Kgl. Museum fùr Vólkerkunde 
zu Berlin, in Supplement zu Band VlIàeWlnt. Arch. fùr Ethn , Leiden. 1894, tt I-III; H. H. Juynboll, 
Wajang Kelitik oder Kerutjil, in Int. Arch. fùr Ethn., 1900, tt. V-XIV. 

( 2 ) Vedi le statue di Dermys e Kitylos, II. Kaìpadias, rXvmà jov 'ESvixot Movaeiov, 'Ev 'AQr\- 
vaig, 1890-1892, pp. 91-96, n. 56; M. Collignon, Hist. de la Sculpt. grecane, I, p. 194, f. 91; 
G. Perrot, Hist. de V Art, Vili, pp. 520-522, f. 270; la doppia figura di Athena, II. Ka^aéiag, 
Tlvnxà xoì) 'Efrv. Mova., p. 107, n. 82; J. N. Svoronos, Das Athener Nationalmus., t. XXVI, 
82; le edicole con la figura di Cibele, S. Keinach, in Bull, de Corr. hell., 1889, t. Vili (destra); 
G. Treu, in Archàologischer Anzeiger, 1898, p. 53, f . 1 ; e M. Collignon, in Rev. arch., 1900, li, 
p. 374, t. XVI. 

( 3 ) R. Schone, Griechische Reliefs aus athenischen Sammlungen, Leipzig, 1872, e. 21 ; 
0. Benndorf, Die Metopen von Selinunt, Berlin, 1873, p. 41; A. Conze, Ueber das Relief bei 
den Griechen, in Sitzungsber.der Kòn. preuss. Ak. der Wiss. zu Berlin, 1882, II, pp. 565, 574-575; 
E. Lowy, Grab/elief aus Korinth, in Ath. Mitth., 1886, pp. 152-155; R. Heberdey, in Ath.Mitth., 
1890, p. 214; G. Mendel, in Bull, de Corr. hell, 1900, p. 557. Qualunque possa essere il mezzo 



— 185 — 

dare al contorno della figura un'accentuazione maggiore ('). Questa accentuazione non 
poteva essere ottenuta che per mezzo di un dislivello della linea dol contorno rispetto 
al piano in cui era tracciata, e quindi o incastrando la figura nel piano come è il 
caso per il « bas-relief en creux » o bassorilievo affondato ( 2 ), o sollevando la figura 
sul piano come è il caso più generale. Nell'uno e nell'altro rilievo l'elemento im- 
portante è il contorno della figura a cui è dato il maggior valore per la sua posizione 
a confine tra due piani di diversa profondità. Il « bas-relief en creux » è un ramo 
dell'arte senza sviluppo, esso trova nella sua stessa essenza i limiti che ne arrestano 
ogni progresso, giacché può incastrarsi più o meno nel piano, ma al di là di un de- 
terminato grado annulla la propria ragione d'essere. Altra sorte era serbata al rilievo 
sporgente ; ma siccome la corporeità era il mezzo non il fine che voleva raggiun- 
gere, data la preoccupazione della sola accentuazione del contorno da cui era par- 
tito, si comprende come generalmente anch'esso non dovesse oltrepassare un deter- 
minato grado. Solo nell'arte greca, e possiamo dire dopo una preparazione di cui gli 
inizi risalgono all'arte micenea, la preoccupazione della corporeità come fine a se 
stessa si fa prevalente nel rilievo disegnativo e anziché all'accentuazione del con- 



con cui è ottenuto il rilievo (vedi E. Lòwy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 18- 
19) resta sempre che esso parte da uno schema disegnativo cioè dal tracciamento del contorno sopra 
un piano. 

( 1 ) Questa accentuazione maggiore si è cercata talvolta per altra via, cioè tagliando, isolando 
il contorno, e di questo disegno intagliato abbiamo esempi: nell'arte egizia, E. Prisse d'Avennes, 
[list, de l'Art ég., II, t. LXXXI; G. Daressy, Une trouvaille de bronzes à Mit-Rahineh, in Ann. 
du Serv. des Ant. de VEgypte, III, 1902, tt. I, 1,2,5,111,2,4; J. Capart, Ree. de Mon. ég., II, 
t. LXX; nell'arte micenea, H. Schliemann, Mykenae, p. 209, figure; Ch. Tsountas, J. Irving Manatt, 
The Mycenaean Age, Boston, New York, 1897, p. 101, ff. 38-39; (la figura in oro della Dea colle 
colombe); A. J. Evans, A Mykènaean Treasure from Aegina, in Journ. of IMI. Stud., 1892, 
p. 197, f. 2 a; (il pendaglio di Egina d'arte miceneo-egizia) ; nell'arte greca dove erano spesso ado- 
perati come rivestimento in metallo di oggetti in legno o altro materiale (vedi E. Lòwy, Die Natur- 
wiedergabe in der alt. griech. Kunst, p. 30, n. a 1; p. 33, n. a 2); nelle arti incolte moderne (vedi 
A. Stiibel, W. Reiss, B. Koppel, M. Uhle, Kult. und Ind. sùdamer. Vólk., II, t. VII, 1-10; 13-15; 
17-18; A. B. Meyer, B. Parkinson, Schnitzereien und Masken vom Bismarck- Archipel und Neu- 
Guinea, in Pubi, aus dem Kòn. ethn. Mus. zu Dresden, 1895, X, t. XVI, 5-11; W. Foy, Tanzo- 
bjekte vom Bismarck- Archipel, Nissau und Buka, in Pubi, aus dem Kòn. ethn. Mus. zu Dresden, 
1900, XIII, t. VII, 4). Disegno intagliato sono poi tutte le marionette adoperate per il giuoco delle 
ombre nell'Oriente e nell'Estremo Oriente. 

( 2 ) Il « bas-relief en creux » ha nell'arte egizia la sua forma più perfetta perchè alla figura 
incastrata nel piano è data modellatura come ad un rilievo sporgente, ma è ramo dell'arte che appar- 
tiene a molti altri popoli. Per l'arte cinese prebuddistica vedi, M. Paléologue, L'Art chin., p. 132; 
E. Chavannes, La sculpt. sur pietre en Chine, p. xxm; per l'arte americana, S. Habel, Sculpt. 
de Santa Lucia Cosumalwhuapa dans le Guatemala, in Ann. du Mus. Guimet, 1887, X, p. 222; 
per l'arte australiana, E. Grosse, Anf. der Kunst, p. 164; K. Wormann, Gesch. der Kunst, I, 
pp. 43-44; per l'arte dei Boscimani, K. Wormann, Gesch. der Kunst, I, pp. 44-46. Per una parti- 
colare funzione illusiva del rilievo « en creux " nell'arte egizia, donde ne verrebbe l'applicazione a 
superficie curve, vedi E. v. Mach, Greek Sculpt., pp. 58-59 ; donde ne verrebbe invece l'applica- 
zione alla decorazione parietale di luoghi oscuri, vedi W. v. Bissing, in W. v. Bissing, P. Bruck- 
mann, Denkm. àg. Sculpt., testo alla t. XVI. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Ser. 5\ 25 



— 186 — 

torno tende alla rappresentazione della forma piena della figura ( 1 ). L'arte greca ha 
portato all'estremo logico lo sviluppo di un piccolo germe che si celava già nella 
semplice accentuazione del contorno, il desiderio di distaccare la forma perchè questa 
uscisse dal piano e entrasse nello spazio. Come mai l'arte greca ha posseduto questa 
estrema logicità che è mancata alle altre arti? Come mai essa ha dato intera cor- 
poreità al proprio rilievo disegnativo? La spiegazione è offerta dalla particolare 
funzione architettonica che il rilievo disegnativo ha avuto nell'arte greca a differenza 
di tutte le altre arti e soprattutto delle arti del bacino del Mediterraneo ( 2 ). 

Ciò che dal disegno trae l'arte al rilievo disegnativo, ciò che conduce ad una 
accentuazione incancellabile della sagoma delle figure, accentuazione che può andare 
dalla semplice incisione alla sporgenza, è il desiderio di fissare con un mezzo più 
resistente la forma dell'opera d'arte, è il desiderio di sottrarla, quanto più è pos- 
sibile, all'inevitabile deterioramento del tempo e delle intemperie. Questa preoccupa- 
zione ha misurato i mezzi per la sua estrinsecazione nel caso della scultura archi- 
tettonica a seconda della posizione che questa doveva avere nell'edificio. Si può 
mostrare coll'esempio dell'arte messicana e anche di arti incolte che dove la scul- 
tura ha dovuto essere decorazione esterna di monumenti, dove per far valere la 
sua forma ha dovuto subire l'investimento di intensa luce ( 3 ), là ha dato una mag- 
giore sporgenza alle figure. Ed appunto in una differenza di funzione decorativa 
architettonica del disegno e del rilievo sta il contrasto essenziale tra le arti orientali 
del bacino del Mediterraneo e l'arte greca ( 4 ) : il rilievo greco è stato adoperato per la 
decorazione esterna di edifici, ha perciò richiesto un accrescimento della sua sporgenza, 
il rilievo egizio e il rilievo assiro invece sono stati applicati principalmente ad una 
decorazione interna, per cui minore era la luce e quindi minore il bisogno di cor- 
poreità. Anche l'arte egizia e l'arte assira hanno avuto talvolta nei loro edifici una 
decorazione esterna a rilievo ed allora il rilievo disegnativo è giunto colà a sporgenza 
non mai prima tentata, come ad esempio nelle figure ai lati delle porte dei palazzi 
assiri, o è stato sostituito dal rilievo statuario, come è spesso avvenuto nella decora- 
zione egizia, ma, prese queste arti orientali nella loro caratteristica essenziale e messe 

(') A. Riegl, Spàtròm. Kunstind., p. 19, pensa ad un'istintiva e latente tendenza delle arti del 
piano verso la corporeità. 

(*) Sulla conquista della corporeità da parte del rilievo greco nella sua funzione architettonica, 
vedi A. Conze, in Sitzungsber. der Kòn. preuss. Ak. der Wiss. zu Berlin, 1882, II, p. 571 ; P. J. Meier, 
Weber das archaische Giebelrelief von der Akropolis, in Ath. Mitth., 1885, pp. 250, n. a 1, 252- 
254; E. Curtius, Architektur und Plastik, Berlin 1892, p. 7; C. L. Brownson, The relation of 
the archaic Pediment Reliefs front the Acropolis to' Vase-painting, in American Journal of Archaeo- 
logy, 1893, pp. 34-37; H. Schrader, Gigantomachie, in Ath. Mitth., 1897, p. 98; e soprattutto 
H. Lechat, La Sculpture attigue avant Phidias, Paris, 1904, pp. 93, 95-100. 286-287, 304-306. Vedi 
anche B. Sauer, in W. Kroll, Die Alter tumswissenschaft im letzten Vierteljahrhundert, Supplernent- 
band al Jahresbericht ùber die Fortschritte der klassischen Alte^tumswissenschaft, Leipzig, 1905, 
p. 415. Al contrario vedi: L. Curtius, Relieffragment in Theben, in Ath. Mitth., 1905, pp. 384-385; 
A. Furtwangler, Aegina, das Heiligtum der Aphaia, Munchen, 1906, p. 334. 

( 3 ) E. v. Mach, Greek Sculpt., pp. 41-45. 

{*) G. Perrot, La Sculpture dans le Tempie grec, in Mélanges Weil, Paris, 1898, pp. 355-357, 
vede questa differenza soprattutto nel fatto che la decorazione greca non occupa tutte le pareti 
come la egizia o l'assira ma è limitata ad una parte di esse. 



— 187 — 

a confronto con l'arte greca, è fuor di dubbio che uno degli dementi più perspicui 
della loro differenza sta in questa diversa applicazione della decorazione figurata al- 
l'architettura. E se si indaga la causa di questa differenza la si trova nella diversa 
concezione della vita e nella diversa costituzione sociale dei popoli orientali e dei 
Greci. Per i primi la casa della divinità, del defunto, del principe ha importanza nel suo 
interno giacché nell'interno si svolge la vita religiosa, funeraria, principesca: lo spi- 
rito aristocratico e di casta di queste civiltà tutto concentra dentro il chiuso delle 
mura per il godimento di un solo. Per il popolo greco invece la casa del Dio — noi 
non possiamo più parlare per esso di case di defunti e di principi — ha impor- 
tanza nel suo esterno giacché all'esterno del tempio si svolge la sua vita religiosa 
e sociale: lo spirito democratico domina e vuole disteso dinanzi agli occhi di tutti 
ciò che deve allietare la divinità. L'Egitto onora il morto con l'ipogeo e colla cassa 
mummiforme che conservano gelosamente nel loro interno i migliori rilievi e i mi- 
gliori dipinti per la sola letizia del trapassato il cui sonno più nessuno turberà: 
la Grecia onora il morto con i rilievi delle sue stele che dal bordo delle strade sacre 
avvertono i viandanti che a tutti sovrasta il giorno dell'estremo congedo e allietano 
chi morì colla visione della vita che continua perenne sulla terra. E ciò che noi notiamo 
nei templi e nei monumenti dei morti lo riscontriamo in ogni creazione artistica dei 
due popoli: lo spirito aristocratico dell'Egitto adorna per il solo godimento del pos- 
sessore, lo spirito democratico della Grecia adorna per il godimento di tutti. Coll'arte 
greca cessa la funzione individuale dell'arte e comincia la sua funzione sociale come 
coli' apparire del popolo greco nel bacino del Mediterraneo cessa la gloria delle grandi 
monarchie e comincia quella della democrazia. Che cosa abbia rappresentato tra questi 
due estremi l'arte micenea non è dubbio: per tutti i suoi elementi e soprattutto per 
quello della sua concentrazione nell'interno dell'edificio essa si rannoda alle arti orien- 
tali. Ma la sovrapposizione del nuovo elemento etnico, che diede origine al popolo 
greco, sciolse anche il suo carattere aristocratico ; all'arte dell'oro, all'arte di un solo 
o dei pochi sostituì l'arte dell'argilla, l'arte di tutti. E così nelle ultime propaggini 
della civiltà micenea, nel terreno neutro di contatto tra di essa e l'elemento sovrap- 
ponentesi, noi possiamo rintracciare il sorgere della nuova concezione della vita e il 
primo stadio di una nuova funzione dell'arte: il triangolo frontonale della Porta dei 
Leoni a Micene potrebbe essere forse considerato uno dei primi passaggi della deco- 
razione dall'interno all'esterno dell'edificio ( 1 ). 



(!) Tracce di questo spirito orientale nella funzione dell'arte mi sembra di vederle nei sar- 
cofagi di Clazomene che presentano oltre ad una decorazione esterna anche una decorazione interna 
che doveva rimanere invisibile per lo spettatore (A. S. Murray, Terracotta Sarc. Oreek and Etr. 
in the Brit. Mus., tt. I-VII, p. 12). Ed orientale si rivela la civiltà etrusca nella decorazione tutta 
interna delle sue tombe ; giacché nei centri di cultura mediterranea, dove troviamo l'ipogeo, possiamo 
parlare di tradizioni orientali nella concezione funeraria, anche quando i monumenti che vi sono con- 
servati abbiano carattere greco: vedi gl'ipogei di Sidone, di Cartagine e gl'ipogei romani come persi- 
stenza di costumi etruschi. Del resto la decorazione essenzialmente interna del monumento di Giol- 
basci-Trysa, che è certo il monumento di un dinasta, o parzialmente interna del Mausoleo prova 
quali concessioni l'arte greca facesse allo spirito orientale sul terreno neutro delle coste dell'Asia 
Minore. 



— 188 — 

Ma la sola posizione esterna della decorazione architettonica nell'arte greca non 
sarebbe stata sufficiente a determinare uno sviluppo della corporeità nel rilievo dise- 
gnativo ; a questo sviluppo hanno contribuito due altri elementi, la sua limitazione ad 
alcune parti dell'edificio e la sua relegazione nelle parti più alte di esso. Finché il rilievo 
aveva occupato, come nell'arte egizia, tutte le pareti della costruzione, poteva pur 
ben trovarsi nell'esterno, esso doveva vedersi preclusa ogni via di conquista della 
corporeità giacché altrimenti avrebbe turbato la funzione struttiva delle pareti stesse 
che prima che fondo ad una decorazione erano elementi costitutivi di un edificio ('). 
Invece la sua limitazione ad alcune parti delle pareti, di cui quindi non veniva più 
che minimamente turbata la funzione struttiva, e la sua relegazione alle parti 
alte di queste pareti, relegazione che apportava con sé un bisogno di maggiore 
visibilità, hanno l'ima agevolata e l'altra pretesa una ulteriore sporgenza delle 
figure ( 2 ). 

Dobbiamo tuttavia osservare in ultima analisi che questi tre elementi, la posizione 
esterna, l'applicazione parziale e la relegazione alle parti alte dell'edificio, non avreb- 
bero apportato lo sviluppo massimo di sporgenza nel rilievo disegnativo architettonico 
se non fossero cresciute gradualmente le proporzioni del tipo d'edificio a cui era stato 
applicato, del tempio, se cioè la corporeità del rilievo non fosse stata costretta a cre- 
scere insieme coll'edificio stesso. Le origini del tempio greco, per quanto oggi se ne 
possano far risalire gli elementi costitutivi alla civiltà micenea ( 3 ), rimangono un pro- 
blema ancora aperto. Verso una soluzione invece mi sembra si avvicini quello della 
sua decorazione scultoria. Salvo il caso di pensare che il tempo, per una strana ven- 
tura, abbia conservato a Selinunte e sull'Acropoli, a Olimpia e a Delfi solo le sculture 
dei piccoli templi e dei * thesauroi » ( 4 ) ed abbia distrutto quelle dei grandi templi 
arcaici, è pur necessario convenire che la decorazione architettonica greca deve essere 
stata applicata dapprima agli edifici di piccole dimensioni sotto la forma di pittura o 
bassorilievo e poscia, crescendo l'ardire colla coscienza della capacità, deve essere 
stata adattata, sotto la forma di altorilievo o di scultura di tutto tondo, anche agli 
edifici più grandi. A Selinunte le metope, sull'Acropoli i frontoni crescono di corpo- 
reità a mano a mano che crescono le loro dimensioni. La decorazione scultoria adunque 
non nacque col grande tempio, di cui forse non potremmo negare per qualche san- 
tuario l'esistenza anteriore a quella dei piccoli templi, ma nacque come un modesto 



(') E. Liiwy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 53, 54. 

( 2 ) La decorazione non più limitata ad alcune parti fisse e strette dell'edificio ma ampliata 
colla sovrapposizione di metope ad un fregio, come nel tempio di Assos, o applicata alle colonne, 
come nei templi di Efeso, o profusa sul basamento e su altri punti, come nel monumento detto delle 
Nereidi e nella tomba di Maussolos, prova ancora una volta come l'arte greca sulle coste dell'Asia 
Minore abbia subito le esigenze dello spirito orientale e le abbia conservate ereditariamente. 

( 3 ) G. Perrot, Ch. Chipiez, /list, de l'Art, VII, p. 350 ; W. Klein, Gesch. der griech. Kunst, 
I, p. 129. 

( 4 ) Sul carattere religioso dei « thesauroi », i quali dovevano in origine avere il valore di pic- 
coli templi, vedi L. Dyer, Olympian Treasuries and Treasuries in general, in Journ. of fieli. Stud., 
1905, pp. 301, 306 e segg. 



— 189 — 

tentativo sulle pareti degli edifici minori e da Assos (') e da Efeso ( 2 ) sino a Micene ( 3 ) 
e a Thermos ( 4 ), in qualunque punto del mondo ellenico siano tornate alla luce, le 
decorazioni architettoniche arcaiche confermano questa origine. È certo innegabile che 
allorquando, avendo percorso tutta la linea del suo sviluppo ed essendo cresciuta di 
sporgenza in rapporto alle proporzioni dell'edificio, la scultura architettonica è giunta 
alla conquista della massima corporeità, questa corporeità ha potuto essere applicata 
nel suo maggior grado anche ad edifici piccoli e nel suo minore anche ad edifici 
grandi, ma il fatto che si siano combinate applicazioni diverse a conquista compiuta 
nulla toglie al carattere fondamentale genetico della decorazione scultoria, alla sua 
organicità proporzionale di sviluppo nelle dimensioni e nella sporgenza. Ed anzi questa 
organicità, per cui il piccolo nasce col piccolo e cresce proporzionalmente con esso, 
costituisce una delle caratteristiche più importanti dell'architettura greca di fronte 
all'architettura degli altri popoli del Mediterraneo e soprattutto di fronte all'architet- 
tura egizia: è il riflesso dell'euritmia che anima tutta l'arte greca. 

Uno sviluppo del rilievo che si compieva sulle pareti dei templi, degli edifici 
che formavano il centro della vita nella società greca ed a cui erano rivolti giornal- 
mente gli sguardi del popolo, non poteva non esercitare una reale influenza sullo 
sviluppo di tutto il rilievo greco e soprattutto di quello che decorava mobili, utensili, 
che cioè compieva rispetto a questi oggetti la medesima funzione che il rilievo archi- 
tettonico compieva rispetto all'edificio. I bronzi ionico-etruschi che vanno dal basso- 
rilievo sino alla piccola statuaria libera, ornamento di tripodi e di vasi ( 5 ), offrono 
esempio del modo in cui l'arte industriale seguiva di grado in grado le conquiste 
della grande arte architettonica e le terrecotte decorative dell' Etrnria ( 6 ), che si pos- 
sono considerare prodotti dell'arte industriale, rivelano uno dei ponti di passaggio 
attraverso i quali poteva esercitarsi una tale imitazione. 

Ed ora che noi abbiamo additato il fenomeno dello sviluppo del rilievo dise- 
gnativo nella sua funzione architettonica esterna vogliamo seguire passo a passo questo 
sviluppo sino al conseguimento della piena corporeità. Si comprende che ciò che noi, 
dati gli scarsi monumenti conservati, dobbiamo porre per esemplificazione in iscala 
cronologica relativa non segna davvero le tappe realmente susseguitesi nella cronologia 
assoluta: nell'arte come nella natura molto si arresta e si riproduce nello stadio a 
cui s'è arrestato, e queste riproduzioni possono valere come documenti sicuri dell'evo- 
luzione sebbene non come termini cronologici di essa. Noi abbiamo perciò tra i rilievi 
architettonici conservati nel mondo greco tutto ciò che basta per mostrare come 

(') J. Thacher Clarke, Report on the investigations at Assos 1881, in Papers of the Archaeo- 
logical Institute of America, Boston, 1882, I, tt. XV-XXII; Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und 
róm. Sculpt., tt. 411-412; G. Perrot, Hist. de VArt, Vili, pp. 256 e segg. 

( 2 ) A. S. Murray, Remains of archaic Tempie of Artemis at Ephesus, in Journ. of Hell. Stud. 
1889, pp. 1-4, t. IV. 

(') K. Kuruniotis, Porosskulpturen aus Mykene, in Jahrbuch des Kais. deutsch. arch. Inst., 
1901, pp. 18-22. 

( 4 ) r. 2<oir]Qià3r}s, livaoxacpai èv ©ép^uw, in 'Eyrj/ji. àQ%., 1903, ce. 71 e segg., tt. II-VI. 

( 6 ) Esempi di queste « appliques » vedi in S. Beinach, Répertoire de la Statuaire grecque et 
romaine, Paris, 1897, H, pp. 234, 6; 235,1-4; 236,2,3,6; 237,6. 

( 6 ) Sulle terrecotte architettoniche vedi H. B. Walters, Hist. ofanc. Pott.,l. pp. 98-99. 



— 190 — 

nelle metope, nei frontoni, nel fregio dal rilievo disegnativo di leggerissima spor- 
Ta T .« v-xi. genza (') ed ancor prima dalla semplice pittura ( 2 ) si sia giunti alla perfetta corporeità, 
e noi abbiamo nei rilievi non architettonici della medesima arte tutti i riflessi di 
tale sviluppo. Nulla di più edottivo che seguire nei monumenti di grado in grado 
il sorgere e l'affermarsi di questo nuovo elemento: vi sono numerosi dettagli tecnici, 
numerose caratteristiche della forma che, anche quando il rilievo sia giunto al mas- 
simo della corporeità, abbia preso quasi l'apparenza di una statuaria applicata ad 
un fondo ( 3 ), rivelano il rapporto d'origine. 

Ma per comprendere questo sviluppo dobbiamo tornare al grado da cui questo 
sviluppo parte, cioè al semplice disegno. Noi abbiamo altrove parlato della essenza e 
della genesi dello schematismo disegnativo, abbiamo osservato come contro le esi- 
genze del piano che non accettava che le vedute parallele delle cose e preferiva le 
vedute parallele maggiori nulla abbia potuto la legge di relazionalità che esigeva 
la posizione di prospetto delle figure e come quindi il disegno abbia dovuto per la 
testa, le gambe e le braccia, cioè appunto le membra di maggior relazione, limitarsi 
alla veduta di profilo. 

Questa posizione essenzialmente di profilo, che escludeva la relazionalità collo spet- 
tatore, finiva per favorirne un'altra, la relazionalità con altre figure tracciate nel 
piano, cioè invitava alla creazione della scena, alla rappresentazione di un'azione ( 4 ). 
Ma il bisogno del rapporto collo spettatore non aveva potuto essere interamente annul- 
lato nell'opera d'arte, rimaneva sempre aperto l'occhio di prospetto e quindi per quanto 
la scena si compiesse apparentemente al di fuori di ogni preoccupazione per i riguar- 
danti, per quanto l'azione assumesse un carattere di obbiettività eccessiva, nell'opera 
d'arte si celava assopito questo bisogno che si sarebbe ridestato quando avesse potuto 
disporre dei mezzi onde farsi valere. In questo latente contrasto e nella ricerca di una 

Tav. v-vn, 2. (■) Per le metope vedi quelle di Selinunte: A. Salinas, Nuove metope arcaiche selinuntine, 

in Mon. Ant. della R. Acc. dei Lincei, I, ce. 957-962, tt. I-UT; Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. 
und ròm. Sculpt., t. 288; G. Perrot, Hist. de l'Art, Vili, p. 489, f. 248; p. 491, f. 249. Per i fron- 

Tav.° viii-ix, l. toni vedi sull'Acropoli, quello dell'Idra, Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 16; 
Th. Wiegand, Die archaische Poros-Architektur der Akropolis su Athen, Cassel, Leipzig, 1904, 

Tav.» VIII-IX, 2. pp. 192-195, t. Vili, 4; G. Perrot, Hist. de VArt, Vili, pp. 532-533, f. 273; e quello del Triton, 
Th. Wiegand, Die arch. Poros-arch. der Akr. zu Athen, pp. 195-197, f . 213; H. Lechat, La Sculpt. 

Tav. 8 X-xi, l. att. avant Phidias, pp. 32 e segg. Per i fregi vedi quello di Assos tra le sculture di Assos sopra 
citate. 

Tav.« V-VII, l. ( a ) Per le metope, vedi quelle di Thermos, T. 2wr»7pta<%, in 'EcpTjp. àqx-, 1903, tt. II- VI; cfr. 

E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, p. 54, n. a 1; per i frontoni, vedi i fram- 
menti dell'Acropoli, i quali per altro sembrano di una tecnica avanzata, Th. Wiegand, Die arch. 
Poros-Arch. der Akr. zu Athen, p. 230, nn. 10-12, t. VI, 1-3; H. Lechat, La Sculpt. att. avant 
Phidias, p. 95. 

( 3 ) Spesso anzi con essa è stata confusa, vedi P. Kopp, Der Ursprung des Hochrelicfs bei den 
Griechen, in Jahrbuch des Kais. deutsch. arch. Insù., 1887, pp. 118 e segg. ; vedi invece J. Lange, 
Die Darst. des Mensch., p. 93, il quale per altro crede che la posizione profonda della parete dei fron- 
toni e delle metope abbia tratto ad una sporgenza delle figure, mentre io ritengo che la parete sia 
stata tanto più internata quanto più le figure acquistavano sporgenza, come tutta la serie storica dei 
frontoni e delle metope sta a dimostrare. Cfr. G. Perrot, in Mélanges Weil, p. 360. 

( 4 ) E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, p. 26. 



- 191 — 

sua soluzione sta una delle forze regolatrici dello sviluppo del rilievo disegnativo 
greco. 

Esaminiamone dunque lo svolgimento. Il disegno si avvia al rilievo partendo 
dalla semplice accentuazione del contorno: tinche quest'accentuazione è limitata in 
modo che il dislivello che vi è tra il piano del fondo e il piano in cui viene ad 
essere sollevata la figura non superi, date le proporzioni di quest'ultima, la differenza 
di profondità che la figura offre in natura nella medesima veduta por le sue parti 
sovrapponentisi, cioè finché il dislivello tra il contorno e il fondo nel rilievo non 
superi ad esempio la differenza di profondità che v'è nella figura umana di profilo 
tra il braccio interno, il torace, e il braccio esterno, l'artista non ha bisogno di 
aggiungere a questa accentuazione del contorno esterno un'accentuazione del tracciato 
delle parti interne. Ma superato questo grado, e si comprende bene, data la loro 
diversa corporeità, che il rapporto non è il medesimo per tutte le parti della figura, 
s'impone all'artista il problema come distribuire la sporgenza di cui dispone tra le 
parti della figura che sono collocate l'ima più profondamente dell'altra. Questa distri- 
buzione si fa allora partendo dall'esterno verso l'interno, cioè l'artista, dopo aver misu- 
rato, tagliando il contorno delle figure, fino a che punto di profondità massima giun- 
gerà, distribuisce per gradi la sporgenza nelle parti interne di esso là dove più parti 
siano sovrapposte ; e così, ad esempio, nella figura umana d'intero profilo, dà alla 
testa e alle gambe, ciascuna presa di per sé, quella stessa corporeità che divide nel 
tronco di profilo tra il braccio esterno, il torace e il braccio interno. Da questo pro- 
cesso di distribuzione consegue che alcune parli della figura possono ottenere, data la 
loro naturale costituzione o posizione, tutta la giusta corporeità mentre altre ancora ne 
mancano; sicché, ad esempio, in un rilievo la testa, e dentro la testa il naso, può 
nella veduta di profilo disporre della sua naturale corporeità quando ancora ne siano 
privi il torace e le gambe, e in un rilievo, in cui oltre alla figura umana vi siano delle 
figure equine, la prima può essere quasi interamente corporea mentre le altre ancora 
non lo sono. Noi adunque non abbiamo in linea assoluta un basso o alto rilievo dise- 
gnativo che sia tale contemporaneamente per tutte le parti delle figure e per tutte le fi- 
gure, e nella pratica della sua trattazione scaturisce da ciò l'importante resultato che, 
pur data in esso la latente tendenza a liberare, sotto la pressione dell'esigenza di relazio- 
nalità, dalle vedute parallele o almeno dalle vedute parallele maggiori le parti delle figure 
che in queste vedute non appaghino tale esigenza, questa liberazione non avverrà contem- 
poraneamente per tutta la figura ma comincerà solo da alcune parti di essa e propria- 
mente da quelle che richiedano il minimo di corporeità. Ed infatti la prima a libe- 
rarsene è la testa, giacché nello stesso tempo in cui è il più importante organo di 
relazione può anche appagare tale esigenza col minimo di corporeità, cioè colla sola 
sostituzione di una veduta parallela minore ad una maggiore, della veduta di prospetto 
alla veduta di profilo. 

Questo fenomeno per cui la collocazione spaziale delle parti delle figure nel 
rilievo è determinata dalla diversa sporgenza di cui essi proporzionalmente dispon- 
gono, fenomeno di cui vediamo qui il primo apparire ma che avremo ad incontrare 
ancora in appresso, è uno degli elementi regolatori dello schematismo delle figure 
nel rilievo; giacché veduta parallela è minimo di corporeità, posizione obliqua è 



— 192 — 

massimo di corporeità, ma ciò che è minimo per una parte della figura può essere 
massimo per un'altra, e un rilievo quindi può nello stesso momento accogliere lo 
scorcio per alcune membra e doverlo respingere per altre. 

Ma se in appresso fu caratteristica singolare ed esclusiva del rilievo greco che 
la collocazione spaziale delle parti della figura fosse regolata dalla sporgenza, questo 
rilievo disegnativo -fino ad un certo grado, fino alla posizione di prospetto della testa, 
non si ditferenzia dai rilievi disegnativi delle altre arti umane ; giacché se esso, dopo 
aver acquistato quel tanto di sporgenza che può permettere una modellatura corporea 
del naso e degli altri elementi del volto di prospetto, sostituisce la veduta di pro- 
spetto alla veduta di profilo del volto non fa altro che ciò che avevano già tentato 
l'arte caldea (') ed assira ( 2 ) o tenteranno altre arti colte ( 3 ); e se, al pari di esse, 
senza preoccuparsi dell'azione rappresentata, spezza il rapporto tra le figure della scena 
e pone un rapporto anormale tra le figure e lo spettatore ( 4 ), come mostrano le stele 
di Sparta ( 5 ) che sono da questo punto di vista tra i monumenti più caratteristici ( 6 ), 
possiamo sempre dire che con ciò non è ancora uscito dall'orbita del parallelismo 
e, quel che non meno importa, dall'orbita del bassorilievo. Il distacco comincia 
subito dopo, giacché, mentre le altre arti sviluppando al pari della greca questo schema 
anche al di fuori del rilievo architettonico si sono limitate a questo minimo di cor- 
poreità che era sufficiente per la posizione di prospetto della testa, l'arte greca appunto 
nel rilievo architettonico ha oltrepassato il confine cercando di dare corporeità al- 
l' intera figura. In tale lavoro il rilievo non potè cancellare da principio la natura dello 
schema da cui partiva : esso partiva dalla veduta piatta disegnativa di una figura, le 



(') J. Meuant, Recherches sur la Glyptique orientale, Paris, 1883, 1, 1. 1, 1; II, 2, 3, e passim 
nel testo; G. Perrot, Ch. Chipiez, Hist. de l'Art, II, p. 554, f. 257; p. 675, f. 332; p. 681, f. 337; 
A. Furtwangler, Ant. Oemm., I, t. I, 1-2. 

( a ) Vedi le grandi figure a rilievo colla testa di prospetto scolpite sugli stipiti delle porte del 
palazzo di Khorsabad e conservate al British Museum, G. Perrot, Ch. Chipiez, Hist. de l'Art, II, 
p. 484, f. 217; p. 502, f. 226; p. 545; Assyrian Sculptures, London, I, t. IV. 

( 3 ) Frequente è la testa di prospetto nella figura della divinità che orna in rilievo disegnativo 
i vasi peruviani d'argilla. Ed è importante osservare a questo proposito che la rappresentazione della 
testa di prospetto è più frequente - nei rilievi in argilla che negli altri, perchè la plastica, effettuan- 
dosi « per via di porre », può con maggiore facilità aggiungere alla figura la sporgenza che è ne- 
cessaria per la corporeità del volto di prospetto. Vedi inoltre la figura della divinità scolpita d'in- 
tero prospetto tra i mostri alati che volano di profilo, cioè in ischema disegnativo, dai lati verso di 
essa sulla porta monolitica di Ak-Kapana: A. Stiibel, M. Uhle, Die Ruinenstàtte von Tiahuanaco, 
tt. V, VIII-IX; K. Wfirmann, Gesch. der Kunst, I, pp. 87-88, tavola. 

( 4 ) E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der ali. griech. Kunst, pp. 26-27. 

( 5 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech, und róm. Sculpt., t. 227 a; C. Friederichs, P. Wol- 
ters, Die Gipsabgùsse antiker Bildwerke, Berlin, 1885, nn. 58-59 ; A. Furtwangler, Die Sammlung 
Sabouroff, Berlin, 1883-1887, testo alla t. I. 

( 6 ) La medesima posizione della testa di prospetto in una figura disegnativa la troviamo in 
un frammento di rilievo in argento dorato, che era rivestimento di un carro etrusco e che ora è 
conservato al British Museum : vedi E. Petersen, in Ramisene Afittheilungen, 1894, p. 314 e An- 
tike Denkmàler herausgegeben vorn Kais. deutsch. arch. Inst-, II, testo alle tt. XIV-XV, p. 3, figura. 
Un altro esempio si ha in una placca a rilievo dell'Heraion di Argo : Ch. Waldstein, The Argive He- 
raeum, Boston, New York, 1905, II, t. XLIX, 1, p. 49. 



— 193 — 

» 

dava corporeità aggiungendo a mano a mano a questa veduta una porzione delle 

vedute laterali adiacenti, che otteneva allontanando il fondo, ma non riusciva a sop- 
primere il parallelismo geometrico della veduta da cui era partito, ed ancor meno riu- 
sciva a correggere le irregolarità di coordinazione delle membra esistenti dentro di essa, 
irregolarità di coordinazione che, seppure erano state la necessaria esigenza del piano 
disegnativo, cessavano di avere una ragione d'essere coll'acquisto della corporeità. E 
così in questo stadio del rilievo disegnativo a completa corporeità noi abbiamo la 
piattezza della superficie esterna, una configurazione parallela dell'addome che offre 
tutt'altro che la contorsione che dovrebbe avere in realtà per essere zona mediatrice 
tra il torace di prospetto e le gambe di profilo, una diversione delle braccia in ve- 
duta di profilo con una innaturale attaccatura alle spalle, insomma tutte le stimmate 
della sua origine. Le metope arcaiche di Selinunte del tempio C (') presentano questo Tav.° v-vn, 4 
stadio di sviluppo del rilievo, cioè completa quasi completa corporeità ma confor- 
mazione esattamente disegnativa, parallela, appiattita, delle figure ( 2 ). 

E in queste metope troviamo appagata ancora nella forma più semplice e meno 
organica la esigenza di relazionalità, giacché le figure volgono in generale la testa di 
prospetto ( 3 ). È stata questa posizione di prospetto della testa unita alla semicor- 
poreità di tutta la figura ciò che ha tratto in inganno ed ha fatto giudicare le metope 
di Selinunte una specie di prodotto d'alto rilievo statuario, cioè la resultante dell'ap- 
plicazione di statue ad un fondo ( 4 ). Se già gli elementi, più sopra ricordati, nel- 
l'aspetto della forma non fossero indice dell'origine disegnativa sarebbe da doman- 
dare dove mai l'artista avrebbe potuto trovare, nella statuaria isolata contemporanea, 
schemi cosi disarticolati per la composizione di una figura, e, se avesse voluto riadattare 
schemi della statuaria frontale, sarebbe da domandare perchè mai avrebbe limitato il 
legame dell'azione tra le figure alla sola posizione di profilo delle gambe. 

V'è invero tra le metope del tempio C di Selinunte una per la quale non ab- 
biamo elementi intrinseci nella costituzione della forma per escludere a priori un'ap- 
plicazione di figure statuarie ad un fondo, e questa èia metopa colla quadriga di prò- Tav.* xv, 1. 
spetto. Tuttavia, come ho accennato altrove, la differenza tra il rilievo disegnativo e il 
rilievo statuario non sta nella sporgenza delle figure ma nello schematismo di costru- 
zione delle loro parti, cioè nella riduzione al parallelismo per il primo, nella rap- 
presentazione esatta di prospetto per il secondo ( 5 ); ora questo elemento di distin- 
zione manca per la figura del quadrupede che, non avendo una faccia propria di 
relazione, è rappresentato nella sua veduta più ampia cioè di profilo tanto nella sta- 



(') 0. Benndorf, Die Met. von Selinunt, tt. I-IV; Brunn-Bruekmann, Denkm. griech. und 
rom. Sculpt., tt. 286-287 a . 

( 2 ) C. Friederichs, P. Wolters, Die Gipsabg. ant. Bildwerke, pp. 81-82. 

( 3 ) Un caso si ha anche nei frammenti delle metope di Micene : vedi K. Kuruniotis, in Jahr- 
buch des Kais. deutsch. arch. Inst., 1901, p. 19, n. 1. 

( 4 ) F. Kopp, in Jahrbuch des Kais. deutsch. arch. Inst-, 1887, pp. 119-121. 

( 5 ) In molti casi l'arte presenta nello stesso monumento l'applicazione dei due rilievi: per l'arte 
greco-etrusca vedi ad esempio la biga di Monteleone di Spoleto (Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. 
uni rom. Sculpt., tt. 586-587) che offre tutta una decorazione a rilievo disegnativo ma che ha anche 
due figurette mascoline nude a rilievo statuario. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Ser. 5 a . 26 



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tuaiia quanto nel disegno, e manca quindi anche per la rappresentazione in veduta pa- 
rallela minore giacché anch'essa non appartiene esclusivamente né alla statuaria né 
al disegno. Solo se noi osserviamo nel nostro caso che questa metopa si trova in un 
complesso di rilievi disegnativi, che la veduta di prospetto della quadriga sembra essere 
stata richiesta dalla ristrettezza dello spazio in cui doveva essere inquadrata e che 
Tav.* v-vn, 3. infine la veduta di prospetto del cavallo si riscontra in una delle raetope del tesoro dei 
Sicionì a Delfi (') che sono per tutte le altre figure innegabilmente di origine disegna- 
tiva, dovremo concludere che anche questa metopa non fa eccezione ( 2 ) e che il suo 
motivo può essere stato scelto dal rilievo disegnativo appunto per appagare quella ten- 
denza alla relazionalità che nelle altre metope ha portato alla posizione di prospetto per 
la testa delle figure umane. 

Ma al rilievo disegnativo restava ancora dell'altro cammino da percorrere: otte- 
nuta la quasi intera corporeità esso doveva spezzare l'ultimo legame, doveva distac- 
carsi per intero dal fondo, doveva divenire libera statuaria. La tappa intermedia di 
quest'ultimo tratto di cammino ci è esemplificata caratteristicamente dal frontone del re- 
Tav.- vm-ix.3. soro detto degli Cnidì a Delfi ( 3 ). Noi non sappiamo dinanzi ad esso se si tratta di ri- 
lievo o di statuaria giacché le figure sono nella parte superiore completamente di- 
staccate dal fondo, sono ancora legate invece nella loro parte inferiore. Quello che 
è certo è che la origine disegnativa è palpabile in ogni loro elemento, giacché 
il torace di prospetto tra la testa e le gambe di profilo, la rappresentazione di 
prospetto dell'occhio nel volto di profilo, la giacenza delle braccia di profilo nel 
medesimo piano del torace, la piattezza della veduta esterna di ciascuna delle figure 
sono tanti segni tangibili di questa origine. 

Dal rilievo di questo frontone alla statuaria isolata era breve il passo ed ecco 
quindi apparire la Nike di Delo ( 4 ) che, per la costruzione della sua forma e la 

(') Th. Homolle, Les Métopes du Trésor de Sicyone, in Bull, de Corr. hell, 1896, pp. 662- 
663, t. XI, 1; G. Perrot, Hist. de VArt, Vili, p. 459, f. 229; Fouilles de Delphes, IV. t. IV. È no- 
tevole il fatto che talvolta'la pittura vascolare a figure nere presenta cavalieri di prospetto come 
scultura ornamentale delle fontane, ad esempio nel vaso B 329 del British Museum, H B. Walters. 
Cat. of the Qreek and Ltr. Vases in the Brit. Mus., II, p. 191 = Ant. Denkm. hsg. vom Kais. 
deutsch. arch. Inst., II, t. 19; tuttavia è da notare che in fondo la posizione di prospetto si riduce 
al solo avancorpo del cavallo, che cioè anche qui il parallelismo disegnativo s'è fatto valere. 

( 2 ) Vedi invece E. Lowy, Die Naturwiedergale in der alt. griech. Kunst, pp. 28-29. Quello che 
è certo è che noi possediamo questo schema in tutta la serie dell'arte del piano dalla pittura vasco- 
lare a figure nere al bassorilievo di placche in bronzo di Dodona (C. Carapanos, Dodone et ses 
ruines, Paris, 1878, t. XIX), dell'Acropoli e di Eleutherai (Journ. of Hell. Stud., 1892-1893, XIII, 
p. 258, ti VIII-IX; A. de Ridder, De ectypis quibusdam aeneis, Lutetiae, 1896, p. 22, f. 11), dal ri- 
lievo più sporgente di una terracotta di Sicilia (R. Kekule, Die antìken Terra cotten, Berlin. Stuttgart, 
1884, II, t. LIV, 1) ad una « applique » di un vaso in bronzo del Museo di Napoli. 

0) G. Perrot, Hist. de VArt, VIII, p. 365, ff. 160-161; Fouilles de Delphes, IV. tt. XVI-XVII. 

(*) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und rórn. Sculpt., t. 36; M. Collignon, Hist. de la 
Sculpt. grecque, I, p. 135, f. 67; G. Perrot, Hist. de VArt, Vili, pp. 300-301, ff. 122-123. Cito la 
Nike di Delos in quest'esemplificazione dello sviluppo della scultura decorativa architettonica perchè 
questo tipo è stato spesso adoperato come acroterio di templi ; per Olimpia vedi G. Treu, Zur Entste- 
hunq der Akroterien und Antefixe, in Jahreshefte des ósterr. arch. Inst., 1899, pp. 200-201 ; per 
Delfi, Th. Homolle, in Bull, de Corr. hell, 1901, pp. 494-496, t. XVI; G. Perrot. Hist. de l'Art, 
VIIT, p. 391, f. 183 (tesoro dei Focesi), p. 573, f. 287 (tempio di Apollon). 



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coordinazione delle sue parti, per quanto la testa tenda ad allontanarsi dal prospetto 
onde assecondare il movimento, presenta nella statuaria libera ciò che le metope ar- 
caiche di Selinunte nell'alto rilievo e il frontone del tesoro detto degli Cnidì nella 
semi-statuaria offrono di schema diseguativo ('). 

Questo cammino che per brevità ho segnalato di tappa in tappa con un solo esem- 
plare perspicuo di scultura architettonica ci è attestato ancora nei suoi ultimi gradi sul- 
l'Acropoli di Atene dai piccoli frontoni frammentari di Iris ( 2 ) e dell'Olivo ( ;i ) o dal grande 
gruppo di Herakles con Triton ( 4 ) e in Delfi dai frammenti del frontone in « poros » del 
vecchio tempio di Apollon in cui appare Athena in lotta contro Enkelados ( 5 ). Ed il fatto t»t.«iii-xhi,4. 
che noi possiamo trarre da Selinunte, da Delfi, da Atene, cioè da punti lontani del mondo 
ellenico, gli esempì che attestano questo sviluppo prova con quale concordanza d'in- 
tenti l'arte si affaticasse sulle pareti esterne dei templi alla conquista della corporeità. 

Ma se iu questa lenta conquista noi vediamo dal disegno sorgere una statuaria 
sarebbe un errore il credere che in fondo tutto ciò non dovesse servire ad altro che 
a gettare un ponte di riavvicinamento tra i due diversi rami dell'arte. La statuaria 
che sorgeva come ultimo germoglio dall'evoluzione del disegno non era la statuaria 
« frontale » da contemplarsi di prospetto o di profilo, costruita sempre tuttavia se- 
condo il naturale piano anatomico, che appartiene indistintamente a tutte le arti 
umane, è una nuova statuaria propria solo dell'arte greca e contraddistinta da una 
particolare coordinazione delle membra imposta dal parallelismo del piano disegna- 
tivo, una statuaria che a ricordo della sua origine noi chiameremo « disegnativa » . È 
superfluo osservare che se la figura umana non fosse stata per propria natura così costi- 
tuita da dover imporre alla statuaria e al disegno due schemi diversi di rappresen- 
tazione, se cioè fosse stata organicamente simile alla figura del quadrupede che è egual- 
mente riprodotto di profilo dalle due arti, perchè nel profilo offre la veduta parallela 
maggiore di tutte le sue parti e perchè non ha una veduta di relazione che si 
faccia preferire alla veduta parallela maggiore, la nuova statuaria sorta dal disegno 
per conquista della corporeità non avrebbe rappresentato nulla a sé, sarebbe rientrata 
nell'ambito della statuaria preesistente ed avrebbe con essa confuse le sue sorti. 

Invece la statuaria disegnativa aveva un valore non tanto in quanto che posse- 
deva corporeità, cioè era statuaria, ma in quanto che, essendo figlia del disegno, poneva 
a questa corporeità dei problemi nuovi da risolvere nella costituzione della forma. Per 
comprendere quindi le sue caratteristiche dobbiamo tornare all'esame dello sviluppo del 
rilievo disegnativo, dobbiamo studiare le perturbazioni che nel suo parallelismo hanno 
portato le due esigenze di relazionalità e di coordinazione tra le parti della figura. 

(') Vedi la diversa spiegazione che della coordinazione delle membra nella Nike di Delos dà 
H. Bruiin, Griech. Kunstgesch., II, pp. 90-93. 

( 2 ) Th. Wiegand, Die arch. Poros- Arch. der Akr. zu Athen, pp. 204-213, t. XV ; H. Lechat, 
La Sculpt. att. avant Phidias, pp. 58-62. 

( 3 ) Th. Wiegand, Die arch. Poros- Arch. der Akr. zu Athen, pp. 197-204, t. XIV; H. Lechat, 
La Sculpt. att. avant Phidias, pp. 62-67. 

( 4 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 472 b; Th. Wiegand, Die arch. Poros- 
Arch. der Akr. su Athen, pp. 82-88, t. IV; H. Lechat, La Sculpt. att. avant Phidias, pp. 44-46. 

( 5 ) Th. Homolle, Les Frontons du Tempie d'Apollon, in Bull, de Corr. hell., 1901, pp. 498- 
514, tt. XVIII-XIX; G. Perrot, Hist. de l'Art, VIII, pp. 568-570; p. 571, f. 285; p. 572, f. 286. 



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Se io fino ad ora seguendo lo sviluppo del rilievo sino alla statuaria dise- 
gnativa ho citato esempì in cui o la relazionalità non è stata in nessun modo ap- 
pagata o è stata appagata solo dentro l'ambito delle vedute parallele, colla rappre- 
sentazione del volto di prospetto, 1' ho fatto per non intralciare il corso della di- 
mostrazione, per indicare da principio nel suo lato formale sino a che punto poteva 
giungere tale sviluppo. Ma la esigenza di relazionalità non poteva contentarsi delle 
soluzioni imperfette e innaturali che abbiamo riscontrato nelle metope di Selinunte: 
a mano a mano che il rilievo diseguativo, acquistando corporeità, acquistava i mezzi 
per liberarsi dalle vedute parallele maggiori e quindi per riprodurre altre posizioni, 
doveva affacciarsi spontaneamente un'altra soluzione del problema. Lo schema dise- 
guativo colla veduta di profilo della testa e delle gambe aveva appagato il le- 
game di rapporto tra le diverse figure rappresentate nel piano, la esigenza di rela- 
zionalità, la base essenziale di ogni opera d'arte, tendeva invece a porre un vincolo 
tra le figure e lo spettatore : la posizione di prospetto della testa delle figure era 
stato un tentativo di soluzione radicalmente unilaterale in quanto che annodando il 
legame di relazionalità aveva sciolto completamente quello dell'azione, quindi la so- 
luzione più semplice del problema doveva essere quella di contemperare le due esi- 
genze, quella di sostituire alla completa posizione di profilo o alla completa posizione 
di prospetto la posizione obliqua della testa ('). 

Ma lo scorcio è stato tentato dal rilievo e dalla statuaria disegnati va greca 
anche per la preoccupazione di una più naturale coordinazione delle membra tra di 
loro, giacché si è voluto ridare all'addome, così anormalmente sacrificato nel disegno 
tra il torace di prospetto e le gambe di profilo, la sua vera funzione mediatrice, e si 
è voluto accordare col movimento nuovo della testa e dell'addome il movimento di 
tutte le parti confinanti. E così noi vediamo spezzato per la prima volta il paralle- 
lismo nell'intera figura: il torace non poteva più mantenersi di prospetto tra la testa e 
l'addome obliqui, tanto più che questa sua posizione mal s'accordava già da prima 
col movimento nel piano della testa e delle gambe di profilo; le braccia dovevano 
di necessità assecondare col loro movimento la nuova posizione del torace obliquo e 
le gambe non potevano rimanere di profilo quando tutta la parte superiore della figura 
tendeva all'obliquità; tutto un nuovo coordinamento insomma, dati i mezzi di cui 
potevano disporre, s'imponeva più o meno al rilievo e alla statuaria disegnativa. E così 
allo scorcio si avviavano tutte le parti della figura, le gambe partendo dalla veduta 
di profilo, il torace partendo dalla veduta di prospetto, la testa partendo o dalla ve- 
duta di profilo o dalla veduta di prospetto : su questo terreno neutro dell'obliquità si 
dissolveva finalmente per la statuaria e per l'alto rilievo disegnativo il parallelismo 
originario del disegno. In nessun modo si può meglio cogliere questa dissoluzione del 
parallelismo per opera della corporeità che seguendo dal disegno alla statuaria dise- 
gnativa nei diversi gradi della scultura architettonica l'evoluzione di un tipo, ad 
Tav.» xii-xin. esempio della figura di Athena Promachos. Da un disegno di anfora panatenaica 
attraverso il bassorilievo del fregio del tesoro detto degli Cnidì, l'alto rilievo della 
metopa del tempio F di Selinunte, la statuaria ancora legata al fondo del frontone 

(•) E. Delbriick, Beitràge zur Kenntn. dtr Linienpersp.. pp. 26-27. 



Tav.» X-XI, 2; 
V-VII, 5. 



— 197 — 

occidentale del tempio di Apollon in Delfi, si giunge alla figura libera di Athena del- 
l' Hecatornpedon dell'Acropoli, non più parallela ma obliqua. Non adunque un desiderio 
estetico di variazione degli schemi, non un bisogno di maggior libertà nella rappre- 
sentazione del movimento, ma la esigenza di relazionalità e la necessità di coordinare 
naturalmente tra di loro le parti della figura che nel disegno, sotto la pressione del 
parallelismo, si erano disarticolate, hanno tratto all'introduzione 'dello scorcio nel ri- 
lievo e nella statuaria disegnativa : i primi scorci sono stati degli scorci necessari che 
l'arte non ha scelto ma ha subito. 

E questa trasformazione degli schemi, che fa dapprima la sua timida apparizione, 
e che poscia, a seconda dei mezzi di corporeità di cui l'opera d'arte dispone, s'avanza 
con minore o maggiore audacia, è manifesta in tutto il rilievo architettonico dal fregio 
del tesoro detto degli Cnidì ( x ) alle metope del tempio P di Selinunte ( 2 ), dal frontone 
del tesoro dei Megaresi ( 3 ) alle metope del tesoro degli Ateniesi ( 4 ) ed è manifesta in Tav.«vui-ix,4; 
tutta la statuaria frontonale dal gruppo di Typhon ( 5 ) al frontone pisistrateo dell'He- Tav.«xnxni,5. 
katompedon sull'Acropoli, o al gruppo di Theseus e dell'Amazone trovato ad Eretria ( 6 ). 
Si comprende tuttavia che il giorno in cui dal rilievo diseguativo si era giunti nei 
frontoni, coll'acquisto della corporeità massima, alla creazione di statue di tutto tondo 
doveva più o meno avvenire in essi un'infiltrazione di tipi della statuaria frontale di 
prospetto, specialmente là dove la legge di relazionalità, premendo più esigentemente, 
spezzava o riduceva il legame dell'azione onde sostituirvi quello tra la figura e lo 
spettatore, cioè là dove, considerandosi la scena del frontone come una preparazione 
a quei rapporti col Dio che si svolgevano nell'interno della cella, anche la sua im- 
magine nel frontone appariva un religioso simulacro. Ciò è appunto avvenuto nel fron- 
tone dell'Acropoli colle due divinità sedute ( 7 ), nel frontone orientale del tempio d'Apollon 
a Delfi ( 8 ) e nel frontone orientale del tempio di Zeus ad Olimpia ( 9 ), in cui il carat- 
tere statuario soverchia, nel gruppo centrale, quello diseguativo. 



(>) G. Perrot, Hist. de l'Art, Vili, pp. 371-372, ff. 168-169; p. 377, f. 176; p. 379, f. 177; Fouilles 
de Delphes, IV, t. XV, 3. Dei leggeri scorci del torace, analoghi a quelli delle figure dei combattenti 
intorno al caduto, si hanno nel rilievo di Thasos per il torace di Hermes e di Apollon, Brunn-Bruck- 
mann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 61 ; o nel rilievo arcaico delle Charites dell'Acropoli, 
H. Lechat, Hermes et les Charites, in Bull- de Corr. hell., 1889, t. XIV. 

( 2 ) 0. Benndorf, Die Met. voti Selinunt, tt. V-VI; Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm 
Sculpt., t. -:89. 

( 8 ) Olympia, Berlin, 1894, III, t. III. 

( 4 ) Fouilles de Delphes, IV, tt. XXXVIII-XLVIII. 

( 5 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 456 a; Th. Wiegand, Die arch. 
Poros-Arch. der Akr. zu Athen, pp. 73-81, t. IV; H. Lechat, La Sculpt. att. avant Phidias, pp. 46-50. 

( 6 ) A. Furtwangler, Aegina, pp. 321-325, ff. 259-260. 

(') Th. Wiegand, Die arch. Poros-Arch. der Akr. zu Athen, pp. 93-107, f. 109, t. VIII, 1-3; 
H. Lechat, La Sculpt. att. avant Phidias, pp. 53-58; A. Furtwangler, Die Giebelgruppen des alien 
Hekatompedon auf der Akropolis zu Athen, in Sitzungsber. der Kòn. bayer. Ak. der Wiss. (Philos. 
philol. und hist. Klasse), 1905, pp. 443-458. 

( 8 ) Th. Homolle, in Bull, de Corr. hell., 1901, pp. 483-492, tt. XI-XIII; Fouilles de Delphes, 
t. XXXIV. 

( 9 ) V. Laloux, P. Monceaux, Restauration d'Olympie, Paris, 1889, p. 75 figura 



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E con questa osservazione tocchiamo uno dei problemi più importanti che si 
ricolleghi all'introduzione dello scorcio nell'arte, il problema della composizione, ossia 
dell'aggruppamento delle figure nella scena. Giacché se in questi frontoni è stata col- 
locata nel mezzo una figura della divinità, o come non partecipe in alcun modo del- 
l'azione o come partecipe solo per quel tanto che ne giustifichi la presenza, se cioè 
è stata offerta qua,si nell'aspetto di simulacro religioso ciò non si deve tanto ad un 
bisogno d' iconolatria, perchè nello sviluppo dell'arte greca questo bisogno tende anzi 
a diminuire gradualmente, quanto appunto alla esigenza di relazionalità e alla con- 
seguente introduzione dello scorcio che, mutando la composizione, cioè portando fuori 
del piano sullo spettatore il punto di direzione dei movimenti delle figure, hanno creato 
nella scena un'unità d'azione ed un centro e sono state quindi necessariamente tratte 
a porre in questo centro una o più figure che collo spettatore fossero in più diretto 
rapporto. 

Difatti finché nell'arte del piano le figure avevano dovuto essere rappresentate 
con gli organi di relazione di profilo il punto di direzione dell' azione giaceva nel 
piano e poteva trovarsi nel mezzo, se le figure erano distribuite simmetricamente sulle 
due ali, ma più facilmente era spostato verso uno dei lati. Qualora poi la scena re- 
sultasse formata da più gruppi giustapposti ciascuno dei gruppi aveva il suo punto di 
direzione e tutti i punti giacevano nel piano. In conclusione unità d'azione poteva non 
esservi, e il centro dell'azione poteva non coincidere colla parte mediana del quadro. 

Le cose sono mutate quando quest'arte ha conquistato i mezzi per appagare la 
relazionalità: allora la figura si è trovata a dover ubbidire a due forze traenti in 
direzione diversa, a quella dell'azione che svolgendosi parallelamente al piano richie- 
deva il profilo, a quella della relazionalità che allontanandosi perpendicolarmente da 
esso richiedeva il prospetto; dal parallelogramma di queste due forze è resultata una 
direzione nuova, la obliqua, e il punto di concorrenza per le direzioni delle singole 
figure è venuto così a trovarsi fuori del piano, ad essere quello spettatore che s'im- 
maginava esistente di fronte alla linea mediana del quadro. Stabilito così questo 
unico punto esterno di concorrenza dei movimenti si comprende che le figure le quali 
si trovavano di fronte ad esso dovevano nel parallelogramma delle due direzioni essere 
maggiormente attratte dalla forza di relazionalità e presentarsi quindi di prospetto 
o di quasi prospetto. In tal modo adunque la scena ha acquistato unità, ha fissato 
il suo centro nel centro del quadro, ed ha disposto in questo centro delle figure che, 
per la loro più diretta relazione collo spettatore, hanno finito talvolta per sciogliersi 
completamente dall'azione onde offrirsi quasi immobili alla sua contemplazione. E 
questa trasformazione dell'aggruppamento, che muta in maniera essenziale l'aspetto 
della scena e che ancor più radicalmente si compierà allorquando la pittura coll'intro- 
duzione della prospettiva avrà imparato a coordinare tutte le parti del quadro rispetto 
all'asse centrale visivo, in nessun ramo dell'arte greca si può meglio cogliere nel suo 
divenire quanto nei frontoni la cui forma triangolare e simmetrica doveva più facil- 
mente indurre a far coincidere il centro dell'azione col punto mediano del quadro ('). 

( l ) Sulla composizione della scena nei frontoni soprattutto rispetto agli angoli e al centro vedi 
A. Furtwangler, Aegina, pp. 316 e segg. 



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Se noi infatti guardiamo i frontoni più antichi, quelli in cui le figure sono ancora 
disposte parallelamente, osserveremo che il centro della scena, cioè il punto di dire- 
zione o di deviazione dei movimenti delle figure potrà essere spostato verso un lato, 
come ad esempio nei piccoli frontoni dell' Idra e del Triton sull'Acropoli, o potrà Xav.« vm-ix, 1-2. 
occupare la linea mediana, come nel frontone del tesoro detto degli Cnidì, ma starà t»v> vm-ix, 3. 
sempre nel frontone stesso, ed anche quando una figura, come è il caso per quest'ul- 
timo, coincida con la linea mediana, essa sarà sempre rappresentata come interamente 
presa nell'azione e per nulla preoccupata dello spettatore. Allorquando poi nello svi- 
luppo della corporeità dei frontoni le figure avranno a loro disposizione i mezzi onde 
appagare la relazionalità noi avremo in essi un fenomeno analogo a quello che abbiamo 
riscontrato nelle metope del tempio C di Selinunte, del tesoro dei Sicionì a Delfi, 
le figure sostituiranno dapprima alla veduta parallela maggiore quella minore an- 
ziché una posizione obliqua, e spezzeranno il legame dell'azione per stringere solo 
quello tra la figura e lo spettatore. Di questo fenomeno ci dà il primo esempio il 
frontone delle tre divinità sull'Acropoli per la figura mediana di Athena, di questa 
tendenza saranno ereditieri il frontone orientale del tempio d'Apollon a Delfi e il 
frontone orientale del tempio di Zeus ad Olimpia. Ma al pari che nelle metope anche 
nei frontoni accanto a questa soluzione imperfetta ne sarà tentata un'altra, quella della 
posizione di scorcio delle figure, che contempori i due movimenti, del rapporto e del- 
l'azione, e questa soluzione già offertaci dalla figura di Athena del frontone di Egina Tav.« viii-ix, 5. 
appare in una formula magistrale sul frontone occidentale del Partenone in cui le figure Tav.« vm-rs, 7. 
di Athena e di Poseidon mentre erano in istretto legame collo spettatore erano anche 
parte essenziale dell'azione. Chi paragoni il frontone del tesoro detto degli Cnidì e questo 
frontone del Partenone, che rappresentano ambedue una contesa, e si accordano anche 
in dettagli, quali la presenza delle quadrighe, comprenderà quale cammino abbia 
fatto l'arte greca in meno di un secolo nella composizione di una scena, cioè nella 
determinazione della sua unità e nella creazione di un gruppo centrale che sia la base 
di questa unità. 

E solo considerando lo sviluppo della composizione dei frontoni come l'effetto 
della tendenza a cancellare il parallelismo originario onde accordare le esigenze del- 
l'azione e della relazionalità, comprendiamo le peculiari caratteristiche di forma e 
movimento che offrono alcune figure frontonali. Solo infatti pensando che le impronte 
della sua origine disegnativa tendano a sparire sotto il peso della relazionalità si 
comprende l'anormale coordinazione delle membra nella figura di Athena del frontone 
di Egina ('), che per la quasi assoluta posizione di prospetto della testa e del torace 
e per la posizione di scorcio delle gambe non è ancora simulacro isolato della Dea, 
invisibile protettrice, e non è neppure più figura reale partecipante all' azione. Questa 
Athena addita una delle tappe del cammino che la statuaria disegnativa compie verso 
il prospetto : la obliquità delle sue gambe è il segno evidente della sua origine. 

Ma in nessun tipo di statuaria appartenente a frontoni si vede meglio come sia stato 
cancellato a gran fatica il peccato di origine della innaturale coordinazione delle 

(>) P. J. Meier, in Ath. Mitth., 1885, p. 250 n. a 1; A. Furtwangler, Aegina, pp. 216, 335. Vedi 
invece J. Lange, Die Darst. des Mensch., p. 66; E. Lowy, Die Natunviederga.be in der alt. griech. 
Kunst, pp. 27-28, n. a 4 ; W. Klein, Gesck. der griech. Kunst, I, pp. 362-363. 



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membra quanto nella figura distesa. Il Lange ha fatto un minuzioso esame (') per 
mostrare come gradualmente dalle figure distese dei frontoni di Egina si sia giunti alla 
figura del Partenone; egli si è preoccupato del modo come l'arte greca abbia risolto 
questo problema ma non si è domandato perchè essa se lo sia posto in termini così diffi- 
Tav.«xii-xin,5. cili. Perchè l'Enkelados del frontone pisistrateo dell'Acropoli ( 2 ), che è figura di disteso 
anteriore a quelle, dei frontoni d' Egina, presenta il torace interamente di prospetto 
sulle gambe di profilo con una torsione dell'addome impossibile in natura? ( 3 ) Se 
l'arte statuaria avesse dovuto porsi di sua iniziativa il tema della rappresentazione 
della figura distesa, non sarebbe andata a scegliere tale schema: i monumenti di molte 
arti lo provano, giacché essa volendo rappresentare la figura distesa l'ha collocata intera- 
mente di profilo o interamente di prospetto o ha posto la testa di prospetto sul corpo di 
profilo ( 4 ) ma non ha mai unito alle gambe di profilo tutta la parte superiore del corpo 
di prospetto quale è appunto lo schema disegnativo offerto dall'Enkelados dell'Acropoli ( 3 ). 
E che lo schema sia venuto dal disegno lo prova chiaramente ora la figura analoga di 
un'Amazone scolpita in rilievo in un angolo di un frontone arcaico proveniente da To- 
polia ("). Finché nel disegno e nel rilievo l'addome non avendo bisogno di alcuna trat- 
tazione era rimasto come una zona neutra la cui contorsione non esisteva nel piano ma 
era integrata dalla mente dello spettatore tale schema non implicava alcun problema; 
il problema è nato solo quando, collo sviluppo del rilievo e della statuaria disegna- 
tiva, l'addome ha dovuto avere una trattazione corporea, il problema è stato appunto 
nella coordinazione delle parti, e la soluzione si è avuta solo allorquando questa 
statuaria ha cancellato il suo carattere disegnativo, quando è giunta ad assimilarsi 
la parte migliore della statuaria di prospetto che è appunto il naturale collegamento 
delle membra. La figura distesa del Partenone a cui si giunge attraverso le figure 
dei frontoni di Egina e del frontone di Olimpia mostra questo saggio contemperamento 
dello schema originario disegnativo e della posizione di prospetto. 

Se le esigenze di relazionalità e di coordinamento naturale delle membra fu- 
rono capaci di trasformare gli schemi nella statuaria disegnativa dei frontoni, cioè 
in figure che, essendo ancora in qualche modo unite alla loro matrice, dovevano più 
tenacemente tendere a conservare i loro tratti originari, si comprende che tanto 
meno potessero rimanere chiusi nelle loro formule i tipi della statuaria disegnativa 
libera: questa statuaria uscendo dal campo dell'arte del piano per entrare nel campo 
dell'arte dello spazio doveva necessariamente venire in contatto e fondersi colla sta- 
ci J. Lange, Die Darst. des Mensch., pp. 69-72; cfr. E. v. Mach, Greek Sculpt . pp. 184- 
185, 192-193. 

( 2 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und rum. Sculpt., t. 371; Th. Wiegand, Die arch. Po- 
ros-Arch. der Akr. zu Athen, t. XVI. 

( 3 ) Vedi la diversa spiegazione che ne danno H. Schrader, in Ath. Mitth., 1897, p. 94, e W. 
Klein, Gesch. der griech. Kunst, I, p. 250. 

( 4 ) Vedi ad esempio il tipo più sopra ricordato dello « Chac-mool » nell'arte messicana. 

( 6 ) Sul carattere rilievico del frontone della Gigantomachia e sulla concordanza degli schemi 
delle sue figure con quelli della pittura vascolare vedi H. Schrader, in Ath. Mitth., 1897, pp. 98- 
99; confr. H. Lechat, La Sculpt. att. avant Phidias, pp. 304-305. 

( 6 ) L. Curtius, in Ath. Mitth., 1905, pp. 375-390, t. XIII; A. Furtwàngler, Aegma, pp. 501, 
f. 408; 



— 201 — 

tuaria di prospetto preesistente, doveva a questa donare nuova vita ed annullare la 
propria vita individuale. Solo non va dimenticato che essa, prima che in tale incontro 
sacrificasse la propria individualità, ha vissuto per un certo periodo vita isolata. Sono 
gli esemplari di questa statuaria disegnativa quelli che il Lange cita come eccezioni 
alla legge di frontalità (') ; ma in realtà lo Zeus saettante ( 2 ), l'Athena Promachos ( 3 ), Tav.» xiv, ie. 
la fanciulla in corsa ( 4 ), il Satiro danzante ( 5 ), la Nike volante ( 6 ), l'Artemis caccia- 
trice ( 7 ), e tutti i loro derivati sono prodotti di statuaria disegnativa che hanno più o 
meno bene risolto l'accordo tra lo schematismo della loro origine e la esigenza di rela- 
zionalità e comprovano, visto che il parallelismo nella statuaria greca è stato spezzato 
da principio quasi solamente in questo gruppo di statue il quale in fondo risale ad un 
unico schema, quello della figura in movimento, che l'introduzione dello scorcio non 
è il resultato eccezionale dell'invenzione isolata di un maestro ma il portato necessario 
dello sviluppo dei mezzi rappresentativi della forma. Elemento rivelatore della loro 
origine disegnativa, cioè del loro distacco da un piano, è il fatto che l'azione chi 
questi tipi statuari compiono non si esaurisce per lo più sulla figura stessa, come è 
il caso ad esempio per i rematori, per le impastatrici e per gli artigiani in genere 
nei gruppi funerari egizi, ma presuppone una mèta al di fuori: queste figure cioè, 
pur presentandosi isolate, rievocano dinanzi alla nostra mente un aggruppamento da 
cui debbono essere state tolte, richiamano il pensiero ad un'altra figura o ad un oggetto 
verso il quale si dirige il loro movimento e che deve immaginarsi esistente nello 
stesso piano in cui il movimento si svolge. Così lo Zeus Saettante e l'Athena Pro- 
machos richiedono un avversario da abbattere, la Nike un protetto a cui portare la 
corona della vittoria, l'Artemis marciante e la fanciulla in corsa un punto estremo da 



(') J. Lange, Die Darst. des Mensch., pp. 62-64. Vedi per aggiunte H. Lechat, Une loi de la 
Statuaire, in Revue des Universités du Midi, I, 1895, pp. 17-18; H. Bulle, in Berliner philolo- 
gische Wochenschrift, 1900, e. 1038; cfr. G. Perrot, Hist. de l'Art, Vili, pp. 692-694. 

( a ) Vedine diversi esemplari raccolti in S. Reinach, Rép. de la St., II, pp. 1-2; aggiungi, K. Kov- 
QovynÓTrjg, Avoco xctcpal Avxctiov, in 'Etpj^u àqx> 1904, ce. 184-185, f. 11. 

( 3 ) 'Ecptjfi. à QX ., 1887, t. VII; G. Perrot, Hist. de VArt, Vili, p. 612, f. 308. Il Lange {Die 
Darst. des Mensch., pp. 63-64; cfr. E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, 
pp. 26-28), nota per il tipo dell'Athena Promachos un'evoluzione graduale dalla frontalità verso il 
movimento come se il tipo fosse partito dallo schema della frontalità assoluta; io vi riscontro in- 
vece uno sviluppo contrario, cioè dallo schema disegnativo verso il prospetto. 

(*) C. Carapanos, Dodone et ses ruines, t. XI. 

( 5 ) C. Carapanos, Dodone et ses ruines, t. IX. 

( e ) La origine disegnativa o rilievica del tipo della Nike non è sfuggita a J. Lange, Die Darst. des 
Mensch., p. 62; vedi anche F. Studuiczka, Die Siegesgòltin, in Neue Jahrbùcher fùr das klassische 
Altertum, 1898, pp. 382, 385; R. Kekule von Stradonitz. Die griechische Sculptur, Berlin, 1906, p. 27. 
Che del resto questo schema del volo a ginocchia piegate con gambe di profilo, torace di prospetto e 
braccia nel piano del torace sia di origine disegnativa si può desumere dal fatto che esso si trova tal 
quale nell'arte americana in un tessuto della necropoli peruviana di Aucon (W. Reiss, A. Stiibel, The 
Necr. of Ancon, t. 49) in un rilievo boliviano (A. Stiibel, M. Chle, Die Ruimnstàtte von Tiahuanaco, 
tt. XI-XVI, XXI; cfr. anche E. Seler, Per. Alt-, XIX, 5) o in un disegno su conchiglia proveniente 
dai « mounds » degli Stati Uniti (vedi C. Thomas, in Fifth Ann. Rep. ofthe Dur. of Ethn., 1883-1884, 
Smithsonian Institution, Washington, 1887, p. 103, f. 46). 

(') Brunn-Bruckmann, Denkm griech. und róm. Sculpt., t. 356. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Sor. 5 a . 27 



— 202 — 
raggiungere; tutte adunque presuppongono un piano parallelo allo spettatore come campo 
della loro azione. E sempre pensando alla loro origine disegnativa ci spieghiamo perchè 
tutte queste figure manchino del chiasmo richiesto dalla natura nel movimento degli 
arti ('). Esse portano sempre innanzi braccio e gamba dello stesso lato perchè questa 
è, come abbiamo visto più sopra, un esigenza del disegno determinata dalla posizione 
di prospetto delle spalle e del torace. Solo quando sarà modificata questa posizione 
parallela e quando l'artista non sarà più obbligato a far avanzare la gamba corri- 
spondente al braccio per evitare una contorsione della parte inferiore del corpo, potrà 
essere introdotto il chiasmo nelle figure. Tale chiasmo appare nell'oplitodroma di Tu- 
binga ( 2 ) perchè il tronco non è più di prospetto ma ha riacquistato la naturale po- 
sizione tra la testa e le gambe di profilo. Dobbiamo per altro dire che con questa 
trasformazione cessa la vita individuale della statuaria disegnativa perchè essa ri- 
mane statuaria disegnativa solo finché conserva lo schematismo ereditario : ecco quindi 
la ragione per la quale mentre pure dentro l'ambito di alcuni di questi tipi, ad esempio 
di quello della Nike volante, si hanno più figure che mostrano l'evoluzione del tipo 
stesso, cioè un allontanamento dalla conformazione disegnativa, che si stendeva inte- 
ramente in un piano, verso una coordinazione più naturale delle membra ed una con- 
quista della terza dimensione nelle vedute, tuttavia quasi nessuno di questi tipi è 
giunto a conquistare il chiasmo del movimento ed a mantenere nel medesimo tempo 
la sua essenza originaria. 

In un periodo adunque che corrisponde alla prima metà del V secolo a. C, la sta- 
tuaria disegnativa nello stesso tempo in cui cercava di cancellare nei limiti del pos- 
Tav.« xiv, 7. sibile il suo schematismo tendeva a conservare la sua individualità. I Tirannicidi ( 3 ), 
la Penelope ( 4 ), il Marsia di Mirone ( 5 ) e primo e più ardito tra tutti il Discobolo ( 6 ) 
sono i prodotti di quest'epoca di transizione. Il Discobolo è apparso tanto agli 
antichi quanto ai moderni uno strano ed eccezionale prodotto dell'arte, soprattutto 
per il periodo a cui appartiene, ma la verità è che esso non è stato giudicato nel 
rapporto complesso della serie da cui deriva; è stato creduto un audace tentativo 



(') H. Brunii, Griech. Kunstgesch., II, pp. 276 e segg.; H. Bulle, in Beri. pkil. ÌVochenschr., 
1900, ce. 1041-1042. 

( e ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Scuìpt., t. 351 b. 

( 3 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., tt. 326-328. Anche qui J. Lange. Die 
Darst. des Mensch., pp. 72-74, riscontra un passaggio dalla frontalità al movimento, mentre io vi 
noto ravvicinamento di uno schema disegnativo ad uno schema frontale. 

(") Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 175. Non sarà inutile ricordare, per 
la sua origine disegnativa, che accanto al tipo statuario è conservato anche quello in alto rilievo: 
F. Studniczka, Zur sogenannten Penelope, in Ant. Denkm. hsg. vom Kais. deutsch. arch. Inst., I, 
t. XXXIè; A. Conze, Die altischen Grabreliefs, Berlin, 1893, t. CXI, 471 a; A. Joubin, La Sculpture 
grecque entre les guerres médiques et l'epoque de Périclès, Paris, 1901, p. 200; W. Amelung, 
Disiecta Membra, in Zeitschr. fùr bild. Kunst, 1902, pp. 171-173; W. Amelung, Die Sculpturen 
des vaticanischen Museums, Berlin, 1903, I, pp. 615-617, n. 465, t. 65 ; L. v. Sybel, Weltgesch. der 
Kunst 2 , p. 172. Per un giudizio diverso vedi E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. 
Kunst, p. 48, n. a 2. 

( s ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 208. 

( 6 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 566. 



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della statuaria di prospetto mentre è il prodotto organicamente conseguente della sta- 
tuaria disegnativa. Il Discobolo è certo la parola più ardita, anche per il chiasmo degli 
arti, che questa statuaria abbia detto prima di perdere la sua caratteristica origi- 
naria, ma esso non ha maggior diritto alla nostra ammirazione di quello che pos- 
sano averne le figure del frontone occidentale di Olimpia. La figura del Discobolo 
colle gambe quasi di profilo e col torace quasi di prospetto, con quel movimento 
che alcuni hanno giudicato il massimo dell'arditezza attribuendo all' artista qualche 
cosa di più delle sue intenzioni e che invece è il più sforzato che possa compiersi in 
tale azione, sembra tolta da qualche pittura vascolare o da qualche rilievo disegna- 
ti vo (') Non è possibile in natura prendere una tale posizione lanciando il disco 
giacche viene a mancare il punto di equilibrio alla persona nell'acme dell'azione, e 

10 spostamento indietro del braccio sul piano di prospetto del torace tende a far uscire 
dal profilo la gamba corrispondente: la posizione del Discobolo è ardita perdio è irreale, 
essa è solo uno schema disegnativo che ha mantenuto quasi fedelmente l'anormale 
unione di un torace di prospetto con delle gambe di profilo e in cui la esigenza di 
relazionalità ha mutato solo la direzione della testa; non è adunque un suggerimento 
della natura ( 2 ) ma una posa. 

E se noi vogliamo ora enunciare in breve formula che cosa ha aggiunto di nuovo 
la statuaria disegnativa al patrimonio della statuaria di prospetto diremo che ha in- 
trodotto il movimento della figura di cui questa prima mancava quasi assolutamente. 

11 disegno, come ho più sopra dimostrato, costretto dalla esigenza del piano disegna- 
tivo che, reclamando la veduta parallela maggiore, aveva imposto la rappresentazione di 
profilo della testa e delle gambe, era divenuto l'arte della riproduzione del movimento ; 
la statuaria disegnativa, derivando dal medesimo ceppo, ha ereditato questa caratteri- 
stica. Ma se il diseguo era l'arte del movimento, perchè a ciò l'aveva costretto l'esi- 
genza del piano disegnativo, la statuaria era l'arte della relazionalità, l'arte del 
riposo, perchè quest'altra esigenza essa poteva appagare disponendo di corporeità : ora 
la statuaria disegnativa, ereditando il movimento dal disegno e potendo appagare la 
relazionalità per mezzo della corporeità acquistata, contempera le due esigenze, il 
movimento dell'azione e il riposo della relazionalità, ci dà cioè l'istante d'arresto 
nell'azione. E così i Tirannicidi ad esempio, il Discobolo e il Marsia di Mirone che 
cosa fanno se non allontanarsi dalla naturale posizione, che sarebbe richiesta dalla 
loro azione, onde « posare» un istante, onde offrirsi all'ammirazione dello spettatore? 

La pretesa gloria di Mirone, quella di aver saputo afferrare l'attimo dell'equilibrio 
instabile, in fondo non è che un'invenzione della tarda retorica commentatrice; il 
vero suo merito si riduce ad aver tradotto in statuaria libera degli schemi disegna- 
tivi adattandoli a particolari situazioni, e come il Discobolo ha i suoi precedenti 
nella pittura vascolare, così il Marsia, figura ritraentesi, schema opposto ma analogo 

(') ,T. Lange, (Die Darst. des Mensch., pp. 75-76), anche qui ha intraveduto l'aspetto rilievico 
della figura. 

( 2 ) Il giusto valore del Discobolo è stato colto da E. Lowy, Lysipp uni seine Steli, in der 
griech. Plast., pp. 26-27; Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, p. 48. Vedi anche A. 
Aubert, Der Dornauszleher auf dem Kapitol und die Kunslarchàologie, in Zeitschr. fur bild. 
Kunst, 1901, pp. 45-46. 



— 204 — 

Tar.» v-vn, 8. a quello della figura che si avanza ('), ha i suoi precursori nell'Amazone della me- 
Tav.° v-vn, 6. topa dell' Heraion di Selinunte e ancor prima nel Kyknos della rnetopa del tesoro 
degli Ateniesi a Delfi. 

Ora che abbiamo visto come la statuaria disegnativa sia arte di movimento 
e come per il suo tramite sia entrata l'obliquità nella statuaria originariamente di 
prospetto, comprendiamo perchè lo scorcio sia apparso dapprima nelle figure in mo- 
vimento e soltanto dopo abbia trovato applicazione nelle figure in riposo ( 2 ). Si 
deve anzi a ciò la singolare menzione che le fonti fanno della innovazione che Poli- 
cleto introdusse nella statuaria rappresentando le figure poggiate « uno crure ». L'in- 
nalzamento di un piede da terra era comune a tutte le statue di origine disegnativa 
del tipo di Zeus saettante o di Athena Promachos ma è stato Policleto che ha appli- 
cato per la prima volta questo motivo alla statua di prospetto in riposo ( 3 ). Nessun 
monumento contraddice a ciò: anzi le sculture dei frontoni di Olimpia mostrano 
come le figure della statuaria di prospetto in riposo nel frontone orientale, quali 
Zeus, Pelops, Oinomaos, Sterope, Hippodameia, poggino ancora su tutte e due le gambe 
quando invece già le figure di statuaria disegnativa in movimento dei frontoni di 
Egina poggiavano su una sola gamba. Da questo punto di vista la innovazione di 
Policleto era veramente grande perchè dovesse essere menzionata in modo particolare 
dagli autori. 

Ma lo scorcio doveva importare nella statuaria oltre la rappresentazione del 
movimento anche una più esatta riproduzione della forma. Difatti noi dobbiamo 
osservare che la statuaria collo scorcio non ha conquistato la tridimensionalità della 
figura, giacché tridimensionale è sempre anche quando sia costruita con vedute paral- 
lele, ma ha conquistato la tridimensionalità della veduta da cui la figura deve essere 
guardata. Adunque, coli' apparire dello scorcio nel rilievo e nella statuaria disegna- 
tiva, l'arte greca è stata costretta a rinunciare alla contemplazione parallela della 
figura, a mutare e ad accrescere i punti di veduta. Non si deve per altro credere che 
questo accrescimento abbia portato subito ad una più esatta riproduzione della 
forma; giacché la riproduzione esatta della terza dimensione dentro la veduta ri- 
chiede un massimo di dispendio di energia creativa. La veduta obliqua infatti, per 
non mancare di nessuno dei suoi elementi, non può essere creata per intero dal me- 
desimo punto da cui deve essere guardata come appunto la veduta parallela, ma deve 
essere costruita nelle sue singole parti da punti di vista paralleli mentre pure il suo in- 
sieme deve essere contemplato da un solo punto di vista obliquo. Ora da principio l'arte 
non si sottomette a questa creazione analitica, essa riproduce la veduta obliqua non nei 
suoi elementi ma nel suo insieme; e così nella nuova veduta obliqua da cui, in sosti- 
tuzione della veduta parallela, l'occhio è costretto ormai ad esaminare la figura, osser- 
veremo gli effetti della sua tendenza a rendere parallelo ciò che in natura parallelo 

(') A. Mahler, Polyklet und seine Schule, Athen, Leipzig, 1902, p. 14. 

( 2 ) Vedi J. Lange, Die Darst. des Mensch., pp. 78 e segg., per lo spezzamento della frontalità 
nelle figure in riposo. Uno dei primi esempì di applicazione dello scorcio alla statua di prospetto 
si ha negli scribi dell'Acropoli: H. Lechat, La Sculpt. att. avant Phidias, pp. 268-273. 

(') Statua in riposo la ritiene infatti A. Mahler. Polyklet und seine Schule, p. 29; confr. 
W. Klein, Gesch. der griech. Kunst, II, pp. 146-147, 152. 



— 205 — 

non è, riscontreremo ciò che abbiamo già notato in qualunque costruzione statuaria, 
un appiattimento della veduta e quindi talvolta un conseguente spostamento delle 
sue parti. Questo fenomeno appare ancora molto visibilmente nei gruppi del fron- 
tone occidentale di Olimpia e perfino in alcune figure dei frontoni del Partenone. 
Ma nulla meglio della conformazione del volto nella parte rivolta allo spettatore 
può mostrare il lavorìo di riduzione che l'occhio dell'artista compie sotto la spinta 
di questa tendenza visiva al parallelismo geometrico: l'artista ha appiattito quella 
parte del volto che si trovava in veduta obliqua verso lo spettatore, ha dato ad 
essa una sfuggenza eccessiva spostando l'occhio esterno e collocandolo quasi in veduta 
di prospetto, ha creato così una dissimmetria tra la parte interna e la parte esterna 
del viso, tra la parte nascosta -e la parte visibile. Non siamo dinanzi ad un feno- 
meno sporadico giacché non v'è figura di rilievo o di statuaria disegnativa che sfugga 
a questa dissimmetria: dalle metope del tesoro degli Ateniesi (') alle metope del Tav.»v-vii,6-io 
così detto Theseion ( 2 ) da quelle dell'Heraion di Selinunte ( 3 ) a quelle di Olimpia ( 4 ) 
da quelle di Argo ( 5 ) a quelle del Partenone ( 6 ), dai frontoni di Egina ( 7 ) a quelli 
di Olimpia ( 8 ) una larga esemplificazione mostra ancora una volta come l'arte non 
riproduca la forma ma le vedute ridotte della forma ( 9 ) ; sicché possiamo affer- 
mare, per le statue dei frontoni, che se non vi fossero altri elementi come la logora- 
zione delle parti esposte all'aria la imperfetta lavorazione di quelle rivolte verso 
le pareti, basterebbe questa dissimmetria ad indicare la posizione in cui dovevano es- 
sere collocate. È innegabile che su questa dissimmetria, che ha il suo elemento più ca- 
ratteristico nello spostamento anormale dell'occhio, può aver pesato la tradizione del- 
l'origine disegnativa, cioè la primordiale collocazione dell'occhio di prospetto sul volto 
di profilo; ma che d'altro lato essa sia dovuta anche al punto diverso da cui l'artista 
guarda e riproduce la forma si può desumere dal confronto di due statue che appar- 
tenendo pure allo stesso gruppo monumentale debbono essere guardate l'una colla testa 

(*) Fouilles de Delphes, IV, tt. XL-XLII, XLVII. Vedi anche l'unica testa rimasta del fregio 
del tesoro dei Focesi, G. Perrot, Hist. de V Art, Vili, p. 393, f. 184. 

( a ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 153; B. Sauer, Das sogenannte 
Theseion, Leipzig, 1899, t. V. 

( 3 ) 0. Benndorf, Die Met. von Selinunt, tt. VII-IX, XI; Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. 
und ròrn. Sculpt., tt. 290-291, 293; P. Arndt, W. Amelung, Einzelaufnahmen antiker Sculpturen, 
Miinchen, tt. 745, 747, 749. 

( 4 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., tt. 442-443 ; Olympia, III, tt. XXXV- 
XLIV. 

( 5 ) Ch. Waldstein, The Argive Heraeum, Boston, New York, 1902, I, tt. XXX-XXXIII. 

( 6 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 182 a. 

( 7 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., tt. 24, 27-28, 121. Dissimmetriche 
sono anche alcune teste trovate ad Egina ma che sembrano non appartenere ai frontoni, A. Furt- 
wàngler, Aegina, tt. 71-76; per tre teste (Athena, arciere e morente) del frontone orientale vedi 
ib., t. 97. 

( 8 ) Olympia, III, tt. XIV-XVII, XXII-XXXI; Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. 
Sculpt., tt. 447-451, 453-455. 

( 9 ) Questo fenomeno della dissimmetria persiste ancora nelle stele attiche del bel periodo, e 
un'ultima traccia se ne vede nelle teste scopadee dei frontoni di Athena Alea in l'egea, Brunn- 
Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 44. 



— 206 



di prospetto, l'altra colla testa obliqua, per esempio dal confronto del ferito del 
frontone occidentale (') e del ferito del frontone orientale ( 2 ) di Egina, e dal con- 
fronto di Pelops ( 3 ) o Oinomaos ( 4 ) e della pretesa ancella ( 5 ) o del vecchio calvo ( 6 ) 
del frontone orientale di Olimpia. Passando poi dalla grande arte all'arte minore indu- 
striale un esempio persuasivo ci è offerto dalle 
piccole statue di guerrieri in argilla che orna- 
vano la cimasa di un frontone in Cervetri (") 
giacché la figura mediana presenta la testa 
di prospetto e le altre la presentano di scorcio 
o di profilo, e la conformazione del volto è 
diversa a seconda del punto di vista da cui 
l'artista l'ha riprodotto. E che questa dissim- 
metria assai più che alla reminiscenza dello 
schema disegnativo si debba al punto di vista 
obliquo da cui l'artista è costretto a riprodurre 
parte della- figura ci è mostrato dalla statuaria 
libera che, pure avendo acquistato corporeità 
e isolamento, cioè non essendo più legata ad 
un fondo, era d'altra parte destinata ad essere 
guardata solo da un punto di vista o di pro- 
filo o obliquo. 

Per non parlare di una serie di statuette 
in bronzo e di altri monumenti meno co- 
spicui ( 8 ), basterà accennare all'esempio ca- 
ratteristico dell'Auriga di Delfi ( 9 ). L'ipotesi, 
fondata sopra una ricostruzione della base, 
che la quadriga di Delfi dovesse essere col- 
locata e guardata di prospetto è contraddetta 
appunto dalla coordinazione delle membra 
dell'Auriga. In questa statua se si pongono 
di prospetto la testa ed il torace le gambe deviano in un'obliquità anormale, se si 




Auriga di Delfi. 
Da fotografa Girandoti. 



(') Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 25. 

( 2 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 28. 

( 3 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 448; Olympia, III, t. IX, 2. 

( 4 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 447; Olympia. Ili, t. IX, 3. 
( 6 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt , t. 450 ; Olympia. Ili, t. XIV. 5. 
( 6 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und ròm. Sculpt., t. 449 ; Olympia, III, t. XV, 1. 
(') C. Jacobsen, La Glypt. Ny-Carlsberg , II, tt. 170-172, pp. 19-21 (Th. Wiegand). 

( 8 ) Lo Zeus Tyszkievicz, W. Fròhner, La Collection Tyszkievicz, Munich, 1892, t. XXI = 
G. Perrot, Hist. de l'Art, Vili, p. 471, f. 239. Una statuetta in bronzo d'Agrigento, F. Cumont, 
Note sur une statuette de bronze découverte à Agrigente, in Rev. Arch., 1897, II, t. XVIII; una 
statuetta arcaica di Discobolo, in Illustrated Catalogue of ancient Greek Art, Burlington Fine Arts 
Club, 1904, L, b. 38 a. La dissimmetria è visibile anche nella testa di Penelope del Museo di Ber- 
lino: F. Studniczka, in Ant. Denkm. hsg. vom Kais. deutsch. arch. Inst., I, p. 18. 

[*) Th. Homolle, UAurige de Delphes, in Mon. Piot, 1897, IV, pp. 169 e segg., tt. XV-XVI. 



— 207 — 

pongono di prospetto le gambe deviano con analoga irregolarità la testa ed il torace : 
la veduta di prospetto manca per essa della naturale coordinazione delle membra, perchè 
non si comprende a quale esigenza di movimento per la rappresentazione dell'azione o 
a quale esigenza di relazionalità verso lo spettatore l'artista abbia ubbidito ponendo 
così obliqua l'una parte del corpo rispetto all'altra. Solo invece nella veduta di 
profilo destro la statua acquista la naturale collocazione delle sue parti, giacché 
messe di profilo le gambe verso destra l'obliquità del torace e della testa non ha 
più nulla di anormale. L'Auriga passa dinanzi allo spettatore ma passa per essere 
contemplato da lui e a lui quindi si rivolge; il movimento certo non è reso con 
quella semplicità o facilità di torsione che dovrebbe avere in natura, la parte supe- 
riore obliqua s'impernia troppo rigidamente sulla parte inferiore di profilo ('), ma 
noi sappiamo che la coordinazione delle membra è stata una delle maggiori diffi- 
coltà nella statuaria greca, difficoltà a cui non si troverà soluzione che dopo un lungo 
tirocinio di tentativi. Ma se già non vi fosse la connessione delle parti ad indicare 
di per sé la posizione della figura, noi avremmo appunto come sintomo innegabile 
di questa posizione la dissimmetria del volto. La parte del viso rivolta allo spettatore 
è sfuggente, schiacciata ed ha l'occhio tendente al prospetto : è questa la concessione 
che a danno della forma l'arte faceva all'esigenza della relazionalità, è questa la ri- 
duzione che la forma subiva per l'obliquità del punto da cui era guardata e ripro- 
dotta. Altri ha veduto in questa dissimmetria un'incapacità dell'artista o un eccessivo 
naturalismo ( 2 ) : la verità è che essa non differisce da quella che si riscontra in tutte 
le figure del rilievo e della statuaria disegnativa, che cioè essa è un' alterazione della 
forma dovuta ad uno speciale processo costruttivo. Sarebbe un errore tuttavia il cre- 
dere che questa dovesse rimanere una caratteristica perenne della statuaria a vedute 
oblique: la dissimmetria dell'Auriga di Delfi e dei monumenti affini fu un feno- 
meno transitorio, fu l'ultima traccia di quella limitazione, propria della statuaria 
più antica, ad esaminare e riprodurre la forma da un solo punto di vista a preferenza 
di tutti gli altri, della scarsezza cioè delle vedute costituenti la statua. 

La dissimmetria infatti sparì, per dar luogo ad una più esatta riproduzione della 
forma, a mano a mano che la veduta obliqua non fu più considerata al pari di 
quella parallela, una veduta semplice ma fu riprodotta in tutti i suoi complessi 
elementi, in tutte le sue unità parallele costitutive, e noi possiamo dire che non 
saranno mai abbastanza apprezzati nel loro giusto valore gli effetti di questa necessità 
in cui la statuaria si è trovata di saggiare la forma da punti di vista obliqui. 
Un esame minuto dei monumenti mostra quale differenza esista tra la statuaria 
che per la sua posizione di prospetto poteva ancora essere costruita da punti di 
vista paralleli e la statuaria disegnativa contemporanea che doveva per la sua col- 
locazione essere necessariamente costruita da punti di vista obliqui, rivela cioè come, 
nonostante imperfezioni di dettagli, quest'ultima si avvii verso una corporeità di più 



(•) E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, p. 47. 

( 2 ) Th. Homolle, in Bull de Corr. heli, 1897, p. 583; in Mon. Piot, 1897, IV, p. 202 ; A. Joubin, 
La Sculpt. grecque entre les guerres mèi. et Vép. de Périclès, p. 150; S. Keinach, Recueil de tètes 
antiques ideales ou idealisées, Paris, 1903, p. 8. 



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naturale aspetto. La squadratura della forma si può ancora avvertire nelle statue 
di prospetto di Policleto mentre già le figure dei frontoni di Egina mostrano il 
primo grado del loro annullamento; ma l'esempio più perspicuo è dato dal confronto 
dell' Athena Parthenos ( l ), quale è conservata senza alterazioni essenziali nelle copie 
romane, con alcune delle statue dei frontoni del Partenone, giacché nulla meglio di 
queste ultime può mostrare come l'obbligo di tentare la forma da punti di vista 
obliqui oltre che da punti di vista paralleli abbia condotto ad una più esatta sua 
conoscenza. Ed insieme alla squadratura della forma sparisce anche quella superfi- 
cialità di modellatura di cui andava contrassegnata tutta la statuaria primitiva ( 2 ). 
La superficialità infatti sparisce perchè accrescendosi il numero di vedute da cui la 
forma è riprodotta e la corporeità dell'una passando a divenire contorno dell'altra, 
cioè parte integrante delle vedute successive, qualunque eliminazione di questa cor- 
poreità sarebbe stata anche turbamento dell'elemento essenziale delle vedute, cioè 
della loro linea periferica. Questa graduale conquista della corporeità si riscontra in 
tutte le parti della figura ma in nessuna è tanto evidente quanto nella trattazione 
del panneggiamento. Un elemento della superficie della figura, coll'accrescersi dei 
punti di veduta da cui era esaminato, col suo passaggio cioè dall'interno di una 
veduta verso l'orlo di un'altra attraverso molteplici vedute intermedie in ciascuna 
delle quali cambiava posizione, doveva necessariamente offrire il naturale aspetto 
della sua corporeità ; e quindi mentre in una sola veduta parallela poteva apparire 
appiattito, in questo ripetuto saggiamento doveva far valere la sua giusta profondità : 
le pieghe quindi del panneggiamento un tempo schiacciate sul piano si sollevano al 
disopra di esso acquistando la loro naturale sporgenza. La serie delle « Korai » 
dell'Acropoli ci presenta istruttivi passaggi in questa nuova conquista, e il panneg- 
giamento dei marmi di Olimpia, per quanto non ancora perfettamente libero, segna 
l'ultimo distacco dalla trattazione disegnativa ( 3 ). 

Dal giorno in cui la statuaria ha fatto suo questo ammaestramento che la 
forma poteva essere esaminata e riprodotta da punti di vista obliqui oltre che pa- 
ralleli, essa non poteva, per legge d'inerzia, che proseguire senza arresto sulla novella 
via. Ed allora non saranno più i punti di vista obliqui imposti dallo schematismo dise- 
gnativo combinato colla esigenza di relazionalità, ma saranno i punti di vista obliqui 
che essa prenderà di propria scelta, saranno i nuovi problemi di posizioni prima 
non mai tentate che essa s'imporrà spontaneamente, quelli che addestreranno l'arte 
greca ad una riproduzione sempre più naturale della forma. Difatti non dobbiamo di- 
menticare che la forma degli oggetti è la coordinazione di tutte le vedute parallele 
ed oblique che l'oggetto presenta : esse sono finite ma innumerevoli, come finiti ma 
innumerevoli sono i punti di un cerchio. Quanti più saranno i punti di vista da cui 
l'occhio avrà esaminato e riprodotto la forma tanto più vicina alla forma reale del- 



(') E. Lowy, Die Naturwiederga.be in der alt. griech. Kunst, p. 35. 
(*) E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp. 37-40. 
(') Vedi invece J. Lange, Die Dartt. det Mensch., pp. 51, 92, che pensa ad uno stile attico 
e ad uno stile peloponnesiaco nella trattazione del panneggiamento. 



— 209 — 

l'oggetto sarà la sua riproduzione ('). Il progresso sarà lento ma immancabile e por- 
terà come a mèta estrema all'anatomia complicata delle figure ellenistiche. E giunti 
a questo punto noi comprendiamo in qual misura si abbia da immaginare l'uso del 
modello vivente nell'arte greca. Ogni riproduzione di forma presuppone la conoscenza 
visiva dell'oggetto da cui è tratta e quindi l'esistenza di un modello almeno per un 
istante : ora anche ammesso che, per i legami di tradizionalità così forti nelle scuole 
artistiche greche, il discepolo abbia imparato a conoscere 'la forma umana soprattutto 
sulle statue del suo maestro, è innegabile che il progresso nella trattazione anatomica, 
che possiamo cogliere da una generazione all'altra di artisti, non sarebbe stato pos- 
sibile se all' insegnamento delle formule tradizionali non fosse stata aggiunta l'osser- 
vazione della natura. Il nodo della questione allora non sta nell'esistenza del modello, 
perchè esso è sempre presupposto ma nell'accrescimento del numero delle vedute da 
cui esso è stato guardato cioè nella maggiore o minore durata di tempo della sua 
contemplazione. Considerato in tal valore, noi possiamo quindi dire che l'uso del mo- 
dello entrò gradualmente nell'arte greca e che la sua presenza permanente fu tanto 
più necessaria quanto più si accrebbero i punti di veduta da cui la sua forma doveva 
essere saggiata ( 2 ). 

Ultima conseguenza della conquista dello scorcio fu la liberazione dalla compo- 
sizione paratattica, fu la prima apparizione nella storia dell'arte umana del vero 
gruppo statuario. Solo dinanzi ad un gruppo concentrato come il Laocoonte o il 
Toro Farnese o ad un gruppo disteso come i Niobidi si comprende quale padronanza 
di scorci per le singole figure e per le singole membra fosse necessaria perchè venis- 
sero appagate in egual modo le esigenze dell'unità di azione e le esigenze di rela- 
zionalità. Uno sguardo alla statuaria dei frontoni e al rilievo delle metope e dei fregi 
mostra appunto che se l'arte greca ha avuto ciò che è mancato alle altre arti, il 
gruppo statuario, lo ha conquistato per opera della statuaria disegnativa ( 3 ). 

E così, seguendola sin nelle ultime derivazioni, abbiamo visto per quale via la 
statuaria greca spezzi quella costruzione parallela da cui nessun'altra arte umana per 
proprie risorse aveva saputo liberarsi, abbiamo visto che l'incitamento ad una più 
esatta riproduzione della forma non le è venuto dalla natura ma da uno sviluppo 
interno dell'arte. Il medesimo fenomeno riscontreremo ora studiando l'introduzione 
dello scorcio nel disegno. 



(') La molteplicità dei punti di vista da cui è esaminata e riprodotta la forma non porta con 
sé una molteplicità di punti di vista da cui debba essere guardata la statua. L'unità di veduta delle 
statue persiste anche nell'arte più evoluta: H. Wolfflin, Wie man Skulpturen aufnehmen soli, in 
Zeitschr. fùr bili. Kunst, 1896, p. 224; 1897, pp. 294-295; E. Lowy, Die Nalurwiederga.be in der 
alt. griech. Kunst, pp. 48-49. 

( a ) E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst. pp. 49-50, osserva che il vero 
primo gruppo plastico si ha nel frontone occidentale del tempio di Zeus ad Olimpia. Per l'influenza 
che i frontoni, le metope, i fregi, possono aver avuto sull'origine dei gruppi, vedi A. Herzog, Studien 
zur Geschichte der griechischen Kunst, Leipzig, 1888, pp. 31 e segg. 

( 3 ) E. Lowy, Lysipp und seine Steli, in der griech. Plast.. pp. 25-26. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5". 28 



— 210 — 



Retrocessione Lo scorcio era stato conquistato dalla statuaria disegnativa 

dello scorcio dalla p ei . un0 sv il«ppo progressivo della corporeità, che aveva permesso 

statuaria e dall'alto ,. , . ,. , . ,. ,, ,, 

rilievo disegnativo appagare le esigenze di relazionalità e di cancellare 1 anor- 

alle arti del piano, male coordiu azione delle membra nelle figure derivate dal disegno: 
Il rilievo greco. torna dalla statuaria al disegno per un cammino retrogressivo di 

riduzione della corporeità. Io ho notato altrove che lo scorcio, sebbene sia entrato per 
la prima volta come conquista essenziale e generale dell'arte nella statuaria disegna- 
tiva greca, aveva avuto apparizioni sporadiche anche in altre statuarie ; ma uno scorcio 
nella statuaria cioè in figure d'intera corporeità è come uno scorcio in natura, non 
avrebbe potuto imporsi al disegno come non era riuscito ad imporsi lo scorcio natu- 
rale. Se lo scorcio è stato introdotto nel disegno greco ciò non si deve tanto alla sua 
apparizione nella statuaria disegnativa quanto al fatto che quest'ultima, avendo lasciato 
dietro di sé, nella sua genesi, una serie graduale di stadi intermedi di maggiore o 
minore corporeità, contraddistinti tutti dalla presenza di un fondo a cui era legata 
la figura, aveva gettato un ponte di passaggio tra l'arte del piano e l'arte della pro- 
fondità. 

Per comprendere come fosse necessaria questa condizione basta porre a confronto 
la natura reale del piano disegnativo e la natura da esso acquisita coli' introduzione 
dello scorcio. 11 piano disegnativo è nella sua essenza reale un piano parallelo, ogni 
porzione di superficie che in esso venga delimitata giace in esso e con esso coincide ; 
quindi, allorché vi sia tracciata una figura, il piano riduce la sua funzione a fornire 
quel tanto di superficie che è necessaria per questa delineazione, non può cioè affer- 
mare un suo valore individuale accanto alla figura appunto perchè cede a questa una 
parte di se stesso. Il piano disegnativo muta natura allorché vi siano tracciate figure 
oblique: allora la porzione di superficie delimitata è immaginata giacente in parte 
fuori del piano, e quindi questo fa valere una funzione propria accanto alla figura, 
la funzione di fondo, da cui la figura è più o meno inequidistante. In altre parole, 
nel caso di figure parallele il piano disegnativo è soltanto la materia di cui esse ven- 
gono costituite e che perde quindi la sua integrità durante questa costituzione, nel 
caso di figure oblique esso mantiene la sua integrità ed è soltanto appoggio alle 
figure. Se adunque lo scorcio nel disegno è l'apparente inequidistanza rispetto ad un 
fondo, cioè la supposta esistenza del fondo è la sua condizione essenziale, si comprende 
come appunto lo scorcio debba essere derivato non dalla natura in cui, seppure talvolta 
la figura si trova dinanzi ad un fondo, manca un rapporto genetico tra i due elementi, 
ma da quei rami dell'arte in cui questo fondo esiste come una matrice dalla quale si 
distacca la figura, cioè dal rilievo e dalla statuaria disegnativa frontonale. Infatti se 
noi torniamo ad osservare il punto donde era partito il rilievo greco nella sua tendenza 
alla conquista della corporeità ed il punto dove, a conquista compiuta, era arrivato, 
noi constatiamo che, allontanandosi dal piano disegnativo, dove giaceva per intero la 
figura, aveva lentamente cavato le parti di questa figura dal piano in modo che essa 
venisse ad essergli appoggiata, noi cioè constatiamo che questo rilievo aveva finito 



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per scindere un piano uuico in due, aveva finito per creare un piano di partenza ed 
un piano di arrivo, sì da avere il mezzo di mutare gli schemi di collocazione dello 
figure e di distribuire tra i due piani la corporeità delle nuove posizioni oblique. 

Ora immaginiamo lo svolgimento retrogressivo : l'artista ha voluto mantenere la col- 
locazione obliqua della figura ma restringendo lo spazio esistente tra i due piani sino al 
punto in cui coincidessero di nuovo, tornassero cioè a divenire un piano disegnativo, e 
per far ciò ha dovuto ridurre la corporeità distribuita tra di essi pur serbando in appa- 
renza la posizione della figura che a questa corporeità era intimamente legata. E così, 
per mezzo di questo annullamento della corporeità, gli schemi di scorcio, che presen- 
tavano un'inequidistanza dal fondo a cui erano appoggiati, venivano ricondotti inesora- 
bilmente sul piano : ciò che era stato obliquo nello spazio veniva allora ad essere rappre- 
sentato da linee che erano oblique solo nel piano. La linea disegnativa acquistava in tal 
modo un nuovo valore, veniva a rappresentare ciò che col suo valore reale non avrebbe 
mai potuto rappresentare, introduceva il primo germe dell'illusione nell'arte. Si deve 
bene badare a ciò : la linea disegnativa che sino ad allora aveva reso solo delle ve- 
dute parallele era apparentemente uguale alla linea disegnativa che da allora in poi 
avrebbe servito a rendere delle vedute oblique, ma esse erano assolutamente diverse per 
origine e per costituzione naturale. La linea disegnativa parallela era un'estrinseca- 
zione del piano perchè da esso era stata tratta fuori, la linea disegnativa obliqua era 
un'imposizione al piano perchè era stata dall'esterno condotta su di esso. Eviden- 
temente, data la loro eguale apparenza, non potevano mantenersi isolate, dovevano fon- 
dersi ; e dalla loro fusione è sorta una nuova linea disegnativa dotata delle qualità 
dell'una e dell'altra, capace della duplice funzione reale e illusiva di rappresentare ciò 
che è parallelo e ciò che è obliquo nello spazio. Ed è soprattutto l'avere intraveduto 
mentalmente il nuovo valore della linea disegnativa il vitale acquisto resultante 
da questo fenomeno retrogressivo di riduzione della corporeità. Si errerebbe infatti 
se si credesse che tale processo debba essere stato una specie di passaggio di 
singoli schemi di scorcio attraverso tutti i gradi di rilievo sino al disegno, che 
cioè ognuno di essi abbia dovuto percorrere per proprio conto la medesima via ; 
anzi noi possiamo osservare che molti degli scorci che subito saranno sperimentati 
dal disegno, appena si sarà reso ragione del nuovo valore della linea disegnativa, 
non erano stati mai tentati dal bassorilievo e, o non saranno da esso giammai ten- 
tati o lo saranno assai sporadicamente e molto tardi. Ciò che ha portato all'intro- 
duzione dello scorcio nel disegno non è stato un reale passaggio di esso attraverso 
il bassorilievo ma è stata una mentale riduzione della corporeità fatta dallo spirito 
scrutatore dell'artista. Egli ha osservato nell'altorilievo l' inequidistanza delle figure 
oblique dal fondo e si è convinto che, come tutti gli schemi paralleli erano pas- 
sati dal disegno all'altorilievo in modo che assolutamente identico era il loro patri- 
monio di forme, così questi nuovi schemi obliqui dovevano passare dall'altorilievo al 
disegno per ristabilire l'equilibrio patrimoniale: in via abbreviata allora, cioè men- 
talmente, egli ha compiuto questa riduzione della corporeità ed ha creato il nuovo va- 
lore della linea disegnativa. Un mezzo pratico attraverso il quale può essersi effettuata 
questa riduzione mentale possiamo ricercarlo nella stessa lavorazione di altorilievi a 
figure oblique. La lavorazione del rilievo infatti partiva da uno schema disegnativo 



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che veniva tracciato sulla lastra : l'artista isolava il contorno della figura allontanan- 
done parallelamente il fondo sicché tutte le parti di essa, pur non giacendo più in 
un medesimo piano, rimanevano in piani paralleli. Tale delineazione preparatoria è 
stata facile e possibile finché gli schemi erano paralleli, ma quando alle posizioni pa- 
rallele nell'altorilievo e nella statuaria disegnativa sono state sostituite posizioni 
oblique per cui le parti delle figure nel loro contorno non venivano più a trovarsi in 
piani paralleli, allora o si doveva rinunciare alla preliminare delineazione della figura 
sopra il masso donde doveva essere cavata, o si doveva dare alla linea anziché un 
valore reale, un valore condizionato. L'artista avrà visto con gli occhi della mente 
dentro il blocco la figura in quella posizione che egli voleva darle, per farla emergere 
alla superficie di esso in un tracciamento di linee avrà calcolato che le parti del con- 
torno da disegnare in un sol piano dovevano essere scavate realmente sino a profondità 
diverse, per riunire queste parti del contorno di profondità diverse in uno schema unico 
avrà dovuto ridurne mentalmente la corporeità, avrà fatto quindi tentativi nei quali, 
per necessario processo logico, gli sarà forse balenata per la prima volta l'idea di ri- 
durre le linee oblique dentro il blocco, cioè nello spazio, a linee oblique sulla super- 
ficie, cioè nel piano, l'idea prima del valore illusivo della linea disegnativa. Un'im- 
magine speculare, appunto perchè conserva tutte le distanze spaziali, non avrebbe mai 
potuto suggerire ciò che invece ha forse suggerito un processo tecnico di necessaria 
riduzione della corporeità. 

Ma se è fuor di dubbio che solo un'annullamento mentale della corporeità po- 
teva far giungere al valore illusivo della linea disegnativa è anche innegabile che 
questo processo di riduzione può essersi compiuto in qualche sua parte per il tramite 
del bassorilievo che nei vari suoi gradi costituiva il ponte di passaggio dall'altori- 
lievo disegnativo al disegno. Solo se facile era far passare tutto il patrimonio degli 
schemi obliqui dall'alto rilievo al disegno, dal loro valore reale assoluto al loro valore 
illusivo assoluto, difficile era farlo accogliere per intero dal bassorilievo. La ragione 
sta nel fatto che per la prima volta ora in questo campo si accende il conflitto tra 
l'elemento illusivo e l'elemento reale, conflitto che non avrà mai più termine nella 
storia dell'arte e che, con soluzioni e vicende diverse a seconda dei tempi, farà del 
bassorilievo, costringendolo ad ondeggiare tra questi due poli estremi, un ramo parti- 
colare dell'arte, talvolta irrazionale nei suoi mezzi rappresentativi. 

Noi abbiamo visto infatti che né il rilievo statuario, né il rilievo disegnativo 
potevano, prima dell'introduzione degli schemi obliqui, essere considerati rami isolati 
e individuali dell'arte: il rilievo statuario era una statuaria non giunta a comple- 
tezza e della statuaria quindi condivideva tutte le caratteristiche, il rilievo disegna- 
tivo era un disegno che tendeva a conquistare la completezza corporea di cui man- 
cava, e dal disegno ereditava la sua particolare costruzione schematica. Ma se i due 
rilievi erano differenti nell'aspetto, perchè data la loro diversa origine offrivano le 
figure in posizione diversa, avevano un punto essenziale di legame, la natura del- 
l'espressione, essi davano una rappresentazione più o meno parziale ma sempre reale 
delle vedute. Il gradf di corporeità non poteva in alcun modo compromettere la loro 
essenza ; sia che si trattasse di un bassorilievo statuario o disegnativo sia che si trat- 
tasse d'un altorilievo statuario o disegnativo, questa maggiore o minore sporgenza non 



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pretendeva di valere più di ciò che essa realmente era, non voleva essere una rappresen- 
tazione apparente di una corporeità non realmente rappresentata. Le cose sono mutate 
allorquando gli schemi obliqui, cioè le vedute che si offrono col massimo di corporeità, 
hanno tentato di passare dalla statuaria e dall'altorilievo disegnativo nel bassorilievo. 
Il bassorilievo aveva un elemento reale, ed era quella somma di corporeità di cui dispo- 
neva ; ma per gli schemi obliqui questo elemento reale non era sufficiente : perchè potes- 
sero essere resi era necessario che esso deponesse in parte il suo valore reale e ne assu- 
messe uno illusivo, bisognava, cioè, che la corporeità del bassorilievo, minima in realtà, 
divenisse massima in apparenza. Chi abbia afferrato l'evoluzione che conduce al nuovo 
valore della linea disegnativa per soppressione mentale dell'intera corporeità, com- 
prenderà anche il valore di questi tentativi di una riduzione parziale, comprenderà 
che cosa significasse nella storia dell'arte umana il sorgere di questo nuovo rilievo, 
che indarno ricercheremmo nelle arti che si sono arrestate alla figurazione parallela 
delle cose ( ! ). 

Per altro se nel suo divenire storico questo rilievo ha avuto vicende diverse, 
specialmente nell'arte italiana, a seconda del prevalere di uno dei suoi due elementi 
costitutivi, il reale o l'illusivo, Del suo primo periodo, per quell'economia delle forze 
che viene all'arte dalla coscienza dell'inutilità di ogni costrizione innaturale, non ha 
fatto violenza a se stesso ed ha accolto solo quegli schemi obliqui che gli erano 
permessi dai suoi mezzi ( 2 ). E quindi se il bassorilievo anche nei periodi più evoluti 

( l ) Se vi sia stata un'altra arte oltre alla greca che per la via dello sviluppo della decorazione 
architettonica abbia conquistato gli scorci nel bassorilievo me lo sono domandato dinanzi ai disegni 
che gli esploratori di Palenqué nel Chiapas ci hanno fornito dei suoi rilievi decorativi. Per questi 
monumenti vedi i disegni che accompagnavano la relazione di Antonio dal Rio, in Recueil de 
Voyages et de Mómoires publié par la Società de Géographie, Paris, 1825, II, tavole; quelli che 
accompagnavano la relazione di G. Dupaix in Lord Kingsborough, Ant. of Mexico, IV, t. XII-XLI; 
V, pp. 296 e segg. ; quelli del Catherwood in J. L. Stephens, Inc. of trav. in Central America, 
Chiapas and Yucatan, II, pp. 262 e segg., tavole; quelli del de Waldeck in Ch. E. Brasseur de 
Bourbourg, J. F. de Waldeck, Palenqué et autres Ruin. de Vane. Civ. du Mexique, tavole. Ma questi 
disegni differiscono grandemente tra di loro e sulla fedeltà di alcuni, ad esempio di quelli del de 
Waldeck, si è assai dubitato perchè presentano una tendenza all'abbellimento ; Ch. E. Brasseur de 
Bourbourg, Palenqué et autres Ruin. de Vane. Civ. du Mexique, pp. vii-vm, xi, xv, xvn; Ch. Rau, 
La stele de Palenqué, in Ann. du Mus. Guimet, 1887, X, p. 21 ; W. H. Holmes, Arch. Stud. amony 
the anc. Cit. of Mexico, II, p. 190. Di più è notevole che questi disegni non presentano degli scorci 
che per il torace e per qualche piede, e siccome questi rilievi erano per la maggior parte in stucco 
e lo stucco è molte volte sparito sicché solo dalle tracce di esso gli artisti hanno fatto la ricostru- 
zione del disegno, così è probabile che questi non abbiano saputo dispogliarsi della preoccupazione, 
del tutto moderna, della naturale coordinazione delle parti nella figura, ed abbiano visto il torace di 
scorcio là dove disegnativamente era di prospetto tra la testa e le gambe di profilo, ed abbiano visto il 
piede di scorcio là dove era di profilo. A ciò farebbe pensare il fatto che il grado di scorcio non 
è stato egualmente ricostruito da tutti gli artisti. Ed a negare che nei rilievi di Palenqué vi fossero 
degli scorci mi trae anche l'osservazione che le sculture delle rovine della vallata dell'Usumatsintla 
pubblicate, su fotografie, da T. Maler, Ras. in the centr. port. ofthe Usumatsintla Valley, in Meni. 
of the Peabody Mus. of Am. Arch. and Ethn., Harvard University, Cambridge Mass., 11'-", le quali 
sono di arte analoga, non presentano nella loro ricchissima serie che schemi paralleli. 

( 2 ) E notevole il fatto che il rilievo plastico, nello stesso modo in cui aveva più facilmente 
del rilievo in pietra rappresentato la testa di prospetto, ha avuto gli scorci più presto e in più gran 



— 214 — 

dell'arte greca non ha tentato in generale che lo scorcio delle gambe e del tronco per 
la figura umana ed assai raramente quello della testa, ciò è avvenuto perchè lo scorcio 
è uno schema illusivo di rappresentazione per le arti del piano e la leggiera corporeità 
del bassorilievo è invece una realtà che impedisce e turba l'applicazione completa 
dell'illusione ('). Quali pastoie così abbia messo alla volontà degli artisti la leggiera 
corporeità del bassorilievo, lo provano le « lekythoi » e le stele funerarie attiche a figure 
piatte : in tutta la vasta collezione a noi conservata sono rarissimi i casi di teste di 
scorcio ( 2 ). Un confronto con i monumenti funerari ad altorilievo della stessa epoca, 
che pure rappresentano le medesime scene, mostra come diversi siano gli schemi a 
seconda dei mezzi rappresentativi di cui l'arte dispone. Negli altorilievi le figure si 
distribuiscono obliquamente, quasi a raggiera, per poter rinchiudere lo spettatore nel- 
l'azione, nei piattorilievi invece le figure si contentano d'esprimere la relazionalità col 
solo scorcio del tronco e di una gamba mentre la posizione di profilo della testa esclude 
quasi lo spettatore dalla partecipazione alla scena. E la riprova della difficoltà che 
s'incontrava nella riproduzione dello scorcio per la testa si ha in alcuni piattorilievi 
della medesima serie e della medesima epoca: l'artista, non volendo rinunciare ad appa- 
gare la relazionalità, si è di nuovo rivolto al vecchio mezzo di rappresentare la testa 
nella veduta parallela di prospetto ( 3 ). 

Noi possiamo adunque dire che il bassorilievo ha tentato gli scorci per quelle parti 
che, mancando di una complicata corporeità interna, non esigono nelle vedute oblique 
una modellatura di gran lunga più accentuata di quella delle vedute parallele, cioè 
appunto per il tronco e per le gambe, ed, in formula semplificata, si può affermare che 
il grado dello scorcio nel rilievo è in rapporto diretto col grado della sua corporeità, 
considerata questa sempre rispetto alle dimensioni delle singole parti della figura che 
debbono essere rappresentate. Difatti gli scorci sono, ad esempio, meno frequenti nel 



numero del rilievo scolpito; e ciò perchè era facile fare uscire dal piano, con l'aggiunta di un po' 
d'argilla, una parte obliqua della figura mentre nel rilievo scolpito questo non si sarebbe potuto 
ottenere che con un grande spreco del materiale. Noi vediamo quindi come anche la tecnica, cioè 
il mezzo meccanico, abbia influito talvolta sull'applicazione degli schemi, abbia cioè permesso di 
appagare in maggiore o minor grado le esigenze della relazionalità. Così lo scorcio della testa ci 
appare nel rilievo arcaico di Elettra, Mon. dclVIst., VI, t. LVII, e nel rilievo più tardo della caccia 
calidonia, 0. Jahn, Ein griechisches Teracottarelief, in Bericlite iiber die Verhandlungen der 
Kòniglich sàchsischen Gesellschaft der Wissenscha fleti su Leipzig, 1848, tavola a p. 123; e fre- 
quentissimo è lo scorcio del torace in tutti i rilievi del tipo di Melos, Ph. Le Bas, S. Eeinach, Voyage 
archéologique en Grece et en Asie Mineure, Paris, 1888, ti 145-1-19 ; R. Schòne, Griech. Rei. aus 
ath. SammL, tt. XXX-XXXV; E. Curtius, Die Geburt des Erichthonios, in Arch. Zeit., 1873, 
t. LXIII; A. Salzmann, Nccr. de Camiros, t. XXIII; W. Frohner, Collection E. Piot, Antiquités, 
Paris, 1890, pp. 76-77, tt. X-Xl; H. B. Walters, Hist. of anc. Pott., I, pp. 119-120, t, VII. 

(') E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, p. 55, n. a 1. 

(«) A. Conze, Die att. Grabrel., tt. XXXVI 81, XXXVIII 101, LUI 177, LXX1V 308, LXXXIV 
333, CHI 413, CLXII 828, CLXXXVIII 969, CC 1022, CCXXX 1143, CCLV 1167, e nel testo I, 
p. 90, n.° 389, p. 100, n°. 435 a. 

( 3 ) A. Conze, Die att. Grabrel, tt. LXXV 309, LXXXII, 329, XCVI 392, XCIX 413, CVII 453, 
CX 468, CXXXIX 720, CLXI 827, CLXIII 831, CXCIV 978, CCL1I 1164 CCLVI 1168, e nel testo 
I, p. 76, n*. 330-331, p. 77, n°. 336; II, p. 210, n°. 984. 



— 215 — 

fregio del Partenone che nel fregio grande del monumento detto delle Nereidi, ed inoltre Tav.» x-xi, 3-4. 
nello stesso fregio del Partenone (' ), negli stessi fregi maggiori del monumento detto 
delle Nereidi ( 2 ), nei rilievi romani dell'Ara Pacis ( 3 ), dell'arco di Claudio ( 4 ), del- 
l'arco di Tito ( 5 ), dell'arco di Traiano a Benevento ( ,; ), nei rilievi traianei dell'arco di 
Costantino ( 7 ), là dove in un medesimo rilievo siano rappresentate figure di sporgenza 
diversa, per la collocazione più meno interna che esse hanno, noi possiamo constatare 
questo fatto: che gli scorci sono numerosi per le figure che dispongono della maggiore 
corporeità e che invece torna a riapparire la veduta parallela, il profilo della testa, 
per le figure che ne dispongono in grado minimo. Così ci spieghiamo anche lo sche- 
matismo di posizione nei bassorilievi neo-attici, specialmente nelle figure di tipo ar- 
caistico ; lo scorcio appare frequentemente nel torace, più raramente nelle gambe, quasi 
mai nella testa ( 8 ). E dinanzi a questo prodotto di un'epoca d'imitazione che era ormai 
padrona di tutti i mezzi rappresentativi non si comprende tale limitazione se non 
quando si pensi che appunto la scarsa corporeità del bassorilievo ponesse ostacoli all'in- 
troduzione degli scorci. Ma forse tra i tanti rami dell'arte, in cui si è fatta la costante 
applicazione del bassorilievo, nessuno al pari della numismatica può mostrare con così 
ricca esemplificazione come l'introduzione degli scorci sia regolata dalla corporeità di 
cui la figura dispone in rapporto alle sue proporzioni. Ecco la ragione per cui le monete 
dal loro primo apparire nel mondo greco-orientale fino ai nostri giorni, se se ne tolga il 
periodo dell'arte cristiana in cui la accentuata esigenza di relazionalità ha tratto, secondo 
una caratteristica generale dell'epoca, a presentare i volti delle figure in posizione di 
prospetto di quasi prospetto, mostrano una predilezione per il profilo delle teste quando 
queste siano rappresentate nelle maggiori dimensioni e isolate, cioè quando non siano 
le teste di piccole figure per le quali la corporeità disponibile resultasse maggiore. 

Come per altro ho osservato più sopra il bassorilievo greco, pur con tutte le limi- 
tazioni che gli vengono dal conflitto tra l'elemento reale e l'elemento illusivo, diviene 
solo ora un ramo dell'arte dotato di mezzi propri di rappresentazione. E se noi a questo 
punto consideriamo il cammino che ha percorso l'arte greca dal momento in cui, por- 
tando la preoccupazione della corporeità nella trattazione del bassorilievo disegnativo, 



(') Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und róm. Sculpt., tt. 111-115; A. S. Murray, The Sculpt. 
of the Parthenon, tavola del fregio. 

( 2 ) Mon. dell' hb., X, tt. XIII-XVI; Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und rom. Sculpt., 
tt. 214-217. 

( 3 ) E. Petersen, Ara Pacis Augustae, Wien, 1902, tt. HI-V1I. 
(") Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und róm. Sculpt., t. 403. 
( 5 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und róm. Sculpt., t. 497. 

(") Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und róm. Sculpt., tt. 39&-397. 

(') Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und róm. Sculpt., t. 580. 

( 8 ) Vedi le tabelle dei tipi in F. Hauser, Die neu-attischen Reliefs, Stuttgart, 1889. Non è 
da credere che quest'arte, limitando cosi gli scorci, volesse attenersi a schemi arcaici perchè già la 
sola introduzione di questi pochi scorci in un bassorilievo rappresenta un allontanamento dai pre- 
sunti schemi arcaici e quindi, una volta che era stata aperta la via all'obliquità, non se ne comprende 
la limitazione se non pensando che essa sia stata imposta dalla tecnica del bassorilievo. Tanto è 
vero che tra i rilievi neo-attici quelli che presentano lo scorcio della testa sono appunto quelli che 
dispongono di maggiore corporeità. 



— 216 — 

si è distaccata una volta per sempre dalle altre arti umane sino a questo momento 
in cui crea il nuovo valore della linea disegnativa e il nuovo rilievo, io credo che 
non sarà ardito l'affermare che in fondo tutta la storia dell'arte greca, dal punto di 
vista della trattazione della forma nella sua collocazione spaziale, si assomma nella 
storia del suo rilievo. Per una faticosa via di progressione e di retrogressione lo scorcio, 
questo nuovo mezzo illusivo per la rappresentazione della terza dimensione, è entrato 
nel disegno greco, ma l'introduzione dello scorcio non è che l'ultima tappa di un lungo 
sviluppo interno della tecnica dell'arte greca, sviluppo che si estrinseca in forme inter- 
medie che sono sue e solamente sue. Non il solo scorcio lineare ma l'alto rilievo dise- 
gnativo, la statuaria disegnativa, il rilievo a schemi obliqui indarno si ricercherebbero 
nelle altre arti, e la loro concatenazione è tale che il sopprimere pur mentalmente uno 
solo degli anelli è precludersi la via alla comprensione del complesso fenomeno. Del 
resto chi osservi bene i fatti dovrà riconoscere che era logico e naturale che lo scorcio 
prima di entrare nel disegno cioè di essere rappresentazione illusiva dell'obliquità 
dovesse essere entrato nel rilievo dove ne era rappresentazione corporea e reale. Ciò 
che impedisce di riconoscere la evidenza di questo rapporto di derivazione è il pre- 
giudizio imperante che la pittura debba essere stata in tutti i periodi la guidatrice 
e la ispiratrice degli altri rami dell'arte ('). È un pregiudizio infatti voler far assur- 
gere a legge generale ciò che può valere solo per l'età moderna, per la Rinascenza, 
per il Medio Evo, per il periodo ellenistico ma che non trova nei fatti una 
conferma universale: si sarebbe in realtà bene imbarazzati se si volesse ricercare 
nella statuaria egizia il riflesso della sua arte disegnativa. Un ramo dell'arte può 
avere un predominio sugli altri solo quando possegga mezzi più larghi e più adatti 
per la rappresentazione della natura, quindi si deve riconoscere che in un certo pe- 
riodo dello sviluppo dell'arte greca, allorquando essa si dibatteva ancora in mezzo 
alle vedute parallele, il rilievo e la statuaria disegnativa sono stati superiori al disegno 
perchè avevano tutto ciò che il disegno aveva, e possedevano in più ciò che al disegno 
mancava, la corporeità. In questo periodo la statuaria e il rilievo disegnativo, dispo- 
nendo di mezzi rappresentativi migliori, hanno conquistato lo scorcio, e quindi il 
disegno, che ha tratto da essi il suggerimento di una rappresentazione illusiva della 
obliquità, anziché loro guida è stato loro tributario. Noi possiamo dire che il predo- 
minio della pittura sulle altre arti è solo incominciato dal giorno che essa ha acqui- 
stato quel nuovo istrumento rappresentativo che era la linea obliqua, giacché con 
tale istrumento ha potuto iniziare nna vasta e varia riproduzione della natura che 
alle altre arti non era stata fin' allora concessa. 



Applicazione dei La derivazione dello scorcio nel disegno dalla statuaria 

mezzi rappresenta- e ^ rilievo disegnativo, contro cui abbiamo visto che non 
tivi dell obliquità .... . . , ... . „ 

alla nittirra milita nessun argomento induttivo, e pienamente confermata 

dalla cronologia dei monumenti. Nulla ci è stato in vero con- 
servato della grande pittura greca per poter su di essa compiere la nostra indagine, 

(') Questa è l'idea madre dell'articolo di A. Michaelis, Voti griechiscker Molerei, in Deutsche 
Revue, 1903, pp. 210-222; vedi anche P. Gardner, A Gramm. of Greek Art, p. 55 



- 217 — 

ma 8e anche non vogliamo ricorrere agli esempì delle mefcope di Thermos ('), o del 
« pinax » dell'Acropoli ( 2 ) o della stela di Lyseas (') o attingere argomenti alla 
fonte assai copiosa delle pitture parietali delle tombe etnische ( 4 ), cioè anche se non 
vogliamo valerci di tutti questi monumenti isolati in terreno greco o provinciali ondo 
mostrare di quali schemi dovesse disporre la pittura grande, noi abbiamo nella pittura 
vascolare greca tutto ciò che basta per provare in qual periodo lo scorcio è entrato nel 
disegno. Ma noi dobbiamo anche qui liberarci anzitutto da un pregiudizio che potrebbe 
trarre fuori di strada, dal pregiudizio che un distacco vi dovesse essere tra la pittura 
grande e la pittura industriale per gli schemi da esse adoperate e che quindi la data della 
introduzione dello scorcio nella seconda non possa valere come data dell'introduzione 
nella prima. Questo distacco tra l'arte grande e l'arte industriale, per ciò che riguarda 
la rappresentazione delle figure nella loro posizione spaziale, si può ammettere in quei 
casi in cui l'una disponeva di mezzi rappresentativi diversi da quelli dell'altra, cioè 
per quel periodo in cui la pittura parietale aveva il chiaroscuro che alla pittura vasco- 
lare mancava, ma non si può ammettere per l'epoca in cui ambedue si valevano, come 
di unico mezzo rappresentativo, della linea disegnata a ( 5 ). Noi possiamo dimostrare 
coll'esempio dell'arte egizia e dell'arte messicana che differenza non v'è tra l'arte grande 
e industriale per ciò che riguarda le vedute da cui sono rappresentate le figure, giacché 
eguali sono nella prima gli schemi delle pitture nell'interno delle casse delle mummie 
e sulle pareti delle tombe e dei templi, ed eguali sono nella seconda gli schemi delle 
pitture per le figure dei manoscritti e per quelle che ornano gli edifici ( 6 ). Una qua- 
lunque differenza quindi noi dobbiamo escludere analogamente per l'arte greca. 

(') 'Ecptìfi. d QX ., 1903, tt. II-VI. 
( a ) 'Eyijfi. dgx-, 1887, t. VI. 

( 3 ) A. Conze, Die att. Grabrel., t. I. 

( 4 ) J. Martha, L'Art étrusque, Paris, 1889, pp. 377 e segg. 
( 6 ) W. Klein, Gesch. der griech. Kunst, I, pp. 235-236. 

( 6 ) Confronta ad esempio le pitture dei vasi (E. P. Dieseldorff, Ein bemaltes Thongefàss mit 
figùrlichen Darstellungen aus einem Grabe von Chamd, in Verhandl. der Beri. Ges. fùr Anthr., 
1894, t. Vili; P. Schellhas, Alte Thongefàsse aus Guatemala, in Int. Arck. fiir Ethn., 1895, 
pp. 123-124, tt, XII-XIII; C Sapper, Alterthiimer aus der Republik S. Salvador, in Int. Arch. fùr 
Ethn., 1896, p. 2, t. I, 5, 5 a; G. B. Gordon, Res. in the Uloa Valley {Honduras), in Mem. of 
the Peabody Mus. of Am. Arch. and Ethn., Harvard University, Cambridge Mass., 1898, I IV , p. 28, 
f. 26; p. 33, f. 32; tt, I, IV-V; C. Lumholtz, El Mexico desc, pp. 448-449, tt. XIII-XIV) con le 
pitture parietali (E. Seler, Wandmalereien von Mitla, Eine mexikanische Bilderschrift in Fresko, 
Berlin, 1895; W. H. Holmes, Arch. Stud. arnong the anc. Cit. of Mexico, I, p. 53; II, pp. 245, 
252-254, ff. 89-90, p. 293) ; o con i mattoni dipinti di Palenqué (Ant. Mex. pubi, por la Junta Col. 
de Mexico, tt. I, IV, V). In un solo caso, a mia conoscenza, una pittura parietale dello Yucatan 
presenta uno schema nuovo, ed è quello che si ha per la testa di una figura in una pittura di Tzulà, 
E. H. Thompson, Arch. Res. in Yucatan, in Mem. of the Peabody Mus. of Am. Arch. and Ethn., 
Harvard University, Cambridge Mass., 1904, III', pp. 8-9, tt. I-II: a prima vista uno crede di essere 
dinanzi ad un vero scorcio ma in realtà 'gli elementi interni del viso sono disegnati come se la 
testa fosse di prospetto e lo scorcio si riduce ad una cattiva delineazione esterna. Può ossa forse 
doversi al copista che ha ricostruita la figura da tratti già molto vanidi? Per il Perù non abbiamo 
pitture parietali da trarre a confronto, ma vere opere d'arte sono le pitture policrome di alcuni vasi, 
vedi ad esempio: A. Voss, Ueber eine im Kòn. ethn. Mus. zu Berlin befindliche pcruanische Vase, 
in Zeitschr. fiir Ethn., 1876, pp. 163-166, t. IV = E. Seler, Per. Alt., XIX 3, XXXII 2; oppure 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 29 



— 218 — 

A ciò si aggiunga che il periodo della pittura vascolare nel quale appare lo 
scorcio è il suo periodo aureo, tanto che forse noi le facciamo torto considerandola 
pittura industriale: il fatto stesso che tanti di questi vasai hanno sentito il bisogno 
di segnare la loro opera, cosa che molto più di rado faranno in seguito, prova che 
agli occhi dell'autore e del pubblico essa appariva un vero e proprio prodotto d'arte. 
E siccome noi dobbiamo infine escludere che se vi fu un'influenza della pittura parie- 
tale sulla pittura vascolare essa abbia avuto ad esercitarsi con dei decenni d'inter- 
vallo, allorché il valore delle nuove conquiste doveva aver perduto di pregio perdendo 
di novità, resta che quando vediamo apparire nelle pitture vascolari i primi scorci 
dobbiamo argomentarne che presso a poco nella medesima epoca essi debbono essere 
entrati nella pittura grande. 

L'introduzione dello scorcio nel disegno fu opera tutt'altro che facile e rapida: 
la linea disegnativa prima di acconciarsi alla rappresentazione dell'obliquità cioè al 
suo valore illusivo oppose una resistenza la cui forza le derivava appunto dal suo valore 
reale, parallelo. Essa, pur seguendo i suggerimenti di nuovi schemi nella posizione 
delle figure che le venivano dal rilievo e dalla statuaria disegnativa, ha sostituito, 
là dove ha potuto, delle vedute parallele alle vedute oblique. È questo il caso che 

Tav.a xv, 4. noi riscontriamo nella rappresentazione della quadriga detta di scorcio così frequente 
nell'ultimo periodo della pittura vascolare a figure nere. Questo scorcio, che è 
quasi l'unico offertoci da questa pittura, in fondo si riduce ad una combinazione 
di vedute parallele ed è vero scorcio solo per la rappresentazione delle ruote. I 
cavalli sono, sì, scaglionati con forte spazieggiatura che in realtà dovrebbe implicare 
una loro veduta obliqua, ma sono disegnati con tutte le loro parti in veduta paral- 

Tav.» xv, 3. lela. Un confronto con le quadrighe di scorcio nel fregio del tesoro detto degli 
Cnidì (') mostra chiaramente dove sia il modello: il disegno ha copiato ciò che 
aveva prodotto il rilievo ma sotto il giogo della tendenza al parallelismo ha reso 
parallelo ciò che nel rilievo era obliquo. Così ha ridotto a veduta di profilo il torace 
dei cavalli che era di scorcio, ha collocato di prospetto le teste dei due cavalli 
mediani che nel rilievo erano oblique, dando ad esse un disegno degli occhi, delle 
froge, delle orecchie che già di per se stesso è una riduzione sforzata e innaturale al 
parallelismo. In un solo elemento la pittura vascolare ha conservato lo scorcio ed è 
stato nella configurazione delle ruote, perchè, trattandosi qui soltanto di una super- 
ficie, cioè di una veduta obliqua che non importava con sé una complicata delinea- 
zione interna, più facile n'era la riproduzione. Forse, sostenendo che la pittura vasco- 
lare era in questo periodo una pittura a macchietta, perchè a figure nere, mentre la 
grande pittura contemporanea era di certo una pittura a linea, qualcuno potrebbe 
congetturare che da quest'ultima fosse stata creata la quadriga di scorcio con la 
giusta rappresentazione di tutta la sua obliquità, e che solo passando nella pittura 
vascolare essa avesse subito un'alterazione delle sue parti. Ma anzitutto la pittura 



A. Bastian, in Zeitschr. fùr Ethn., 1872, pp. 391-392, t, XIII, = E. Seler, Per. Alt, IV, 8, 10; V, 
1,2; o ancora W. Eeiss, A. Stubel, The Necr. of Ancori, tt. 15 (1), 100 (1), 101, = E. Seler, Per. 
Alt., XIX 4, XXXII 1. 

(') G. Perrot, Hist. de l'Art, Vili, pp. 371-372, ff. 168-169. 



— 219 — 

vascolare a figure nere non era più in questo periodo una pittura a macchietta, giacché 
la macchietta non si basa tanto sul color nero quanto sull'assenza di qualunque deli- 
neazione interna, ed invece la pittura a figure nere possedeva di già un'accurata 
inscrizione lineare dentro il contorno e si trovava quindi in possesso dei medesimi 
mezzi rappresentativi della pittura a linea ( 1 ). In secondo luogo il fatto che questo 
schema della quadriga di pseudo scorcio sparisce quasi completamente ( 2 ) dalla pittura 
vascolare allorquando essa passa dalle figure nere alle figure rosse, cioè abbandona 
l'ultima traccia della sua origine macchiettistica, il color nero, onde mettersi perfet- 
tamente alla pari della pittura grande per ciò che riguarda i mezzi rappresentativi, 
prova che quest'ultima non era giunta ancora ad un'esatta rappresentazione della sua 
obliquità: forse essa comprendendo che ancor troppo aspra era la lotta contro il valor 
parallelo della linea disegnati va aveva finito per rinunciarvi ( 3 ). E ciò è tanto vero che 
questo pseudo scorcio della quadriga, che sparisce dalla pittura proprio nel momento 
in cui essa riusciva nei suoi primi tentativi del nuovo valore obliquo della linea 
disegnativa, riappare come vero scorcio, cioè colla perfetta rappresentazione dell'obli- 
quità di tutte le parti qualche decennio più tardi nel periodo dello stile nobile della 
pittura vascolare ( 4 ). Del resto, in ultima analisi, qualora si volesse scorgere nella 
quadriga di pseudo scorcio della pittura vascolare il tentativo di rendere uno scorcio 
realmente offerto dalla pittura grande, ci sarebbe da domandare, data la sua posizione 
quasi isolata ( 5 ) tra gli schemi assolutamente paralleli usati per le altre figure, come 
mai la pittura vascolare non abbia fatto tentativi anche per rendere altri scorci e 
di maggiore importanza per la relazionalità, quali sarebbero stati quelli della figura 
umana, scorci che certo non avrebbero potuto mancare alla pittura grande il giorno 
ch'essa fosse giunta già a rendere quello della quadriga. 

Invece, a mio parere, quest'isolamento dello pseudo scorcio della quadriga nella 
pittura vascolare a figure nere è indice perspicuo della sua origine: chi si domandi 
infatti la causa occasionale della sua genesi dovrà riconoscere che è assai più naturale 

(') Ciò è tanto vero che noi riscontriamo degli scorci nelle anfore panatenaiclie del IV secolo 
che pure avevano conservato per tradizione la tecnica a figure nere : vedi esempì, in Jllon. deWIst., 
X, tt. 47, 47 6, 47/, 47 g, 48 a, 48 è, 48 e, 48/, 48 g, 48 h; ed in H. B. Walters, Ilist. ofanc. Poti., 
I, t. XXXIV. 

(-) Un esempio nella pittura vascolare di stile severo si ha nel cantaro E 154 del British 
Museum: C. H. Smith, Cat. of the Greek and Etr. Vases in the Brit. Mus., Ili, pp. 142-143. 

( 3 ) È notevole il fatto che nel fregio del tesoro detto degli Cnidì le ruote delle quadrighe di 
scorcio erano dipinte anziché scolpite : il rilievo accettava così in quella parte in cui lo poteva, 
mantenendo i propri schemi, le facilitazioni della esecuzione tecnica che gli venivano offerte dal 
disegno. 

(*) Sulla questione dello scorcio della quadriga vedi, K. Wormann, Die Landsch. in der Kunst 
der alt. Vólk., p. 121; 0. Benndorf, Das Heroon von Gjólbaschi-Trysa, Wien, 1889, pp. 239-240; 
A. Furtwangler, Delphica, in Beri. phil. Wochenschr., 1894, e. 1277; C. Robert, Die Marathon- 
schlacht in der Poikile, XVIII. Hallisches Winckelmannsprogramm, Halle, 1895, pp. 76-77; R. Del- 
briick, Beitr. sur Kenntn. der Linienpersp., pp. 24-25. 

( 5 ) Un altro scorcio solo trovo nella pittura vascolare a figure nere, ed è quello dello scudo: 
anche qui, come per le ruote, si tratta di uno scorcio che poteva quasi considerarsi di superficie, 
per l'assenza di una qualsiasi complicata corporeità interna, cioè di uno scorcio facile ad essere 
afferrato. 



— 220 — 

che esso sia apparso dapprima nel rilievo che non nella pittura. Il fregio del tesoro detto 
degli Cnidì mostra quale sia stata l'intenzione dell'artista; egli ha voluto nella scena 
del combattimento intorno ad un caduto stringere i personaggi in una specie di cornice 
che abbracciasse anche lo spettatore: rappresentare le quadrighe di profilo era un 
escludere quasi, dall' azione lo spettatore perchè la scena veniva a svolgersi allora 
dinanzi a lui ad angolo piatto, rappresentare le quadrighe di prospetto era un 
togliere ad esse qualunque legame con i combattenti ed era annodarne uno anormale 
collo spettatore. Tra l'uno e l'altro estremo, che era stato già tentato e che sarà 
ancora tentato in seguito dall'arte dei frontoni, delle metope e dei fregi, esisteva la 
via intermedia della rappresentazione obliqua che appagava sufficientemente tutte quelle 
esigenze, via che si aprì appunto al rilievo allorché potè disporre della conveniente 
corporeità. Lo scorcio della quadriga adunque non sorse per un desiderio di varietà e 
novità ma per una concessione alle esigenze latenti dell'arte del piano. Ma appunto 
perciò una quadriga sola di scorcio, quale ci viene offerta quasi generalmente dalla 
pittura vascolare a figure nere, è incomprensibile, essa è il frammento di un tutto, il 
lato di un angolo, essa presuppone l'esistenza di un'altra quadriga che le corrisponda 
in posizione inversa. 

Al di fuori adunque di ogni preconcetto si deve riconoscere che lo pseudo scorcio 
della quadriga nella pittura vascolare a figure nere segna nello stesso tempo il termine 
per il primo tentativo d'introduzione dello scorcio nella pittura ed è la prova della 
resistenza che il parallelismo della linea disegnativa opponeva a questi tentativi che 
volevano mutare il suo valore. Esso apre adunque il periodo di preparazione all'intro- 
duzione dello scorcio: in questo periodo, che s'inizia colla fine della pittura vascolare 
a figure nere, ma che coincide in massima col primo stadio dello stile severo nella 
pittura vascolare a figure rosse, la linea disegnativa cercò col suo valore reale di rap- 
presentare schemi diversi da quelli di cui s'era servita sino ad allora ma schemi sempre 
paralleli. Il disegno rinuncia ora talvolta alle vedute parallele maggiori e vi sostituisce 
delle minori; noi vediamo quindi apparire frequentemente il piede, la gamba, l'ad- 
dome, la testa di prospetto, ma ancora una volta di più possiamo notare come i nuovi 
schemi siano il resultato di una costruzione a vedute parallele anziché una rappresenta- 
zione naturale. Il piede di prospetto, ad esempio, è riprodotto come se fosse veduto 
dalle punte dello dita alla loro altezza cioè in una posizione che non può essere affer- 
rata dallo spettatore dato il livello a cui il suo occhio si trova dal suolo ( l ). Ed è no- 
tevole che tutte queste innovazioni sono state più o meno compiute per appagare 
l'esigenza della relazionalità: o colla posizione di prospetto della testa o colla posizione 
di prospetto di una o di ambedue le gambe, che importa con sé naturalmente una cor- 
rispondente posizione dell'addome, l'artista vuole stabilire un nuovo rapporto tra la figura 
e lo spettatore. Questo nuovo periodo che, come fu un periodo di transizione nella pittura 

(•) A. Furtwiingler, Die ant. Gemmen, III, pp. 95, 182; A. Furtwàngler, K. Reichhold, Griech. 
Vasenmal., p. 64, t. XIV. Il medesimo schema oltre che nelle gemme si trova anche nel rilievo di 
Alienor di Naxos, Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und róm. Sculpt., t. 41 b, che possiede per 
altro anche già lo scorcio del torace. Per gli schemi adoperati per la rappresentazione dei piedi 
nella pittura vascolare greca vedi F. Winter, Die jùngeren attischen Vasen, Berlin-Stuttgart, 
1885, pp. 5 e segg. 



— 221 — 

vascolare, dovette esserlo nella pittura grande, era sotto l'influenza dei nuovi schemi 
appaganti la relazionalità che sorgevano nel rilievo e nella statuaria disegnativa; ma 
questi schemi mentre nel rilievo e nella statuaria erano degli scorci, passando nel disegno, 
per la resistenza opposta dal parallelismo della linea disegnativa, divenivano paralleli. Ed 
ecco la ragione per la quale la rappresentazione della testa di prospetto, che era stata 
così rara precedentemente e che lo sarà altrettanto in seguito, appare di frequente in 
questo breve periodo di transizione, come può mostrare il solo piccolo gruppo dei vasi 
segnati da Euphronios ('). In questo caso il disegno aveva accettato il suggerimento 
compiendo il minor dispendio possibile di energia, cioè aveva ridotto ed adattato al 
parallelismo della sua linea i nuovi schemi che gli venivan suggeriti. 

Tuttavia i nuovi schemi paralleli, che il disegno andava creando, o annullavano 
l'azione della figura, appagando troppo radicalmente la relazionalità, o rimanevano 
ancora costruzioni artificiose poco corrispondenti alla natura: fu allora che per toglier 
di mezzo quest'irreducibilità del patrimonio delle forme dal rilievo e dalla statuaria 
disegnativa al disegno, sorse il nuovo valore della linea disegnativa. Con i primi tentativi 
di questo mutamento entrò lo scorcio nel disegno : questa grande innovazione, di cui 
non si sarebbe allora potuta misurare la portata per lo sviluppo di tutta l'arte futura, 
è legata nelle fonti per la pittura maggiore al nome di Kimon da Kleonai ( 2 ) e cade 
per la pittura vascolare nella cerchia di Euphronios ( 3 ). Ma l'innovazione ebbe e soste- 
nere una non facile lotta : la linea disegnativa continuò ad opporre una resistenza pas- 
siva prima di subire il nuovo valore, e per ciò i primi scorci sono mal tentati e mal 
riusciti. Dato il fatto che anche nello scorcio una parte del contorno può essere con- 
siderata come giacente nel piano, la difficoltà non stava nella rappresentazione di questa 
parte ma nella coordinazione del resto, cioè nella esatta rappresentazione della inequidi- 



(') Vaso delle etère, A. Furtwàngler, K. Reichhold, Griech. Vasenmal.,t. LXIII; vaso di Theseus, 
Monuments grecs, Paris, 1877, 1, t. II; A. Furtwàngler, K. Eeichhold, Griech. Vasenmal., t. V; vaso 
di Troilos, P. Hartwig, Die griech. Meisterschalen, t. LIX 1 ; frammento dell'Iliupersis, C. Robert, 
Vasenfragrnente des Euphronios, in Arch. Zeit., 1882, t. Ili; W. Klein, Euphronios" 1 , Wien, 1886, 
p. 176 (figura). 

( 2 ) Per la questione di Kimon e dei suoi « catagrapha » vedi H. Brunii, Geschichte der grie- 
chischen Kùnstler*, Stuttgart, 1889, II, pp. 7-9; F. Winter, Ueber Vasen mit Umr iss-Zeichnung, in 
Arch. Zeit., 1885, ce. 200 e segg.; P. J. Meier, in Ath. Mitth., 1885, p. 248, n a . 1; W. Klein, 
Euphronios 2 , pp. 46-49; C. Robert, Archàologische Màrchen, in Philologische Untersuchungcn, 
Berlin, 1886, X, pp. 125 e segg. ; W. Klein, Studien zur griechischen Malergeschichte, in Archào- 
logisch-epigraphische Mittheilungen aus Oesterreich-Ungarn, 1887, pp. 208 e segg.; F. Studniczka, 
Antenor und die archaische Molerei, in Jahrbuch des Rais, deutsch. arch. Inst., 1887, pp. 156-157; 
A. E. J. Holwerda, Korinthisch-attische Vasen, in Jahrbuch des Rais, deutsch. arch. Inst., 1890, 
pp. 258-259; P. Girard, La Peint. ant., pp. 141 e segg.; P. Hartwig, Die griech. Meisterschalen, 
pp. 156 e segg. ; E. Sellers, The Elder Pliny's Chapters on the History of Art, London, 1896, 
pp. 101, 126; R. Zahn, Vasenscherben aus Klazomenai, in Ath. Mitth., 1898, pp. 77-79; E. Pottier, 
in Rev. des Et. grecques, 1898, p. 384; J. Lange, Die Darst. des Mcnsch., pp. 101-103; L. v. Sybe), 
Weltgesch. der Kunst*, p. 142; H. Lechat, La Sculpt. att. avant Phidias, pp. 210-211 ; P. Gardner, 
A Gramm. of Greek Art, pp. 127, 129, 131 ; H. B. Walters, Hist. of anc. Poti., I, pp. 397-399, 430; 
W. Klein, Gesch. der griech. Kunsl, I, pp. 296-297. 

( 3 ) Per i diversi motivi di scorcio che entrano nella pittura vascolare in questo periodo vedi 
R. Delbruck, Beitr. zur Kenntn. der Linienpersp., pp. 33-35, tab. G. 



— 222 — 

stanza della parte che si trovava al di fuori e nella delineazione interna della veduta, 
delineazione divenuta ormai necessaria per dar la misura dell'inequidistanza del contorno 
esterno a cui era collegata. La linea disegnativa tendeva nella rappresentazione delle 
parti esistenti fuori del piano a ricondurle realmente sul piano, a renderle parallele, 
a turbare cioè, il giusto rapporto della inequidistanza: per ciò si comprende come i 
primi scorci siano stati quelli che minor sacrificio chiedevano al valore naturale paral- 
lelo della linea disegnativa, siano stati per la figura umana quelli della gamba e del 
torace la cui obliquità non presentava una complicata corporeità interna, e tra gli scorci 
che queste parti del corpo potevano offrire i primi ad essere accettati siano stati quelli 
che si allontanavano nel minor grado possibile dalle vedute parallele. Il disegno 
provò anche lo scorcio della testa ma oltremodo rari e relativamente mal riusciti ne 
sono i primi tentativi ( 1 ). La pittura vascolare è stata sempre assai guardinga da 
allora in poi prima di arrischiarvisi, e possiamo dire che è solo colla pittura vascolare 
della seconda metà del V e del IV secolo a. C. che lo scorcio della testa riesce ad 
essere colto in forma naturale. La forza di soppiantare lo schema di profilo non la 
ebbe mai : la natura parallela della linea disegnativa opponeva quella stessa resistenza 
che ancora oggi trae quasi inconsciamente la mano del disegnatore principiante, nono- 
stante tutti gli ammaestramenti che sull'uso dello scorcio possano essergli stati im- 
partiti, a degli schemi paralleli. Chi volesse fare una statistica per gli schemi della 
pittura vascolare di questo periodo troverebbe che, assai frequente per il tronco, per 
le gambe e per i piedi, lo scorcio è relativamente assai raro per la testa. In questo 
periodo per altro sarebbe errore il voler trarre dalla pittura vascolare argomenti per 
giudicare della pittura grande, esse non possedevano più i medesimi mezzi rappresen- 
tativi e diversa era quindi la via che battevano. 

Se noi ora, prima di rivolgerci all'esame di questi altri mezzi , vogliamo in rapido 
sguardo vedere se la cronologia dei monumenti corrisponda al cammino genetico che 
abbiamo tracciato per lo scorcio, dobbiamo riconoscere che per quanto lacunosa e 
talvolta mal sicura essa sia, non offre nessun dato che contraddica a ciò che abbiamo 
dedotto dallo studio intrinseco dei monumenti stessi. Lo scorcio fa la sua prima timida 
apparizione, e solo per alcune parti della figura umana, con la pittura vascolare della 
cerchia di Euphronios cioè tra il 510 e il 480 a. C. : nella medesima epoca quindi 
presso a poco deve essere entrato nella pittura grande. Nella statuaria e nel rilievo 
disegnativo invece appare già nella prima metà del VI secolo con il gruppo di 
Typhon sull'Acropoli ( 2 ), nella seconda metà del VI secolo con i frammenti del 
fregio della cornice nel tempio d'Artemis ad Efeso ( 3 ) e col frontone dei Megaresi 
ad Olimpia ( 4 ), nell'ultimo quarto del VI secolo, e anteriormente al 510, col frontone 



(') P. Hartwig, Die griech. Jl/eisterschalen, pp. 163, 544, 553, n. a 1, tt. LIX, LX; A. Furt- 
wangler, K. Keiclihold, Griech. Vasenmal.,tt.XV , XVII-XVIII, LVI1I, LXIV, LXXV-LXXVI, LXXXVI. 

( 2 ) M. Collignon, Hist. de la Sculpt. grecque, I, p. 215 ; G. Perrot, Hist. de VArt, Vili, p. 532; 
Th. Wiegand. Die arch. Poros-Arch. der Akr. zu Athen, pp. 106-107; H. Lechat, La Sculpt- att. 
avant Phidias, pp. 130, 133 n. a 1, 134-135. 

( 3 ) A. S. Murray, in Journ. of Hell. Stud., 1889, p. 4; M. Collignon, Hist. de la Sculpt. 
grecque, I, p. 181; E. A. Gardner, A Handbook of Greek Sculpture, London, 1896, I, p. 109. 

( 4 ) G. Treu, in Olympia, III, p. 14 (confr. W. Dorpfeld, in Olympia, II, p. 53) ; M. Collignon, 



— 223 — 

dei Pisistratidi sull'Acropoli ('), col fregio del tesoro detto degli Gnidi a Delfi ( 2 ), 
colle metope della Gigantomachia a Selinunte ( 3 ). Dubbia rimane la data delle me- 
tope del tesoro degli Ateniesi a Delfi, ma, ammesso pure elio debbano discen- 
dere tra il 490 e il 480 (*), esse presentano scorci, specialmente per la testa, che 
invano si ricercherebbero nella pittura vascolare o quindi nella pittura grande con- 
temporanea: la linea disegnativa allora era ancora alle prese col parallelismo. 

Perchè la linea disegnativa potesse trionfare delle difficoltà che la tenevano 
ancora così legata, potesse, acquistando il valore obliquo, porsi alla pari del rilievo 
e della statuaria disegnativa per ciò che riguardava il patrimonio degli schemi perla 
collocazione spaziale delle figure, era necessario che non fosse abbandonata a se stessa, 
che fosse aiutata ancora da altri mezzi nella lotta contro il suo valore naturale paral- 
lelo: ciò appunto si è ottenuto con l'introduzione del chiaroscuro. Il chiaroscuro è 
elemento integrante dello scorcio perchè esso serve a rappresentare la obliquità interna 
delle vedute cioè la loro corporeità, e questa rappresentazione è necessaria per lo 
scorcio giacché la corporeità serve a far comprendere la inequidistanza del contorno. 
Ma era proprio necessario che l'arte greca facesse la conquista dello scorcio perchè essa 
potesse fare la conquista del chiaroscuro? Non offre a noi la natura ad ogni istante 
esempio di questa digradazione della luce sopra la superficie delle cose perchè l'osserva- 
tore si dovesse sentire tratto ad imitarla? ( 5 ). A queste domande noi abbiamo già 
dato la risposta osservando nel primo capitolo del lavoro che il valore del chiaroscuro 
nell'arte è differente dal valore del chiaroscuro in natura. In natura il chiaroscuro è 
un effetto della corporeità, nell'arte invece è il generatore illusivo dell'impressione 
della corporeità. Al pari del nuovo valore illusivo della linea disegnativa questo va- 



Hist. de la Sculpt. grecque, I, p. 239; G. Perrot, Hist. de l'Art, Vili, p. 460; W. Klein, Gesch. 
der griech. Kunst. I, p. 93. Ad una data più tarda, ma in ogni modo anteriore al 480, riportano il 
frontone E. A. Gardner, A Handbook of Greek Sculpt., I, pp. 142, 145; A. Furtwiingler, Aegina, 
p. 320. 

(') M. Collignon, Hist. de la Sculpt. grecque, I, pp. 375-377; H. Schrader. in Ath. lilitth., 

1897, pp. 111-112; G. Perrot, Hist. de l'Art, Vili, p. 552; Th. Wiegand, Arch. Poros-Arch der 
Akr. zu Athen, p. 114; H. Lechat, La Sculpt. att. avant Phidias, p. 303. 

( 2 ) A. Furtwiingler, in Beri ph.il. Wochenschr., 1891, ce. 1277-1278; Th. Homolle, in Bull, 
de Corr. hell., 1894, p. 194; 1895, p. 536; 1896, pp. 594-595; G. Perrot, Hist. de VArt, Vili, 
p. 384; W. Klein, Gesch. der griech. Kunst, I, pp. 174-175. 

( 8 ) 0. Benndorf, Die Met. von Selinunt, pp. 69-70 crede che possano anche discendere nel V 
secolo; confr. J. Overbeck, Geschichte der griechischen Plastik 4 , Leipzig, 1892, I, p. 214; E. A. 
Gardner, A Handbook of Greek Sculpt., I, p. 145 ; R. Koldewey, 0. Puchstein, Die griechischen 
Tempel in Unteritalien und Sicilien, Berlin, 1899, I, p. 81. Vedi invece M. Collignon, Hist. de la 
Sculpt. grecque, I, p. 331; G. Perrot, Hist. de VArt, Vili, p. 492; W. Klein, Gesch. der griech. 
Kunst, I, p. 93. 

( 4 ) Th. Homolle, in Bull, de Corr. hell., 1896, pp. 608 e segg. ; A. Furtwiingler, in Sitzungsber. 
der Kòn. bayer. Ak. der IViss., 1901, pp. 392 e segg.; G. Perrot, Hist. de VArt, VIII, pp. 572-574; 
H. Lechat, La Sculpt. att. avant Phidias, pp. 413-421; W. Klein, Gesch. der griech. Kunst, I, 
p. 318; A. Furtwiingler, Aegina, p. 352. Per una data più antica vedi H. Pomtow, in Arch. Anz., 

1898, pp. 43 e segg. 

( s ) G. Collier, A Prim. of Art, p. 18 crede che l'invenzione del chiaroscuro possa essere stata 
probabilmente il resultato di un caso. 



— 224 



lore del chiaroscuro non poteva essere suggerito dalla natura, doveva svolgersi dentro 
l'ambito dell'arte; e per comprendere questo sviluppo noi dobbiamo tornare ad esami- 
nare quel processo di riduzione della corporeità che si compiva nel cammino retrogres- 
sivo dalla statuaria e dal rilievo disegnativo al disegno, e dobbiamo soprattutto non 
dimenticare che tutta l'arte scultoria greca e principalmente il rilievo aveva come 
elemento integrante la policromia. Rappresentiamoci quest'altorilievo corporeo a cui 

il colore delle parti dava effetti accentuati 
di chiaroscuro, rappresentiamoci questo 
cammino retrogressivo di riduzione della 
corporeità in cui colla corporeità della 
figura veniva a mancare anche la di- 
gradazione delle ombre e delle luci, e 
noi comprendiamo come l'artista sia stato 
colpito da questo fenomeno concomitante, 
abbia colto un rapporto causale tra la 
diminuzione della corporeità e lo svanire 
del chiaroscuro, abbia afferrato l'idea che 
poteva mantenersi l'uno se doveva spa- 
rire necessariamente l'altra, abbia avuto 
insomma il primo suggerimento a rap- 
presentare la corporeità col chiaroscuro. 
Ha avuto forse il chiaroscuro la prima 
applicazione nel rilievo? Si è forse man- 
tenuta traccia di ciò anche nei rilievi 
più evoluti? È quello che mi sono do- 
mandato talvolta dinanzi a rilievi di tec- 
nica così particolare come la stela da 
Thespiai nel Museo Nazionale di Atene (') 
o il fregio del Partenone o i fregi mag- 
giori del monumento delle Nereidi, là 
'*" dove a certe parti delle figure non è data 

Stela da Thespiai - (Fotografia Rhomaìdis). UQa corporeità corrispondente a quella 

di certe altre secondo il loro rapporto in natura, e ciò non per maucanza di spor- 
genza nel rilievo ma per un' intenzionale rinuncia che ad essa ha fatto l'artista. Non 




(i) JeXiiov àpx«ioXoytxóv, 1888, p. 145; B. Graf, in Ath. Mitth., 1890, pp. 38-39; E, Heberdey, 
in Ath. Mitth., 1890, p. 215; il. KappadLas, rXvnrà roti i&v. Mova., p. 353, n°. 742. In questa stela 
v'è un grande contrasto, che, assai meglio che sulla riproduzione, si afferra sull'originale, tra la 
sporgenza delle parti esterne e la appena sensibile corporeità delle parti interne: si osservino la 
gamba sinistra e il cane. Di più il panneggiamento, specialmente nella parte destra dove è a con- 
tatto colla figura, è distinto solo con delle linee d'incisione e lo stesso si può dire della mano destra 
la quale in tal modo mal si riattacca al braccio che getta così forte ombra colla sua corporeità. Vi 
noto adunque una sproporzione nella distribuzione della sporgenza tra le diverse parti, sproporzione 
voluta — si pensi alla mano destra — ed in aperto contrasto colla trattazione tradizionale dei rilievi 
di questo periodo. È innegabile che per rendere sufficientemente visibili alcune parti della stela, ad 



— 225 — 

può forse l'artista, dati i vincoli indissolubili di unione tra la pittura e il rilievo 
greco, aver tentato in alcune parti un'apparente rappresentazione della corporeità 
per mezzo del chiaroscuro in quelle medesime opere in cui quella corporeità era 
anche realmente rappresentata per altre parti? È ciò che io credo possa spie- 
gare alcuno caratteristiche del rilievo greco come la rappresentazione di scorcio 
di altari, sgabelli, mura di case o di città che, salvo l'accenno della linea d' in- 
contro delle pareti adiacenti, sono allargate ad angolo così ottuso da giacere quasi 
interamente in un medesimo piano. Solo pensando all'applicazione del chiaroscuro si 
può immaginare come queste figurazioni di scorcio dovessero acquistare l'apparenza di 
corporeità. Purtroppo restiamo nel campo delle ipotesi, la policromia è completamente 
sparita dai rilievi greci e noi non possiamo più decidere se vi sia stata in origine 
e se si sia conservata in appresso un'applicazione del chiaroscuro. Ma qualunque possa 
essere stata la sorte del chiaroscuro nel rilievo, ed in fondo io credo che la sua 
applicazione, se pure vi fu, dovesse essere assai limitata, perchè il rilievo per sua 
natura possedeva corporeità reale e sarebbe quindi sorto un contrasto tra ciò che real- 
mente esisteva e ciò che veniva rappresentato con un mezzo illusivo, a me par certo 
che solo per la via del rilievo, quella stessa che aveva condotto al nuovo valore della 
linea disegnativa, il chiaroscuro poteva acquistare la capacità di rappresentare ciò di 
cui non era il generatore ma il generato, la corporeità ('). E così attraverso il medesimo 
cammino i due fenomeni dello scorcio e del chiaroscuro compievano la loro apparizione 
quasi contemporanea nell'arte umana: difatti l'introduzione dello scorcio nel di- 
segno era la riduzione reale della distanza che separava la figura dal fondo, cioè 
della inequidistanza della veduta, colla conservazione apparente di questa inequidi- 
stanza, l'introduzione del chiaroscuro era la riduzione reale della corporeità della 
figura, cioè della inequidistanza della sua superficie, colla conservazione illusiva di questa 
inequidistanza. Colla loro compenetrazione la pittura fece l'ultimo e più decisivo passo 
nella rappresentazione della posizione spaziale delle figure. Il nuovo aspetto che la 
linea disegnativa andava assumendo nella sua unione col chiaroscuro non si può me- 
glio indicare che colle parole che Plinio (XXXV, 67-68) adopera per vantare i 
meriti di Parrasio ( 2 ) : « Parrhasius in lineis extremis palmam adeptus. Haec est 
picturae summa suptilitas. Corpora enim pingere et media rerum est quidem magni 



esempio tutta la figura del cane, l'artista doveva aver rialzato il rilievo coll'uso del colore; ora, a mio 
parere, quest'uso del colore non poteva servire a correggere la sproporzione nella distribuzione della 
corporeità se non per mezzo di un chiaroscuro illusivo. 

(') Sulla questione del chiaroscuro nell'arte greca vedi K. Wormann. Die Lanciseli, in der Kunst 
der alt. Vvlk., pp. 163-164; W. Klein, Fuphronios 2 , p. 151 ; P. Girard, La Peint. ant., pp. 201-202; 
C. Robert, Die Marathonschlaeht in der Poikile, XVIII. Hall. Winckelmannsprogr. p. 73; F. Winter, 
Eine alliscile Lekythos des Berlmer Museums, LV. Programm zum Winckelmannsfeste, Berlin, 1895, 
pp. 8 e segg. ; E. Pottier, Deux coupes à fond blanc, in Mon. Piot, 1895, II, pp. 45-47; A. de 
Ridder, Unmiroir à boite grave, in Bull, de Corr. hell., 1899, pp. 316-332; A. Furtwangler, K. Reich- 
hold, Griech. Vasenmal, pp. 72-73, t. XV; p. 194, t. XXXVII; pp. 199-200, tt. XXXVIII-XXXIX; 
pp. 242-243, t. XLVII; W. Klein, Gesch. der griech. Kunst, I, pp. 444-446; M. Collignon, Deux 
lécythes attiques à fond blanc et à peintures polychromes, in Mon. Piot, 1905, XII, pp. 41, 45, 47-50. 

( 9 ) Cfr. Quintilianus, XII, 10, 4 « Esaminasse Parrhasium subtilius lineas traditur » 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Ser. 5 a . 30 



— 226 — 

operis sed in quo multi gloriam tulerint, extrema corporum facere et desinentis pic- 
turae rnodum includere rarum in successu artis invenitur. Ambire enim se ipsa debet 
extremitas et sic desinere ut promittat alia post se ostendatque etiam quae occul- 
tat » ('). Era questo il nuovo problema che il chiaroscuro poneva alla linea dise- 
gnativa: indicare, quasi mostrare, ciò che si svolgeva al di là del contorno della 
figura, far credere che al di là di questo contorno esistesse dello spazio, distaccare 
per sempre la linea disegnativa dal piano. Il piano disegnativo aveva costretto tiran- 
nicamente tutte le arti a rappresentare delle figure che in esso fossero incastrate: 
l'arte greca iniziò la lotta contro questa tirannia per mezzo dello scorcio comin- 
ciando a distaccare dal piano una parte della sagoma e portò questa lotta sino alle 
conseguenze estreme per mezzo del chiaroscuro, distaccando anche quella parte che 
collo scorcio v'era rimasta legata, cioè allontanando del tutto le figure dal piano dise- 
gnativo. Da quel giorno anche la pittura da arte del piano è divenuta arte dello 
spazio. Ciò è potuto avvenire solo perchè la linea disegnativa in questa sua ultima 
combinazione col chiaroscuro ha perduto tutto il residuo di valore primitivo che aveva, 
ha perduto la sua nettezza, la sua accentuazione, la sua giacenza nel piano : le « lineae 
extremae » che Parrasio ha portato alla perfezione non erano più delle linee, erano 
una combinazione sottile di ombra e di luce, erano dell'apparente corporeità. Noi 
purtroppo nulla abbiamo della grande pittura greca del IV secolo, ma nella pittura 
ellenistico-pompeiana e nei ritratti ellenistico-romani del Faijum ( 2 ), che pure sono 
prodotti di arte industriale, possiamo trovare il riflesso di questa grande evoluzione 
dell'arte greca: noi abbiamo molto spesso una pittura senza linee. 

Lo scorcio e il chiaroscuro, la obliquità lineare e la obliquità cromatica, avevano 
permesso alla pittura la giusta rappresentazione della posizione spaziale delle singole 
figure, la prospettiva, essendo un complesso di scorci e di chiaroscuri, cioè traendo 
dall'uno e dall'altro i suoi mezzi rappresentativi, fu la riproduzione simultanea della 
giusta posizione spaziale di un complesso di figure. Prima dell'introduzione del chia- 
roscuro la prospettiva aveva cercato di valersi dell'unico mezzo a sua disposizione, 
dello scorcio della linea applicato non al complesso della scena ma ai mobili o agli 
edifici singolarmente, ed è questa la prospettiva che noi possiamo attribuire a Poli- 
gnoto ( 3 ), ma solo colla conquista del chiaroscuro essa potè dare maggiore aspetto 

(') K. Wormann, in A. Woltmann, Gesch. der Mal., I, p. 48; Ed. Bertrand, Etudes sur la 
Peinture et la Critique d'Art dans VAntiquité, Paris, 1893, pp. 64-66; P. Girard, La Peint. ant-, 
pp. 213-218; F. Winter. Fine alt. Lek. des Beri. Mus., LV. Progr. zum Winckelmanns feste, pp. 8, 
15-16; E. Lowy, Die Naturwiedergabe in der alt. griech. Kunst, pp 45-46; E. Berger, Die 
Maltechn. des Alt 2 ., p. 53; M. Collignon, in Mon. Piol, 1905, XII, pp. 50-51. 

( 2 ) Vedi alcuni dei ritratti in R. Graul, Die antiken Portràtgemàlde aus den Grabstàtten des 
Faijum, Leipzig, 1888; G. Perrot, Portraits antiques de l'epoque grecque en Egypte, in Rev. arch., 
1889, I, tt. XII-XIII; W. M. Flinders Petrie, Kahun, Gurob and Ilawara, t. I; Ant. Denkm. hsg. 
vom Kais. deutsch. arch. Inst., II, t. XIII; H. Schrader, Zwei antike Bildnisse aus dem Faijum, 
in Zèitschr. fùr b'dd. Kunst, 1900, p. 22 (tavole). Per la data dei ritratti del Faijum vedi C. E. 
Edgar, On the dating of the Fayum Portraits, in Journ. of ffell. Stud., 1905, p. 231. 

( 3 ) Per la prospettiva in Polignoto vedi C. Robert, Die Nekyia des Polygnot, XVI. Hallisches 
ìVinckelmannsprogramm, Halle, 1892, pp. 39 e scgg. ; C. Robert, Die Iliupersis des Polygnot, XVII. 
Hall. Winckelmannsprogr., Halle, 1893, pn. 36-37; R. Schone, Zu Polygnots delphischen Bildern, in 



— 227 — 

illusivo a questi scorci isolati e tentare la veduta complessiva della scena. La prospet- 
tiva polignotea, fatta astrazione dai pochi scorci degli utensili e dei mobili, non era 
in fondo che una distribuzione delle figure nel piano disegnativo senza il legame 
che è dato dallo scorcio del suolo, e solo aveva cercato di legittimare questa distri- 
buzione delle figure le une al disopra delle altre con delle linee ondulate che rappre- 
sentavano i rialzi del terreno in veduta parallela. Che la prospettiva sia stata più o 
meno ben colta a seconda delle epoche e degli artisti, che' il suo studio teorico sia 
cominciato solo col nostro Rinascimento non toglie nulla al fatto che la sua prima 
applicazione si ebbe nell'arte greca del V secolo, come ci attestano le fonti lette- 
rarie per la « scenografia » di Agatharchos di Samo ('). 

Scorcio, chiaroscuro e prospettiva hanno dato al piano disegnativo, ciò che sem- 
brava impugnasse alla sua natura, la rappresentazione delle tridimensionalità: tutte 
e tre hanno contribuito a quello che noi potremmo dire l'allontanamento e l'annulla- 
mento del piano disegnativo. Finché il disegno rimase legato agli schemi paralleli, il 
piano disegnativo fu una specie di morsa che stringeva la figura, in altre parole la 
figura apparve incastrata nel piano ; allorquando il disegno acquistò lo scorcio e il chia- 
roscuro il piano disegnativo divenne una specie di fondo da cui la figura era par- 
zialmente liberata, in altre parole la figura sembrò appoggiata al piano; allorché il 
disegno creò la prospettiva il piano disegnativo fu totalmente allontanato e quindi 
annullato, in altre parole la figura rimase libera in mezzo allo spazio. Da questo 
istante, che coincide col principio dell'età ellenistica, si chiuse per l'arte greca il 
periodo plastico reale e si aprì il periodo plastico illusivo o periodo pittorico. 

L'arte greca è infatti considerata l'arte plastica per eccellenza, ed io credo che 
nulla possa meglio attestare questa sua intima tendenza verso la corporeità quanto lo 
sviluppo della sua decorazione architettonica e del suo rilievo a cui appunto abbiamo 
rivolto l'attenzione, ma allorché essa riuscì ad impadronirsi dei mezzi onde poter 
rappresentare musivamente questa corporeità l'arte greca rimase plastica nel conte- 
nuto, ma cercò di ottenere i suoi effetti con i mezzi illusivi, divenne pittorica nel- 
l'aspetto. Da quel momento la scultura cessa di essere la guida nel cammino 
dell'arte e cede il suo posto alla pittura, giacché per quella necessaria forza attrat- 
tiva che esercitano l'uno sull'altro due rami dell'arte che siano spesso chiamati a 



Jahrbuch des Kais. deutsch. arch. Inst., 1893, pp. 193 e segg. ; F. Hauser, in Beri. phil. Wochenschr., 
1894, ce. 1393-1394; C. Robert, Die Marathonschlacht in der Poikile, XVIII. Hall. Winckelmanns- 
progr., 1895, pp. 77-78, 91 e segg. ; Th. Schreiber, Die Wandbilder des Polygnotos in der Halle der 
Knidier zu Delphi, in Abhandl. der phil.-hist. Classe der Kòn. sàchs. Oes. der Wiss., Leipzig, 1897, 
pp. 29 e segg.; 47 e segg.; A. Furtwangler, K. Eeichhold, Griech. Vasenmal., p. 135; 6. E. Rizzo, 
Vasi greci della Sicilia, in Mon. Ant. della R. Acc. dei Lincei, 1904, XIV, ce. 43-47; P. Gardner, 
A Grarnm. of Greek Art, pp. 132-133, 178-181 ; W. Klein, Gesch. der griech. Kunst, I, p. 422 
(dove attribuisce a Mikon questa prospettiva) e pp. 440-441. 

{') Vitruvius, VII, praef., 10; K. Wormann, Die Landsch. in der Kunst der alt. Vòlk., pp. 162- 
163; 176-179-, K. Wormann, in A. Woltmann, Gesch. der Mal. I, pp. 42-43; P. Girard, La Peint. 
ant., pp. 198-200; E. Delbriick, Beitr. zur Kenntn. der Linienpersp., pp. 40 e segg.; M. Collignon, 
in Mon. Piot, 1905, XII, pp. 34-39. Vedi invece F. Wickhoff, Rom. Art, pp. 83-86; 91-93; W. Klein, 
Gesch, der griech. Kunst, I, p. 155, II, p. 186. 



— 228 — 

dar yita al medesimo contenuto la scultura subisce nei suoi mezzi rappresentativi la 
influenza della pittura, la subisce nella statuaria e nel rilievo, come chiaroscuro per 
la figura, come prospettiva per la scena. Ed invero solo pensando che la scultura 
abbia voluto applicare alla forma l'aspetto illusivo, di cui doveva darle col chiaro- 
scuro così va.ria esemplificazione la pittura, noi comprendiamo le profonde innovazioni 
che nel periodo ellenistico introduce nella trattazione del nudo e del panneggia- 
mento. La pittura aveva, con sottilissimo giuoco di ombra e di luce, data corporeità 
perfetta alla figura isolandola nello spazio; ciò che Plinio ci attesta per Parrasio 
mostra appunto a quali effetti essa tendesse. La scultura ellenistica con un analogo 
procedimento, rendendo sfuggente ogni piano della figura, martoriando la sua superficie 
con incavi o sporgenze dove si raccoglie l'ombra o rimbalza la luce, cerca di ottenere 
i medesimi effetti. Il Gladiatore Borghese ('), le figure del gran fregio pergameno ( 2 ), 
il Laocoonte ( 3 ), l'Herakles Farnese ( 4 ), il Torso del Belvedere ( b ) non sono, 
come si tenderebbe a credere a prima vista, un minuto e preciso studio anatomico 
portato all'esagerazione, giacché in natura non mai i muscoli o il panneggiamento 
presentano tali e tante anfrattuosita, ma sono appunto il tentativo di ottenere con 
un mezzo illusivo di chiaroscuro la mobile vivezza della superficie. Gli effetti di corpo- 
reità che, come attesta Plinio ( 6 ), la pittura antica corcava di ottenere con contrasti 
tra i bianchi e i neri e che la pittura pompeiana in realtà largamente esemplifica, la 
scultura raggiungeva esagerando le cavità e le sporgenze, assorbendo e respingendo 
per mezzo di esse la luce. 

Ed al pari del chiaroscuro la scultura ha applicato alla statuaria e al rilievo, 
con quelle limitazioni che le venivano dalla sua essenza, la prospettiva cioè una 
distribuzione spaziale. Infatti dei gruppi statuari come quelli pergaraeni ( 7 ) rivelano 
che le singole figure, per il loro atteggiamento, non potevano essere disposte tutte su 
un piano e dinanzi ad un'unica parete come era stato finora il caso per i gruppi 
frontonali ma dovevano essere scaglionate in profondità e in piano ascendente. 
Difatti salvo il caso di pensare che lo spettatore antico potesse aggirarsi tra le figure 
del donario di Attalo I per stabilire dinanzi a ciascuna il suo particolare punto di 
veduta, cioè che potesse turbare la unità del gruppo colla sua intromissione, le 
figure distese, come l'Amazone, il Gigante, il Persiano in Napoli ( 8 ), il Galata in 
Venezia, non possono essere concepite nell' insieme se non quando s' immaginino in 
declivio e lontane dallo spettatore cioè collocate in modo da coadiuvare realmente 
l'apparente ascendenza del suolo dentro il campo visivo. E ciò è all'evidenza provato, 
a mio parere, da un altro gruppo del tempo, quello dei Niobidi ( 9 ), giacché l'ambiente 



(') Brunn-Bruckmann, Denkm. der griech. und ròm. Sculpt., t. 75. 

( s ) Brunn-Bruckmann, Denkm. der griech. uni ròm. Sculpt., tt. 483-484. 

( 3 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. der griech. und ròm. Sculpt., t. 236. 

( 4 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. der griech. und róm. Sculpt., t. 285. 

( 6 ) Brunn-Bruckmann, Denkm. der griech. und ròm. Sculpt., t. 240. 
(«) Plinius, Nat. Hkt., XXXV, 127. 

( 7 ) M. Collignon, f/ist. de la Sculpt. grecque, II, pp. 500 e segg. 

( 8 ) Bruiin-Bruckmaiui, Denkm. der griech. und ròm. Sculpt., t. 482. 

( 9 ) M. Collignon, Hist. de la Sculpt. grecque. II, pp. 536 e segg. 



— 229 — 

in cui s'immaginava che si svolgesse la scena, il pendio del monte lungo il quale 
le figure erano distribuite, doveva farle apparire in un allontanamento spaziale. 

E non meno evidente è l'applicazione della prospettiva nel rilievo. Come ho più 
sopra ricordato il rilievo greco è ramo dell'arte che contempera in sé l'elemento 
reale e l'elemento illusivo: la sua realtà, la quale è costituita dal fondo a cui 
le figure rimangono più o meno legate, offre un'opposizione inesorabile alla rappre- 
sentazione della prospettiva che appunto invece, con la figurazione del suolo, vuole 
essere riproduzione delle dimensioni nello spazio cioè allontanamento o annullamento 
del fondo. Ora il rilievo ellenistico romano non è giunto certo al punto a cui è arrivato 
il rilievo italiano dal Quattrocento (') che, ben comprendendo come fosse necessario, 
per introdurre la prospettiva, attenuare il proprio carattere reale e accentuare quello 
illusivo, ha cercato di raggiungere gli effetti di prospettiva con mezzi del tutto dise- 
gnativi quali possono essere quelli dell'incisione sul fondo, ha cioè ridotto i movi- 
menti di piani a semplici movimenti di linee, ma non per questo il rilievo elleni- 
stico-romano ha rinunciato ad un'applicazione, anche parziale, della prospettiva ; e dal 
fregio pergameno di Telefo in cui fa un primo modesto tentativo d'apparizione lo 
scaglionamento di figure in piani diversi, attraverso tutta la serie dei rilievi pittorici 
ellenistici sino al rilievo romano dei sarcofagi, degli archi trionfali, delle colonne ono- 
rarie, noi scorgiamo come il rilievo abbia voluto, in emulazione colla pittura, lottare 
contro la propria corporeità reale che mal si adattava alia rappresentazione dello 
spazio. Gli effetti di certo non si sono sempre trovati in concordanza colle intenzioni : 
per quanti sforzi abbia fatto l'artista, noi in questi rilievi, specialmente là dove si 
accalchino più figure che dovrebbero giacere in piani assai diversi, non possiamo 
avere la percezione della profondità, sentiamo che il poco spazio che le divido sulla 
lastra non corrisponde al molto che dovrebbe separarle in natura. Le figure più lon- 
tane si presentano nella scena collocate più alte delle più vicine, ma il dislivello 
d'altezza appare esagerato in rapporto alla distanza reale a cui sono le une dalle 
altre, tanto che se non vi fossero altri indizi, quali quello dell'obliquità più o meno 
accennata o presupposta del suolo, potrebbe sorgere il dubbio che questo rilievo non 
abbia voluto dare un'applicazione della prospettiva ma sia voluto tornare allo scaglio- 
namento verticale che abbiamo visto essere la caratteristica delle arti che hanno solo 
avuto la figurazione parallela degli esseri e delle cose. 

E così con l'ultimo tentativo di applicazione della prospettiva, cioè della somma di 
tutte le obliquità, a quel rilievo donde era uscito il primo tentativo di una rappresen- 
tazione dell'obliquità, si chiude il ciclo storico dell'arte greca. Se ora, riassumendo, 
vogliamo indicare a che cosa si riducono tutte le sue conquiste in tutti i suoi rami 
per ciò che riguarda la rappresentazione della forma possiamo dire e' 1 e il fine a cui 
essa tese con tanta tenacia per qualche secolo fu la rappresentazione reale od il- 
lusiva della veduta obliqua ( 2 ). A noi moderni che aggiriamo gli occhi in mezzo 

(') Per la trattazione del fondo e il rapporto tra il fondo e le figure nel rilievo italiano vedi 
l'opera di S. Fechhcimer, Donatello una die Reliefkunst, Strassburg, 1904. 

( 2 ) Ciò che noi abbiamo osservato per la rappresentazione della figura possiamo constatarlo 
anche per la rappresentazione dell'ornamento. Tutta l'arte ornamentale primitiva è costruita a vedute 
parallele: non v'è nessun'arte umana che nella sua decorazione presenti elementi di scorcio. Una 



— 230 — 

ad un'arte oltremodo esperta nella rappresentazione dell'obliquità questa conquista 
non appare faticosa e difficile, ma non pensiamo che noi inconsapevolmente abbiamo 
ereditato nella formula abbreviata dell'ammaestramento ciò che i Greci ottennero per 
la via ben diversa dell'esperienza continuata. L'arte moderna può proclamare la sua 
indipendenza- dall'arte classica ma essa ne conserva, forse senza saperlo, la parte più 
vitale, questi perfetti mezzi rappresentativi della posizione spaziale delle figure. Chi 
abbia seguito fin qui il concatenamento naturale dei fatti, chi abbia compreso come 
era necessario che l'obliquità, cioè la rappresentazione della terza dimensione nella 
veduta, prima di essere illusiva dovesse essere reale, cioè lo scorcio prima di entrare 
nel disegno dovesse entrare nella statuaria e nel rilievo, si spiegherà come la sola 
arte greca abbia avuto tutte le manifestazioni artistiche che offrono il tentativo o 
il trionfo della rappresentazione dell'obliquità, sia reale, sia illusiva, e come di esse 
nessuna, neanche sporadicamente, si possa riscontrare nelle altre arti. Non allo sforzo 
imperscrutabile del genio individuale ma all'inflessibile connessione dei fenomeni nella 
rappresentazione della forma l'arte greca deve la sua singolare posizione tra le arti 
dell'umanità. 



esemplificazione anche limitata turberebbe l'economia del lavoro, ma non posso fare a meno di ricor- 
dare che le arti americane, che pur sono ricchissime d'ornamentazione, non presentano alcuna ecce- 
zione (vedi una raccolta di motivi in W. Reiss, A. Stiibel, The Necr. of Ancori, tt. 102-104; H. 
Strebel, Alt-Mexico, tt. XVIII-XIX), e che a schemi paralleli è l'arte decorativa cinese prebuddistica 
(Fong Yiin-p'ong e Fong Yun-yiian, Kin-sci-so, parte 1, sez. I, vasi e campane; M. Paléologue, L'Art chin., 
pp. 20-22; F. Hirth, Ueber fremde Elnfl. in der chin. Kunst, pp. 3, 7, 9; K. Wormann, Gesch. der 
Kunst, I, pp. 320-321; Munsterberg, Jap. Kunstgesch., I, pp. 98-103); o l'ornamentazione giap- 
ponese preistorica (0. Munsterberg, Jap. Kunstgesch., I, pp. 84-85), o la decorazione dei tam-tam 
dell'Estremo Oriente che sembrano risalire ad un prototipo prebuddistico (A. B. Meyer, Alterthùmer 
aus dem Ostindischen Archipel, in Pubi, aus dem Kón. ethn. Mus. zu Dresden, Leipzig, 1884, IV, 
pp. 15-17, t. XVI, 1-7; t. XVII; A. B. Meyer, W. Foy, Bronzepauken aus Sudost-Asien, in Pubi, 
aus dem Kón. ethn. Mus. zu Dresden, 1897, XI (tavole); G. W. W. C. van Hoèvell, Mittheilungen 
ùber die Kesseltrommel zu Bonto Bangun (Insel Saleyer) in Int. Arch. fùr Ethn., 1903, pp. 155- 
157, tt. XX-XXI; W. Foy, Alte Bronzetrommeln aus Sùdost-Asien, in Mitth. der anthr. Ges. zu 
IVien, 1903, p. 390 e segg.). Fu necessario che l'arte greca introducesse lo scorcio nel suo disegno 
perchè all'ornamentazione bidimensionale fosse sostituita l'ornamentazione tridimensionale, perchè 
per la prima volta apparisse nell'arte umana una decorazione che alle forme geometriche costruite 
sostituisse delle forme naturali corporee. Per il tramite dell'arte greca l'ornamentazione tridimensio- 
nale entrò anche nelle altre arti umane; o passò attraverso la Persia e il Turkestan direttamente 
nella Cina (vedi i caratteristici specchi cinesi a decorazione di tralci e di felini, appartenenti alle 
dinastie Han in Fong Yiin-p'ong e Fong Yun-yiian, Kin-sci-so, parte I, sez. VI; F. Hirth, Chinesische 
Studien, Mùnchen-Leipzig, 1890, I, pp. 272-274 ; F. Hirth, Ueber fremde Einfl. in der chin. Kunst, 
pp. xm-xv; 11 e segg., ff. 1-16; F. Wickhoff, in Festgaben zu Ehren M. Budinger's, p. 468; 0. 
Munsterberg, Jap. Kunstgesch., I, pp. 104-106); o passò nell'India (J. Griffiths, The Paint, in the 
Buddh. Cave-temples of Ajantd, II, tt, 123-130; 132; 143-149; 152 in cui si ritrova il motivo del 
viticcio greco più o meno trasformato, e p. 42, ff. 82-83 a p. 43; tt. 143-149, dove si ha il motivo 
del meandro a fascia non più bidimensionale ma tridimensionale; K. Wflrmann, Gesch. der /{unst. 
I, p. 505) e di qui nuovamente nell'arte cinese (M. Paléologue, L'Art chin., pp. 20-22; 40; K. Wor- 
mann, Gesch. der Kunst, I, pp. 521-522) e nell'arte giapponese (0. Munsterberg, Jap. Kunstgesch., 
I, pp. 114 e segg.). 



231 — 



IV. 



Persistente tendenza alla figurazione parallela 
nelle arti colte derivate dalla greca. 

Tutto ciò che l'arte greca aveva laboriosamente ottenuto attraverso il lungo cam- 
mino che dal disegno porta al rilievo e alla statuaria disegnativa e dal rilievo e 
dalla statuaria disegnativa riporta al disegno è stato, come tutte le conquiste di 
un' esperienza che non è necessario ripetere per ottenere i medesimi risultati, 
concentrato nei principi dell'ammaestramento tradizionale ed è divenuto patrimonio 
di tutta l'arte umana derivata dalla greca ( l ). La tradizione ha detto: è necessario, 
per aver conoscenza della forma degli esseri e delle cose, tentare questa forma da 
tutti i suoi punti di vista, è necessario, per compierne la riproduzione nel piano, ser- 
virsi del valore illusivo della linea e del colore, dello scorcio e del chiaroscuro. Sono 
le medesime parole con le quali noi oggi arrestiamo colui che si accinge per la 
prima volta a plasmare o a disegnare una figura sulla via senza uscita del parallelismo 
delle vedute. Ma se la rappresentazione dell'obliquità, obliquità di veduta e obliquità 
di superficie, sia nel suo aspetto reale cioè nella statuaria e nell'alto rilievo, sia nel 
suo aspetto semillusivo cioè nel bassorilievo, sia nel suo aspetto illusivo cioè nella 
pittura, riman sempre una costrizione che si fa all' istinto di riprodurre la forma col 
minimo dispendio di energia cioè da punti di vista paralleli, vale a dire se è ne- 
cessario che l'arte, perchè conservi questa rappresentazione dell'obliquità, sia tenuta 
a freno dall' impostole ammaestramento, è chiaro che allorquando, per una ragione o 
per l'altra, questo freno si rilasserà l' istinto della figurazione parallela tornerà ad 
emergere e a farsi in maggiore o minor grado valere. 

Fenomeni di tal genere si hanno anche nei periodi più evoluti dell'arte greca e 
romana allorché essa cada in mano di artisti inesperti più attaccati all' istinto che 



(') Tra i prodotti dell'arte americana sono interessantissimi, come una riprova del fenomeno, 
i manoscritti che furono dipinti dopo la conquista del Messico da persone iniziate ai sistemi rap- 
presentativi dell'arte europea, giacché pur ripetendo gli schemi dei manoscritti originali presentano 
qualche accenno di scorcio e chiaroscuro: Lord Kingsborough, Ant. of Mexico, I-Il (alcuni dei ma- 
noscritti, Collezione Mendoza, Codice Telleriano Remensis, Manoscritto Vaticano 3738 ; cfr. le nuove 
edizioni del Due de Loubat, Codex Telleriano- Remensis, Paris, 1899; Il Manoscritto messicano 
Vaticano 3738 detto il Codice Rios, Roma, 1900); Ant. A/ex. pubi, por la /unta Colombina de 
Mexico (Codice Bazanda e Codice Dehesa); Z. Nuttall, The Book of the Life of the ancient Me- 
xicains, Berkeley, 1903 = Due de Loubat, Codex Magliabecchiano Xl// % , Rome, 1904, tt. XXIX, 
XXXIII, XXXVII, XXXVIII, XL, XLIV, LX, LXX-LXXIV, LXXVII-LXXIX, LXXXII, LXXXIV, 
LXXXV, LXXXVII. In queste tavole del codice Magliabecchiano, sono riprodotti di scorcio sgabelli, 
basamenti, templi, ma gli scorci sono sempre mal riusciti, cioè si vede nella linea la tendenza a 
riassumere il valore parallelo. Cosi appaiono degli scorci, sebbene rari, anche in disegni di Indiani 
moderni allorché essi abbiano subito la scuola europea: vedi ad es. J. W. Fewkes, Uopi Katcinas 
drawn by native artist, in XX / Ann. Rep. of the Bur. ofAm. Ethn., 1899-1900, Smilhsonian Insti- 
tution, Washington, 1903, pp. 13-126 (tavole, passim). 



— 232 — 

sensibili all'ammaestramento. Come ha notato lo Studniczka ('), nel momento in cui 
la scuola attica creava il fregio del Partenone, così vivo nel movimento dei suoi piani, 
Archedamos di Thera, rozzo artiere, decorava di sculture parallele la grotta di Vari 
alle falde dell' Imetto ( 2 ); nel momento in cui l'arte ellenistica applicava i mezzi illu- 
sivi anche -alla scultura e al rilievo Artemidoros di Perge scolpiva in Thera nel 
proprio * temenos » la sua testa di profilo coll'occhio di prospetto secondo lo schema 
dell'arte arcaica ( 3 ) ; nel momento in cui l'arte romana dava nei rilievi di s. Remy ( 4 ) 
e d'Orange ( 5 ) la traduzione semicorporea di pitture a scorci e a prospettiva un ar- 
tista provinciale creava i rilievi dell'arco di Susa( 6 ); in questo stesso momento o nel 
momento in cui l'arte romana del II secolo chiudeva la sua parabola ascendente con 
gli ultimi arditi tentativi di applicazione della prospettiva, cioè della rappresentazione 
della profondità spaziale, al rilievo dei monumenti onorari inabili lavoratori lascia- 
vano nelle sculture del Tropaeum di Adamklissi ( 7 ) la testimonianza della lotta che 
l' istinto alla figurazione parallela combatteva contro la tradizione della figurazione 
obliqua. Sarebbe errore il fondare su questi due ultimi monumenti, isolati e provinciali, 
l'ipotesi dell'esistenza di un'arte locale, ancora legata agli schemi paralleli, che cercasse 
di reagire, pur adattandosi all' imposizione dei mezzi rappresentativi di un'arte più 
evoluta : essi sono esclusivamente un fenomeno individuale, essi attestano solo l' ine- 
sperienza di singoli artisti che pur conoscendo le posizioni oblique, tradizionali oramai 
nell'arte, sentivano sotto il loro scalpello, per la forza di un istinto latente, la materia 
ribellarsi alla loro imitazione e avviarsi verso gli schemi paralleli o semi paralleli ( 8 ). 
Ma questo ritorno al parallelismo che abbiamo qui incontrato come un fenomeno 
sporadico nel mondo greco-romano si rivela come una tendenza generale nelle arti 

(') F. Studniczka, Ueber den Augustusbogen in Susa, in Jahrbuch des Kais. deutsch. arch. 
Inst., 1903, p. 12. 

( a ) E. Curtius, J. A. Kaupert, Atlas von Athen, Berlin, 1878, p. 30, t. Vili, 1-2; confr. Th. 
Schreiber, Kulturhistorischer Dilderatlas, Leipzig, 1885, I, t. Vili, 5; F. Hiller v. Gàrtringen, 
Thera, Berlin, 1899, I, p. 161 ; F. Studniczka, in Jahrbuch des Kais. deutsch. arch. Inst., 1903, p. 12. 

(•) F. Hiller v. Gàrtringen, Neue Ausgrabungen auf Thera, in Arch. Anz., 1899, pp. 187-191 ; 
F. Studniczka, in Gòttingische gelehrte Anzeigen, 1901, pp. 553-554. 557; in Jahrbuch des Kais. 
deutsch. arch. Inst., 1903, p. 12; F. Hiller v. Gàrtringen, Thera, Berlin, 1904, III, pp. 5, 89 e 
segg., ff. 77, 79, 81, t. V. 

{*) Ant. Denkm. hsg. vom Kais. deutsch. arch. Inst., I, tt. XVI-XVII; Brunn-Bruckmann, 
Denkrn. griech. und ròm. Sculpt., t. 496; A. Conze, in Sitzungsber. der Kón. preuss. Ak. der Wiss. 
zu Berlin, 1882, I, pp. 571-572; F. Wickhoff, Rom. Art, pp. 65-68. 

( s ) Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und rom. Sculpt., tt. 92-94; F. Wickhoff, Rom. Art, p. 69. 

( G ) E. Ferrerò, L'Are d'Auguste à Suse, Turin, 1901. 

C) Gr. C. Tocilesco, Las Monument von Adamklissi, Tropaeum Traiani, Wien, 1895. 

(•) Per quanto profondamente discordi nella determinazione cronologica e nel giudizio dello stile, 
a legionari romani o ad artieri privi di scuola attribuiscono le sculture di Adamklissi 0. Benndorf, 
in Gr. C. Tocilesco, Das Mon. von Adamklissi, pp. 145-146; e in Jahreshefte des òst. arch. Inst., 
1903, pp. 260-261; E. Petersen, Tropaeum-Adarnklissi, in Ròm. Mitth., 1903, p. 72; F. Studniczka, 
in Jahrbuch des Kais. deutsch. arch. Inst., 1903, p. 10; A. Furtwangler, Das Tropaion von Adamklissi, 
in Abhandl. der philos-philol- Klasse der Kón. bayer. AK. der Wiss., Miinchen, 1903, XXII Bd., Ili 
Abth., pp. 505 e segg. F. Studniczka, Tropaeum Traiani, in Abhandl. der phil.-hist. Klasse der Kón. 
sàchs. Oes. der Wiss., 1904, XXII IV , pp. 123 e segg. Una persistenza di tradizione di arte locale vede 
nelle sculture di Susa lo Studniczka, in Jahrbuch des Kais. deutsch. arch. Inst., 1903, pp. 11, 16, 24. 



— 2-Ó3 — 

che dalla greca sono derivate, nella buddistica e nella cristiana. Allorquando l'arte 
infatti più che alla riproduzione esatta della forma miri alla rappresentazione di un 
contenuto esemplificativo, e quindi l'insegnamento tradizionale costrittivo per la rappre- 
sentazione delle posizioni oblique abbia perduto di vigore s' ingaggia una lotta tra il 
valore parallelo e reale dei mezzi rappresentativi e il loro valore obliquo od illusivo. 

In questa lotta tra l' istinto e la tradizione, in questa latente propensione al 
parallelismo sta la caratteristica fondamentale delle due arti religiose, la buddistica 
e la cristiana. Esse adunque aprono nella storia dell'arte umana una nuova era, 
quella della parziale rinuncia ad un patrimonio ereditato. 

Difatti al periodo del parallelismo rappresentato dalle arti colte dell'antichità, 
dalle arti caldea, egizia, micenea, assira, persiana, era succeduto il periodo della con- 
quista dell'obliquità rappresentato dall'arte greca e dalla sua propaggine romana : ad 
esso tien dietro ora quello del lento decadimento di tale conquista. Nell'epoca greco- 
romana noi abbiamo assistito al graduale assoggettamento della materia, sia come 
piano nella statuaria e nel rilievo, sia come linea e colore nella pittura, acciocché 
essa acquistasse una capacità nuova ed un nuovo valore : nell'epoca buddistica e cri- 
stiana noi assistiamo alla graduale ribellione della materia per iscuotere questo 
giogo. Ritornare indietro sino al punto donde si era partiti, ritornare al parallelismo 
assoluto ciò non era più possibile, perchè troppi vantaggi offriva, pur pesando, questo 
giogo, ma liberarsi di tutto ciò che nella rappresentazione dell'obliquità poteva pa- 
rere superfluo non essendo richiesto dal contenuto, questo era possibile e questo bau 
fatto. Se esse quindi han camminato di pari passo in questa ribellione ciò dipende dal 
loro comune carattere di arti religiose più preoccupate del contenuto che della forma. 

A che cosa aveva teso l'arte greca colla sua graduale conquista dell'obliquità 
se non a rappresentare le figure quali appaiono nella loro varia collocazione spaziale 
richiesta dagli innumerevoli rapporti d'azione? a che cosa aveva teso la sua icono- 
grafia religiosa se non a presentare gli Dei quali uomini in movimento? Ma le due 
religioni che, spregiando la forma e mirando solo ad una redenzione morale, sorge- 
vano al fianco del Paganesimo e trionfavano sulle sue rovine, coli' intransigenza del- 
l'ardore novello, non vedevano più nel mondo che un solo rapporto, quello tra l'ado- 
rante e l'adorato. Quegli discioglieva se stesso da ogni legame esteriore per isprofon- 
darsi nella contemplazione dell'altro, questi liberava se stesso da ogni vincolo 
nell'azione, in cui pure poteva essere coinvolto, per accogliere nella sua integrità il 
devoto omaggio, e si offriva all'adorante in pieno aspetto. Trionfava così V iconolatria, 
e l'arte non aveva più bisogno che di pochi schemi, del prospetto e del semipro- 
spetto, per rendere questo rapporto predominante ormai nella coscienza e nella vita 
del popolo. Difatti il Buddismo e il Cristianesimo che, attingendo la forma dalle 
arti ellenistica e romana, si erano pur creati in origine un'arte di contenuto sto- 
rico-narrativo, sono state le religioni iconiche per eccellenza, ed hanno segnato nella 
loro arte la vittoria massima della relazionalità. In tal modo il contenuto stesso 
dell'opera figurata colla predilezione per alcuni pochi schemi agevolava quel ritorno 
al parallelismo che era già un istinto dello spirito umano. 

E questo ritorno al parallelismo che scioglie nelle figure della statuaria quegli 
scorci delle membra, che avevano fatto degli Dei dell'Olimpo greco degli esseri mo- 

Classk di scienze morali Memorie — Voi. XII, Scr. 5 a . 31 



— 234 — 

bili, realmente viventi e benevolmente inclinati verso gli adoranti, e riporta i simu- 
lacri delle due religioni, là dove siano conservati, al rigido atteggiamento parallelo 
delle statue egizie o greco-arcaiche, che spezza nell'alto rilievo il rapporto della scena 
onde erano rese oblique le figure l'una verso l'altra e riconduce queste al parallelismo 
di prospetto sì da farle apparire delle figure isolate appoggiate ad un fondo, che di- 
strugge nel bassorilievo il valore illusivo dei piani e obbliga quindi le figure a rien- 
trare nelle vedute parallele maggiori, che abolisce nell'alto e nel basso rilievo la 
rappresentazione della prospettiva e riduce perciò l'allontanamento spaziale allo sca- 
glionamento e alla sovrapposizione delle figure nella direzione verticale del piano, in 
nessun ramo dell'arte si può meglio cogliere che nella pittura dove la linea e il co- 
lore dovevano lottare non con un adattamento nuovo del loro valore, come era il 
caso per i piani della scultura, ma con un valore assolutamente nuovo che si era 
voluto ad essi imporre, il valore illusivo. Si comprende che questo ritorno al paral- 
lelismo dovette compiersi per una riduzione del valore illusivo che andava dal mas- 
simo al minimo: la prima a sparire fu la sottile combinazione del chiaroscuro colla 
linea del contorno che era stata la qualità precipua delle » lineae extremae » di Par- 
rasio e di cui la eco si era conservata nei ritratti ellenistico-romani del Faijum ; poscia 
s' indebolì anche il chiaroscuro di corporeità o chiaroscuro interno, lo scorcio si ri- 
dusse a pochi tipi tradizionali e a pochi elementi per ciascuno di questi tipi, e la 
prospettiva divenne incapace di rendere la giusta convergenza delle linee dentro un 
unico campo visivo sì da avvicinarsi gradualmente ad una distribuzione parallela oriz- 
zontale o verticale delle figure. 

È superfluo osservare che se il fenomeno si è svolto analogamente nelle due arti 
derivate dalla greca esso per altro, data la loro diversa posizione storica e locale 
rispetto alla fonte da cui derivavano, ha assunto proporzioni diverse. L'arte cristiana 
fiorendo in complesso in quei medesimi paesi in cui avevano avuto vita l'arte greca 
e l'arte romana, legata cioè con più resistenti radici al suolo tradizionale, ha fatto 
all'istinto del parallelismo minori concessioni di quelle a cui sia stata costretta l'arte 
buddistica staccata per sempre dal ceppo originario e perduta in paesi in cui o 
mancava del tutto una tradizione artistica o vi era in forma di figurazione paral- 
lela. Ecco la ragione per cui l'arte buddistica presenta questo fenomeno della ten- 
denza al parallelismo in grado più accentuato ed ha quasi in esso un contrassegno 
duraturo per tutta la sua storia. Difatti se noi esaminiamo lo scorcio, il chiaroscuro, 
la prospettiva nell'arte buddistico-indiana, e in generale in tutte le arti dell'Estremo 
Oriente che ne sono derivate, ci accorgiamo che sono qualche cosa d'imposto e di 
non perfettamente assimilato, che sono non dei mezzi capaci di una più corretta 
rappresentazione della natura ma una formula schematica dentro la quale la natura 
è stata imprigionata. Queste arti hanno sempre adoperato lo scorcio per la figura, 
ma questo scorcio è delineato come se scaturisse da un canone tradizionale e intan- 
gibile anziché da un'esatta comprensione di reali posizioni spaziali ; hanno fatto uso 
del chiaroscuro ma con tale timidezza che le superficie dei corpi non ne hanno mai 
ricevuto la giusta modellatura ('); hanno applicato la prospettiva, ma questa non è 

(») L. Gonse, in Le Japon artistique di S. Bing, Paris, 1880, II, p. 16; W. Anderson, Descr. 
and hist. Cat. of a Coli. ofJap. and Chin. Paint., pp. 25; 491-492; A. Gayet, L'Art pers., p. 273; 
M. Maindron, L'Art ind., p. 152; J. Griffiths, The Paint, in the Buddh. Cave-temples of Ajantd, 



— 235 — 

stata capace di tradurre la naturale convergenza dei piani ('). Ed io credo anzi che 
nessuno dei mezzi rappresentativi dell'obliquità possa al pari della prospettiva rive- 
lare con più precisione questa lotta segreta che veniva combattuta per un ritorno al 
parallelismo. 

Noi siam soliti affermare che le arti dell'Asia hanno la prospettiva, e che solo 
hanno una prospettiva propria presa da un punto di vista molto alto. Ora nulla più 
errato di ciò: queste arti non hanno fatto altro che ridurre nella maggiore misura 
possibile al parallelismo la prospettiva che avevano ereditato dall'arte greca per il 
tramite dell'arte buddistica. Ciò che trae in inganno e fa giudicare queste arti 
dotate di una prospettiva propria — non si dimentichi che in maggiore o minor 
grado questi fenomeni si riscontrano anche nell'arte cristiana — è la rappresentazione 
del suolo e di tutti i piani paralleli al suolo, come ad esempio la superficie superiore 
di tavoli, sgabelli, terrazze, giacché essi si offrono allo spettatore come se ascendessero 
verso di lui, come se si fossero allontanati dalla loro distensione in profondità per 
offrirglisi nell'aspetto meno accorciato possibile, colla minima convergenza delle 
linee. Ora in realtà il nostro occhio non può vedere le cose in tale posizione se non 
quando s'immagini innalzato al disopra di esse in modo da ridurre nel maggior grado 
l'obliquità dei raggi visivi. Ma a che cosa tende questo movimento se non a collo- 
care le cose nella posizione più vicina alla parallela? Non è adunque questa una pro- 
spettiva intenzionale, ma è una limitazione istintiva della obliquità della prospettiva 
reale. Nello stesso modo in cui gli artisti egizi, assiri, cinesi prebuddistici, volendo rappre- 
sentare la superficie dell'acqua, l'avevano immaginata innalzata in modo che essa si 
offrisse in posizione parallela, o in altre parole avevano immaginato se stessi sollevati al 
disopra di essa in modo che i loro raggi visivi vi cadessero a perpendicolo, gli artisti 
delle nuove arti derivate dalla greca, pur non volendo rinunciare alla rappresentazione 
obliqua del suolo e dei piani paralleli al suolo, hanno immaginato che questi s'innalzas- 
sero verso di essi, in modo tuttavia che non giungessero alla posizione parallela, o in altre 
parole hanno immaginato se stessi al disopra di essi ma in modo che i raggi visivi non 
cadessero perpendicolarmente. E che questa non sia una prospettiva intenzionale lo prova 
il fatto che con essa non sono coordinate le figure della scena. Difatti se le figure do- 
vessero conservare la posizione che richiede l'attrazione di gravità dovrebbero presentarsi, 
su questo piano così ascendente, negli scorci più vari e complicati, ed invece esse si 
offrono in quelle posizioni che si addicono ad un'esatta orizzontalità del suolo. Ed 
una prova non meno palese che queste arti non riproducono una prospettiva unica da 
un unico punto di vista ma che cercano per ogni essere e per ogni cosa il punto di 
vista più vicino al parallelo si ha nelle trasformazioni che fanno subire nella posi- 



I, pp. 7-8; K. WOrmann, Gesch. der Kunst, I, pp. 497-498; 518-519; A. Foucher, Etuie sur Vico- 
nographie bouddhique de VInde, Paris, 1900, I, p. 35; 0. Miinsterbcrg, Jap. Kunstgesch., I, pp. 50, 74. 
( l ) K. Wormann, Die Landsch. in der Kunst der alt. Vòlk., pp. 37-38; W. Anderson, in Le 
Japon art., di S. Bing, III, pp. 38-40; W. Anderson, Descr. and hist. Cat. of a Coli, of Jap. and 
Chin. Paint., pp. 491-492; M. Paléologue, L'Art chin., pp. 244-245; A. Gayet, L'Art pers., p. 272; 
E. Blochet, in Rev. Arch., 1905, II, p. 126; E. Ziminermann, Kor. Kunst, pp. 7, 9; A. de Pou- 
vourville, L'Art indo-chinois, Paris, 1894, pp. 247, 249-250; M. Maindron, L'Art ind., p. 150; 0. 
Munsterberg, Jap. Kunstgesch., I, pp. 25-26, 46, 59-60, 75. Per una pretesa abilità dei cinesi e dei 
giapponesi nella prospettiva vedi E. Grosse, Kunstwiss. Stud., pp. 115-116, 219. 



— 236 — 

zione alle pareti di oggetti che abbiano la forma di parallelepipedi: l'incontro ad 
angolo retto od acuto di queste pareti viene trasformato in un incontro ad angolo ottuso, 
giacché esse al pari del piano del suolo cercano di porsi dinanzi allo spettatore nella 
posizione più vicina alla parallela ('). La prospettiva delle arti dell'India e dell'Estremo 
Oriente' adunque è un qualche cosa di mezzo tra la prospettiva delle arti a vedute 
parallele e quella delle arti che hanno la completa padronanza dei mezzi per la 
rappresentazione dell'obliquità. Come abbiamo già visto le prime costruivano la scena 
colla somma di numerose vedute cercando cioè la veduta parallela per ogni oggetto 
e per ogni parte di figura ; esse avevano scambiato i termini del rapporto spaziale tra 
l'artista e le cose del mondo esterno abolendo le posizioni diverse di queste ultime 
per ricondurle tutte ad una veduta analoga, ma obbligando così l'artista a prendere, 
lui, delle posizioni diverse per ottenere questa uniformità nella visione. Le arti invece 
che hanno la perfetta conoscenza delle vedute oblique sostituiscono per l'artista l'im- 
mobilità al movimento e ritraggono la scena da uno o da pochi punti di vista. L'arte 
buddistica con tutte le sue derivate ha accettato questo principio che le veniva dal- 
l'arte greca ma là dove l'obliquità appariva troppo accentuata e quindi difficile ad 
essere riprodotta ha di nuovo obbligato l'artista a muoversi nello spazio e cambiare 
di posizione dinanzi ad essa onde ridurla, ha cioè corretto la immobilità della pro- 
spettiva reale con i movimenti della prospettiva parallela. 

Concludendo dobbiamo osservare che questa tendenza a ritornare al parallelismo 
nella figurazione degli esseri, delle cose, dello spazio, non fu nelle arti dell'Asia un 
fenomeno passeggiero. Dalle pitture di Adsciantà alla moderna arte indiana, cinese, 
giapponese, che non abbia inteso influenza europea ( 2 ), nessun cammino è stato fatto 
sulla via di una più esatta valutazione di questi mezzi rappresentativi del rapporto 
spaziale : un' imposizione schematica essi appaiono nelle pitture di Adsciantà, un'im- 
posizione schematica essi sono sempre rimasti ( 3 ). 

Ben diversa era la sorte serbata all'arte cristiana. Anch' essa, in origine, arte 
eminentemente religiosa, più preoccupata del contenuto che della forma, abbandonò 
dei mezzi rappresentativi dell'obliquità tutto ciò che poteva parere superfluo, ma 
anch' essa non ne abbandonò per altro la tradizione, perchè lo scorcio e il chiaro- 
scuro servivano ad appagare contemporaneamente ciò che abbiamo visto essere stato 
impossibile alle arti parallele, la esigenza della relazionalità e la esigenza del movi- 
mento nell'azione rappresentata. E, poiché questa tradizione aveva salde radici nello 

(') Vedi esempì di questi difetti di prospettiva nelle pitture di Adsciantà: J. Griffiths, The 
Paint, in the Buddh. Cave-temples of Ajantd, I, tt. V-VII, IX-XIII, XVI-XVII, XXVIII, XXX, 
XXXIII, XLVI-XLVIII, LVIII. 

( 2 ) Una nuova influenza della prospettiva lineare europea nelle arti dell'Estremo Oriente, e 
questa volta assai meglio compresa, si è avuta col XVII secolo. W. Anderson, in Le Jap. art., di 
S. Bing, III, p. 38; F. Hirth, Ueber fremde Einfl. in der chin. Kunst, pp. 54-62; F. Wickhoff, 
in Festgaben zu Ehren M. Budinger's, pp. 461-463; F. Hirth, in T'oung Pao, 1905, pp. 397-401; 
H. A. Giles, An Intr. to the Hist. of Chin. pict. Art, pp. 70-71. 

( a ) Per il carattere eminentemente grafico della pittura cinese, vedi W. Anderson, Descr. and 
hist. Cat. of a Coli, of Jap. and Chin. Paint., pp. 491-492; M. Paléologue, L'Art chin., pp. 241, 
243-247; K. Wormann, Gesch. der Kunst, I, p. 518; della pittura giapponese, vedi E. Grosse. Kunst- 
miss. Stud., pp. 208-210; 0. Miinsterberg, Jap. Kunstgesch., I, pp. 58, 71; della pittura persiana 
posteriore alla conquista mongolica cioè all'influsso cinese, A. Gayet, L'Art pers., pp. 270-271. 



— 237 — 

spirito artistico del popolo, bastò la persistenza del suo iilo sottile attraverso le età 
perchè allorquando l'arte cristiana, pur rimanendo apparentemente religiosa, riacquistò, 
col mutare della concezione della vita, la preoccupazione della forma, ed al rapporto 
isolatore tra l'adorante e l'adorato, voluto dal predominio dell'individualismo religioso, 
sostituì i rapporti più complessi di comunanza tra gli uomini, dettati dallo spirito 
dei nuovi tempi, allorquando cioè nella scena richiamò la divinità e le altre figure 
a quelle posizioni e a quegli atteggiamenti che sono di necessità richiesti dall'azione 
rappresentata, tornassero a trionfare i mezzi rappresentativi che l'atte greca aveva 
trovato per la riproduzione più esatta e più varia delle collocazioni spaziali, e tor- 
nassero a trionfare compiendo il cammino inverso a quello che avevano battuto 
nella loro decadenza, il cammino di un'illusività sempre maggiore. 

Una funzione eminentemente conservatrice adunque, pur sotto l'apparenza del 
dispregio per là forma, è stata quella dell'arte cristiana, e senza dubbio il mo- 
desto pittore che su una parete del tempio di Es-Sebù'a (') tracciava la figura del- 
l'apostolo Pietro di prospetto verso l'adorante deponeva nella sua rozza opera un 
germe che, fruttificando più tardi in altri paesi, si sarebbe rivelato più vitale e più 
fecondo di quello che gli artisti egizi avevano lasciato molti secoli prima nelle loro 
figure parallele. Sulla parete di questo tempio a cui le vicissitudini storiche hanno 
affidato successivamente le immagini religiose di due civiltà sono fissati gli estremi 
tra i quali s' è svolta l'arte del bacino del Mediterraneo. Tra l'elemento egizio e 
l'elemento cristiano, tra il profilo e il prospetto, è da noi presentito l'elemento 
greco, giacché solo alla Grecia l'arte disegnativa deve la riproduzione dello scorcio 
e l'appagamento della relazionalità. 

( l ) K. Lepsius, Denkm. aus Aegypten nd Aethiopien VII, t. 181. 




w,m\ 



Rilievo egizio e pittura cristiana dal tempio di Es-Sebù'a. 



SOMMARIO 



PAD. 



I. I mezzi per la rappresentazione dell'obliquità. Loro diffusione e loro valore . 122 

La rappresentazione dell'obliquità nelle arti colte dell'Asia deriva dall'arte greca (p. 122). — 
Il valore illusivo dei mezzi rappresentativi dell'obliquità nella pittura (p. 139). — 
Limitata capacità rappresentativa delle arti a vedute parallele (p. 142). 

II. Il parallelismo nell'arte umana 146 

Il processo creativo nell'arte figurata (p. 146). — Il parallelismo nella statuaria (p. 149). — 
Il parallelismo nell'arte del piano (p. 161). 

III. Lo scorcio nell'arte greca 183 

Sviluppo del rilievo e della statuaria disegnativa nell'arte greca. Apparizione dello scorcio 
(p. 184). — Eetrogressione dello scorcio dalla statuaria e dall'altorilievo disegna- 
tivo alle arti del piano. Il rilievo greco (p. 210). — Applicazione dei mezzi rappre- 
sentativi dell'obliquità alla pittura (p. 216). 

IV. Persistente tendenza alla figurazione parallela nelle arti colte derivate dalla 

greca 231 



INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 



Nel testo: 

PAG 

Sfìnge da Haghia Triada presso Phaistos (fotografia) .... 158 

Auriga di Delfi (fot. Giraudon) . 206 

Stela da Thespiai (fot. Rhomaìdis) . - 224 

Rilievo egizio e pittura cristiana dal tempio di Es-Sebù'a (R. Lepsius, Denkm. aus Ae- 

gypten und Aethiopien, VII, t. 181) 237 

Nelle tavole : 

TAV. e MI. 

Il parallelismo nella fignra umana. 

Fig. 1. - Rilievo caldeo (E. De Sarzec, L. Heuzey, Dèe. en Chaldée, t. II bis, 1). 
» 2. - Rilievo egizio (J. Capart, Ree. de Mon. ég., II, t. LVI). 
» 3. - Pittura micenea dal sarcofago di Haghia Triada (disegno di E. Stefani). 
» 4. - Rilievo assiro (Assyrian Sculptures, VI, t. XCII). 
» 5. - Rilievo persiano (M. Dieulafoy, VAcr. de Suse, t. V, ricostruzione). 
» 6. - Pittura greca (A. Furtwangler, K. Reichhold, Griech. Vasenmal., t. XXXIII). 
» 7. - Rilievo cinese prebuddistico (Fong Yiin-p'ong, Fong Tiin-yuan, Kin-sci-so, parte II, sez. I). 
» 8, - Rilievo messicano (T. Maler, Res. in the centr. port. of the Usumatsintla Volley, in 

Mera, of the Peabody Jl/us. of Am. Arch. and Ethn., Harvard University, Cambridge 

Mass, II", tt. LXVII). 
» 0. - Pittura peruviana (W. Reiss, A. StìJbel, The Necr. of Ancon, t. 101). 

TAV. e III-IV. 
Il parallelismo nella scena. 

Fig. 1. - Rilievo caldeo (E. De Sarzec, L. Heuzey, Dèe. en Chaldée, t. III bis). 

» 2. - Rilievo egizio (R. Lepsius, Denkm. aus Aegypten und Aethiopien, VI, t. 164i). 

» 3. - Rilievo assiro (Assyrian Sculptures, tt. LXXIV-LXXV). 

» 4. - Rilievo cinese prebuddistico (Fong Yiin-p'óng, Fong Yun-yuan, Kin-sci-so, parte II, sez. I). 



— 241 — 

TAV. e V-VII. 

Sviluppo della corporeità e trasformazione degli schemi nella metopa. 

Fig. 1. - Da un tempio in Thermos: Perseus ('EyrjfM. dg/., 1903, t. IV). 
» 2. - Da un tempio di Selinunte: Europa sul toro (Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und 

Tom. Sculpt., t. 288 b). 
" 3. - Dal tesoro dei Sicionì in Delfi : I Dioscuri e gli Argonauti (Fouilles de Delpkes, IV, 

t. IV, 1). 
» 4. - Dal tempio C di Selinunte: Herakles e i Kerkopes (fot. della Compagnia Rotografica Ita- 
liana). 
» 5. - Dal tempio F di Selinunte : Divinità e Gigante (Brunn-Bruckmann,. Dcnkm. griech. unti 

rom. Sculpt., t. 289 b). 
" 6. - Dal tesoro degli Ateniesi in Delfi: Herakles e Kyknos (Fouilles de Delphes, IV, t. XLIIJ. 
" 7. - Dal così detto Theseion in Atene: Tlieseus e Skiron (Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. 

und rom. Sculpt., t. 153 è). 
" 8. - Dall'Heraion di Selinunte : Theseus e Amazone (fot. della Comp. Rotografica Italiana). 
» 9 - Dal tempio di Zeus in Olimpia : Herakles e Athena (Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. 

und rom. Sculpt., t. 443 a). 
» 10. - Dal Partenone in Atene: Centauro e Lapita (Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und 

rum. Sculpt., t. 182 a). 

TAV.e VIII-IX. 
Sviluppo della corporeità e trasformazione degli schemi nel frontone. 

Fig. 1. - Da un tempio dell'Acropoli: Herakles e l'Idra (Th. Wiegand, Die arch. Poros-Arch. der 

Akr. zu Athen, t. VIII, 4). 
» 2. - Da un tempio dell'Acropoli: Herakles e Triton (Th. Wiegand, Die arch. Poros-Arch. der 

Akr. zu Athen, p. 195, f . 213). 
» 3. - Dal tesoro detto degli Cnidì in Delfi: Lotta di Herakles e Apollon per il tripode {Fouilles 

de Delphes, IV, tt. XVI-XVII, 1). 
» 4. - Dal tesoro dei Megaresi in Olimpia: Gigantomachia (Olympia, III, tt. II-III). 
» 5. - Dal tempio di Aphaia in Egina: Combattimento (A. Furtwangler, Aegina, t. 104). 
» G. - Dal tempio di Zeus in Olimpia: Centauromachia (N. K. Skovgaard, Apollon-Gavlgruppen 

fra Zeustemplet i Olympia, tavola). 
» 7. - Dal Partenone in Atene: Gara tra Athena e Poseidon (A. S. Murray, The Sculpt. of the 

Parthenon, t. III). 

TAV.e x-XI. 
Sviluppo della corporeità e trasformazione degli schemi nel fregio. 

Rig. 1. - Da un tempio in Assos: Herakles e Triton (Brunn-Bruckmann, Denkm. griech. und rom. 

Sculpt., t. 411 è). 
» 2. - Dal tesoro detto degli Cnidi in Delfi : Gigantomachia (Fouilles de Delphes, IV, tt. XIII-XIV). 
» 3. - Dal Partenone in Atene: Figure del corteo panatenaico (fot. della Comp. Rotografica 

Italiana). 
n 4. - Dal monumento detto delle Nereidi sullo Xanthos: Combattimento (Brunn-Bruckmann, 

Denkm. griech. und rom. Sculpt., t. 215). 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Ser. 5\ 32 



— 242 — . 

TAV.e XII-XIII. 
Genesi di mi tipo di statuaria disegnativa. 

Fig. 1. - Athena, da un'anfora panatenaica (Mon. delVlst., X, t. XL Vili re). 
» 2. - Athena, dal fregio del tesoro detto degli Cnidì in Delfi (Fouilles de Delphes, IV, tt. XIII-XIV). 
» 3. - Athena: metopa del tempio F di Selinunte (Brunn-Bruckmann, Denkrn. griech. und rem. 

Sculpt., t. 289 a). 
» 4. - Athena, dal tempio di Apollon in Delfi (fot. Giraudon). 
» 5. - Athena, daU'Hckatompedon sull'Acropoli in Atene (Bkunn-Bruckmann, Denkm. griech. und 

rlìm. Sculpt., t. 471). 

TAV. a XIV. 
Tipi di statuaria disegnativa. 

Fig. 1. - Zeus saettante, bronzo da Dodona [fotografia). 

» 2. - Fanciulla in corsa, bronzo da Dodona (fotografia). 

» 3. - Satiro danzante, bronzo da Dodona (fotografia). 

» 4. - Athena Promachos, bronzo dall'Acropoli (fot. Rhomaìdis). 

» 5. - Nike volante, marmo dal tempio di Apollon in Delfi (Fouilles de Delphes, IV, t. XXXIV b). 

« 6. - Artemis cacciatrice, marmo nel Mus. Naz. di Napoli (fot. Alinari). 

» 7. - Harmodios dal gruppo dei Tirannicidi, marmo nel Mus. Naz. di Napoli (fot. Alinari). 

TAV a . XV. 
La quadriga nel rilievo e nel disegno. 

Fig. 1. - Metopa del tempio C di Selinunte (fot. della Cornp. Rolografica Italiana), 

n 2. - Pittura vascolare (E. Gerhard, Auserles. griech. Vasenbild., tt. 105-106). 

» 3. - Dal fregio del tesoro detto degli Cnidì in Delfi (fot. Giraudon). 

» 4. - Pittura vascolare (E. Gerhard, Auserles. griech. Vasenbild., t. 91). 



Alla gentilezza del prof. F. Halbherr io debbo di poter qui riprodurre, (p. 158), su fotografia 
favoritami dal dott. L. Pernier, la sfinge da Haghia Triada e di poter pubblicare per la prima 
volta (tt. I-II, 3), su disegno di E. Stefani, una delle figure del sarcofago dipinto di Haghia Triada. 
È mio dovere inoltre rendere grazie al prof. Th. Homolle che mi ha dato il permesso di riprodurre 
alcuni dei marmi di Delfi (tt. V-VII, 3, 6; VIII-1X, 3; tt. X-XI, 2; tt. XII-XIII, 2; t. XIV, 5) dalla 
pubblicazione ufficiale dei Fouilles de Delphes, voi. IV; al prof. A. Furtwàngler che mi ha con- 
cesso di trarre, dal suo volume Aegina, das Heiligtum der Aphaia, la ricostruzione del frontone 
occidentale di Egina (tt. VIIMX, 5\ e al prof. G. Kako che ha ottenuto per me dalla squisita cortesia 
del sign. C. Carapanos, Ministro dell'Istruzione Pubblica di Grecia, e del prof. B. Stais, direttore 
del Mus. Naz. di Atene, di poter fare nuove fotografie dei bronzetti di Dodona, donde sono tolte le 
figure 1-3 della t. XIV. Infine debbo all'impareggiabile liberalità della casa F. Bruckmann A.-G. di 
Monaco di aver potuto trarre dalla sua pubblicazione Denkmàler griechischer und ròmischer 
Sculptur, le illustrazioni tt. V-VII, 2, 5, 7, 9, 10; X-XI, 1, 4; XII-XIII, 3, 5; e dalla sua pubbli- 
cazione A. Furtw a ngler, K. Reichhold, Griechische Vasenmalerei, la nostra figura tt. I-II, 6. 



ATTI DEI LINCEI - MEM, CL. SC. MOR. ecc. SER. 5* VOL. XII. 




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Fig. 1. — Rilievo caldeo. 



Fio. 2. — Rilievo egizio. 





Fig. Ci. — Pittura ereca 



Eig. 7. — Rilievo cinese prebuddistico. 



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A. DELLA SETA - LA GENESI DELLO SCORCIO - TAV. C HI. 






Fig. 3. — Pittur: 



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Fig. 4. — Rilievo ni 



Fig. 5. — Rilievo persiano. 





Fig. 8. — Rilievo messicano. 



Fig. 9. — Pittura peruviana. 



IGURA UMANA. 



ATTI DEI LINCEI - MI-M. CL. SC. MOR. ecc. SUR. -,•' YOL. XII. 











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Fig. i. — Rilievo caldeo. 













FlG. 3. — Rilievo assiro. 



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Fig. 4. — ■ Rilievo cinese prebuddistico. 



LLA SCENA. 



ATTI DEI LINCEI - MEM. CL. SC. MOR. ecc. SER. 5* VOI.. XII. 





Fir,. 1. — Da un tempio in Thermos 
(Perseus). 



Fig. 2. — Da un tempio di Selinunte 
(Europa sul toro). 




Fir,. 7. — Dal cosi di'.j Theseion in Atene 
(Thescus e Skiron). 




Fig. 8. — Dall'I kr.iicm di Selinunte 
(Theseus e Am.izone). 




Fig. 3. — Dal tesoro dei Sicioni in Delfi 
(I Dioscurì e gli Argonauti). 




Fig. 4. — Dal tempio C di Selinunte 
(Herakles e i Kerkopes), 




Fio. 9. — Dal tempio di Zeus in Olimpia 
(Herakles e Athena). 



SVILUPPO DELLA CORPOREITÀ E TRASFORMAZIONE DEGLI SCHEMI NELLA METOPA (a '/„). 



A. DELLA SETA - LA GENESI DELLO SCORCIO - TAV. C V-VIt. 





Fig. 6. — Dal tesoro degli Ateniesi in Delfi 
(Herakles e Kyknos). 



Fig. 5. — Dal tempio F di Selinunte 
(Divinità e Gigante). 




(Centauro e Lapita). 



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ATTI DEI LINCEI - MEM. CL. SC. MOR. ecc. SER. ? YOL. XII. 




Fig. i. — Athena. Da un'aniora panatenaica. 

(7 S ) 




Fig. 2. — Athena. Dal fregio del tesoro 

detto degli Cnidì in Delfi. 

(V.o) 




Fig. 4. — Athena. Dal tempio di Apollon in Delti. 

(Vis) 



GENESI DI UN TIPO El 



A. DI-! LA SETA - LA GENESI DHI.I.O SCORCIO - TAV. e XII-XIIL 




Fio. 3. — Athena. Metop.i del tempio F di Selinunte. 
(Vii) 




Fig. 5. — Athena. Dall'Hekatompedon sull'Acropoli in Atene. 
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ARIA DISEGXATIVA. 





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RELAZIONE 

letta dal Socio D'Ancona, relatore, a nome anche del Socio D'Ovidio F., 
nella seduta del 17 giugno 1906, sulla Memoria del dott. G. Manacorda, 
intitolata : Della poesia latina in Germania durante il Rinascimento. 

Proponiamo all'approvazione della Classe, di inserire nei volumi delle Memorie, 
lo scritto del dott. G. Manacorda : Bella poesia latina in Germania durante il 
Rinascimento, che ce ne sembra degno, per novità d'indagini e per bontà d'esposi- 
zione. E qui soggiungiamo un sunto del lavoro stesso, affinché si possa formarne un 
giudizio, che non sarà certamente dissimile dal nostro. 

Durante il Rinascimento — intendendo per Rinascimento in senso lato, il periodo, 
che corre dalla metà circa del sec. XV ai primi inizi del sec. XVII — fiorì ampia- 
mente in Germania certa poesia latina, della quale, fino ad oggi, non si possedeva 
che scarsissima ed incompiuta notizia. Il Manacorda indaga le origini, lo svolgimento 
e la decadenza di cotesta poesia, ne studia le relazioni con la poesia umanistica 
d'Italia e d'altri paesi, e con la letteratura tedesca del tempo; ricerca quanto in essa 
sia di originale, e quanto dovuto alla tradizione classica o medievale: intorno agli 
scrittori più insigni, o meno noti, raccoglie notizie bio-bibliografiche. E giunge ai tre 
principali risultati, che qui si accennano: 

1°. Nella poesia latina del Rinascimento germanico si riscontrano, fino dagli 
inizi, due tendenze, o avviamenti, o scuole, che dir si voglia: l'ima gnomico-religiosa, 
che si ricollega più strettamente alle tradizioni nazionali ; l'altra, classicheggiante e 
pagana, d'inspirazione italica. Cotesto due scuole, a malgrado di certi contemperamenti 
e misture, si mantengono riconoscibili per tutto il loro svolgersi. 

2°. La scuola nazionale non può scindersi dal movimento riformatore, che le 
dà impulso, e che, a sua volta, ne trae maggior vita e rigoglio ; la classica, invece, 
s'apparta dalla vita nazionale, si compiace d'arte più raffinata, ed ha minor seguito. 

3°. Nel rispetto dell'arte, tre periodi si determinano abbastanza chiaramente: 
nel primo (1450-1517 circa), anteriore all'opera di Lutero, l'arte latina, rude ancora, 
tarda a farsi strada a traverso la barbarie contrastante; nel secondo (1517-1548 circa), 
contemporaneo al maggior rigoglio dell'opera luterana, si raffina il gusto, si purifica 
la lingua, ed il verso prende suono e movenze non indegne dei classici dei tempi 
aurei e degli italici; nel terzo (1548-1610 circa), sotto l'influsso dei decadenti greci 
e dei fiamminghi, la poesia latina si fiacca, né più trova forza di resistere alla rina- 
scente poesia volgare tedesca. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Ser. 5 a 33 



— 244 



Della poesia latina in Germania durante il Rinascimento. 
Memoria del prof. G. MANACORDA. 



Della poesia latina in Germania durante il Rinascimento. 

« Heutzutage liest kein mensch .mehr die lateinischen Dichtungen dei - deutscheu 
Hmnanisten », osservava il Menzel quasi mezzo secolo fa ('). Oggi, in Germania, 
una società di studiosi, con a capo il prof. Max Herrmann, intende unicamente alla 
pubblicazione dei testi latini del sec. XV e XVI ( 2 ), ed una schiera di ricercatori, 
non numerosi, ma ben agguerriti, va illustrando con amorosa cura quei monumenti ; . 
nei quali, tra molte scorie, sono nascoste non poche gemme. Come se n'avvantaggi 
intanto la storia del Rinascimento, si renderà persuaso, chi voglia scorrere l'ampio 
capitolo, che il Goedeke dedica alla poesia umanistica ( 3 ), o quanto si raccoglie. 
via via, con operosità mirabile, nei Jahresberichte fiir neuere devtsche lilteratur- 
geschichte ( 4 ). Ma umanisti e poeti fiorirono in Germania numerosissimi, e furono, 
come in ogni altro paese, straordinariamente fecondi ; quindi è, che, oggi ancora, dopo 
tante fatiche, pochi testi ci è dato leggere, che non siano in stampe assai rare e 
scorrette del Quattro e del Cinquecento, o nella voluminosa, quanto scorrettissima 
raccolta, che s' intitola Deliciae Poetarwn Germanorum ( 5 ). Cominciò il Geiger a 
dissodare il campo incolto; ma l'opera sua ( G ) giovò solo alla fama di alcuni tra i 
principalissimi, altri lasciando nell'ombra, che ancora attendono di esser messi in 
piena luce: la turba dei minori poi — parecchie centinaja di poeti, uniti nel culto 
di Roma antica, lettori assidui di classici, e spesso delle loro opere imitatori non 
indegni — rimano ancora presso che sconosciuta agli studiosi stessi d'oltr'Alpe. e 



(') Deutsche Dichtung, Stuttgart, 1859, II, 267. E lo Scherer, ancora recentemente e con piena 
ragione: « Dass wir von dicser [lateinisclien] Poesie nalicre Kenntniss nillimen, ware dringend zu wiin- 
schen » [Gesch. d. deutscken Litt., Berlin, 1905, p. 752). 

( 2 ) Lateinische Litteraturdenkmàlcr des XV und XVI Jahrhunderts, Berlin, Verlag von Speyer 
& Peters, ed ora, Weidmannsche Buchli auditing. 

( 3 ) Grundrisz zur Gaschichte der deutscken Dichtung aus den Quellen 2 , Dresden, 1884, I-II. 

( 4 ) Stuttgart, dal 1890: fino ad oggi (1904) sono usciti dieci volumi (1890-99). 

( 5 ) Francofurti, 1612, VI voi. 

( 6 ) Renaissance und l/umanismus in Italien und Deutschland, Berlin, 1882. 



— 245 — 

trascurata affatto ('). La ragione si è, che ciascuna figura, di per sé, appar troppo 
meschina per meritare le cure assidue del ricercatore e l'onore di una monografia, 
mentre lo studiar le opere di tutti, per trarne ciò che ha valore, e per render chiaro, 
come la semenza della poesia romana ahbia potuto, dopo tanti secoli, gettar vigorosi 
polloni e germogli nel suolo teutonico, è impresa da mettere a dura prova l'animo 
dello studioso; davanti alla quale la stessa pazienza nordica ha riluttato ( 2 ). Qui è 
mia sola intenzione sgombrare primo il terreno dagli intricatissimi sterpi, tracciare 
la via, e segnarne appena le pietre miliari; ad altri, in avvenire, allargarla, assodarla, 
e renderla in ogni suo punto agevole e piana. 



I. 

La gran diffusione della cultura classica in Germania, comincia, com'è noto, alquanto 
dopo la chiusura del Concilio di Basilea e la caduta dell'impero d'Oriente. Le relazioui 
con l'Italia si fanno più vive e frequenti, se non più cordiali ( ;ì ); scendono sempre più 
numerosi nel bel paese gli scolari, avidi di godimenti e di sapere, uomini del 
clero secolare e regolare a portar tributi, a risolvere litigi, a discuter di dogmi, a 
cercar protezioni e favori nella corte romana. Tornano in patria, non senza aver 
molto appreso e meditato: col fuoco dell'entusiasmo e, qualche volta, con sogni di 
gloria. La loro parola trova animi desiderosi di cose nuove ; si riverisce e si ascolta 
da molti. Ed ecco fondarsi Università, con carattere schiettamente umanistico, a 
Friburgo, Basilea, Ingolstadt, Tubingen ; e, più tardi, a Wittenberg ed a Francoforte 
sull'Oder. Umanisti vaganti e lettori creano per ogni dove accademie e circoli lette- 
rari; Petrus Luderus e Jacobus Publicius commentano classici ad Erfurt; Rodolfo 
Lange e Alessandro Hegius in Westfalia, Rodolfo Agricola a Heidelberg. Ma la 
nuova poesia latina non fiorisce, che sul finire del sec. XV, con Jacopo Wimpheling, 
Sebastiano Brant e Corrado Celtis. 

E, subito, par prendere due avviamenti tra sé ben diversi. V è una poesia bor- 
ghese, che si rivolge al popolo, consiglia, ammaestra, sentenzia, inveisce contro i de- 
pravati costumi, esorta alla virtù, alla civile creanza, canta le lodi di Dio, della 
Vergine, dei Santi: di contenenza, dunque, essenzialmente gnomico-religiosa, ma non 
senza punte, aspre talvolta, di satira. E v'è una poesia, che si direbbe inspirarsi alla 
giocondità scapigliata dei Carmina Burana, la quale canta l'amore, i piaceri, le bel- 
lezze naturali ; calda, sensuale, plastica. L' una vive e si diffonde piuttosto nelle città 

t l ) Storie letterarie diffusissime come quelle del Koenig (1882), di Otto von Leixner (1893), 
di F. Vogt e Max Kocli (1897) e dello Scherer (1905), o non ne parlano, o ne danno cenni fugge- 
volissimi; le notizie del Voigt (Il risorgimento dell'antichità classica, trad. Valbusa, Firenze, 1888-90) 
si limitano agli eruditi del primissimo tempo umanistico : il Gervinus, filisteo d'animo, se non d'in- 
telletto, nella Geschichta der deutschen Dichtung, ebbe a passar sotto silenzio tutta la nostra poesia. 

( 3 ) Una storia della poesia latina in Germania promise, tredici anni or sono, il mio egregio 
amico G. Ellinger (Deutsche Lyriker, Berlin, 1893, p. xxix); ma ancora non v'ha atteso. 

(°) Sulle relazioni dei poeti latini della Germania con l' Italia, vedi in Appendice. 



— 246 — 

libere, nelle repubbliche popolari ; l'altra, nelle aule regie e principesche: presso Fe- 
derigo III e Massimiliano, presso Everardo di Wùrttemberg, Federigo il Saggio di 
Sassonia e Alberto di Magonza; pallide imagini dei Medici, degli Estensi, degli 
Sforza, dei Gonzaga italiani. L' una, non certo mirabile per dolcezza d'armonia o pu- 
rità di linguaggio, attinge volentieri alle opere di filologi, predicatori e teologi, quali 
il Getter di Kaisersberg, il Reuchlin, il Gresmund, e si riannoda con le opere di 
Maffeo Vegio, di G. B. Mantovano, di Palingenio Stellato e del Vida; l'altra, assai 
elegante, e non senza certo classico splendore, dimostra evidenti tracce di imitazione 
antica, accoglie facezie braccioliniane, e si ricollega con la tradizione pontaniana e 
polizianesca. L' una, come più confacente allo spirito dei tempi in Germania, ed erede 
del più puro spirito degli avi, era destinata a preparare efficacemente la Eiforma, a 
farsene difenditrice e sostenitrice, a diffondersi, a vivere di vita prospera e lunga: 
cambiata la lingua, ad entrare nell'animo e nel pensiero della nazione; l'altra, italiana 
e pagana nello spirito, lontana dal popolo, doveva perire, non ingloriosamente invero, 
ma lasciando ben poche tracce di sé. Tra i poeti della prima maniera, registro, an- 
zitutto, Jacopo Wimpheling e Sebastiano Brant; tra i poeti della seconda, Corrado 
Celtis. 

Jacopo Wimpheling nasce nel 1450 a Schlettstadt, piccola città dell'Alsazia ('): 
paese conteso per secoli tra Francia e Germania, e pure uno dei primi centri di 
cultura umanistica più schiettamente tedesca. Amante di piaceri, da giovane, e can- 
tore di facili amori, non trascura, come usano spesso gli italiani, gli studj del di- 
ritto : v'ha simpatia anzi, e ben presto li corrobora, allargando la propria cultura nel 
campo della filosofia morale, della teologia e della filologia. Nella sua virilità, scrive 
storie; tratta di pedagogia e di politica; propone e risolve questioni grammaticali; 
verseggia. Teologo e pedagogo riputato, ammirato, riprova volentieri i costumi, senza 
risparmiar le persone. Vecchio, prende parte ancora alle lotte ardentissime della Ri- 
forma, a preparar la quale egli stesso, incoscientemente, ha contribuito. Ma, spaven- 
tato dei rapidi progressi di una dottrina, che, non contenta di metter freno agli abusi 
e di rinfrancare la disciplina, vuol rinnovare la contenenza stessa del dogma, si ri- 
tira sdegnoso, e muore nel 1528, egualmente sospetto agli avversar] dei due campi. 

Il Wimpheling, ben osserva lo Schmidt, non è un' intelligenza superiore, ma un 
uomo di buona volontà; di cultura svariata, ma superficiale; onesto, ma gretto. La 
sua gioventù sfiorisce presto, e presto i canti amorosi gli si spengono nel cuore. Poco 

(') Sul Wimpheling, oltre l'antica, ma sempre utile monografia di J. A. von Biegger {De Ja- 
cobi Wimpheling ii theologi vita et scriptis, in Amoenitates literariae friburgenses, Ulmae, 1776, 
p. 286 e segg.), cfr. C. Schmidt, flistoire Uttéraire de VAlsace à la fin du XV et au commence- 
ment du XVI siècle, Paris, 1879, I, 1 e segg.; [J. Knepper, J. Wimpheling, sein Leben u. seine 
Werke nach den Quellen dargestellt, Freiburg i. Br„ 1902]. - Chiudo tra parentesi quadra le indi- 
cazioni dei libri, dei quali non mi sono potuto giovare, che indirettamente; e colgo l'occasione per 
rammentare, come, pur troppo, il presente saggio dovette esser steso per la massima parte in Italia, 
e, come, salvo qualche particolare, si trovava già compiuto nel 1904. — I testi classici latini e 
greci, ove non sia fatta altrimenti menzione, s'intendano citati dall'edizione teubneriana minore; 
gli epigrammi dell'Antologia greca, dall' edizione Didut. E quanto ai testi latini della Rina- 
scenza germanica, che si trovano soltanto in vecchie edizioni, sia qui avvertito, che ho cercato 
ricondurli ad una sola moderna grafia, curandone ex novo l'interpunzione. 



— 247 — 

più che ventenne, medita e scrive in sciatta prosa latina una commedia morale ('). Due 
giovani compatrioti, Vincenzo e Stilfo, usciti da scuole private, vanno, l'uno all'Univer- 
sità, l'altro, alla curia di Roma. Vincenzo dà opera allo studio delle leggi, diventa 
cancelliere del principe palatino, prelato e vescovo; Stilfo se ne torna dall' Urbe, con 
un sacco pieno di bolle apostoliche. Vuole il caso, che ambedue si ritrovino al tempo 
stesso nel loro paese natio: da principio Vincenzo è deriso, e Stilfo ammirato; ma 
venuta in chiaro l' ignoranza di costui, è costretto a lasciar le bolle ed a pascer 
bestiame. La commedia non è certo delle migliori, che lo spirito nascente della Ri- 
forma abbia inspirato ; puerile assai, e grossa di sali, ha il solo pregio di lasciar tra- 
sparire l'animo ingenuamente buono del WimphelingJIl quale vorrebbe, che gli uomini 
tutti fossero profondamente religiosi, e di umiltà vestiti, senza avidità e senza passioni ; 
e che l'educazione dei fanciulli mirasse appunto a darci tali uomini. 

Chi pensi alle opere pedagogiche, di cui va già glorioso il primo Rinascimento 
italico, non può non sorridere leggendo il trattatello De integri tate dell'alsaziano. 
Ivi è descritta la vita, che dovrebbe condurre un giovane, giunto agli studj univer- 
sitàrj : la mattina, appena alzato, alla messa ; poi all' Università, poi a pranzo con 
altri giovani; indi passeggiata o esercizio ginnastico, lezione nuovamente, medita- 
zione sacra, cena e riposo : un noviziato monastico, insomma, per nulla contrario ai 
precetti dell'Età Media ( 2 ). E al De Integritate, libretto per i giovani borghesi, ri- 
sponde YAgatharchia, ch'erudisce il giovane principe ( 3 ). È diretta a Ludovico di 
Baviera, figlio primogenito di Filippo, conte palatino del Reno, perché ben apprenda a 
governare, prima della morte del padre. Il principe, come capo dei suoi sudditi, 
dev'esser di loro più virtuoso ; acquistare il trono per successione legittima, o per 
legittima elezione, non per raggiri ; obbedire a Dio ed alla Chiesa. Il fine del princi- 
pato non sta nel piacere o nella vendetta, ma nel lavoro, nella pace e nella diffu- 
sione della religione: ond'è, che il buon principe deve onorare il sacerdozio, come già 
Teodosio e Costantino. Sobrio, clemente, giusto, si guarda dal proteggere mimi ed 
istrioni, ma accoglie benignamente letterati e dotti ; mantiene, ad ogni costo, i patti 
giurati ; rifugge, per quanto è possibile, dalla guerra, evita la crudeltà e la tirannide. 
Anche qui, come si vede, non un barlume di vita nuova ( 4 ). 



(') Stylpho, hrsg. von H. Holsteiu, Berlin, 1832, in Lat. Litt. Denk.; fase. 6. Del dramma 
latino in Germania, di cui il Bahlmann registrò gli esempi in un ben noto repertorio (Die lateinischen 
Dramen von ìVimphelings Stypho bis zur Mitte des sechzehnten Jahrhunderts, Munster, 1893), e il 
Creizenach trattò ampiamente nell'ancor più nota Geschichte des neueren Dramas (Halle, 1893-1903), 
non si discorrerà qui, se non in quanto strettamente si ricolleghi con la rimanente produzione poe- 
tica in quella lingua. 

( 2 ) Schmidt, Ilistoire, etc, I, 186; cfr. Erhard, Geschichte des viederaufblùhcns wissenschaft- 
licher Bildung, Magdeburg, 1827-30, I, 442. 

( 3 ) Aqatharchìa. Id est bonus Principatus: vel Epithoma | condicionum boni principis Jo. 
lVuim\phelin. Sletstaten. In fine: Impressum a Martino Schotto Cive Argen | XI Kl. Decembres. 
Anno MCCCCLXXXXVIII. 

( 4 ) Conviene osservare, per altro, che il Wimpheling, pure scrivendo carmi apologetici a principi 
e signori (cfr. Laus Philippi Bavariae ducis illustrissimi, in M. von Kemnat, Chronik Friedrichs I, in 
Quellen zur Geschichte Friedrichs des Siegreichen, Munchen, 1862, II, 74-75, e Ad lllustrissimum 
Principerà Eberhardum etc, MCCCCLXXXXV, Impressum per industrium Iohannem Pryne, Civem 



— 248 — 

Spesso così, d'altronde, il Wimpheling : d'una mitezza e d' una rettitudine, pari 
alla semplicità. Si volge un giorno alla Vergine, e ne loda le chiome, le labbra, il 
naso, le mammelle, il seno, le braccia, il collo, i piedi, come un popolano direbbe 
della sua amata. L'occasione di inveire contro le donne terrene si presenta, peraltro, 
troppo bella, perché il poeta — stavolta infatti sono versi — se la lasci sfuggire. Voi, 
rinfaccia loro, avete dorati vestiti, ma la Vergine chiude nell'animo un tesoro di no- 
biltà; voi odorate di nardo, ella di purezza; voi ornate il petto di gemme orientali, e 
vi tingete il volto, ella si contenta di piacere a Dio soltanto; voi insuperbite, se il 
principe vi porga la punta delle dita, ella ha portato Dio nel suo seno; voi chiac- 
chierate innanzi agli uomini per parer sapute, ella ammutolisce prudente innanzi al 
saluto dell'angelo ('). Ma le sue parole si fanno più gravi e severe, e appena regge la 
propria indignazione, quando parli degli abusi e delle vergogne del clero. I benefìzj 
sono dati agli ignoranti ed ai mestatori: c'è chi ne accumula ben dodici e dei più 
lauti, e chi non ne ha punti. Onde la vita spensierata, gaudente, corrotta di quelli, e 
la miseria di questi: 

Scorta nitent gemmis, vix panem acquirit egenus, 
Scorta gerunt torques, tegmine nudus eget. 



Scorta iubent, proliibent, dominantur, scorta triumphant; 

In luxu inque situ foemina casta gemit.' 
Ipse ego detexi coram meretrice capillos, 

Castani matronam praeteriisse ratus. 
Addo, sacerdotes si forte prius moriantur, 

Scorta domus, census, pocula, vina tenent: 
Plangunt liaeredes ( 2 ) 

E il buon uomo dirige il suo carme a Leone X ; giura, che nessun altro che lui potrà 
metter rimedio a mali sì gravi, e lo anima contro i prodighi in donare le meretrici, 
tanta essendo la moltitudine dei poveri e dei trovatelli. 

lii verità, egli rispetta profondamente l'autorità papale, e il suo cattolicesimo è 
puro e sincero ( 3 ). Negli ultimi anni della sua vita, pur difendendo Lutero, riconosce, 
che in taluna cosa hallùcinatus est; e contro le dottrine diluì e di Zwinglio, scrive, 



Argentinen.), sa dire talvolta il pensier suo senza ambagi, ed esce in parole, die a principi e si- 
gnori dovevan sapere di forte agrume (« Iura ligant miseros: summis si credere dignum est | Prin- 
cipibus nulla vivere lege licet » : Riegger, p. 579). 

(') De Conceptu et triplici | Mariae Virginis gloriosissimae candore j Carmen Jacobi Vini- 
pfelingii Sletstatini, s. 1. n. d. : incunabolo. 

( 9 ) Ad Leonem X pontificem maximum etc, in Riegger, p. 426 e segg. 

(°) Giustamente, ma non senza asprezza, osserva il Holstein: « Dass er [Wimpheling], trotz viel- 
facher Àngriffc auf das Leben der Monche, auf Pfrundenjagerei, und Pfaffenwirtschaft, auf das 
Aussaugesystem der romischen Kurie, ohne wesentliche Erfolge gewirkt hat, lag teils in den Zeit- 
verhàltnissen, teils in seinem Mangel an Energie und in seiner Zaghaftigkeit, die es ihm nicht 
gestattete, sich der Autoritat des Papstes und der Konzilien zu entziehen, denn er war rastlos bemiiht 
die katholische Kirche zu erhalten » (Studien z. vergleichenden Literaturgeschickte, IV, 1904. 
p. 477). 



— 249 — 

pochi anni dopo, una lettera di aperta disapprovazione. S'egli desidera nelle chiese 
la semplicità, e non vuole, che la plebe porti doni alle imagini, fonti di lucro per il 
clero, ancora si compiace della pompa del rito romano. Onde nel cantar le processioni 
di Spira, il suo verso si accende di vivi colori e di fulgidi barbagli : 

Dum placido clerus processi! circuit, assunt 

Plurima, quae cultu splendidiore micant, 
Cum sacrae vestes auro gemmisque decorae, 

Curii diversa deo dona dicata patent. 
Crux gravis iaspide fertur onusta 

Induperatoris munere tanta venit. 
, Tum preciosa viri collo pluvialia gestant 

Centum bisseni, quos fovet ista domus ('). 

E nel Carme sul triplice candore della Vergine, ne sostiene fieramente la Concezione 
immacolata, l'Assunzione, il culto. 

Wimpheling ha dell'umanista l'ardore battagliero nelle polemiche, l'amore, in 
verità alquanto pedantesco, alla lingua dei romani, la cura assidua, se non intelli- 
gente, alla ricostruzione dei testi ( 2 ). Sotto questo rispetto, anzi, egli va numerato tra 
quei benemeriti, precursori d' Erasmo, i quali tentarono gettar basi scientifiche 
alla Riforma ( 3 ) ; e, nella polemica reuchliniana, figura assai bene. Ma, altra volta, 
facendosi gran battaglia intorno a S. Agostino — fu vanto del Nostro aver scoperto, 
che il santo non vesti l'odioso saio del mendicante — egli cade nelle stesse scola- 
stiche quisquilie, di che troppo spesso si compiacquero anche i riformatori; e, senza 
prò', s'inimica molta parte del clero e i seguaci dell'Ordine ('). 

Le sue Elegantiae, come che foggiate su quelle del Valla, sono cosa ben me- 
schina, ed assai lontane dall'esemplare italico (■"'): manca al poeta il fantasticar 
potente e creatore di vita; come al critico, il buon gusto classico, la genialità, la lar- 
ghezza di vedute e di criterj, il saper vedere in fondo le cose. L'aver egli sostenuto, 
che la poesia non merita il nome di arte liberale, perché senza principj ed insuffi- 
ciente alle dimostrazioni filosofiche, gli fruttò una buona risciacquata dal Locher. I 
suoi giudizj sui classici sono quelli di un qualsivoglia frate, mediocremente colto e 
fervidamente religioso, dell'alto Medio Evo. A che prò leggere Catullo, Tibullo, Pro- 
perzio, Marziale, quando ci restano Sedulio, Prudenzio, e, della rinnovellata sacra clas- 
sicità, Battista Mantovano, Hermann Busch, Joannes Murmellius? (°) I classici meglio 

(') Jacobi Wimpfeli|ngi Slettaten. De Laudi \ bus et caeremoniis Ecclesiae Spirensis Car | 
men ad Ludoicum de Hélmstat | antistitem Spirensem, in Chrono \ logicarum Re\rum Amplissi- 
mae eia \ rissimaeque Urbis Spirae | Dilingae, MDLXIIII, e. 14 e segg. 

( a ) Specialmente ecclesiastici. Cfr. Casti gationes ìororum in canticis ecclesiasticis et divinis 
ojjiciis depravatorum, Argentinae, MDXI1I. 

( 3 ) Cfr. A. E. Berger, Die Kulturaufgaben der Reformation, Berlin, 1895, p. 154. 

( 4 ) Scbmidt, I, 50; cfr. il carme del Wimpheling, Ad Iulium ponti ficem maximum, in Kiegger, 
p. 286. 

C) Elegantiae maiores ed Elegantiarum medulla, s. 1. n. d. 

( 6 ) Da una lettera ad amico, in Eiegger, p. 539. Ecco quel che, detto da altri, in altri tempi, 
aveva fatto scappare la pazienza al Piccolomini, ed esclamare: «Si omnes qui sunt homines in 
Germania idem sentient, libentius migrabimus, quam cum tanta ignorantia aut caecitate mora- 
bimur! » (Epistolae, Lugduni, 1518, n. CCCCXXX). 



— 250 — 

si leggoQO dai ragazzi, che dagli adulti! (') Buon tedesco è, in sostanza, questo nostro 
Wimpheling ( 2 ); ma latinista e poeta meno che mediocre, e alle idee nuove non 
così potentemente attratto, da non temere di scostarsi dalle vecchie ( 3 ). 

E uomo pure di medievali gusti e tendenze rivelasi Sebastiano Brant, stras- 
burghese (1457-1521) ("). La sua opera si dirige al popolo più direttamente, che 
non quella dello stesso Wimpheling; il suo cattolicesimo è più fiero e tenace, almeno 
dottrinalmente ; la cultura classica, meno vasta. Ma la sua poesia ha più vita e vigore, 
e la anima spesso una schietta vena satirica. Il Narrenschiff, onde la fama del poeta 
dura oggi ancor verde, sfugge qui al mio esame, ma parecchi, anzi molti suoi carmi 
latini potrebbero figurare assai bene tra i capitoli di quello. 11 clero, s' intende, è trat- 
tato in peggior modo, e il regolare più del secolare, e, sopratutti, i Lolardi ( 5 ). Il 
distico del Brant si piega, pertanto, a scene di realismo boccaccesco : 

Oscula mortali dicunt damnancla reaiu, 

Officium carnis sed veniale ferunt. 
Hinc passim fratres per compita cuncta sorores 

Quaerunt, solantur, concrepitantque fores, 
Signaqne dant digitis pulsantibus, atque, recepto 

Responso, admittit ianua quaeque suum. 
Tum procul abiectis mantellis atque cucullis, 

Lolhardi in turpi veste brevique patent; 
Grandibus exutis sotularibus atque cothurnis, 

Beguinae incedunt calceolosque movent. 
Tunc opera incipiunt communia, tunc labiorum 

Hos operit labor et facta sororia agunt ( 6 ). 

Vero è, che simili costumi non son di tutti, e l'autore, che in certo capitolo 
del Narrenschiff sembra disposto ad eccettuarne ben pochi, dichiara qui, con premura, 
di voler salvi i santi e i buoni. In sostanza, egli è rispettoso assai della chiesa 
ufficiale, e le sue sferzate non fanno alzar le berze ad alcuno. Non ha molta sim- 
patia per gli avvocati concistoriali, che tirano in lungo le cause e fanno scempio 



(') Schmidt, I, 147. 

( 2 ) Le accuse di Pio II contro la Germania (Opera quae extant omnia, Basileae, 1551, p. 386 
e segg.) lo muovono a fiera difesa della sua patria (Riegger, p. 457); che tale egli stima, non la 
Francia, ma la Germania (Schmidt, I, 31). 

( 3 ) Così ne giudicava Lilio Gregorio Giraldi: « Jacobus Wimphelingius, sacerdos Ecclesiae Spi- 
rensis, pleraque edidit carmina, inter quae ad Bertboldum arcbiepiscopum Moguntinum opus cele- 
berrimum hexametro et penthainetro versa elegantissime composuit, quod praenotavit De triplici 
candore. Scripsit et pocticam, et alia permulta soluta oratione, quae apnd Teuthonas habentur n 
(Dialogi duo de Poetis, Florenfiae, MDLXI, p. 76). 

(.*) Notizie, vedi in Goedeke, I, 382; nella pref. dello stesso Goedeke al Narrenschiff, Leipzig. 
1872; in K. Hagen, Deutschlands religióse und Utterarische Verhàltnisse im Reformalionszeitaìter, 
Frankfurt a. M., 1868, I, 378 e segg.; Schmidt, I, 236; Geiger, p. 466. 

( 6 ) Cotesta schiatta di religiosi, già tristamente famosa nell'Evo Medio, vedila fatta segno ad 
ogni più crudele dileggio anche nelle Epistolae obscurorum virorum, I, 31 (Hutten, Opera Omnia. 
Lipsiae, MDCCCLXIV, Suppl. I). 

( 6 ) Varia Sebastiani Brant Carmina, s. 1., 1498, e. 133 e segg. 



— 251 — 

di averi, dovunque stendano le mani adunche ('); e si sdegna contro gli incettatori 
di benefizj ( 2 ), come il Wimpheling — ma chi mai al tempo suo in Germania tol- 
lera in pace simili vergogne? — più ancora: certe pompe e splendori del culto 
romano non gli vanno a genio ( :l ): ma non occorre davvero farne perciò un precursore 
diretto della Riforma. Egli è, più che cattolico, papista; e papista nell'animo. Difatto, 
non solo s'affretta a metter sulla sua nave, portatrice di pazzi, i nuovi esegeti della 
Bibbia e i primi timidi sostenitori del libero esame ('); ma in un carme sull'azione 
della Provvidenza nelle umane vicende, assale lo stesso Impero, cb'ei vuole stretta- 
mente sottoposto all'autorità pontificia: 

... si forte aliquis Petro sine regna recepit, 
Ille usurpator praeduque furque fuit ( 5 ). 

E disconosce gli imperatori antichi, fino a Costantino. 

Fortunatamente, il partito non soffoca il sentimento religioso, ch'è sincero, pro- 
fondo, fervidissimo. I suoi inni sacri non ridono certamente per classico fulgore d' imma- 
gini, ma, in compenso, non sanno di scuola, e ne traspare l'anima, che anela a Dio ( G ). 

Der ist ein narr der nit der gschrift 
Wil glouben, die das heil antrift; 
Und meinet, das er leben soli, 
Als ob kein got wer, nodi kein beli, 
Veracbtend ali predig und ler ( 7 ) ; 

sentenzia nel Narrenschiff, e nell'aspra lotta intorno all' Immacolata Concezione della 
Vergine, egli, come il Wimpheling, sta coi sostenitori del dogma, che doveva esser de- 
finito più di tre secoli dopo ( 8 ). Ma il Brant differisce dal cittadino di Schlettstadt 
per l'animo meglio aperto alle mistiche ebbrezze, e per rapidi e profondi scoramenti, 
che gli traggono accenti pessimistici: caso, in verità, nou raro né strano, presso gli 



(') Carmina varia, e. 117. 

( 2 ) Narrenschiff, Leipzig, 1S72, Gap. XXX. 

( s ) Carmina varia, e. 40. 

( 4 ) Narrenschiff, Gap. XXXIII. 

( 5 ) Carmina varia, e. 70. 

( 6 ) Cfr. Soliloquio di Maria {Carmina, e. 3); Lamento di Maria (e. 9); a S. Sebastiano (e. 14); 
Parafrasi della Salve Regina (e. 34 b.) ; Lodi di S. Brnnone (e. 40). In alcun suo carme esorta cal- 
damente contro i Turchi (cfr. Sonia domini Sebastiani Brant utriusque iuris doctoris, s. 1. n. d.. 
ma incunabolo; e Ad Divum Maximilianum Caesarem, Naenia Sebastiani Brant, Ex Argentorato, 
MDXVIII); come già prima, di lui, il Wimpheling, in De conceptu et triplici ecc.; ed il Locher, in 
Tragoedia de Turcis et Snidano, Argentinae, 1197; e, dopo di lui, il Locher stesso, in Tragoedia de 
regibus et proceribus christianis, prob. 1502; Hutten, in Opera Omnia, Lipsiae, 1865, V. 98; il 
Latomus, in Bombarda, s. 1., 1536; H. Sachs, in Dichtunyen, Leipzig, 1870, II, 73 ecc. ecc. Non 
si tratta qui certamente d'imitazione italica; ma converrà richiamare le esortazioni di Enea Silvio 
(Epistolae, Lugduni, 1518, n. CXL) e dello Spagnoli (Opera, Antverpiae, 1576, I, 134). 

( 7 ) Narrenschiff, Cap. XI, 1-5. 

( 8 ) Carmina varia, e. 1. Anche lo Spagnoli, si noti, era entrato nella questione col trattato De 
parte corporis B. Mariae, in qua conceptus est Christus, in Opera, III, 220. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5\ 34 



— 252 — 

asceti. Egli teme vicina la fine del mondo e la venuta dell'Anticristo: 

Die zit, die kumt! es kumt die zit! 
Ieli vorcht der endkrist si nit wit! (') 

e invidia i santi della Tebaide, che hanno ben pensato alla propria salvezza ( 2 ). Stai- 
lontani dal mondo e intendere a Dio; coi patimenti e le privazioni, domare, fiaccare, 
macerare la carne; ecco quanto dovrebbe fare l'uomo saggio; ecco quanto la Croce, 
grondante lacrime e sangue, sembra consigliare al poeta, apparendogli in sogno ( 3 ). 
E contro le profane delizie lancia un' invettiva, che è il miglior monumento, forse, della 
sua poesia latina, e suona maledizione contro le gioie della famiglia, e la pietà dei 
tumuli, ed ogni umana passione di vita e di gloria ( 4 ). A che giova infatti nutrir 



(') Narrenschijf, Cap. CHI, 92-93. 

( 2 ) Carmina varia, e. 40. 

( 3 ) Sonia. 

("1 Poiché il carme si trova in edizione molto rara in Germania, e presso che inaccessibile 
in Italia, gioverà riportarlo per intero; non senza però rendere le dovute grazie al Dr. Petzet, che 
n'ha voluto collazionare le bozze con l'originale, posseduto dalla Biblioteca di Stato in Monaco. 

Invectiva contra mundi | delicias: prestantissimo theologiae professori Johanni | Geiler ex 
Keisersperg argentinensi concionatori de|dicata per S. Brant (dai Carmina varia): 



Munde, tuis nunquam cultoribus esse fidelis 

Mortalesque iugi fallere fraude solens, 
Munde, nihil mundi, casti quoque nil Tel honesti, 

Semper habeus, cunctis perfide amice, vale. 
Te tuus hospes ego linquam, ferus hostis ab orani 

Parte mihi fueras insidiator atrox. 
Nulla mihi hospicii servasti iura, nec usquam 

Praestiteras, spondes quam mihi saepe fidem. 
Nec potis es; nam tu, periturus tempore, firmi e. 56 b. 

Eternique nihil perpetuive tenes. 
Omnia promittis, vitam quoque saepe perennerà, 

Omnia vana facis et caritura statu; 
Offers sardinios risus, lacrimas crocodyli, 

Omnia vulpina fraude doloque reples. 
quotiens a te mihi gloria, vita, salusque 

Diviciaeque leves pollicitae atque decus! 
Omnia mentiris, fingis, fallisque veneno 

Atque linis fuco cuncta creata tuo! 
Plurima quae sub sole patent vidi atque revidi, 

Et stabile inveni prorsus in orbe nihil. 
Omnia cognovi, vana, irrita, stulta, caduca, 

Et labi in terras protinus instar aqnae. 
Nil solidum firmumque nihil. durabile parvo est 

Tempore quicquid habes; hoc brevis hora rapit. 
Praestes multa licet, pecora, aurum, iugera, natos, 

C'oniugium et quicquid stulta libido cupit: 
Plus tamen in cunctis aloe quam melle rudundas; 

Ingeris et laetis tristia multa tuis. 
Esto; etiam extremam faveas licet usque sub horam, 

Prosequere in cunctis, desque cupita licet; 
Num cras, sive hodie, seu iam citius, vel abibo 

Cam volet ille mihi qui dedit esse deus. 
Esto; etiam viv.un, videam ([uoque Nestore annos 

Aut vatis stygium quo duce pandis iter, 
Una tamon cunctis lex : esse homini moriendum; 

Tardine aut citius rnorsque statuta venit. 
Iccirco, quam refert rnodicuin, moriar vel in anno, 

Vel post mille etiam, mors quia semper adest! 
Quodque diu nobis tempus vixisse putamus, e. 57. 

Instar momenti praeterit atque tìuit. 
Quid vero prodest oculi esultasse subictum, 

Donino capere in poeuis tempora longa malia? 
Quantula prò tantis cruciatibus, oro, rependis 

lucunda? haec pereunt, perpetuo illa manent. 
Cumque abeam, quam [sic] posco, diu tamen ulla seqnetur 

Mentio de nobis? quis mea fata gemet? 
Nimirum fratres, cognataquo turba nepotes, 

IjUgebitque uxor: ne redeamque timent. 

Biblico pessimismo in fervore agostiniano: 
manca traccia di schietta satira popolaresca. 



Atque ideo imponent saxum mihi grande sepulto, 

Ne facile exurgat putre cadaver humo. 
Proque meis facient penuria multa relictis, 

Iurgia, cum furtis caedibus atqne probris, 
Vix mihi vile etiam lacerumque et inane relinquent 

Indusium, quocum corpora nuda tegam. 
Purpureo ex capulo imponarque beatulus urna, 

Quae casiara et myrrham, balsama, stacteii, olet, 
Punicei flores, rosa, lilia rubra, sepulto 

Spargantur, crocus et rosmaris atque thymum, 
Hos propter ne graves allectus noster odores 

Spiritus ex Èrebi sede redire queat, 
Apponant mihi cuncta licet, seythicoque sepulchro 

Contumulent, fietu Memnonidumque gcinant, 
Efl'undant lacrimas quales phoetontia turba, 

Inoo asciscant seu sibi more necem, 
Pyramidi impouant si me, vel mausoleo, 

Uent pompas quales marcia prata dabant. 
Proderit hoc quid enim mihi, si mala vita peracta 

Forsitan ad Stygios, fecerit ire lares? 
Tum mihi cuncta. puto, quae nunc preciosa, nocebunt, e. 57 b. 

Pauperis at veliera tum tenuisse statum ; 
Tum vellem in vita rebus caruisse iocnndis 

Et laetis mundi fortuitisque bonis. 
Nemo redire dabit, flagris me dira fateri 

Vera iubet, quatiens Tisiphone angue gravi. 
Portitot atque vehens per non redeunda fluenta 

Quaestori sistet, mox scelera ille leget, 
Ille etiam furiis, tortoribus et Stygis eheu ! 

Me miserum tradens solvere cuncta iubet. 
Verbera ferte, inquit, sibi tot plagasque crueutas 

Quotquot delicias laetaque vana tulit. 
(i munde infelix Èrebo miserandior! ah tum 

(Juod dabis ausilium? quod mihi praesidium? 
Quid tua tum promissa valent? tua dulcia verba? 

Et spes qua cunctos decipis atque tenes? 
An non egregia haec tua munera, munde. cupiscam ? 

Proque illis pattar perpetuo esse miser? 
lleu pereat quisquis mundi tibi nomen ineptum 

ludidit! immunda sorde lutoque scates. 
Appage, caede [sic], vale, fugias, pergasque abeasque. 

I procul, illecebras horreo nempe tuas. 
Te fugiam, linquam, dimittam et deseram ab omni 

Parte, ita me superi, me deus ipse iuvet! 
Quin potius semperquo velim, pater optime, solum 

Te colere et solum te, bone Christe, sequi. 
Adsis, o deus alme favens, moriar quoque mundo, 

Ut soli vivam tempus in orane tibi! 

anche il Petrarca ebbe a soffrirne. Ma qui non 



— 253 — 

lunghe speranze, poiché la morte n'è sopra le spalle? Quante stelle s'aggirano silen- 
ziosamente, sotto la convessa volta del cielo, quanti atomi riscalda e colorisce la 
forza del sole, tutti, ella vanta, a me precipitano ('). E con medievale fantasia, 
imagina il Brant, l'uomo e la morte perpetuamente in contrasto: nel terribile gioco, 
come negli scacchi, l'uomo prepara le sue difese, la morte i suoi agguati. Ma ella 
s'avanza, ora lenta, ora rapida, ora con forza, ora con astuzia; i vecchi ripari già ca- 
dono ed i nuovi appena resistono: ella s'avanza, sicura di sé e della sua vittoria. 
Invano l' uomo chiama a raccolta le sue forze ultime, ella l' incalza, lo stringe tra 
le sue spire : egli cade. Nessun uomo ha vinto ancora nell' impari lotta ( 2 ). 

Tale si rivela Sebastiano Brant, che non può far maraviglia, se Erato sia per 
lui musa inconsueta, e gli amanti, gente che non sa quel che si fa ( :! )- Egli prefe- 
risce assai insegnare, consigliare, moralizzare. Traduce, infatti, dal latino i Disticha 
pseudo-catoniani, il Liber Faceti, il Libcr Morelì, la Thcsiiiophagia di Reinero ( 4 ); 
segue e rafforza la tradizione esopiana ( 5 ), affermatasi in Germania col Romulus e 
con lo Steinhòwel ( 6 ); inventa e leva ironicamente agli altari un santo nuovo, S. Gro- 
biano, protettore degli screanzati. E in un curioso carme latino, Alopekiomachia, 



(') Carmina varia, e. 112. E nel Narrenschiff: 

Wir wissen und ist uns wol kunt, 
Das uns gesetzet ist die stunt, 
Uud wissen nit wo, wenn, und wie? 
Der dot der liess nit leinen hie. 
Wir sterben ali, und iliessen hin 
Dem wasser glich, zur erden in; 
Darum sint wir gross narreht doren, 
Das wir nit gdenken im vii joren. 
Die uns gott darum leben lot, 
Das wir uns rùsten zn dem dot ecc. 
(Cap. LXXXV, 5-13). 

( 2 ) De periculoso scacorum ludo inter mortem et humanam conditionem, in Carmina varia, 
e. 113. 

( 3 ) Carmina varia, e. 128 b.; Narrenschiff: Kein buler sicht was er soli tun (Cap. XIII, 13). 

( 4 ) In Appendice al Narrenschiff, Lipsia, 185-1; rispettivamente, p. 121, 137, 142, 147. 

( 5 ) [Fabulae, Basileae, 1501]. 

( 6 ) Ma già nello Pseudo-Romulus, raccolto dallo Steinhi'iwel (Aesop., Stuttgart, 1873, nn. 1-60), 
le favole appaiono rivestite in distici latini, per l'età, abbastanza agili e freschi Cito ad es. la 
favola della rana e del bue: 

Aequari vult rana bovi, tumet ergo, tumenti 

Natus alt: Cessa, prò bove tota nil es. 
Rana dolet meliusque tumet, premit iste tumentem ; 

Vincere non poteris, vieta crepare potes. 
Tertius iratam vexat tumor, illa tumoris 

Copia flndit eam, guttura rupta patent. 
Cum maiore minor contendere desinat, et se 

Consnlat ut vires temperet ipse suas ; 

(n. 40). 

per l'origine e la fortuna della quale, consulta le note dell'Oesterley al luogo qui citato, ed a 
Kirchhof, Wendunmutìi, Stuttgart, 1869, VII, 53, e quelle del Tittmaiin a B. Waldis, Esopus, 
Leipzig, 1882, I, 31. Sfuggirono, peraltro, ad ambedue le redazioni dell'Ariosto (Satire, in Opere, 
Firenze, 1858, II, 247) e del Fenaruolo (Sette Libri di Satire ecc. Venezia, 1560, e. 188). 



— 254 — 

con simbolo animalesco, ben noto e caro assai a tempi più rudi, mette in guardia 
gli uomini contro i pervertimenti della ragione (*). 

Direttameute al Medio Evo si ricongiunge, dunque, l'opera poetica del Brant ( 2 ); 
ma spesso il suo pensiero scruta abbastanza profondo nelle cose, e l'animo si schiude 
a nuovi sentimenti, e la fantasia a nuove imagini. Nel carme Quod inordinatio causa 
faerit deslructionis omnium rerum, osa raccogliere in sintesi l' infinita serie delle 
umane vicende, e indagarne la legge. Assiri, Medi, Ebrei, Persiani, Greci e Romani, 
tutti a lei soggiacquero; di certo risulta, che il minore debba essere sottoposto al 
maggiore, il più debole al più forte: legge divina ( :i ). Ma se l'uomo e la divinità sono 
cura precipua del nostro autore, egli apre anche gli occhi intorno a sé, gode della 
Natura, e l'ama. Ed ora invita l'amico all'aria libera, ov'è concento di uccelli, alle 
selve salubri, ai laghi pescosi ( 4 ) ; ora ascolta commosso la varia armonia delle cam- 
pane, ch'egli, non senza certa sfumatura di moderno sentimentalismo, considera quali 
amiche dell'uomo, nelle feste divine, nei matrimonj, nei trionfi, nei funerali ( 5 ). E 
si commuove alle sventure umane, e le descrive a vivi colori, non senza ritrarne, per 
chi voglia intendere, morali insegnamenti. 

Sulla fine del sec. XV, l'epidemia celtica scoppiò improvvisa e terribile, anche 
in Germania: buoni borghesi, principi, nobili, letterati, ne furono colpiti, e si voci- 
ferò pure, che il mal seme venisse dalla Francia; ma le opinioni erano varie e di- 
sparate. Certo, gli aforismi d'Ippocrate e i rimedj empirici non valevano a nulla, e, 
purtroppo, Dio e i Santi rispondevano di rado assai alle preghiere e ai voti dei cre- 
denti : restava magra consolazione ai poeti di trarne materia per canti ( G ). Tra i primi 
dei quali, se non primo — che l'epigramma del Celtis a se stesso, gravato di morbo 
gallico, risale, credo, a tempo anteriore — fu il nostro Brant. Il suo lungo carme 
ha qualche pretesa scientifica. Egli ricerca, di dove il male abbia potuto prendere 
origine, ne studia i sintomi; indaga, se la natura sua abbia o no, a ritenersi cancre- 
nosa: ma, in sostanza, è costretto a conchiudere, che non se ne sa niente, che le medi- 
cine spesso son peggiori del male, e che meglio giova rivolgersi alla pietà dei Superi (~). 



(') De Spectaculo Conflictuque vulpium, in Carmina varia, e. 109 b. La prima menzione, in- 
vece, di S. Grobiano, come è noto, in Narrenschijf, Cap. LXXII, 1. 

( a ) In più d'un passo dei suoi carmi latini {Carmina varia, e. 71 e 97), Sebastiano Brant 
dimostra assoluta credenza nell'influsso degli astri; il che, per avventura, non guasterebbe, in un 
uomo del Rinascimento; ma nel Narrenschiff è molto esplicito: 

Und meinent das man wissen soli 
Alls das got mit uns wirken woll, 
Als ob das gstirn ein notturift bring, 
Und im nodi miisten gan ali ding, 
Und got nit ber und meister wer. 

(Cap. LXV, 11-15). 

( 3 ) Carmina varia, e. 66 b. e segg. 

( 4 ) Carmina varia, e. 124. 

( 5 ) Carmina varia, e. 113. 

(''■) Cfr. Celiis, Epig. V, 4; Rhagius, Ad J. Wimphel. De Integriate Libellum ; Locher. 
Invectiva contra mal um Veneris; Bersinann, in Del. Poet. Cerm. I, 633; in prosa latina, ne discorre 
abbastanza ampiamente il Hutten ( De Guataci medicina et morbo Gallico, in Opera, V, 399). 

( 7 ) Carmina varia, e. 107 e segg. 



— 255 — 

Per certa crudezza di particolari, fu accusato il Brant di cattivo gusto, e gli 
si negò anche sentimento poetico ('). In verità, gli manca così la cultura, come la 
delicatezza fracastoriana, ma pur gli accade di commuovere. Infatti, anche altra volta, 
poetando di certa orribile pestilenza scoppiata ai suoi tempi, rivela calda fantasia in 
verso sufficientemente saldo e ben costrutto ; e, quel che è più notevole, nulla sembra 
aver tolto in prestito all'esemplare tucidideo o lucreziano ( 2 ). 

Sebastiano Brant, se si consideri in relazione con lo svolgimento del pensiero 
umanistico, segna un passo indietro, di fronte allo stesso Wimpheling. Nella sua vita, 
non prende mai parte a quelle polemiche, dalle quali, tra il cozzare delle passioni 
e il furore delle invettive, doveva scaturire il nuovo vero. Non è filologo, neppur 
grammatico, o retore: vanamente si cercherebbe nei suoi carmi una reminiscenza di 
poesia pagana. Sentir di natura alquanto più vivo e profondo, che non nel Wim- 
pheling; tratto tratto, un coruscar di briose scintille; qualche tentativo metrico non mal 
riuscito — ei predilige la saffica e se ne giova abbastanza abilmente — ecco ciò, che 
lo rende notevole nel campo nostro. Volendo, gli si potrebbe dar merito d'aver ini- 
ziato felicemente e con gran seguito la poesia delle città ( 3 ), e d'aver coltivato, primo 
forse tra gli umanisti della Germania, i cosidetti Emblemi ( 4 ). Ma la parte vitale, o, 
come direbbe il Carlyle, eroica, dell'opera sua, sta nella contenenza morale. Qui si 
sente all' unisono coi migliori del suo paese, e orgoglioso di iniziare, in compagnia di 
quelli, la redenzione di tutto un popolo. 

Ben diversa strada batte Konrad Celtis (1459-1508), figura viva e simpatica, 
tra le molte del tempo pallide ed incerte ( 5 ). Lo troviamo in viaggio, quasi sempre; da 
Wipfeld, suo paese di nascita, fugge giovanissimo a Colonia, studia in Heidelberg, 
s'aggira qua e là per la Germania; poi, spinto da bramosia di cose nuove e da amore 
della classicità, passa le Alpi, e visita l'Italia; s'accomuna coi dotti, e frequenta di- 
verse Università, tra le più celebri. Tornato nel suo paese, è accolto ad onore; in- 
segna a Ingolstadt e a Vienna, fondandovi e dirigendovi sodalità letterarie; muore 
infine, in quest'ultima città, non senza aver ottenuto — primo fra i Germani — 
l'alloro poetico dalle mani stesse dell' imperatore. Mezzo Poliziano e mezzo Pontano, 

( 1 ) Schmidt, I, 263. 

( 2 ) Carmina varia, e. 24 £-25. 

( 3 ) Vedi lodi di Baden, in Carmina Varia, e. 115. 

(") Vedi motto per l'arme della famiglia Rotpery, in Carmina Varia, e. 131. Sull'origine e 
la fortuna di cotesti Emblemi, in Italia ed in Francia, durante il Rinascimento, cfr. A. Salza, La 
letteratura delle « Imprese » ecc., in Luca Contile Uomo di Lettere e Negozj, Firenze, 1903, p. 205 
e segg. Ma sarebbe ancora interessante studiare, se non abbiano nulla a die fare con gli Aenigmata 
ed i Problemata dell' Antologia. 

( 5 ) Intorno al Celtis, cfr. principalmente: [E.Klupfel, De vita et scriptis K. C, Friburgo, 1827]; 
Erliard, II, 1 e segg.; Menzel, II, 268 e segg.; Hagen, I, 144 e segg.; [K. Hartfelder, K. C. und 
der Heidelberg, flumanistenkreis, in Sybels Histor. Zeitschrift, XLVII, 1882, 15; Th. Geiger, K. 
C in seinen Beziehangen mit Geographie, Miinclien, 1896; C. Dodgson, Illustr. Ausgaben d. sap 
phischen Ode d. Konrad Celtis an St. Sebald, in Jahrb. d. Kunsthistor. Sammlungen d. allerh 
Kaiserhauses, XXIII, 1902; G. Baucli, Die Rezeption des Humanismus in Wien, Breslau, 1903] 
G. Manacorda, Celtis' Gedichte in ihren Beziehungen zum Klassicismus und italienischen Rama 
nismus, in Studien z. vergi. Literaturgeschichte, V, 1905, 161 e seg. 



— 256 - 

sebbene manchi all'opera sua la dignità elegante dell'uno, come la candida ubertà 
dell'altro, ha portato con sé dalla convivenza con gli eruditi italiani l'abito alla ricerca 
filologica: per lui, gusta la Germania il sermone grave di Seneca, e le pare cosa 
nuova; per lui, apprende i costumi degli avi antichi nelle pagine di Tacito; fin la 
monaca Rosvida torna, per lui, a nuova fama. Al Sole, al Sole, sembra vada esor- 
tando l'umanista, vagante fra nebbie ancor fitte e uomini sonnolenti: al Sole, al Sole; 
e scuote i pigri, accende gli animosi, riconforta gli smarriti: e dove arriva la sua 
parola, come per benefica luce e per dolce tepore, gli irrigiditi semi già fremono e 
rompono in germogli. Via le querule salmodie, esclama, via le nenie, i terrori ; a che 
soffrire? Venga l'amore, e sorridano le Grazie all' uomo nuovo. Abbia l'animo la quiete, 
e il corpo la salute : né Febo sia restio ad ispirar carmi, cui l' indulgente posterità 
lodi ed onori. Che se gli Dei concedano una modesta casetta, e un fido amico, e la 
candida Citerea non sdegni la comune sorte del letto, felice è l' uomo, a cui tocchi tal 
sorte ('). Giammai sfida più aperta fu lanciata alla nascente Riforma. 
In qualche sua ode, aleggia uno spirito di schietta poesia oraziana: 

• Esse tu felix poteris, si in orbe 

Yixeris nullo pavidus timore, 
Et nihil sperans, medius sed inter 

Tristia ridens; 
Nec tuum vincat vagabunda pectus 
Sors, bonos semper fugiens et arctis 
Implicans rebus, sua dans inerti 

Munera vulgo. 
Sorte contentus sat babes, sub omni 
Mente pensando superura favorera, 
Qui suo nostrani vario gubernant 

Numine vitam. 
Quae sit occulti metuenda fati 
Vis, regens certa ratione mundum, 
Quisve sit sortis temulentus ordo, 

Solvat Apollo (*). 

( 1 ) Conradi Celtis Protucii | Primi inter Germanos im\peratoriis manibus poe\te laureati 
quatu\or libri amorum \ secundum qua\tuor lalera | Germanie felici] ter inci\piunt. Absoluta 
sunt haec opera in | Vienna Domicilio Max. | Augusti Caesa. anno M | D novi seculi II kale. | Febru. 
Impressa autem | Noribergae eiusdem anni | Nonis Aprilibus sub | privilegio sodalitatis | celticae 
nuper a senatu imperia | li impetrato, ut nullus haec in decem | annis in imperii urbibus imprimat. — 
Eleg. Ili, 7. 

( 2 ) Conradi Celtis | Protucii primi in Germania \ poetae coronati libri Odarum \ quatuor cum 
Epodo et | saeculari Carmine dili \ gente ret accurate im | pressiet hoc pri | mum typo in stu\diosorum 
emo\lumentum \ editi |. Argentorati, ex officina Schureriana, MDXIII; Od. II, 14; ma cfr. Od. I, 5. 

Occorrerà appena richiamare l'oraziano : 

Vivitur parvo bene, cui patemum 
Splendet in mensa tenui salinum, 
Nec leve3 somnos timor, aut cupido 
Sordidus aufert. 



Laetus in praeseus animus quod ultrast 
Oderit curare et amara lento 

Xemperet risu 

{Odi. II, 16, 13 e segg.l 



(cfr. anche Odi, I, 18; III, 3, e Sat. II, 2); a cui vorrei riaccostare, da una parte, Marziale, 11,48; 
90; IV, 89; X, 47; e dall'altra, Paolo Silenziario (Antk. X, 76). 



— 257 — 

Mediocrità aurea, dunque, così lontana dal tumido fasto, come dall' inopia, che 
opprime ed uccide : il poeta pare del gregge d' Epicuro, ma della miglior parte del 
gregge. L'odano bene le genti germaniche, perch'egli ha ritrovato la visione serena 
delle cose, e vuol dar loro realtà e non larve, sorrisi e non lagrime, signoria e non 
servitù. Un giorno, visita le saline sarmatiche; luogo triste, irto di roccie e dirupi. 
Non senza pericolo della vita, si fa calare con funi, penetra nelle spelonche, indaga, 
con lo sguardo scrutatore, nell'oscurità paurosa. Ma un brivido l'assale e il pensiero 
della morte vicina: al Sole, al Sole ancora! E si fa trarre in fretta all'aperto, dove 
la Natura sembra aver miglior vita e più forte. Poi si volge all'amico: « Spianale 
rughe, o novello Catone, e caccia col vino gli affanni: la vita ansiosa è il nulla! » ('). 
Egli sa, invero, che la vita è breve, e vani i nostri voti ; la Fortuna volge le spalle 
ai poeti, e si prostituisce ai potenti, ai disonesti. Che importa? 

Currunt mobilibus tempora saeculis, 
Et cras in cinerem forsan abibimus; 
Solvamus teneris pectora amoribus, 
Cantantes vacuo carmina spiritu ( a ). 

E col canto giulivo, delizia già delle coste eoliche ( :ì ), calma il dolore. Non 
forse il medesimo pensiero era sceso confortatore al Venosino? 

Rapiamus, amici, 

Occasioncm de die, dumquc virent genua 
Et decet, obducta solvatur fronte senectus ! (*). 

Paiono d'altri secoli e ben più meschini, i Brant ed i Wimpheling: sì vario d'aspetto, 
a seconda dei luoghi e delle persone, si rivela 1' Umanesimo in Germania. Pure in 
Italia, d'altronde, è così : pure in Italia, i Beroaldo, i Mantovano, i Palingenio Stellato, 
s'appartano, quasi sdegnosi, che la nobiltà del verso latino si perda tra sensuali errori e 
gaudj pagani. Ma sono pochi costoro, e voci chiamanti nel deserto ; molti, invece, in 
Germania, una legione. E nei due paesi, come sempre, le due tendenze si contrastano: 
la disperazione per dolori infiniti ed inguaribili, di fronte alla gioia dell'esistenza 
lieta e libera, della salute e dell'equilibrio morale: le forze dell'ai di là, contro quelle 
dell'ai di qua, ora vincitrici, or viute, ma prostrate, annientate, mai. Non v'è ita- 
liano del Rinascimento, che, una volta almeno nella sua vita, non ricorra per con- 
forto alla fede degli avi ; avvicinandosi la malattia, la sventura, la vecchiaia, la 
morte, quasi tutti si riconciliano con la Chiesa, che li ha nutriti, madre più o meno 
benigna. Gli abusi, i privilegi, la corruzione dei costumi ecclesiastici, sembrano in 
quei momenti dimenticarsi, o, almeno, si spiegano come ingeniti nella natura umana: 



(') Am. I, 6; e Marziale: 

non est vivere, sed valere vita. 
(VI, 70). 

( 2 ) Od. I, 9; ma cfr. Am. II, 1. 

( 3 ) Alceo, XLIV; cfr. Anacreontee, XLIII, XLVII, XLVIII, LVII. 
(*) Epod. XIII, 3 e segg.; cfr. Odi, I, 7. 



— 258 — 

l' idea divina resta. E il cantore di candide ninfe, di ebbrezze, di simposj, di danze, 
piega il capo e si pente: non forse la morte abbia ad essere per lui la dannazione 
eterna. Giaccbé questo va detto sempre ben chiaro : la paganità fu veste, fu, se si 
vuole, muscolo, carne, senso, fantasia, dell'uomo del Rinascimento; ma mente e ra- 
gione, no. Mente e ragione rimasero cristiane; abbarbagliate spesso dalle vivide clas- 
siche immagini, e dal divampare delle passioni quasi in se stesse costrette; ma, tal- 
volta, prorompenti in espressioni mirabili e trionfatoci ('). 

Non fa maraviglia, dunque, che pure il Celtis volga inni e preghiere a cristiane 
deità. Egli ode intorno intorno fragor d'armi, vede campi deserti ed arsi, le messi rac- 
colte da mani nemiche : qual forza, se non divina, saprà por freno alle ire dei principi, e 
toglier loro il micidiale furor della guerra? Altra volta, giace a letto, gravato del 
morbo del secolo : il suo corpo è tutto una piaga, la pelle gli cade a squame, i do- 
lori acuti della podagra gli si sono estesi per tutto il corpo: breve è il respiro e 
fetido. Chi gli porterà conforto, poiché il male è insanabile ai medici? E la Ver- 
gine mite e pura viene, invocata dal poeta: come al cristiano primitivo nelle cata- 
combe e nel circo, come al barbaro prosternato nei templi, come al poeta persecutore 
di rime nella Provenza, come all' umile flagellante. Scende all' umanista ; né gli muove 
rimprovero, s'abbia dato in vanità, s'abbia cantato di Glicere formose, di Veneri impu- 
diche; ma lo ristora e lo rianima. Ella sa infondere nell'animo dei principi il desi- 
derio della cara pace, e nelle membra doloranti la florida salute ( 2 ). 

E il poeta le si dimostra grato, almeno per qualche tempo ; che poetar di ma- 
donne e di santi, non è affar suo. Lo confessa candidamente: chi nasce ad una disci- 

(') Anche il Pastor : « Wenn man auch nach so frivole und freigeistige Anschauungen ausserte, 
so trieb man es doch fast nie zum formlichen Bruch mit Christenthum und Kirche » (Geschichte 
der Pàpste, Freiburg i. Br., 1895, III, 100). Benissimo: ma perché dunque parlare di vero e di 
falso Rinascimento, di umanisti cristiani e di umanisti pagani? Cotesta distinzione, contro la quale 
con eccellenti ragioni, com'è ben noto, insorse il Cian, (Giorn. Stor. XXIX, 404 e segg. ; XXXV' I, 
21G e segg), apparirà sempre più oppugnabile, quanto meglio sarà dimostrato, che le tradizioni me- 
dievali formano spesso il nucleo, il subslratum insomma, anche dell'opera pagana della Rinascenza 
(Cfr. intanto G. Volpe, Bizantinismo e Rinascenza, in La Critica, III, 1, 5 e segg., a proposito 
dello scritto di K. Neumann, Byzantinische Kultur u. Renaissance). 

( 2 ) Od. II, 8; Epi(j. I, 19; V, 4 (Funf Biicher Epigramma von K. C. hrsg. von K. Hartfeldcr, 
Berlin, 1881). Che il Celtis abbia conosciuto il Pontano non mi è noto, ne' posso provare ; ma che 
abbia cercato di appropriarsi il bello stile di lui, com'era possibile, parmi abbastanza chiaro. Si 
confrontino ad es. i seguenti passi di poesie religiose: 

Celtis Diva, quae votis misevum vacaris, Fontano: Da pacem dea, da fessae requiescere genti 
Solve funestum, veneranda, bellum. Et nos a saevis eripe tnrbinibus. 

Nosqne gentili socians amore (De Laud Dlv j n i St jj, 39, in Carmina, Firenze, 1902) 

Foedera iunge. 

(Od., II, 8). 

Dea, virgineo greinio coraplexa Tonantem, Aspice nos facilisque veni pede, diva, seenndo. 

Quaeque potes magnimi flectere sola Jovem, Et populi exaudi vota precesque tui. 

Respice movtales placidis, pia mater, ocellis, Sit bellum pestisque procul, pax candida nobis 

Excruciant variis quos sua fata inodis. Assit, nec fructus teira benigna neget. 

(Spiff., I, 19). (De Laud. Ditiriis, V, 51). 

A parte questi ed altri simili atteggiamenti, le pompe di ninfe, satiri e fauni, e specie la comparsa 
di Sileno sull'asino, nel Ludus Dianae (Creizenach, II. 38), fan pensare di necessità alla pontaniana 
Lepidina. 



— 259 — 

plina, ad un'arte, e chi ad un'altra; egli, pertanto, è nato a far all'amore ed a cantar 
d'amore (')• Ed ama infatti, non quanto Anacreonte, ma assai per dirsene esperto. 
Hasa, Elsula, Ursula e Barbara (*), gli accendono successivamente il cuore e la fan- 
tasia, onde a ciascuna di loro, seguendo la maniera tibulliana, volge un libro di carmi. 
E quali obbrezze! quale trionfo della carne e dei sensi! Caldi e misteriosi godi- 
menti, e rapidi sconforti; conquiste lungamente agognate e meditate, ma più volte 
sfuggite nel momento di raggiungerle; violenti litigi ed amorose paci, sono l'anima, 
la vita della poesia di lui ( 3 ). Ed in lui, prima che in Giovanni Secondo, trovano 
i Baci un cantore voluttuosissimo: 

Ludebantque simul lascivo murmure fauces, 
Et mea pugnabant oribus ora suis . . . ( 4 ). 

Peccato, che l'ebrezza degeneri spesso, troppo spesso, in oscenità umanistica! ( 5 ). 

Le vicende dei suoi amori non sembrano, né nuove, né varie; l'uno si foggia 
sull'altro, e tutti, sui modelli antichi di Catullo, di Tibullo, di Properzio, di Orazio. 
L'amara gelosia strazia l'animo del poeta: la vecchia madre, troppo tenace custode 
della bella amica, o la speculatrice mezzana, sono fatte segno alle più fiere invettive, 
che mai classico abbia lanciato ; né risparmia la porta crudele, che nelle sere d' in- 
verno tien chiusi i battenti all' incauto amatore ( 6 ). Onde un solo pensiero — ahimé 
non molto lieto — può consolarlo ancora: morirà; e sulla sua tomba farà incidere 
tale iscrizione, che il cuore della donna s'abbia a spezzare alfine ( 7 ): conforto d'Ovidio, 
lo sappiamo molto bene ( 8 ). 



(*) Arti. Ili, 10; mail motivo è ovidiano (cfr. Ovidio, Arti. I, 1 ; II, 1; III, 1). 

( 2 ) Della realtà storica di queste donne, sebbene, come vedremo, siano ritratte sotto le tra- 
dizionali forme classiche (Arti. I, 8; II, 5), non si può ragionevolmente dubitare. Sappiamo, che 
Hasa è nativa della Germania (I, 1) e maritata (I, 13), e non molto amica dei libri (I, 3); che 
Elsula, verso la quale il poeta nutre simpatia, pure amando ancora Hasa (I, 3), va con lui in pel- 
legrinaggio a Salzburg (II, 7) ; che Ursula pure è maritata (III, 3), non sa il latino, onde il poeta 
si propone di insegnarglielo (III, 9), e muore di peste (III, 14) ; con Barbara fa un viaggio marit- 
timo (IV, 14). Sulla storicità dell'amore per Hasa, cfr., ad ogni modo, G. Bauch, in Archiv. f. 
Litteraturgesch., XII, 1884, 327-28. 

( 3 ) Vedi particolarmente Arti. I, 10; II, 7; dove le reminiscenze antiche (Teocrito, Id. II, 140; 
Lucrezio, De Rer. Nat. I, 32; Ovidio, Arri. II, 5; Properzio, III, 7; IV, 5) s'intrecciano e si con- 
fondono con quelle di umanisti italiani (Pontano, Erid. I, 9; Bembo, De Galero, 11, in Opere, Ne- 
nezia, 1729; Campano, Ad te ipsum, in Opera, Venezia, s. d: incunabolo etc). 

( 4 ) Arti. I, 4; per la poesia dei baci, vedi oltre, nel terzo capitolo. 

( 6 ) Arti. I, 9, II, 9, ecc. Nota che il poeta, dietro l'esempio di Marziale (I, 5), si sente in do- 
vere di metter bene in chiaro le sue rette intenzioni, e di vantare l'onestà della sua vita privata: 

Lascivae [sic] interdum carmina forte sonant, 
Hos non spurcus amor iussit me scribere versus; 
Affecturn et mores philosophia notat. 

(Arti. IV, 15). 

( 6 ) Arti. I, 14; IV 7; ma cfr. Pseudo-Teocrito, Id. 'Epaffrjfr, 19 e segg.; Catullo, LXVII; Tibullo, 
II, 6; Properzio, I, 16; Ovidio, Arti. I, 6; III, 4; e Pontano, Parthen. III. 

( 7 ) Arti. I, 5. 

( 8 ) Eroidi, II, e XIV. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5\ 35 



— 260 — 

Il caratteristico si è, che gì' insuccessi amorosi li deve al clero, sopratutto. 
Hasa ed Elsula vanno in ciò mirabilmente d'accordo, e la guardia del poeta non 
serve, che a renderne maggiore lo scorno ('). Quale maraviglia, se gli fanno tanto 
sdegno le male arti dei sacerdoti, e invoca contro di loro ogni malanno? ( z ). Dirlo 
perciò precursore della Riforma, sarebbe, per lo meno, ingenuo. Vero è, che, a parte 
ogni erotica rivalità o contesa, non ha grande simpatia per Roma e per il sacerdozio 
romano; che il rogo di Giovanni Huss gli inspira un epigramma per niente orto- 
dosso ( 3 ); e che la scomunica papale non lo spaventa più che tanto ( 4 ). Inoltre, egli si 
riguarda dal non sciupare i pavimenti dei templi ( 5 ) ; ed una volta, anzi, noiato delle 
insinuazioni del volgo: « È in noi Dio, esclama, ed i quadri abbiateli legno dipinto: 
Dio è nei campi fecondi, nella luce del Sole, nella Natura » ( G ). Ma, in sostanza, di 
questioni religiose non s'occupa, e lascia ad altri le controversie bizantine sui dogmi. 
Egli preferisce ingolfarsi negli amori, per quanto brutti siano i tiri, che gli giocano 
le sue amiche ("). La donna, si sa, è un essere incostante, leggero, debole, infedele: 

Quod petiit spernit, quod cupiebat odit ( 8 ); 

con lei, non si può né vincere, né impattarla. Così, forte delle antiche sentenze, si 
rassegna alla sua triste sorte. 

Già, i classici sono suoi consiglieri e maestri, in tutto: le invettive contro il viver 
di corte, tanto care ai letterati della Rinascita ( 9 ) ; le querele siili' insopportabile povertà, 



(') Am. I, 13; II, 8, 9. 

( a ) Am. Ili, 8, Od. Ili, 25. Anche il Pontano non si fida molto del clero e dei templi ed 
esorta prudentemente la figlia: 

Tempia pudicitiam maculant; ni rite peractis 
Rebus abis, templi noxia saepe mora est. 
(De am. con. I, 9, 71). 

cfr. anche Evia. II, 20, 27. 

n\ Conflagras vivo, lacrimabilis hostia, busto, 

Cerbereoque datur umbra voranda cani; 
Boemoium sed tempia tuas amplissima laudes 
Concelebrant, supero te socianda [sic] Jovi. 
Die mihi, quo tandem possim cognoscere verum, 
princeps Latii splendide concilii ! 
(I, 65). 

(*) Epig. I, 68. 

( 6 j Od. I, 16. 

(") Od. I, 16. 

(') Le arti femminili non gli sono ignote davvero; cfr. Am. I, 10; Epig. I, 30. 

( 8 ) Am. I, 7; ma è motivo teocriteo (xaì cpevysi (piMovra xaì ov cpiléovxa Jiwxsi. Id. IV, 17), 
passato ai latini classici (Properzio, II, 9; Virgilio, Eneide, IV, 569; Orazio, Sat. II, 3, 259; Ovidio, 
Am. II, 19), e di qui agli umanisti italiani (Poliziano, Orfeo, 342, in Le Stanze ecc. Firenze, 1863; 
Sannazaro, Epig. I, 11, in Poemata, Padova, 1751; ed anche Enea Silvio, Opera, V, Basilea, s. a., 
p. 640). La tradizione medievale, stando almeno a quella rappresentataci dai Carmina Burana 
(Breslau, 1904, p. 131), volge il motivo anche a danno degli uomini (Quae cupit | hanc fugio, | 
quae fugit, | hanc cupio ecc.). Ad un'origine persiana del detto accenna, non saprei con quale fon- 
damento, il Tanini (La donna secondo il giudizio dei dotti ecc. Prato, 1884, p. 24). 

(») Od. II, 9; III, 10. 



— 261 — 

compagna della Filosofia, non dai tempi di Petrarca soltanto (') ; gli accenti d'orgoglio, 
di chi si ritiene destinato a vita durevole tra i posteri ( 2 ) : tutto gli suggeriscono i 
classici. E se la vecchiaia l'atterisce, poiché il dolce ridere fa scomparire dal viso, 
e vane diventare le imprese d'amore ( 3 ), il suo canto giunge a noi come ultima eco 
di greca elegia: 

Tìs de filos, ti de TEQnyòy (heg xgvafjg liipqodlrrjg {*) ; 

La classicità conquide, insomma, e pervade la sua opera d'arte ; n'è la forma e 
il substrato ( 5 ). 

Alcuno negò al Celtis sentimento della Natura ( G ). Pure, il paesaggio ha vita 
per lui, e vita divina: e se la figura dell'amica si rilevi sullo sfondo di prati e di 
rivi, tra alberi e arboscelli, scherzando l'aria tra i fulvi capelli, come il Petrarca, 



(') Am. II, 12; IV, 4. 

( a ) Me nemo busto compositi! m fleat, 

Et nemo claris marmoribus gravet. 
Quando sepulcri saxa nostri 
Perpetuis posui columnis. 
(Od. Ili, 6). 



e altrove: 



Poesis immortalitatem tribuit. 
(Epig. V, 57). 



cfr. Epig. III, 69; ma simili accenti, anche in Od. IV, 2; Epod. Ili, Epig. V, 60. Per la fortuna 
del motivo nella classicità, cfr. Saffo, LXIX; Teocrito Id. XVI, 58; Eunio, in Cicerone, Tuscul.1, 15; 
Orazio, Odi, III, 30, IV, 8; 9; Tibullo, I, 4, 13; Properzio, IV, 1, 41; Ovidio, Ex Ponto, IV, 
8, 45; Metam. XV, 87; e nel Einascimento : Campano, Epig. I, 2; Flaminio, Carmina, Padova, 1727, 
II, 4; Molza, Ined. Bergamo, 1747, IV, 6; Pontano, Parthen. 1, 18; Strozzi, Amor. Libri, Venezia, 
1513, I, e. 69 5; Tilesio, Carmina, Napoli, 1762, I, 1. 

( 3 ) Am. Ili, 12; Od. II, 19. Un'altra volta lamenta: 

Languida cur properas, curva seneota, gradu ? 
Hei mihi, quo fugient lasso de corpore vires, 

Et cana quae denso vertice flava fuit? 
Nec vigor in tremulis manibus, mihi vix pedis usus, 

Nec calor in vultu talis ut ante fuit. 
Per faciem totam frons sese exasperat atra, 

Et pallent oris lurida labra meìs. 
Earescunt dentes citrini et in ore coloris, 

Decidui et septum deaeruere suum. 
Emoriturque suo mens deficiente calore, 

Quale solet tepido lenta favilla rogo. 

(Am. IV, 3). 
Il che ci richiama Anacreonte, direttamente: 

TloXiol fi,ìv t]fùv fjdrj XQÓracpoi xagt] re Xevxóy, 
/agieoacc (f otWr' ?j(ìt] nega, yTjgdXeot d'òdói'teg, 
yXvxEQOì) d'ovxéxi, noXlòg poórov %qóvos léXeinraf 

(XXXII, 1 e segg.). 
ed un poco anche Alcmane, Vili, 1. 

(*) Mimnerno, I, 1. 

( 5 ) Come ultima prova valga il titolo stesso di Amores, dato alla raccolta delle poesie ero- 
tiche, e la divisione delle Odi in quattro libri, con l'aggiunta di un libro di Epodi e d'un Carmen 
Saeculare. 

( s ) Geiger, Renaissance und Humanismus, p. 458. 



— 262 — 

s'inebria (')• E gli sono così care le gioie campestri, come ad Orazio, a Virgilio, 
a Tibullo ( 2 ), come al Poliziano, al Fracastoro, al Flaminio, al Tansillo, ed a cento 
e cento poeti italici: 

Ductiles rivos sequeris beatus, 
Garrulis ripis tua tecta condens ; 
Qua leves undae veniunt loquaci 
Murmure ad aures. 



Caespites felix virides pererras, 
Bacchicos colles et aprica lustrans, 
Quoad tibi dulcem generat soporem 

Unda susurrans. 
Roscidas herbas premis atque olentes 
Graminum flores, ubi purus aer 
Corporis vires creat et tepentes 

Suscitat artus ( 3 ). 



A primavera, si rinnova e colorisce il suo canto ( 4 ), né tace l' inverno ( 5 ). Che più? 
Non forse la stessa passione del Poggio e del Biondo, l' induce ad aggirarsi tra le 
rovine di Treviri; non forse lo stesso sentimento del Molza e del Rota, del Sanna- 
zaro e del D'Arco, gli strappa versi nudati di pianto ? 

Avara quid non tempora devorant? 
Tulere metas Herculis aeneas, 
Hos nostraque involvunt ruinis, 
Perpetuo rapiente caelo ( 6 ). 

Vagando di città in città a portar la buona novella, osserva, medita, descrive; 
piani vasti e silenti, alberi frondosi, acque limpide, brughiere, forre selvaggie e 



(') Am. IV, 13. Che il Celtis abbia conosciuto la poesia volgare del Petrarca, non sembra per 
certo verisimile ; ma dell'opera sua latina deve pur aver avuto più o men diretto sentore, se, come 
io credo, da lui si origina l'apologo del ragno e della podagra, contenuto nel 3° libro degli Epi- 
gammi (cfr. Petrarca, Epist. Fam., Firenze, 1859, III, 13). Comunque sia, l'epigramma del Celtis, 
primo, con tutta probabilità, di una lunga serie di rielaborazioni germaniche (Cfr. Goedeke, in 
H. Sachs, Dichtungen, Leipzig, 1870, I, p. 1 1 2 e ih J. Fischart, Dichtungen, Leipzig, 1880, p. 73; 
Tittmann, in B. Waldis, Esopus, Leipzig, 1882, II, 31), merita di esser segnalato. 

( 2 ) Fj noto, che il Fischart doveva, qualche tempo dopo, trarre da Orazio il suo Fùrtrefftliches 
artliches Lob des Landlustes, in Dichtungen, p. 251. 

( 3 ) Od. I, 27. 

(i\ Iupiter ad gremium sese cum virginis almnra 

Suecipit, ut prolem proferat illa novam, 
Et novus in verno pubescit tempore mundus, 
Et solvit tepidos numida terra sinus ecc.; 
(Am. I, 3). 

ma cfr. anche Od. I, 2, ed Epod. X. L' imitazione da Lucrezio, De Ber. Nat. I, 10, e Virgilio, Ed. 
I, 43, pare evidente. 

( 5 ) Am. IV, 8. 

(•) Od. Ili, 26. 



— 263 — 

campi fecondi, Y interessano, lo trattengono, non meno che gli uomini, e i loro studj 
e i loro costami ( 1 ). Poeta meglio visivo, che uditivo, sembrano sfuggirgli i suoni 
delicati e sommessi ; ma il rombo della bombarda ( 2 ) e l'imperversare del vento nella fo- 
resta (*), e il mugghio della giovenca nei campi ( 4 ) esprime in verso, che tocca il senso 
direttamente. E la sua descrizione del mattino ha frescura e delicatezza ausoniana ( 5 ). 
Nel ritrarre la figura dell' uomo, lo guidano gli antichi, naturalmente. Hasa ed 
Elsula hanno gli occhi stellanti, la bionda chioma, le guance di latte e rose, la can- 
dida cervice, le carni voluttuose delle amiche di Ànacreonte, di Orazio, di Ovidio, 
di Properzio ( 6 ). In un cosidetto Settenario Ternario delle bellezze femminili, sfug- 
gito fin qui agli studiosi di cose popolari, attinge, invece, a men nobile, ma più viva 
fonte. Ventuna sono dunque, per lui, le bellezze della donna, mentre diciotto soltanto ne 
enumera Hans Sachs ; ma i due passi — dei quali il nostro è anteriore — lasciano 
scorgere troppo evidenti analogie, perché non meritino d'esser messi a raffronto: 

Foemina pulcra nigros cura cunno promat ocellos Zum sechsten drei kolschwarz wol taugen; 

Erstlich zwei schwarze klare augen; 
Die dritt kolschwarz schon ich ietzunde 
Verschweig 



Candentesque manus assint et candida cervix Zum vierten sind auch drei schneweisse, 

Zwei briistlein weiss und ziert mit fleisse, 
Das dritt: ein weissen hals ich preise, 
Milchfarb gleich einem helfenbeine. 

Sintque duo curtique pedes et breve mentum Erstlich drei kurze sint benennet, 

Die wil ich euch gar nicht vorhalten: 
Das sint drei kurze ferslein gschmogen 
Fein sinwel rund und eingezogen; 
Das drit ein kurzes kin, erkennet, 
Mit einem grùblein klein gespalten. 

Et latera oblonga flaventque longique capilli Zu dem andren so merkt drei lang: 

Zwo lang seiten merket in dem anfang 
Geronig diinn und gschmeisig gare; 
Die drit: ein lang goltgelbes hare, 
Geflochten artlich rein und klare. 

Sint duraeque nares [nates ?] duraeque in pectore mammae 

Mollis sit venter nec brachia mollia desint Zu dem dritten zu lind auch seine: 

Das erst zwei linde hentlein sint 
Das drit ein beuchlein hermlein weich und 

Glint ('). 

Angustetque gradus, os, et genitale pudicum. 

(') Am. I, 15; II, 4; IV, 2. Al Celtis spetterebbero, dunque, i primi Hodoeporica della Ri- 
nascenza germanica. Che di cotesto genere, che doveva poi diventare tanto comune tra i suoi suc- 
cessori, abbiano a cercarsi i primi modelli in Orazio (Sat. I, 5) e in Ovidio (Tristia, I, 10), 
non v'ha dubbio. Rileva, d'altra parte, l'inspirazione tacitiana dei carmi dello stesso Celtis, sul sito 
della Germania, i suoi monti, i suoi fiumi, le sue selve, e sui costumi dei suoi abitanti (In Appen- 
dice agli Amores). 

(") Am. I, 3. 

( 3 ) Am. IV, 14; Od. Ili, 8. 

( 4 ) Am. II, 13; d'inspirazione lucreziana? Cfr. il noto passo, in De Rer. Nat. 11,355. 

( 5 ) Epig. IV, 38. 

( e ) Am. I, 8; II, 5; cfr. Manacorda, Celtis 1 Gedichte ecc., p. 166-67. 

( 7 ) Celtis, De septenario ternario pulcritudinis mulierum, in Epigrammi, V; e Hans Sachs, Die 
achtzehen schon einer junkfrau, in Dichtungen, Leipzig, 1870, I, p. 253-55; anche in Renier, // 
tipo estetico della donna nel M. E., Ancona, 1885, Appendice Vili. 



— 264 — 

Ed il raffronto gioverà anche a dimostrare, che il Bebel ( l ), se pure è stato, 
come vorrebbe lo Stiefel ( 2 ), la diretta fonte di H. Sachs, con tutta probabilità, ha 
tolto le sue ventun bellezze al Celtis. 

Motivo per niente nuovo, dunque; caro, anzi, alle fantasie dei popoli latini e del- 
l'italiano in ispecie, non meno che dei germanici ('). Ma nota, come diversamente si 
rifletta in nature diverse di poeti. Di qua, 1' umanista, tra goliardo e cortigiano, dai 
patrj costumi ormai straniato, sognante il ritorno dell'età augustea in Roma, e il 
rifiorire della civiltà classica in Germania ( 4 ) ; di là, uno spirito schiettamente teutonico, 
un campione della rinascente letteratura volgare, buon protestante ed umile borghese : 
un maestro cantore. Hans Sachs, verboso, si perde nelle minuzie; non si contenta dei 
lunghi capelli d'oro, ma vuole una leggiadra acconciatura; tiene assai, pare, alla fossetta 
del mento, appunto come il nostro Firenzuola ( 5 ); e pretende, che il petto sia ornato 
con cura; ma non ha desiderj indiscreti, e lascia intendere in buon punto, meglio che 
non ragioni. L'efficace influsso degli umanisti italiani ha tolto, invece, al Celtis ogni 
ombra di scrupolo, ed a lui non cale di mostrarsi crudo, sensuale, sfacciato. Al par di 
quelli, infatti, l'attira, anche altre volte, il brutto, il turpe, l'osceno. Vecchie, dalla 
fronte livida solcata di rughe, bavose, mocciose, ispide qual fiere ; poeti andati a male, 
abbrutiti dal vino, butterati in viso e rosi da lenta piaga; appestati, doloranti per apo- 
stemi e bubboni; sifilitici, consunti dalla febbre e presso che putrefatti, ci passano 
davanti, ancora, in lacrimosa pompa ( 6 ). Giacché, purtroppo, in tutti i tempi, par ca- 
ratteristica degli adoratori del bello la passione per le laidezze. 

Comunque, la poesia latina, in Germania, riceve dal Celtis il suo più forte im- 
pulso. Oltre il distico, comunissimo a tutti i verseggiatori latini del tempo, ed il verso 
eroico ( 7 ), compaiono, per opera sua, anche il languido catulliano, l'alcaica robusta, e la 
saffica, raccoglientesi in brevi giri armoniosamente. Del metro asclepiadeo, dell'archi- 
lochio e del giambico, si vale una sola volta, come del trimetro giambico puro ; in ve- 
rità, non male. Ma si direbbe, che verseggi ad orecchio, tanto le zeppe, le ripetizioni e 
il martellar monotono sullo stesso ritmo offendono la sua poesia. Anche le cesure, spesso 
spostate, le audaci elisioni, e gli intollerabili jati, tradiscono la fretta; e lingua e 
stile indicano, che il labor limae è mancato. Di fatto, non soltanto i periodi sembrano 
malagevolmente costretti nel metro con inversioni contorte, non soltanto i passaggi 
sono talvolta rudi e quasi puerili ; ma la grammatica e la sintassi — che della 
grafia veramente pazza, convien dar colpa alle cattive stampe, più ancora, che agli in- 
certissimi criterj del tempo — sono offese senza alcun riguardo. 

Tra i poeti, che seguono immediatamente al Celtis, non è alcuno, che possa dirsi 
della sua scuola ; ma più o meno profonde, le tracce della sua opera, o, per meglio 

(') [Adagia Germanica, Argentorati, 1508]. 
(') Hans Sachs Forschungen, Niirnberg, 1894, p. 34-36. 

( 3 ) Cfr. E. Kòiiler, Zu dem Gedicht von H. Sachs Die Achzehen Schón einer Jungfrauen, in 
Germania, XI, 1866, 217-21, e Kleinere Schriften, Berlin, 1898-1900, III, 22-34. 
(*) Od. IV, 5. 

( 6 ) « Un poco di fossicella » ; Delle bellezze delle donne, iu Opere, Firenze, MDLXII, p. 175. 
( 6 ) Od. I, 25, 26, 28; II, 16. 
(') In un solo componimento: Arn. I, 8. 



— 265 — 

dire, dell'avviamento nuovo, che viene dall' Italia, si rilevano da per tutto. Il vecchio 
tronco germanico s' ingemma, la linfa nuova scorre a traverso le fibre, lentamente, 
ma con succhi vitali. Il momento, oltremodo interessante per noi, si caratterizza con 
l'apparirò di Ioannes Rhagius Aesticampianus (1457-1520) ('), del Busch, 
del Murmellius e del Bebel. 

È poeta di singolare importanza il primo, siccome di transizione, e combat- 
tente fra tendenze, più che diverse, opposte. Come il Celtis, vaga di città in città 
ad annunziare il nuovo verbo — insegna infatti, successivamente, a Cracovia, Hei- 
delberg, Colonia, Francoforte, Lipsia — ma si riannoda alla tradizione nazionale 
del Wimpheling e del Brant, per la naturai bonomia, per la profondità del senti- 
mento religioso, per lo zelo nell' educare la gioventù. Chi vuol darsi agli studj 
ed alle severe discipline, s'astenga dagli amori, scrive al Wimpheling, ed anche 
dal connubio ( 2 ) ; indaghi la verità suprema, che sta chiusa nei Vangeli, e non 
s'impacci di leggere brutture, le quali, a poco a poco, sospingono al baratro della 
corruzione. Ma udiamo i consigli, ch'egli dà ad Enrico Brugmann suo giovine, non 
saprei dire, se discepolo o servo ( 3 ): La mattina, avanti giorno, spazzi la casa, 
accenda il fuoco, attinga acqua, pulisca i vestiti; poi, aspettando che s'alzi il pa- 
drone, prenda un libro, e, zitto, nell'angolo. A suo tempo, esca, vada alla messa, 
alla scuola : e, tornando, si ricordi di dare una capatina dalla lavandaia, o dal sarto, 
o dal calzolaio, secondo il bisogno. Poi venga a casa, a colazione: non s'impingui 
troppo però, che quindi l'attendono Lucano, ed il grande Marone, o, se le sue forze non 
sono da tanto, almeno i facili canti del poeta di Sulmona. Sarà tempo di pensare 
alla cena, dopo; una cenetta abbastanza appetitosa e succulenta: lattuga per anti- 
pasto, pollo arrosto, o carne di vitella con uova, o pollo umido per intermezzo, frutta 
e formaggio alla fine, e un bicchiere di quel buono ( 4 ). Sicuro : Bacco è amico 
assai dei poeti, quanto almeno la Camena è nemica dell'acqua. Durante e dopo il 
pasto, qualche lettura di classico aiuterà l'appetito e la digestione, ed affretterà l'ora 
del riposo. Vada, vada pure il giovine, che assai ha lavorato; e dorma ormai sonni 
tranquilli nel modesto letticciuolo. Non riceverà gran premi o denaro dal poeta ; ma 
si consoli, che l'accompagna la grazia divina ( 5 ). Ecco, dunque, qualche frutto non 
cattivo della grazia italica, innestata alla severità germanica ; e, contemporaneamente, 
distanziato di parecchio il Wimpheling. Il poeta, infatti, ha viaggiato a lungo in 
Italia, ed ha portato con sé dal paese sacro, non solo l'amore alla filologia ( 6 ), ma 
anche l'abito di veder nelle cose l'armonia e la concordia, e il sentimento vivido delle 
gioie terrene e della bellezza plastica. Nessuno dei poeti contemporanei, fatta eccezione 

(') Vedine ampie notizie, in G. Bauch, /. Rhagius Aesticampianus in Kraka'u, ecc., in 
Archiv. f. Litteralurgesch. XII, 1884, 321 e segg. 

( 3 ) Ai Iacobi Wimpheling ii de Integritate Libellum, in Epigrammata Io\hannis Aesticam\ 
piani. In fine: Impressimi est hoc opus epigram | maton Lyps. per Melchiorem Lot|ter civem 
Lypsensem. Anno domini | Millesimo quingentesimo septimo. 

( 3 ) Intorno a questo Brugmann, diventato poi « vicarius et bonus organista », cfr. Bauch, p. 360. 

( 4 ) Per siffatti classici simposj e pranzi, cfr. Catullo, XIII; Orazio, Odi, I, 20; III, 29; 
Marziale, V, 78; Giovenale, Sat. XI. 

( 5 ) Ad Enricum Brummannum Moguntinum puerum suum, in Epigrammata. 

( 6 ) Cura un'edizione di Tacito, e commenta Donato e Marciano Capella. 



— 266 — 

del solo Celtis, avrebbe osato poetare di donna, con tanta esuberanza di colori e rilievo 
di forme: 

Hispida subfusci circum tua tempora crines, 

Et patet auriculis parva lacuna tuis. 
Tota refert [?] speculum facies pulcherrima candens, 

Lata tibi frons est, nigra supercilia; 
Lumina dehinc rutilas longc superantia stellas, 
Sint illae Veneris Mercuriive licet. 



Candida purpureo certat tua bucca colori, 

Oppugnant niveae lilia pulchra genae. 
Os rubet, ut tepido cum poma rubescere Phoebo 

Incipiunt, albent parte rubentque sua. 

Molle subest pectus, teretesque utrimque papillae 

Extuberant, gemini forma rotunda piri est. 
Oblongi digiti, promissaque brachia restant, 

Dura vel assiduo facta labore manus. 
Venter ad haec gracilis, tenui percinctus omaso, 

Extendit tenerum parte in utraque femur. 

Albida crura latent, niveas quoque vincula plantas, 
Et tegit obstrictos instita longa pedes (')• 

Che se la bellezza, da lui mirata, è ben lontana dal tipo classico, se il verso 
sembra dirompersi in aspre e disaccordi armonie, e la lingua scorrere più che mai 
lutulenta, non perciò l'esempio riesce meno prezioso. Del resto, qualche novità me- 
trica, di fronte al Brant ed al Wimpheling, se non al Celtis, la dobbiamo pure al 
Rhagius. Anch'egli si vale del catulliano ed affronta l'asclepiadea ; non troppo bene 
certamente ( 2 ), ma con buona volontà. Insomma, è una natura germanica, che deve 
all'Italia l'essersi aperta a nuove visioni, destata a nuove forme d'arte. Al poeta 
piace sermoneggiare, ma anche godere e far godere; è grato l'amor nobile e puro, 
la spirituale unione di due anime, ma non rinunzia affatto all'ebrezza dei sensi: 
guarda spesso al cielo e si commuove, ma s'attiene alla terra volentieri. Evidente- 
mente, lo spirito latino è in lui ; soltanto, tarda a rompere ed a farsi strada a tra- 
verso la scorza barbarica. Così, d'altra parte, se non peggio, anche in Hermann 
Busch (1468-?) ( 3 ). 

(') Ad Cattarti. 

(") {Ad Bertholdum Archiepiscopum). Eccone lo schema curiosissimo : 

U(J - I _ UU-U — 

— — — u \j — I — uu — v — 

— — — *J *j — I ~ y u — u 

— — — \J \J — — 

— - ■ ~ (J u — <_> u 

che, seguendo la teoria metrica tradizionale, non saprei interpretare, se non come combinazione del 
secondo e del quarto sistema. 

(") Poche ed incompiute notizie, vedine in Goedeke, I, 420; Erhard, III, 94; Hagen, I, 242; 
Schnorr, v. Carolsfeld, Archiv f. Lilteraturgesch., XII, 1884, p. 28. Vien citato anche col nome di 
Hermann von dem Busche, e col soprannome di Migrator, dal Noff, nella prefaz. alla Noriberga 
Illustrala di Eobanus Hessus, Berlin, 1896, Lat. Litt. Denk.; fase. 12. 



— 267 — 

Il Busch pure è filologo: Petronio, Marziale, Claudiano, Silio Italico, gli 
vanno debitori di buone edizioni e commenti; alla critica dei testi biblici porta non 
spregevoli contributi, e, giunto il momento di dare addosso al Pfefferkorn ed ai suoi 
alleati, non se lo fa dire due volte; sì cbe, fino ad oggi, le Epislolae Obscurorum 
Virorum, in gran parte, gli sono state attribuite ('). Ma nei suoi carmi è ben poco 
del pensiero antico: un panegirico dell' aurea iirdiocritas e qualche accento sensuale 
ed epictireistico ( 2 ), non ancora danno sapore oraziano alla sua poesia; mentre alcuni 
versi, certo contro ogni sua intenzione, potrebbero anche far supporre, che dei Romani 
dei tempi d'Augusto e della Rinascenza, non abbia preso i costumi migliori ( 3 ). In 
sostanza, però, si palesa fervido credente, alla Vergine particolarmente devoto ( 4 ), buon 
pedagogo e moralista. Si fa scandalo, naturalmente, dell'ignoranza e dell'avarizia del 
clero « duarum sine dubio pessimarum hodie in ecclesia rerum » ( 5 ) ; consiglia 
il giovine sui doveri suoi ( fi ), e non lascia occasione di meditare e far meditare 
sulla vanità delle cose mondane. Guai a colui, che dorme immerso in profondo sonno, 
poiché, come l'inverno succede talvolta, improvvisamente all'autunno, così la morte 
rapisce non meno improvvisamente 1' uomo tra i suoi cari ( 7 ). L' ubriachezza — di 
che il Celtis s'intrattiene lepidamente in un epigramma — gli pare cosa turpe, ed 
invita il lettore a prendersene guardia: prima voce di poeta umanista, che si levi contro 
il vizio caratteristico dei Germani. In realtà, né questa, né le altre molte, che se- 
guirono, né la voce stessa di Lutero, parvero destinate a lieto successo ( 8 ). 

Non è ancor noto, ch'io sappia, un viaggio del Busch in Italia; una sua poesia 
ce ne leva però ogni dubbio ( 9 ). Comunque, non deve avervi fatto troppo lunga dimora, 
né averne cavato gran frutto. Che le sue invettive ricordino le insolenze del Filelfo. 
del Valla, del Poliziano, non significa infatti gran cosa ( ln ); mentre è caratteristico, 
per chi abbia traversato le Alpi, e se ne vanti, che ostenti poi d'aver disprezzata la 
lima, e s'attenda, nondimeno, l'eternità della fama ("). Ad ogni modo, certa vivezza 
nelle rappresentazioni di Natura non gli vorremo negare: s'egli osservasse meno mi- 
nutamente, e reggesse il verso con più accorto freno, auche il colore, che è buono, 

(') Ma il Brecht ha dimostrato \_Die Verfassar der E. 0. V., Strassburg, 1904], che autore 
del 1° libro si deve ritenere il Crotus, e del 2" il Hutten. 

(*) Hermanni Buschii Mo | n asterie n. Carmina, s. 1. n. d. : incunabolo. 

(*) « Is, formose puer » etc. 

( 4 ) Maximae omnium caelitum matri ecc. Ne vanta, l'immacolata Concezione, come già il 
Wimpheling ed il Brant, e come, poco dopo, il Locher {Carmen de festo Conceptionis beatae Mariae, 
s. 1. n. d. ; ma 1510). 

(*) Goedeke, I, 420. 

( 9 ) Ad Adolescente™ De Vita. 

C) De hieme; cfr. auche: De angustia humanae vitae. 

( 8 ) Per T ubriachezza, ebbe a dire il Riformatore, « wir Deutschen als einem sondern Laster 
nit ein gut Geschrei haben in frembden Landen » (Sàmtliche Werke, Frankfurt a. M. und Er- 
langen, 1864, XXVII, 387), 

(*) Somnium. 

( 10 ) In quendam Caeculum., in Aemulum, ecc. 

(><) I>espexit limam, populi sperare favorem 

Ausus, et in vultus quoque venire liber. 
(Ad lectorem). 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5 a . 36 



— 268 — 

risalterebbe meglio. Si giudichi da certi versi sulla Primavera, per i quali l'inspira- 
zione oraziana gli ha dato, non male, il primo spunto: 

Tristis biems cessit, canis obducta pruinis, 

Solvuntur stricto flumina pacta gelu. 
Aura remitescit tepidi mutata Favoni 

Flamine, phoebeus convaluitque calor. 
Vernat ager comptus viridanti granane, pictum 

Floribus arridet luxuriatque solum. 
Hactenus orba suis brumali frondibus arbor 

Frigore, formatis stat recreata comis. 
Flava Ceres pingues adolet distincta per heibas, 

Euricolam magna credulitate fovens. 
Umbroso saliens secundus margine rivus 

Laevia transpicuis murmura versat aquis. 



Nunc Natura rosas intactis sentibus addit, 

Deposita florent asperitate rubi, 
Nunc violae surgunt, nuuc mollia lilia candent, 

Fragaque et in pratis alba ligustra nitenf. 
Praecingunt salices frondoso tegmine ripas, 

Pampineas vites ulmus amicta gerit. 
Castaque laurus adest, frondis cui semper honorcs 

Imbribus illaesi turbinibusque inanent: 
Pallentes hederae, foliisque recondita buxus, 

Glandiferae quercus, fraxineaeque trabes, 
Arbutus et myrtus, victricia praemia, rami 

Populei, lacrimas mocsta cupressus amans ('j. 

Altra volta, poetando delle maraviglie di Lipsia ( 2 ) e delle campagne westfa- 
liche, liete di tintinnanti greggi ( 3 ), verseggia franco e spedito, senza la guida dei 
classici. Qualche cosa c'è, dunque, nella sua opera poetica; ma il complesso — ri- 
conosciamolo a modo di conchiusione — non si leva dalla mediocrità. 

In apparenza assai più promettente ci si presenterebbe Jacob Locher (1471- 
1528) ( 4 ). Allievo del Brant a Basilea prima, poi del Celtis a Ingolstadt, scende nel 
1492 in Italia. Tornato al suo paese, insegna ad Ingolstadt stessa, donde però è cac- 
ciato per la polemica con lo scolastico Zingel, poi a Friburgo, che abbandona per la 
polemica con lo Zasius; quindi nuovamente a Ingolstadt, dove termina i suoi giorni, 
tra le gioie della famiglia, appena formata. Il Locher è il secondo poeta coronato della 
Germania : non si mostravano troppo restii quei buoni imperatori a dar corone d'al- 
loro! In verità, miglior trovato per ottener lustro alla corte, e compiacere alla va- 
nità del poeta, lasciando intatto il tesoro, non si sarebbe potuto immaginare. 

Ma al Locher si riservava maggior gloria, che il nome di Philomusus gli fu 
riconosciuto in proprio dagli indulgenti contemporanei. Lo meritava? Pur troppo, 



(') In gloriosissimum dominicele Resurrectionis diem ffymnus- 
( 2 ) Lipsica, 1504; ma ora nuova ediz. in Lat. Litt. Denk.; fase. 12. 
{") Somnium. 

( 4 ) Cfr. Goedeke, I, 426; Schmidt, p. 61 ; Menzel, II, 270; [Hehle, Ber schwàbische Humanist 
I. Locher, Ehingen, 1873-75, Progr.'J. 



— 269 — 

chi n'abbia letto le poesie deve convincersi, ch'egli ora certamente più amico delle 
Muse, die non le Muse di lui. Ebbe il merito, senza dubbio, di difendere fiera- 
mente la poesia pagana contro le inconsulte accuse del Wimpheling e dello Za- 
sius ('); ma si ricongiunge, in sostanza, strettamente, all'opera dei moralisti. Ai quali, 
in traduzione latina celebrata, ma secondo i gusti del tempo, del tutto infedele, offre 
il Narreascliiff brantiano ( 2 ) ; e, non ostante certo lustro di mitiche figure, anche lo 
stesso dramma Judicium Paridis (')• 

La sua miglior opera si contiene nel campo satirico; anzi, X Epiodion de morte 
PliUonis può annoverarsi a buon diritto tra i componimenti più curiosi e geniali del 
tempo ( 4 ). Plutone è morto: dopo aver dovuto rilevare, che nel mondo ormai sono 
tutti onesti, è morto. Anche Cerbero non ha più corpi da straziare, e il remo di 
Caronte giace neghittoso in fondo alla barca. Nessuno più ne dubita: l'infula dei 
pontefici, redimita di pietre preziosissime, è diventata invincibile propugnacolo della 
santità dei templi ; il clero, a sua volta, vien da per tutto ammirato quale esempio di 
virtù, nemico degli scandali, seguace della povertà. limonaci poi, hanno accumulato 
in cielo sì vasti tesori, che la via alle stelle, quando che vogliano, è loro aperta ; sobrj, 
pudichi, nei loro cuori fiorisce la pietà, come la rosa nei giardini, e regna la concordia. 
E la civile società tocca ormai la perfezione: guerre, litigj, adulterj, usure; cose 
vecchie e passate. Anche alle donne non più riescon cari i gioielli, ed i cavalieri di- 
spregian la porpora. 

L'ironia del Locher flagella, incalza, non dà quartiere; l'edilizio di corruzione e 
di menzogna si sfascia sotto i suoi colpi ; ai profanatori del tempio, ai venditori 
d'indulgenze, agli avidi di sangue e di stragi, agli sprezzatoli del sacro vincolo della 
famiglia non resta scampo. 11 poeta è qui padrone della materia e del verso, e compie 
realmente opera di riformatore. Peccato, che le Muse non l'abbiano meglio assistito 
in altri momenti. Le sue invettive contro rivali e nemici, già ho rilevato in nota, mal 
difendono una buona causa con scherni da trivio ; mentre, in ritmo greve ed affannoso, 



(') Ma con quali mezzi, talvolta, giudichi il lettore dal seguente epigramma: 

Accipe, curve senex, vanno cribante, cacatum 

Laetamen mulae, tu quia atercus arnas. 
Tantum secta valet tua, quantum merda valebit, 

Qu mi nunc brutali colligis ex asina ; 
(Schmidt, p. 62) 

il quale è destinato ad illustrare una xilografia, rappresentante una mula, che depone, il suo peggior 
pondo in un crivello, tenuto, sembra, dal Wimpheling. 

( a ) Slultifera Navis mortalium, in qua fatui affeclus, mores ecc.. Basileae, ex officina Seb. 
Henricpetri, MDLXXII (1» ediz. 1497). 

( 3 ) Iudicium Paridis ludi cuiusdam instar Carmine luculenter descriptum, ecc., Viennae, Jo. 
Singrenius, s. a. 

( 4 ) In hoc libello Iacobi Locher | Philomusi Suevi Infrascripta poe j malia continentur : 

Epiodion de morte Plutonis et Daemonum, 

Encomium paupertatis, lleroicum, 

Carmen de pace cum variis Epigrammatibus et Elegtdiis. 

In fine: Silvanus Othniar impressit Augustae apud aedem | Divae Ursulae ad Lichum [?~], 
Anno MDXIII. 



— 270 — 

riprendendo gli antichi motivi, gli inni religiosi stancano. Il poeta può ben vantarsi 
della perspicuità dei suoi scritti ('), ma deve pure riconoscersi una ben esile vena. 
Non parliamo di Joannes M ur me llius (1480-1517), buon pedante alla Wim- 
pheling, e pure scolaro di Alessandro Hegius, e filologo di certo valore ( 2 ). I suoi distici 
procedono stanchi stanchi, esortando al bene e inducendo al sonno. Anacreonte, Saffo, 
Catullo, Tibullo, Ovidio, giudica alla gioventù perniciosissimi, poiché niente sem- 
bra a lui più pericoloso dell'amore. Ed eccolo intesser lodi di Dio, della Vergine, 
dei Santi, e riguardar bene, che non v'entri classica eleganza ( 3 ); e magnificare le 
bellezze, non della candida Cinzia o del delicato Licida, ma della filosofia ( 4 ) e della 
teologia : 

quani iucunda est sacrarum lectio rerum, 

Quae nunquam satiat, semper amore capit! 
Alma theologia est vel summo cannine digna, 

Praedita sublimis cognitione Dei ; 
Verus in hac sophiae fons est, et vera salutis 

Aeternae methodus, certus ad astra gradus ( 5 ). 

Il buon uomo crede alla divina Provvidenza, senza dubbio; ma vuole, che le 
stelle abbiano il loro proprio ufficio in cielo. E scioglie un inno all'astrologia, che ne 
discopre i misteriosi influssi ( 6 ). Del clero non osa dir troppo male ; sebbene non ne 
veda di buon occhio, naturalmente, l'ostentato fasto e il mal costume ( 7 ); ma più 
che tutto lo muove a sdegno l' ignoranza perfetta nell' uso della grammatica ( 8 ). E 
per la grammatica lascerebbe volentieri anche le Muse, se un bel giorno Apollo non 
scendesse in persona, e non lo riconciliasse con quelle sirene, che tanti giovani hanno 
ammaliato e nelle loro reti d'oro conquisi. Farà versi dunque; ma tali da non muo- 
vere il cipiglio dei nuovi Seneca, dei nuovi Catoni, e da non offuscare l'innocenza 
delle caste vergini ( 9 ). E così sia. Ma la paganità, cacciata, vituperata, vinta, si ri- 



(') Ad Lectorem. 

(*) Goedeke, I, 422; Theod. Beichling, De Ioannis Murmelii vita et scriptis, Monasterii, 
MDCCCLXX. 

( 3 ) Ausgewàhlte Gedìchte von Iohannis Murmellius, hrsg. von Eeichling, Freiburg i. B., 1881, 
p. 6 e 14. 

( 4 ) In praeconium. philosophiae, in Ausgewàhlte Gedichte, p. 16 e segg. 

( 5 ) Reichling, De Johannis Murmellii vita et scriptis, p. 30 n. 

( 6 ) De fatis et dei providentia, in Ausgewàhlte Gedìchte, pag. 6. Anche il nostro Palingenio 
Stellato : 

Distat enim multum, quali sub imagine, quali 
Sub facie caeli quisquam nascatur, ut aiunt 
Qui astrorum motus, vires et nomina noscunt; 

(Zodiacus Vitae, Lipsiae, 1832, X. 66). 
ma si sente, che appartiene alla scuola dello Spagnoli (cfr. Ecl. VI, in Opera, Antverpiae, 1576, 1, 44). 
( 7 J Ausgewàhlte Gedichte, p. 72. 
( 8 ) Reichling, p. 31 n.- 

(9> Scribe quod innuptae possint memorare puellae, 

Quod senecis placeat socratiuisque Tiris ; 
(Ausgewàhlte Gedichte, p. 2) 
ma cfr. lo Spagnoli. Contra poetas impudice scribentes, in Opera, I. 97. 



— 271 — 
vendica, uua volta almeno, suscitandogli in cuore un canto bacchico: 

Bacchus laetitiae pater est et gaudia confort, 

Et vires acris suscitai ìngenii. 
Abstemius possimi vix componere versus, 

Succurrunt centum, quum bibo vina, mihi. 
Bacchus in adversis praebet solatia rebus, 

Fortunae Comes est, assiduusque bonae. 
Huius praesidio sunt et convivia laeta, 

Et gaudent hilari mente sodalicia. 
Hic et amicitiae pacisque est arbiter almae, 

Fessaque praedulci membra sopore iuvat. 
Corporibus vires reparat curasque relaxat, 

Expellit morbos tristitiamque fugat. 
Fortes audaces nos emeit atque disertos, 

Explorat mentes, dat quoque vera loqui. 
Iure igitur vino gaudes, Bernarde, tuumque 

Deserat ut pectus sollicitudo facis. 
Post iuris studia et lites operasque forenses 

Exilaiare mero corda soluta, decet. 

Per fortuna, dalla non troppo ardente ebbrezza presto rinsavito, chiude: 

Intentimi gestare diu non convenit arcum ; 
Omnibus in rebus praestat habere modum ('). 

Heinrich Bebel (1475- ?) parla più franco: 

Solus hic [^Bacchus] unus miseros amantes 
Rite solatur, veneratus amplis 
Cantharis; solum sibi vult litari 
Haustibus amplis; ( 2 ) 

ma è poeta di ben altra tempra e, sotto più d'un rispetto, non dissimile dal Celtis. 
Ama infatti la bella classica civiltà, si diletta, con la guida del Poggio, di salaci 
facezie ( 3 ), e indulge volentieri ai candidi amori. Ogni cosa mortale passa e non dura 
— suggerisce all'amica, confortando il verso di certa arte oraziana — non esser cruda 
agli amanti, ma godi, finché ti è lecito, e raggia il viso di giovinezza. Come d'au- 
tunno cadon le foglie, onore delle frondi, così la beltà fragile, breve, fugace, al suc- 
cedersi degli anni, abbandona le membra ('). Ai troppo gelosi difensori della fede, 

(') De Laudibus Vini, in Ausgewàhlte Gedichte, p. 66. Tra le classiche lodi del vino, puoi 
tenere presenti quelle di Alceo, XVII, Bacchilide, XIX; Eveno, II; le ben note Anacreontee ; alcuni 
epigrammi dell' Antologia (X, 112 ecc.); e specialmente Orazio, Odi, I, 7; 18; II, 3; III, 21; V, 
13; Epist. I, 5, 16 ecc. 

( 3 ) Liber Tertius et novus Facetia \rum Bebelianarum. In fine: Argentorat. Ex Aedibus 
Mathiae | Schurerii Mense Novembri | Anno MDXII. De Laudibus Bacchi. Sul Bebel, cfr. Goedeke, 
I, 437; Erhard, III, 149; Hagen, I, 385. 

( 3 ) Non è qui mio disegno trattarne; ma la loro maravigliosa fortuna, come quella degli Ada- 
gia Germanica (Argentorati, 1508), è stata ben messa in chiaro dagli studi del Franck, del Kohler, 
dello Stiefel ecc. 

( 4 ) In hoc Libro continentur \ Race Bebeliana Opuscula nova ecc. In fine: Argentinae, Im- 
pressit Ioannes Griininger, Anno MDVII. Ad Apolloniam puellam. L'edizione non è registrata dal 
Franck {Zur Quellenkunde d. deutschen Sprichworts, in Archiv. f. d. Studium d. neueren Spra- 
chen XL, 1867,47): mi valgo dell'esemplare posseduto dalla Hof- und Staatsbibliothek di Monaco. 



— 272 — 

condannanti la mitologia antica, come nefasta e corruttrice, ai Wimpheling, ai Mur- 
mellius, scandalizzati della sensualità dei classici, risponde con un carme, con un inno 
a quella poesia, onde l'umanità ottenne, secondo ch'ei pensa, e leggi, e connubj, ed 
are. Nella Bibbia, osserva, abbondano stragi, adulterj, e delitti turpissimi: 

Nigra etiam addiscat, qui vult meliora probare ('). 

Natura incline ai piaceri del senso, non soltanto gli sono grate le voluttà del- 
l'amplesso, ma le divine dolcezze della musica sa anche accogliere nell'animo, ed 
esaltare col verso: 

Musica languentes socordi pectore dulcis 

Incitat, et motos detinet illa viros ; 
Exhilarat tristes, afflictos atque gementes; 

Contrahit haec animos atque remittit eos; 
Haec mollit curas, simul et convivia regum, 

Laetificatque foris utilis atque domi. 



Lenimenque malli [sic] saevique levamen amoris 
Atque laboris adest: ocia grata facit. 

Musica placavit divos et cantibus umbras: 
Eripimur Diti tartareoque gregi ( 2 ). 



(') Ibid: Ecloga cantra vituperatores studiorum humanitatis ecc. 

( a ) Ibid. Laus Musicae. Le lodi della musica sono motivo e materia assai gradita ai poeti 
latini del Rinascimento germanico. Il Linckius, ad es., si dilunga in una vera storia di codest'arte, 
rifacendosi, nientemeno, dal Paradiso terrestre, dov'era sì gran letizia d'uccelli. E termina con 
accenti assai più vigorosi, che non il Bebel stesso : 

Grata dei proles, hominum dos aethere missa, 

Ferret ut auxilium, ceu medicina, malis, 
Musica, virtutura stiraulus, pietatis alumna, 

Musica Pievii forma decusque cuori, 
Mitigat humanas mentes et frigore tristi 

Saucia curarum pectora sola levat. 
Musica cunei a potest blandae dulcedine linguae, 

Quod tamen invidiae dicere pace velira. 
Haec dat defessae solatia vivida menti, 

Haec portum curis, quem meditaris, liabet. 
Si quem fata premunì, si queui sors atra lacessit, 

Hinc speret certam, qua leveretur opero. 
Haec fractas animi vires lapsumque vigorem, 

Qua valet haud minima parte referre, refert. 
Musica densatas in tristia bella pbalangas 

Suscitat et martis flebile mollit opus. 
Haec facit ut subeant manifesta pericula mortis, 

Horrida cum vesanis ictibus aera sonant. 
Musica deliciis hymenaeia gaudia pascit, 

Excercet lepidos cum lepidina iocos. 
Musica funeribus decus est et luctibus apta, 

Ornat ferales cum libitina rogos. 

(Del. Poet. Germ.. Ili, 1097 e segg.). 

Il Meibonius la ricollega con la Poesia, e la dice non meno di questa grata agli Dei {Del. Poet. 
Germ. IV, 318); Ad. Siberus il Giovine ne vanta la varietà mirabile nel canto degli uccelli, nella 
sinfonia delle acque e del bosco, negli inni sacri, che salgono dal popolo a Dio (Del. Poet. Germ. VI, 
204) ; il Tilenus stupisce della sua potenza in Cielo, in Terra, sul Mare, e nel regno stesso delle 



— 273 — 

Il cauto degli uccelli lo commuove e gli induce pensieri soavissimi ('). E il 
mondo antico molte cose gli ha inseguato: anch'egli inorridisce della vecchiaia, e 
lancia invettive contro il Tempo (*), anch'egli aspira a vita modesta e tranquilla, 
senza cure e senza negozj ( 3 ); e davanti al tumulo della vergine, invoca rose, gigli 
e viole, richiamando il saluto mesto di Gorgo, fanciulla simonidea (''). La classicità 
ha dunque avvinto ancor lui, dispiegandogli la pompa delle sue sensuali bellezze, 
rivelandogli i godimenti terreni, infondendogli nell'animo la serenità, fin davanti alla 
morte ( 5 ). 

Ma se volge il pensiero alla corruzione dei tempi, ben più, che non s'aspette- 
rebbe da un umanista vagante, e morde e punge. Nulla, nulla, nulla, gli muove la 
bile, più che l'avarizia, la cupidigia, il fasto, la lussuria del clero. Contro il quale 
medita un giorno il Trionfo di Venere, uno dei più singolari monumenti di un 
tempo aristofanesco. Non soltanto contro di lui però, che, brandita la frusta, quanti 
la invereconda dea abbia quaggiù irretito, ottengono nerbate a sazietà. S' inizia il poe- 
metto, che Venere lamenta la signoria sua volta al tramonto, e vacillante sotto i 
colpi dei fieri avversarj. La mossa non è senza analogia con V Fpiodion Plulonis del 
Locher : ma qui Amore soccorre senza indugio alla Dolente. Venere può contare su 
di lui, che le porterà tale esercito, che la vittoria riuscirà grande ed illustre. Ecco 
intanto, a lei strettissimamente devoti gli animali : i quadrupedi, gli uccelli, i ser- 
penti, i pesci, gli insetti, i quali in cieca Veuere selvaggiamente precipitano 
(Canto I) : poi gli uomini, divisi nelle diverse classi sociali. La guardia d'onore in- 
torno alla dea toccherà ai frati mendicanti, naturalmente. Vero è, che la Su- 
perbia, l' Ira, la Discordia, la Pigrizia, il Lusso, come parenti e consanguinee, vor- 



ombre {Del. Poet. Germ. VI, 870). Ma in questi ed altrettali panegirici (cfr. Giov. Boemo, Liber 
heroicus de Musicate Laudibus; Pichsellius, Carmen de Musica, registrati dal Goedeke, II, 90 e 
111; Eobanus, in Op. Farr. p. 790; H. Deciinator, in Del. Poet. Germ. II, 82), più che influsso 
platonico, riconosceremo la naturai espressione di quel sentire germanico, ch'ebbe così gran parte, 
per es., nella riforma del canto liturgico. 

(') Ad Philomelam, in Liber Tertius, ecc. 

{") Senectus, in Appendice all' ediz. del Locher: In hoc libello ecc.: cfr. Ibid. Ad mortales 
de praemeditatione m.ovtis. 

( 3 ) « Utere sed laetus tibi, ecc. », in Liber Tertius ecc. 

( 4 ) Hic ego quae iaceo teneris direpta sul) annis 

Virgo, et adhuc nullo coutemerata viro, 
Unica cura patris, miserae spes unica matris, 
Mille procis placui criminis absque nota ecc. 
(In hoc libro contineutur ecc.). 

( 5 ) Ma non ci stupiremo dei suoi inni religiosi, e ch'egli possa talvolta vaneggiare: 

Sint procul vani simulacra Phoebi, 
Absint a nobis chorus impiorum 
Daemonum, quosquos coluere patres 
Supplice thure! 

Dalla rarissima edizione: Divo Eteronimo sacrum — Divae Annae sacrum — Historia ho- 
rarum canonicarum De \ S. Hieronimo vario carminum genere contexta confirmata et in \ dul- 
gentiis dotata a reverendis\ simo Archiepiscopo Moguntinensi. In fine: Augustae Vindelicorum, 
in Aedibus Erhardi Rttdolt, cuius studio et impensa arte politiori ecc. MDXII. 



— 274 — 

rebbero per sé così onorevole ufficio; ina, per fortuna, il padre condottiero è buon 
oratore, e dimostra luminosamente, che i suoi soggetti, in quanto a pigrizia e lus- 
suria, non hanno da ceder niente a nessuno, neppure ai vizj stessi personificati: 
inoltre, non riconoscono né religione, né timor di Dio, e sanno ottimamente valersi 
delle elemosine, che con querule voci chiedono ed ottengono sulle porte delle chiese. 
La guardia, dunque, spetta a loro ; ma si aggregano senza indugio i predicatori 
vaganti per le campagne, come quelli, che intessono sottili inganni ai contadini, 
ma più e meglio alle contadine (Canto II). Dopo, comincia a sfilare il grosso del- 
l' esercito: anzitutto, il clero secolare con a capo il papa; un po' mortificato, in ve- 
rità, per non aver ottenuto il primo posto; seguono poi i cardinali, i prelati, i ca- 
nonici e gli uomini di corte pontificia, poi gli ordini religiosi : monaci e monache ; 
e chiudono il corteo, notai, procuratori, medici, poeti e studenti (Canto III). Tocca 
ora alla gran massa della società civile. Re, principi, nobili, borghesi, artieri, con- 
tadini, accorrono in folla sotto le belle insegne - : peccato, che il clero abbia tenuto 
per sé quasi tutte le ricchezze: se alla buona volontà rispondessero i mezzi, essi ser- 
virebbero assai meglio la dea (Canto IV). E le donne? Non devono esse formare il 
nerbo di tanta schiera? anch'esse, anch'esse dunque, a difendere la causa, e le cit- 
tadine specialmente, che han dovizia di reti e di lacci (Canto V). La Virtù raccoglie 
anche lei il suo esercito : ahimé come piccolo e sparuto ! Non potendo muovere al ci- 
mento con speranza di vittoria, piange ella e s'attrista, onde piovono sui mortali 
stragi e malanni. Ma scomparsi per l' intercessione della Madonna e dei Santi, Venere 
muove arditamente contro la Virtù, la sconfìgge e la fuga. Io, triumphe! ('). 

L'analogia di questa satira, greve ancora di medievali fantasie, col Narrenschiff 
del Brant (1494) e la Laus Stultitiae di Erasmo (1514), risulta evidente. Che poi i 
diversi personaggi, o tipi, si raccolgano sotto il vessillo di una dea antica — ma non 
avranno a veder niente con simile fantasia i Trionfi del Petrarca ? ( 2 ) — o precipitino 
confusamente nella simbolica nave dei pazzi, od abbiano smisurate lodi dalla Stoltezza 
fatta precone, poco importa, infine. La sostanza si è, che, quasi contemporaneamente, 
tre satire poderose, sebbene d' inegual valore artistico, raccogliendo in armonia concorde 
e complessa le mille e mille voci di sdegno contro i vizj del tempo, assalgono, non 
questa o quella particolar classe di cittadini, flagellano, non questo o quel particolare 
mal costume, ma la società intera, putrefacentesi in una corruzione, onde il nuovo 
ordine di cose, non senza lacrime e stragi, avrebbe preso vita e consistenza. La ri- 
forma religiosa doveva necessariamente andar congiunta con la morale: per quest'ul- 
tima, il Templum Veneris, il Narrenschiff e la Laus Stultitiae sono tre bat- 
taglie, combattute e vinte. 

(') Dal Hagen, I, 385 e segg. 

( 2 ) Che la Kiformi si sia compiaciuta di pompe e processioni satiriche contro il Papato, o, 
in genere, contro gli ultramontani, non v' è dubbio; ed il Hutten ci fornirà nel campo nostro un altro 
prezioso esempio. Non posso a meno, peraltro, di richiamare qui certa Polymachie des marmitons 
ou la gendarmerie du Pape, della metà del sec. XVI (Lyon, 1563 ; ma pubbl. in Recueil de poésies 
Francoises des XV e XIV sièclea, Paris, 1853-58, IV, n.° 150), nella quale Lucifero raccoglie a 
prò' del Pontefice, e contro gli Ugonotti, un esercito, che ha con quello del Bebel somiglianza non 
poca. 



— 275 — 

Il Goedeke nega al Bebel un carino contro Lutero, comparso, sotto il nome di 
lui, nel 1527. È doloroso, che il carme sia sfuggito allo mie ricerche, perché l' indole 
e la natura del poeta spiegherebbero assai bene un simile sfogo. Già da tempo s'ag- 
giravano per la Germania, nelle campagne in special modo, novatori turbolenti, 
inetti ancora a destar la rivolta, e pur sufficienti a prepararla: mezzi eroi, intesi ad 
aprir la via all'eroe vero e grande, incoscientemente. Orbene, il Bebel non ha punta 
simpatia per loro; ed al malcapitato, che gli si para dinnanzi, lancia strali avve- 
lenati : 

Ecce novus venit, cuncti exultate, propheta 

Atque saccr vitam (solus per compita pagi 

Fabula ego fiam), qui sub velamine honesti 

Fallere conatur, clamant, hominesque deosque, 

Cum soleat facinus semper fovisse profanimi. 

Exclamat pariter per compita risus anilis: 

Siccine perverse o, deludere, apostata, totum 

Mundnm pertentas? Forsan, stolidissime nequam, 

Criminibus tegmenta tuis, quae maxima cunctis 

Testibus existunt, ponis probitatis in umbra ('). 

Questi versi pubblicava nel 1512: quasi si direbbe, che già affilasse le armi, per 
maggiori battaglie contro Lutero. 

II. 

È indubitato: lo spirito della Riforma penetrò così profondamente nelle menti 
e nelle coscienze germaniche, che ogni manifestazione intellettuale del tempo, a quella, 
di necessità, si deve ricollegare. I poeti, dei quali ho discorso fin qui ( 2 ), o morirono 
prima che Lutero lanciasse la sua sfida al Papato ed al cattolicesimo tradizionale, 
o, già maturi, se non vecchi e stanchi, s' impaurirono del nuovo violentissimo moto, 
e se ne ritrassero, o lo condannarono. D'ora in poi, anche gli amatori della bella 
poesia antica, dovranno prender parte, per forza di cose, alla lotta : ne otterrà taluno 
persecuzioni ed esigli, tal'altro premj ed onori ; ma innanzi agli uni ed agli altri 
inorriditi, si compiranno stragi immani e saccheggi, e scorrerà sangue cittadino: 
religio causa teterrima belli! Ora, che da tali vicende civili e religiose, anche la 
nostra poesia tragga, per un trentennio ed oltre, la sua contenenza, nessuno potrà far 
maraviglie; parrà anche di più anzi, e cioè, che le due tendenze, di che ho parlato 
in principio, si siano, per tutto questo tempo, più intimamente contemperate e confuse, 
e che, se non un medesimo ardore di battaglia, un solo scopo, almeno, accomuni 
tutti i poeti : nei quali uno studio più assiduo dei classici già ha raffinato il gusto, 

( l ) Satyricum Carmen in nephandos nostrae ternpestatis mores et contra detractores pessimos, 
in Liber Tertius ecc. 

( 3 ) Ma non si dimentichino per i maggiori, né Cristophorus Suchtenius, né C. Ursi- 
nus Veli us, epigrammista, il primo, non senza valore, e di gusti e tendenze classiche (Christo- 
phori Sudi | tenii Gaudani, Artium Liberalium Magniti et poete oppidoque (?) lit\teratissimi. 
Epigrammatum Liber Primus. In fine: Impressimi Liptek, per Iacobum Tanner, anno 1505); e 
cantore di Baci catulliani il secondo {Del. Poet. Germ. VI, 992-1045; cfr. H. A. Lier, in Archiv 
f. Litteraturgesch. XI, 1882, 13 e 31). 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Scr. 5 a . 37 



— 276 — 

reso facile e disinvolto il verseggiare. In realtà, se ben si scruta, rarissimo, se non 
forse unico, si presenta il caso di contemperanza equilibrata e perfetta: c'è ancora 
chi delle tristi realità del presente in tanto scrive, in quanto direttamente lo toc- 
cano; ma l'animo tiene rivolto alla classicità, ed in quella si rifugia, appena 
può, contro l' imperversare delle civili tempeste. E a noi piacerà trarlo dall'immeritato 
oblio, perché meglio ci chiarirà la rifioritura pagana d'alquanti anni più tardi. E c'è 
poi, tra gli altri, chi combatte con maggior fede ed entusias.mo, e delle lettere umane 
si giova, come arma cavalleresca a prostrare il paganeggiante cattolicesimo, e riesce ad 
attrarre a sé la folla dei poeti; di che niente sembra più naturale. Due fatti, per- 
tanto, non ci devono sfuggire: i contemporanei di Lutero conoscono assai meglio il 
latino, di chi li ha preceduti, e la Eiforma, in atto, dà alle loro poesie e tono e 
colore più vivo, che non prima, in germe, in potenza. S'intende, che in quanti ap- 
punto, si dimostrano partigiani dell' Impero e nemici al Pontificato, difensori della 
morale e discutitori di dogmi, sarà da rintracciare il vero spirito della nazione: chi, 
invece, si diletta di facili amori, o inneggia a gioie profane, o sogna vita gioconda 
in terra, poco curando del cielo, s'apparta, evidentemente, dalla vita letteraria del 
proprio paese, per accostarsi a quella umanistica, che tanto vale dire internazionale, 
e quasi europea. Non sarà mai rilevato abbastanza, infatti, il carattere universale 
dell'Umanesimo: più rapida e più lata conquista dell'Italia sopra le nazioni d'Eu- 
ropa, per forza d' intelletto, che non sia stata, per forza d'armi, l'antica, di tanto più 
magnifica all'occhio dello storico. 

Eurici us Cord us (1486-1538), prima tra le figure veramente originali della 
generazione poetica umanistica, che prende parte alla Riforma, segue strettissimamente 
le tradizioni letterarie nazionali ('). E poco gli giova essere stato in Italia; che alla 
patria tenne sempre rivolti e la mente e il cuore. Anche la medicina, che studiò a 
lungo e professò in Erfurt, a Marburg ed a Brema, non sembra aver lasciato traccia 
nella sua operosità letteraria. Roma e il Papato : ecco il suo pensiero fisso ; contri- 
buire alla redenzione della Germania dalla loro tirannia : il suo fermo volere, il suo 
voto; l'aver strenuamente combattuto a questo scopo: la sua miglior gloria. Fluidità 
d'armonia e di verso, infingimenti delicati e peregrini, e classica compostezza, sarebbe 
vano cercar nella sua opera, come nell'assisa del capitano, tornato dalla battaglia, lo 
splendore, che già la rendeva venerabile al volgo ( 2 ). Quale si sia l'arme, che gli giunge 
alle mani, egli afferra e combatte ; atterrisce, sgomina l'avversario con l' invettiva, lo 
inchioda alla gogna col sarcasmo, ne svela la meschinità con lo scherzo comico: il 
volgare, il turpe, l'osceno gli giovano a seppellire nel fango chi nel fango diguazza. 



(') Intorno al Cordus, oltre le solite notizie nel Goedeke, II, 90, e nel Menzel, II, 271, vedi 
specialmente C. Kranse, Euricius Cordus, Eine biographische Sckizze aus der Reformationszeit, 
Hanau, 1863; [C. Mirbt, E. Cordus, in Beai Enk. f- Prot. Theologie, 1899]; e la prefazione del 
detto Krause agli Epigrammata (Berlin, 1892). Per quanto riguarda, in genere, i lirici latini del 
sec. XVI, abbonda di notevoli considerazioni la prefazione di G. Ellinger, ai Deutsche Lyriker 
des sechzenten Jahrhunderts, Berlin, 1893, in Lat. Litt. Denk.; fase. 7. 

( a ) I suoi metri preferiti, oltre l'eroico e il distico, sono l'asclepiadea e il giambo, nelle due 
forme di trimetro puro e di sistema giambico: più raramente incontriamo il faleucio. Ma le di- 
saccordi armonie, e, pur troppo, anche gli svarioni grammaticali, abbondano. 



— 277 — 

Quando, ad es., si tratta di muover guerra al fasto delle cerimonie cattoliche, ei si fa 
serio in viso, e ammonisce la moglie: « No no, non aitavi splendenti di faci vuole il Dio 
offeso, ma lacrime: piangi, mia cara, e ti dolga dei tuoi peccati e impetra perdono » ('). 
Ma la ridicolezza di certe pratiche superstiziose punisce col riso. Se la Chiesa vanta 
le sue formule d'esorcismo contro gli indemoniati, egli ne indicherà una infallibile 
ai suoi lettori contro le pulci e i loro ancor più ingrati consanguinei! 

Ne te nocturni pulices pedesque fatigent, 

Hunc exorcismum, candide Lector, habe : 
Manstula, correbo, budigosma, tarantula, calpe, 

Thymmula, dinari, golba, caduna, trepon. 
Hos novies, lectum scansurus, concine versus, 

Tresque meri calices ebibe quaque vice ( a ). 

C'è taluno, che s' impensierisce della vendita delle indulgenze, e ne trae motivo 
di guai. Ma egli richiama l'attenzione sui gemiti di quelle poverette: « Ohimè, ohimè, 
la Germania ha scoperto la nostra frode! Siamo morte, morte di lenta malattia, e 
nessuno ci crede più ! Ohimè ! » ( 3 ). Così piacevolmente, qualche volta, con le istitu- 
zioni; ma con le persone, non transige. 

Il papa, infatti, è da lui assalito con violenza e virulenza, degna in tutto di 
Lutero. Quando vuol malmenare qualche suo avversario, non trova migliore offesa, 
che di chiamarlo figlio di papa ( 4 ); papa, d'altra parte, mette nome a certo suo cane, 
per niente fedele, giova credere ( 5 ). E quando parla sul serio, il papa diventa per 
lui, come per Lutero, l'Anticristo ( 6 ). E non è a ritenere, che abbia maggior rispetto 
per l'uno, piuttosto che per l'altro. Giulio II, il quale, secondo la finzione del poeta, 
osa presentarsi, subito dopo la morte, alle porte del Paradiso, è cacciato con grande 
scorno da S. Pietro ( 7 ). Clemente VII, certo, ha sbagliato nome: doveva chiamarsi 
piuttosto Demente ( 8 ). Tanto più, che certi meriti filologici dobbiamo riconoscere 
per davvero ai pontefici. Non hanno forse chiamato bolle i loro rescritti? Mirabile 
divinazione! Peccato però, che la ceralacca ed il piombo le rendano gravi, e vogliano 
esser pagate a peso d'oro! ( 9 ). 



(') Euricius Cordus, Epigrammata, hrsg. von. C. Krause, Berlin, 1892, in Lat. Litt. Denk.; 
fase. 5; I, 79. 

( 9 ) Opera Poetica | Euricii | Cordi Simesusii | Germani scriptoris omni | um festivissimi ecc., 
1564 | Frane. Apud Haered. Chr. Egen [ediz. non cit. dal Goedeke]; Ad Lectorem, e. 193. 

( 3 ) Epig. Ili, 58. Non è puritano, però, il Cordus, e, in certo epigramma (I, 13), dimostra chia- 
ramente d'avere, riguardo alle lascivie contenute sì nei classici, che nella Bibbia, la stessa opi- 
nione del Bebel. 

( 4 ) Epig. I, 83. 

( 6 ) Opera Poetica, e. 207 5. 

( 8 ) Opera Poetica, e. 189. « Horest du es Paspt, nit der Allerheiligst, sonder Allersundigst; 
dass Gott deinen Stutzel vom Hitnmel aufs schierest zustore und in Abgrund der Holl senk! » 
Lutero, Sàmtliche IVerke, XXI, 338. 

(') Epig. II, 16.' 

( 8 ) Opera Poetica, e. 182. 

(") Epig. Ili, 45. Ai sagaci indagatori del valore simbolico delle due chiavi, onde si orna 
lo stemma pontificio, ed è grave, nel poema dantesco, l'angelo custode del Purgatorio, ecco un'in- 



— 278 — 

Il potere temporale, s' intende, è tra le piaghe della Chiesa, che dan più sangue. 
Se Costantino si fosse risparmiata la vana donazione ('), quante guerre, quante 
stragi, quante aggressioni e ingiustizie di meno ! Anche la morte di quel brav' uomo 
del Valentino, non sarebbe mai stata salutata in modo cosi poco reverente: 

Post multa tandem vota totius plebis, 
Defunctus e vivis abit Valentinus; 
Tota sua qui pessimus fuit vita, 
Illud semel bonum moriens opus fecit! ( a ). 

Chi dice papismo, dice, per il protestante, corruzione di clero: le lepide novellette 
del Brant intorno ai Lolardi, le frustate a sangue del Locher e del Bebel acqui- 
stano amarezza e violenza nuova nei versi del Cordus. Egli sa le spese pazze del- 
l'alto clero in concubine, in cacce, in feste, e le lagrime del volgo oppresso, schiavo, 
istupidito nell'inopia ( 3 ). infelici i contadini, se conoscessero appieno i loro mali! 
esclama parodiando Virgilio. Niente è più compassionevole della loro vita: non per 
sé, non per i proprj figli, soffrono gli acuti geli d' inverno, e piegano il capo, sotto 
il sole scottante, l'estate; ma perché l'ara sia colma di doni, cari ai sacerdoti ("). Non 
è avvenimento, benché minimo, che non si presti al poeta, come motivo di satira 
contro preti e frati. Un cavallo, sfuggito al suo cavaliere, entra un giorno preci- 
pitosamente in un tempio: certo, insinua, con tanti asinelli, che piglian la ton- 
sura, anche lui dev'essersi creduto degno degli ordini sacri! ( 5 ). Altra volta, s'im- 
batte in un sacerdote, che saluta un soldato : « la pace sia con te ! » « Così ti 
manchi il purgatorio » , finge che quegli risponda, « che, come per me la guerra, è fonte 
del tuo lucro » ( 6 ). In certo convento della città è rovinato un muro, seppellendo 



terpretazione, affatto nuova, del Cordus: 

Ecce duas claves Romani insignia Patria: 

Vis cuiusnam sint simbola scire rei? 
Haec aperit Stygium, Claudi t coeli altera limen ; 
His illuse diu Teutone, quando sapis ? 
{Opera Poetica, e. 177 b.). 
Ma il suo contemporaneo Hutten, nel Clag und Vormanung gegen dem gewalt des Bapsts 
{Opera Omnia, Lipsiae, MDCCCLXII, III, p. 478), lamenta : 

Drumb auch zwey schwert er meynt zu han, 
Und laesst die schluessel hinden gan ! 
(v. 88-89). 

(') Epig. HI, 57. 

( 2 ) Opera Poetica, e. 206. Cfr. sulla morte dello stesso duca, il nostro Sannazaro, Epig. I, 
14, 53 {Opera, Padova, 1751). 

(*) Ecloga Silvius et Polyphemus, in Deutsche Lyriker. 

{*) Epig. Ili, 3. 

( 6 ) Opera Poetica, e. 148. 

( 6 ) Opera Poetica, e. 171. Avremo qui a riconoscere la lontana propagine d'un ben noto aned- 
doto sacchettiano (Sacchetti, Nov. CLXXXI). Sfuggì al Di Francia {Franco Sacchetti Novelliere, 
Pisa, 1902, p. 201) questa nuova redazione, tanto più interessante, in quanto trasformata evidente- 
mente dallo spirito polemico della Riforma. La novellina, come rilevò il D. F. stesso, si ritrova 
anche nelle Facezie di Filotimo Ermotimo. 



— 279 — 

nelle sue macerie alcuni disgraziati monaci: eccolo imaginare, che, appunto in quel 
momento, il padre guardiano tenesse loro un sermone per dimostrare, che i nemici di 
Dio piomberanno nell'abisso (')• Avventure perigliose e mirabili, grazie singolarissime, 
motivo di salaci commenti tra il volgo, non mancano ancor qui, e sembrano aver 
mosso a riso il poeta ( 2 ) ; ma è riso che fa male, e cupamente illumina il volto del 
novellatore. No no; quando fa manifesto, che gli ordini religiosi, come tante spugne, 
fiumi e fiumi d'oro assorbono, per riversarli nella sempre riarsa gola del drago ro- 
mano ( 3 ) ; quando predice V imminente rovina della Chiesa, e vicino il tempo, in 
cui le statue dei prelati precipiteranno infrante, come gli antichi mostri di Baal ( 4 ) ; 
parla da senno. Il sacrilegio dei domenicani di Berna, intorno al quale così gran 
rumore si levò in Germania ( 5 ), gli desta un invincibile orrore. Gli sciagurati, gelosi, 
che i loro eterni rivali — i Francescani — vantassero le stimmate del Serafico, 
avevano pensato di procurarsi anche loro un santo, con le stimmate, e corrotto con 
denaro e con minacce un pover' uomo, affinché dicesse, che gli erano apparsi la Ver- 
gine e tutti i Santi del Paradiso. Quindi, con ferro rovente, lo stigmatizzarono senza 
pietà. Da principio, il trucco portò buona fama assai all'ordine e edificazione tra il 
popolo; ma, scoperto, fu causa, che i poco avveduti autori dovessero lasciar ben 
presto il grembo della santa Chiesa, per il braccio della secolare giustizia; che è 
quanto dire, per il rogo. Orbene, neppure i miseri corpi combusti han pace dal Cordus : 

Tarn tetro quod olet combustus caespes odore, 

Accipe, si dubius forte, viator, ades. 
Quatuor infernum subeuntes daemones antrum 

Hoc hominis formarti deposuere loco. 
Foedaque liqucrimt post se vestigia, quae non 

Pertulit obscenas Phineus inter aves ( fi ). 

Ben naturale, che Martin Lutero, smascheratore di ogni doppiezza, nemico irre- 
conciliabile ed irreconciliato di ogni transazione o, come oggi si dice, di ogni com- 
promesso morale, pronto a sostenere la causa evangelica con la predicazione e l' in- 
vettiva, ma anche, qualora occorresse, col ferro e col fuoco, sia a lui apparso, come 
inviato dal Cielo. A lui si rivolge, infatti, con lacrime e con lutto, perché sollevi la 



(') Opera Poetica, e. 182. 

( s ) Ecco, dunque, la fanciulla, che, riferendo al confessore £d' aver visto la propria padrona 
con un frate, vien persuasa non potere esser colui stato un frate, ma S. Francesco in persona {Opera 
Poetica, e. 178 b) ; il religioso, che, assalito dai ladroni in viaggio, e spogliato affatto, si consola 
di aver salvato assai, per rifare le proprie ricchezze (e. 195) ; e i machiavelleschi Timotei, che han 
mezzi mirabili per la fecondità delle nozze {Epig. Ili, 7, 22; Opera Poetica, e. 190 e segg). Ma 
su questi ed altri simili motivi, m'accadrà di ritornare altra volta. 

( 3 ) Opera Poetica, e. 205. 

( 4 ) Opera Poetica, e. 157 b. 

( 5 ) Cfr., ad es., la Treffiicli, warhafftig und glaubwirdig history der vier kàtzermonch so zu 
Beni in Schweitz verbrennet worden del Kirchhof (IVendunmuth, Tubingen, 1869, I, 2, 48) e la 
relativa nota dell'Oesterley. Un accenno, pure in Hutten, Triumphus doctoris Reuchlin, in Opera 
Omnia, III, 425. 

( G ) Epig. I, 94; ma vedi anche I, 86, 89, 97. 



— 280 — 

prostrata Germania ( J ) ; e lui chiama vaso d'elezione, effondente all'intorno il soave 
profumo di Cristo ( 2 ). Non è soltanto altissima stima la sua, ma culto e venerazione; 
e la vorrebbe concorde nei migliori uomini della sua età ( 3 ). 

Fuori della Riforma, l'opera del Cordus ha ben poco valore. Fu lodato, è vero, 
per le ecloghe, ma codesti componimenti, cb'egli introduce per la prima volta in 
Germania, e imita da G. B. Mantovano, già per lui cadono in vuota pastorelleria. 
E, checché vadano dicendo i suoi ammiratori, le adulazioni per qualche principe non 
vi sono punto larvate ( 4 ). L'oblio, insomma, ad eccezione della sesta, opportunamente 
scelta dall' Ellinger per la sua Antologia, le ha più che giustamente colpite. Alcuni 
sparsi epigrammi poi, ben poco sanguinose punte contro i viziosi della corte ( 5 ), i 
millantatori di nuova e compra nobiltà ( G ), gli ubriaconi ( 7 ), gli astrologi ( 8 ), 
stanno a dimostrare, che dinnanzi al poeta, tutto assorto nel conflitto religioso, può 
il mondo folleggiare a sua posta, senza ch'egli quasi se n'avveda. Reagisce però, e, 
poco nobilmente, s'infuria e smania, quasi iniquae mentis asellus, se alcuno lo tocchi 
direttamente. Così avviene, che i detrattori dei medici — caso singolarissimo in un 
tempo, in cui cotesta gente forniva così eccellente materia di satira — siano da lui 
malmenati a dovere ( 9 ) ; e che le città, le quali non abbiano degnamente ricom- 
pensato i suoi servigi, siano indicate all' infamia dei contemporanei e dei posteri, con 
versi filelfiani ( 10 ). La polemica con Tilonimo Filimno, tutta insolenze e spregi uma- 
nistici, come non giova alla fama -del poeta, così non ne illumina il carattere di 
miglior luce. La sua causa veramente non era cattiva — inculcava, insomma, origi- 
nalità ai nuovi poeti, anche di fronte ai modelli classici — ma entrò nella lotta non 
chiamato, e con troppa violenza colpì l' innocuo pedante. D'altra parte, non pos- 
siamo ammettere di buon grado, che a lui, per l'appunto, spettasse, di farsi critico 
e giudice degli errori ad altri sfuggiti nello scriver latino. 

Helius Eobanus poeta nativo dell'Assia, come il Cordus, e, come il Cordus, in 
Germania celebratissimo, ebbe a scrivere un giorno all'amico e conterraneo suo 
queste parole, chiusa e commento di certo carme gratulatorio : « Nec moveat te hoc, 
quod secundam patriae spem te appello (così infatti nel carme lo chiamava) ; primam 
enim mihi testimonio maximorum virorum desumo in hac parte; neque tu ibis in- 
fitias, idem te saepe quoque contestatum, apud te siquidem non possum celare meam 
gloriam. Ita tamen, id quidquid est, nobis erit commune, ut sentiant omnes, quam 



(') Epig. Ili, 85. 

( 2 ) Opera Poetica, e. 150è. 

( 3 ) Esortazioni ad Erasmo, perché si volga alla Kiforma, vedi in Opera Poetica, e. 180, 190 3. 
(*) Nelle Ecloghe I e V specialmente; la seconda della quali è un Epitalamio, primo del 

genere, ch'io mi sappia, nella letteratura umanistica germanica. Anche il Cordus segue inglorio- 
samente il malvezzo degli Emblemi {Opera Poetica, e. 208). 

(•) Epig. I, 61 ; II, 55. 

( 6 ) Opera Poetica, e. 178 e segg. 

C) Epig. I, 52 ; II, 43, ed anche in Introduzione, p. xvm. 

( 9 ) Opera Poetica, e. 249 5. Nota anche la punta satirica contro il pedante: Epig. I, 63. 

( 9 ) Opera Poetica, e. 197, 201. 

( 10 ) Opera Poetica, e. 165,270 5. 



— 281 — 

grave sit Hessos vincere » ('). Se si consideri, che la lettera dovette esser stata 
scritta, quando ancora Petrus Lotichius Secundus non era forse nato, ed, in giova- 
nissima età, si cimentavano appena nel campo letterario, Tommaso Naogeorg, Georgius 
Sabinus, e Simon Lemnius, conviene riconoscervi un fondo di vero, pure tra i vapori 
del classico orgoglio. Ma, ove la carità del natio loco non avesse fatto velo agli 
occhi dell'autore, avrebbe dovuto meglio ricordarsi, che, non lontano dall'Assia, viveva 
e poetava felicemente in latino, per non dire d'altri, Ulrico Hutten. 

Helius Eobanus Hessus (1488-1540) — il primo nome del b quale starebbe 
a indicare certa protezione apollinea — appare, a prima vista, non così profondamente 
compreso dello spirito della Riforma, come il Cordus. Ma, in realtà, anch'egli, con 
pieno ardore, accoglie le nuove dottrine e le propugna; e imagina, che la Chiesa 
afflitta si volga per salute a Lutero, di cui vanta le virtù incomparabili ( 2 ) : quando 
gli occorra, sa anche dar qualche buona rimenata al clero ( 3 ). Solo, natura eminen- 
temente portata al misticismo, meglio che sdegnarsi delle tristi contingenze umane, 
ama abbandonarsi alla contemplazione di cose divine, e tesserne con fervore le lodi. 
Le sue Eroidi, tra i monumenti della Rinascita latina in Germania celebratissime, 
ce ne danno la prova. 

Pur diciamolo francamente: mai connubio di nuovo e di antico, di paganesimo 
e di cristianesimo, riuscì più forzato ed in se stesso ripugnante. Che la materia 
del Vangelo, e i più ascosi misteri della religione, la quale in esso ha fonda- 



(■) Cordus, Epigr ammala, in Appendice. 

( 2 ) Operum | Helii Eobani Hessi | Farragines duae ex novis \ sima auctoris recognitione quam 
fieri pò | tuit emendate editae. In fine : Francoforti excudebat Petrus l Brubacchius, Anno Do | mini 
1564; p. 370 e segg. Per la vita e le opere in generale, [cfr. K. F. Lossius, Helius Eoban /lesse 
und seine Zeitgenosse, Gotha, 1797J; C. Krause, Helius Eobanus Hessus, sein Leben und seine 
Werke, Gotha, 1879; [G. Schwertzell, //. E. H. ein Lebensbild aus der Reformationszeit, Halle, 1874]. 
Operum Farragines, p. 225, 847 e segg., 853; cfr. anche Deutsche Lyriker, p. 91. 

( 3 ) Parla la Chiesa: 

ni quoque pastorum gaudent cognomine, veruni 

Quam quod amant dici, nil minus esse liquet. 
Nam cum sint veri partes pastoris, ut ipsas 

Verbi evangelico genuine pascat oves, 
Non solum non pascere oves in cura, sed omni 

Veliere parte, loco relligionis habent: 
Cumque noe ipsi obeant, nec dignis pascua mandent, 

Praeda lupis raiserae destituuntur oves. 
Atque ita, me miseram, totos mutilata per artus, 

Vix animam vivi pectoris aegra trabo, 
Dum quo debuerant nobis peperisse salutoni, 

Ilio ipsi gladio nos iugulare student; 
Ut taceam quibus illi opibus quantisque tyrannos, 

Muneris obliti pontificalis, agant. 
Praetereo, quales liorum spectentur in aulis 

Turba voluptates mista libidinibus : 
Quis ferat, extructis quorum tot milia templis, 

Invectum fastus divitis omne genus ? 
Quorum sacra nibil nisi sunt spoctacula vulgo: 

Ipse tuum iures, Romule, munus agi. 
Insanis resonant clainoribus omnia, credas 

Arcadici pecoris rudere mille greges. 

(Ecclesiae afflictae Epistola ad Lutherum, 
in Operum Farr. p. 258). 



— 282 — 

mento, venissero rivestiti delle ubertose forme ovidiane, avrebbe dovuto sembrare 
profanazione al credente; e all'ammiratore dei Greci e dei Romani, l'animo acceso 
da sensuali visioni e da tante bellezze sdegnose, ma opulente e procaci: tentativo 
inconsulto. Oh le maledizioni e le gelosie furenti di Medea, le pazienti lacrime di 
Penelope, le ansie della mite Ero e gli incestuosi ardori di Fedra, volti in ascetici 
sfoghi! E pure il genere ebbe fortuna, a quei tempi ('), ed oggi ancora, v'ha taluno, 
che della sua fioritura si compiace ( 2 ). 

Del resto, da quelle curiose epistole — l'autore le divide ingenuamente in sto- 
riche e favolose — che l' increato Spirito manda alla Vergine per annunziarle la 
prossima nascita di Cristo; od ella a Dio, per ringraziarlo della troppo. benigna sua 
scelta ( 3 ); o Maria a Giovanni, dolendosi dell'età ormai tarda; o S. Anna a S. Gioac- 
chino, nelle selve, narrandogli la visione, che promette feconde le loro nozze; da 
quelle epistole, dico, traspare un sentimento religioso, non meno rude, che sin- 
cero. E le leggende care all'Evo Medio, rivivono vita nuova nel distico latino: an- 
cora S. Caterina racconta lo sposalizio suo con Cristo bambino, e Taide la conver- 
sione mirabile per opera di Pafnuzio, e Sabina l'abbandono di Alessio ( 4 ). 

Non qui, ad ogni modo, va ricercata la miglior opera di Eobanus; e neppure 
negli Epicedj, dove si contengono visioni e fantasie ( 5 ) d'altri tempi; o negli Enigmi, 
fastidiosa imitazione greca; o negli epigrammi in effigiern, onde e principi e lette- 
rati cercarono appagamento alla loro ambizione, ed ebbero fama e onori in Italia 
Paolo Giovio, specialmente, e Gio. Matteo Toscano ( 6 ). Ma la Noriberga illustrata 
è bel poemetto, e degno di esser qui ricordato e considerato ( 7 ). 

Che il Rinascimento sia stato favorevolissimo al sorgere ed all'affermarsi della 
poesia descrittiva, è fatto ormai risaputo, e da molti studiato, nelle sue più o meno 
recondite cause ( 8 ). Ma alla poesia delle città, in particolare, orgoglio di corti o 
di repubbliche dette indubitatamente non minor impulso, che il risvegliato sentimento 

(') Vedine notevoli esempi presso P. Lotichius, Elegiarum Libri, V, 13, 14; G. Sabinus, 
Epistola | Philip. Melanch. | De Conventu Augustano \ Aliquot Elegiae Geor|gii Sabini. In fine: 
Impressum Wittembergae apud | Iosephum Clug | Anno MDXXX; Hutten, in Opera Omnia, I, 
106; Frischlin, in Del. Poet. Germ. Ili, 342; Stigel, in Del. Poet. Gemi. IV, 500; Eeusneras, in 
Del. Poet. Germ. V, 640. 

( s ) Il Krause osa chiamare Eobanus « der geborne Dichter » (II, 225), e paragonarlo con Ovidio! 

( 3 ) Quest'epistola chiude molto saggiamente: 

Non precor ut valeas, per quem valet omne quod usquam est. 
(Operum Farr. p. 118). 

( 4 ) Nel terzo Libro. Ma la conversione di Taide, dev'essere stata tratta direttamente dai Col- 
loquia (Basilea, 1707, p. 242), d'Erasmo. 

( 5 ) Nota contrasto della Morte col Hutten, nell'epicedio per l' immatura perdita di quest'ultimo 
(Operum Farr., p. 298). 

( 6 ) Ma prima fonte, anche qui, V Antologia Greca. 

( 7 ) Helius Eobanus Hessus, Noriberga illustrata una andere Stàdtegedichte hrsg. von I. Neff, 
Berlin, 1896, in Lat. Litt. Denk.; fase. 12 (l a ediz. 1532); ma vedi anche V Encomium Urbis No- 
ribergae, in Operum Farr. p. 86-92: forse abbozzo e nocciolo della sopracitata trattazione in versi. 

( 9 ) Non è qui il caso di richiamarci agli studj notissimi del Laprade, del Burckhardt, del 
Muntz, del Biese, del Monnier ecc. ; ma si rilevi, che la questione e stata posta su un terreno affatto 
nuovo dal Kosen, nel bel volume Die Natur in der Kunst, Leipzig, 1903. 



— 283 — 

della Natura. Onde, in Italia, il moto iniziato dal Piccolomini, dal Poggio, dal Bruni 
nelle loro epistole, si propagò tra i poeti, mirabilmente ('); e, in Germania, le 
prime dissertazioni di Alberto von Eyb su Bamberga, e di Felix Fabrus su Ulma, 
ebbero, similmente, la miglior fortuna. Vedemmo, pertanto, già sullo scorcio del 
sec. XV, cantare il Brant di quegli stessi Bagni, ch'erano stati delizia del Brac- 
ciolini; e il Buscb, di Lipsia. Nel 1514, Filippo Engelbrecht, chiamato a Friburgo 
a reggervi la cattedra di lettere umane, non sa sdebitarsi meglio, che magniiicando 
in versi le glorie della città ( 2 ). Poveri versi, in realtà, e per niente degni di 
reggere al confronto di quelli di Eobanus. 

Norimberga, gemma della Franconia — ancora intorno le aleggia la gloria di 
Hans Sachs e Diirer — se bene paia chiudersi torvamente nelle sue mura, e sul- 
l'aspra collina appollaiarsi, come aquilotto nel nido, nutre popolo gaio ed arguto, 
dall'occhio aperto ai bei colori, e l'orecchio alle dolci armonie. Né sdegnò, durante 
il Rinascimento, i rinnovatori della classicità; ma, tra le prime, li accolse e pro- 
tesse ( 3 ). Di qui le lodi, che il Celtis prima ( 4 ), e poi il Sabinus ( 5 ), e più tardi il 
Lindenberg ( 6 ), le volsero nella lingua d'Orazio. Ma nella gara vince di gran lunga 
Eobanus. Che saggia guida ed eccellente descrittore ! Né gli faremo colpa grave, se 
qualche particolare non è esatto; se qua e colà ritocca, colorisce, abbella. Ahimé, 
era ancora ben lontana la spaventevole obbiettività dei Baedeker; e se il poeta 
amava assai folleggiare — e un poco anche adulare — l'ospite sapeva, forse meglio 
d'oggi, contemplare ed ammirare senza asterischi ! 



(') Mi si permetta, poiché l'occasione giunge opportuna e mal noto l'argomento, di segnalare 
da queste pagine, una serie di testi latini del nostro Rinascimento, nei quali si celebrano paesaggi 
o città italiane. Cfr. dunque (lasciando i noti passi del Petrarca su Selvapiana, le Alpi ecc.), per 
Genova: Flaminio, Carminum Libri, Padova, 1727. V, 29); G. M. Cataneo, Genua, in Atti d. Soc. 
Lig. di Storia Patria, 2; per Brescia e il paesaggio bresciano: G. B. Spagnoli, in Opera Omnia, 
Anversa, 1576, III, 221 ; per il lago di Garda: D'Arco, Numerorum Libri, Verona, 1762, II, 23; Bembo, 
Benacus, in Opere, Venezia, 1729; Bonfadio, Ad Gazanum Vicum, in Opere volgari e latine, 
Brescia, 1746; per Venezia: T. Strozzi, Erot. IV, e. 155 è. in [Carmina], Venezia, 1513"; Sabellico, 
Rerum Venetarum Panegyrici, in Hutten, Opera Omnia, III, 301 e 313; per Firenze: P. Massimi, 
ad Florentiam, in Carmina, 1791; Campano, Opera, Venezia, s. d. : incunabulo, e. 10 b; Poliziano, 
Silvae, passim, in Poesie latine e greche, Firenze, 1867; Panormita (Beccadelli), Ilermaphroditus, 
Parigi, 1791, ultimo epig. e dedica; per Siena ed il Senese: Manilio, De Landibus Senae, in 
Carmina, Parigi, 1582; per le rive del Po: T. Strozzi, in Erot. VI, e. 183; per l'Agro romano: 
Spagnoli, Ed. IX, p. 70; D'Arco, Num. Libri, I, 56; Ariosto, Epith., 43-46; in Opere Minori, 
Firenze, 1857; per le rovine di Cuma ed Ercolano: Sannazaro, Eleg., II, 9; Ed., V, 76, in Poe- 
mata, Padova, 1751; per quelle di Pesto: Rota, in Carmina illustrium poetarum italorum, Firenze, 
1719, Vili, 141; per Napoli: Pontano, Lepidina ; Parth, II, 14; Lyra, VI, 5; Sannazaro, Eleg., 
II, 4; Flaminio, Carminum Libri, V, 8. 

( s ) In Appendice alla Noriberga Illustrata di Eobanus. 

( 2 ) [M. Herrmann, Die Rezeption d. Humanismus in Nùrnberg, Berlin, 1898]. 

( 3 ) Nel De Origine, situ, moribus et institutis Noribergae libellus (1502), ed Epig. V, 80. 
( 5 ) Hodoeporicon itineris italici, in Poemata, 1581. 

/ e \ Salve, bonarum facta nutrix artium. 

* ' Salve, monarcha vera Franciae urbium, 

O Noriberga, Teutonum sidus poli, 

O Noriberga, gemma mundi amplissimi ! 

Cum landò te, centrum unicum Germaniae, 

De ceteris, vix audeo quid hiscere, 

(Del. Poet. Germ. Ili, 1132). 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Ser. 5\ 38 



— 284 — 

Ma il sito e l'ampiezza della città, e come a tutta prima si presenti, anche 
Eobanus ha cura di farci sapere; poi, appena ci senta sufficientemente istruiti su 
coteste generalità, ci porta sulla rocca : 

Unde patet totos late prospectus in agros, 
Qui iuxta circumque patent, silvasque patentes, 
Claudentesque plagam turritae more coronae. 

Ecco: le case su su si inerpicano, l'un l'altra urgendosi, dosso a dosso, 
come un armento riottoso, costretto a forza dai guardiani ; le torri, i campanili dai 
tetti aguzzi, s'appuntano contro il cielo. Quella distesa di verde, cui floridi alberi 
e nuovi fiori variano, è il Pratum AUerium; delizia estiva dei Norimberghesi. Ivi, tre 
marmoree fonti versano acque gelide e purissime, al pari dell'antica Bandusia; e 
s'accolgono uccelli dal canto soave, sia che Febo, nascendo la mattina, ridoni alle 
cose la vita dei colori, o dalla sommità del cielo dardeggi, o immerga il carro ar- 
dente nel mare atlantiaco. Più lunge, tra rocce silvestri e dirupi, biancheggiano le 
cave di pietra; dove, se tu ci andassi, sentiresti il suolo sussultare e rombare l'aria 
di colpi, poiché continua vi ferve l'opera dell'uomo. Ma ci aspettano, nella città, 
spettacoli mirabili e diversi: il pubblico Armarne ntarium, anzitutto. Chi dirà la 
copia degli orribili strumenti di morte? felice l'età aurea, priva del furor della 
guerra, e per nulla bisognosa di armi! ('). Ben altra vista porge il Granaio (ove la 



(') u Chi primo inventò le nefande armi, onde si imitò il fuoco di Giove, chiunque sia stato, 
ben fu nemico dei buoni, e flagello della vita umana. Lui certamente inviò sulla terra la stigia 
Erinni dall'Averno, per turbare le delizie della pace. Ei vince nel delitto Titano e Salmoneo, non 
meno che nell'empietà; poiché nessun peggior male inviarono i Superi ai miseri mortali. Chi negherà 
che con questo inventore vollero appunto addimostrare l'ira loro contro -il genere umano? Ondo, 
al tempo stesso, e i begli ozj della pace furono turbati, e turpemente perirono la forza, la fama, il 
vigore, la lode, la gloria e il nerbo della milizia » (v. 227 e segg.). Cos'i Eobanus. 

Sulle armi da fuoco, a somiglianza degli italici (cfr. D'Arco, Num. Lib., Verona, 1762, I, 15, 
23; Castiglione, Prosop. Lui. Pii, in Poesie volgari e latine, Roma, 1760; Cotta, De Victoria 
Liviani, in Fracastoro, Opere, Padova, 1789; Flaminio, Carminum Libri, Padova, 1727, I, 8, 25; 
Poliziano, Rmticus, 73, in Poesie latine e greche, Firenze, 1867; Vida, Crisliade, II, 212, in Poemata 
Omnia, Padova, 1731), amarono poetare assai anche gli umanisti di Germania. Vedemmo il Celtis a suo 
tempo; ricordiamo ora i passi di P. Lotichius Secundus, Elegiarum Libri, I, 2; di I. Forsterus, 
in Del. Poet. Germ. Ili, 182, 216; ma soprattutto la Bombarda di B. Latomus, lungo carme sulla 
costruzione, l'uso e l'effetto di cotesto istrumento di guerra (Ad Christianissimum \ Galliarum Re- 
gem Fran\ciscum Bartholomaei Latomi professoris \ eius in bonis literis Lutetiae \ Bombarda | 
Apud Fran. Gryphium | 1536 | Cum privilegio). Dall'ormai raro opuscolo di quest'ultimo gioverà, 
anzi, trarre e segnalare alcuni versi; poiché il colore e il nerbo, se non forse l'inspirazione, si ri- 
levano schiettamente italici : 



Namque idem ingentes, Cyclopica regna, caminos 
Exercens, domuit rigidi intractabile ferri 
Pondus; in oblongas. immania robora. costas 
Circuit horribilem quondam in fera bella Draconem. 
Ast alius crebris liquentia follibus aera 
Exacuit, scrobibusque fluentem excepit operis 
Materiam, et gravido Bombardam extraxit ab antro. 
Scilicet et foedo cum sulphure miscuit atros 
Carbones, viridisque horrentia pondera nitri, 
Pulvereasque armavit opes, imamque sub alvum 
Intulit et tenui flammam commisit biatu. 
Tum vero, quanta» parvo sub robore vires 



Quanti animi quantasque premat ferus impetus iras, 
Expertum: tremuit rupto sub pendere tellus. 
Et concussa gravem simul astra dedeie ruinam. 
Diffugere ferae silvis, nec Rumina pisces 
Continuerò suos, ceu cum fiemit horridus aetber 
Flammam hyememque simul miscens. contraria rerum 
Semina, moxque altis iaculatur nubibus ignes 
Iuppiter, et totum tonitru quatit arduns orbem. 
Talibus erupit Bombarda fragoribus, atram 
Cura sonitu et crassa involvens caligine nubem, 
Et gravis excusso iacuit resupina furore. 

(e. 34-4). 



Si pensi, infatti, a quanto poco prima o, contemporaneamente, ebbero a poetare il Tilesio 
(Opera, Napoli, 1762, I, 6) ed il Fracastoro (Syphilis, III, 15, in Opere, Padova, 1789), e, non 
molto dopo, Piero Angeli da Barga (Gynegeticon, I, p 23, in Poemata Omnia, Roma, 1585). 



— 285 — 

previdenza dei pubblici reggitori raccoglie il più degli anni fecondi) ; la Curia, pa- 
lestra di nobili menti ; il Poro, ove si mercanteggia e si fanno grossi guadagni. Ma, 
in vetta in vetta, il Tempio Massimo, per la mole e per la ricchezza, domina sopra 
ogni altro odifizio. Qua e colà son chiese, che pie confraternite o fedeli cittadini hanno 
eretto ai loro santi; ospedali e ricoveri, fiorenti di carità inesausta. Fuori le mura, 
ride dall'una parte il sobborgo Verda, specchiantesi nell'acque del fiume; dall'altra, 
giardini e frutteti, s'alternano tra balze e colline. Ben fu scelta, dunque, Norimberga, 
a sede gradita delle Muse e di Minerva. 

Il carme, saldamente retto e contesto nei suoi 1385 esametri, va segnalato tra 
i frutti più maturi del Rinascimento germanico. Virgiliana dignità e sonorità di verso, 
accorte digressioni, bel rilievo d'imagini, lo pregiano: ma sopratutto le rappresen- 
tazioni vive di Natura. Il poeta quasi non sembra avvedersi delle opere d'arte umana : 
alla cattedrale, per quanto insigne, sono dedicati pochi versi e senza colore; non ci 
guida in gallerie pubbliche o private, od a visitare collezioni, come pure farà, a Fi- 
renze, il Vettori col Lindenberg; che dico? S'egli si ferma innanzi alla bellissima 
fonte del Foro, non così, forse, ammira l'opera dell' industre scalpello, come l'acqua re- 
fluente dalla conca in mille rivoli: 

Totum opus exterius circumdat ferrea saepes 
Cancellis contexta suis; de marmore crater 
Intus et undanti refluens aspergine labrum: 
In quod defluit unda bis octo canalibus aereis, 
Quas capita humano rictu deformia saevis 
Dentibus apprensas retinent, teretesque tenaci 
Ore spuunt undas (')• 

Ecco, pertanto, alcuni eccellenti versi, di che sarebbe vano cercar traccia in poeti 
anteriori. Mettiamo il poeta al conspetto di verdi colline, di alberi fronzuti e rivi 
mormoranti, tra l'erba e tra i fiori, e ci darà, con sentire profondissimo, poesia di 
paese alla maniera degli italici. Per lui, intanto, tornano le deità antiche, e le vaghe 
danze di ninfe e fauni e satiri, vaghi di ludi amorosi; per lui ancora abbandona l'Aurora 
il croceo letto dell'antico Titone, Cerere contempla benigna le biade e le feconda, 
e la Copia versa opimi frutti ai mortali dall'aureo corno. Non dobbiamo a lui forse, 
in distici, che lo spirito di Tibullo anima e pervade, l'elogio della vita campestre? 

Mille voluptatura species tibi rura ministranti 

Non aliquo poteris sanior esse loco. 
Nunc timidum longa captabis arundine piscem, 

Nunc udo aerium vimine fallis avem. 
Nunc errare greges pecudum spectabis ab alto 

Vertice, nunc silvas frigidaque antra subis. 
Nusquara cominodius quam vivere rure beato, 

Illa potest ipsos vita decere deos. 
Felices, quos rura iuvant, quibus illa voluptas 

Contigit; hoc optem vivere posse modo! ( 8 ). 



(') Noriberga illustrata, v. 861-67. 
( a ) Operum Farr. p. 794-95. 



— 286 — 
Ma sentiamo, com'egli canti della Primavera: 

Iam ver amoenum dotibus aureis 
Informat annum, iam viridi coma 

Pubescit orbis, iam renidet 

Omnis ager meliore cultu. 
Natura rebus spirat et infiuit 
Vis gratiarum luxuriantium ; 

Nativa ridentes Camoenas 

Fronde Venus viridi coronat. 
Vides, ut omnis germinet arbutus, 
Decus resumat silva, nec areant 

Flores, et arvales puellae 

Serta legant; aviumque dulci 
Percussus aer murmure consonet, 
Coucordia rerum variantium. 

Hinc rivus agnatus susurro 

Àuribus Aonidum piacenti 
Salutat herbas, hinc virides aquas 
Opacat arbor, parte alia viret 

Gratum vel intonso sedile 

Pieridum citharae magistro ('). 

È chiaro, che il commentatore di Virgilio ( 2 ), e traduttor di Omero e Teocrito ( 3 ), 
ha coltivato e studiato assai anche Orazio : nel carme infatti, è nerbo venosino. Non 
si stupisca alcuno, dunque, ch'egli inviti gli amici a lieti simposj ( 4 ) ; o inneggi al- 
l' immortalità della poesia ( 5 ) ; o, come già il Celtis sull' ignoranza di Ursula, così 
faccia lamenti sulla tendenza dei Germani a scriver nel loro sermone patrio ( 6 ). Ma 
si badi a non farlo seguace, o anche semplicemente continuatore, di quell'umanista. 
No; la classicità è per lui, più ancora che per gli altri umanisti, veste e non corpo, 
atteggiamento esteriore e non anima, mezzo e non fine. Appena una volta, infatti, 
abbozza un carme amatorio ( 7 ), e già sembra impacciato; arrossisce, e balbetta scuse: 



(') Operum Farr. p. 453; ma vedi anche carme autunnale a p. 464. 

( a ) Ma suo non troppo eccellente imitatore nelle Ecloghe, rifugio, tra l'altro, di accorte adula- 
zioni. Del culto di lui per Virgilio, sono prova, oltre che i soliti panegirici (a p. 399, ad es.), le 
celebrazioni degli annovali della sua nascita. (Operum Farr. p. 468, 505). 

( 3 ) Da Omero volge in latino « aliquot icones insigniores » (p. 280); e dall'idillio teocriteo 
Kvxì.w\p toglie argomento per certa sua ecloga. 

( 4 ) Operum Farr. p. 489-506. 
( 6 ) Operum Farr. p. 11. 

( s ) Omnia Teutonicis implentur serinia chartis. 

Doctus in his vulgo quilibet esse potest. 

Non ego dedignor patrii sermonis honorem, 

Praeferri veris commoda falsa queror. 
Nam quis non videat peritura haee cuncta sine illis? 
Invalida haec tempus dissipai, illa manent; 
(Operum Farr. p. 528). 
ed altrove si lamenta, che la lingua latina sia assalita « barbarorum | morsibus invidia et veneno » 
(p. 469; cfr. p. 76). 

P) Ecloga I, in Operum Farr. p. 1; neWFcloga X, dissuade l'amico dall'amare. 



— 287 — 

la poesia non dovrebbe attingere alla fonte d'amore, secondo lui, impura sempre ('). 
Ed altra volta asserisce vana la gioia del sepolcro ( 2 ), indifferente, che il suo corpo 
divenga escadi vermi, o pasto d'uccelli; e rinnega Febo per Cristo ('). Anche Eobaniis, 
come ogni altro buon seguace della tradizione paesana, suol dare contenenza mo- 
rale ai suoi carmi: tuona, infatti, contro il vizio dell'ubriachezza — di cui pur 
muore ( 4 ) — e insegna l'arte del vivere in salute ( 5 ), e moralizza fin sulle pro- 
prietà dei cibi ( 6 ). 

Ammettiamolo dunque: egli non tanto concede allo spirito nazionale, da ripu- 
diare in tutto la bella classicità; ma rinunzierebbe probabilmente allo scrivere latino, 
qualora non fosse convinto di poter meglio propagare in cotesta lingua le idee, che 
formano il tesoro della sua coscienza borghese. Una simile rinunzia appunto fece 
Ulrico Hutten (1488-1523), tre anni prima dell'immatura morte ( 7 ). 

Cotesto spirito bizzarro della Franconia, nudrito alla scuola del Rhagius, è ben 
noto, non meno per la vita avventurosa, che per gli scritti ardentemente polemici. 



(') Operum Farr. p. 363. 

( J ) Non mini post cinerea potioris cura sepulcri ; 

Dum modo, corporea defunctus mole, feratur 
Spiritus ante Deum, cedat caro putris in escara 
Vermibus aut volucres pascat per inane volantes, 
Cura eadem. Stultus, qui fueda cadavera in auro 
Collocat et vanis infundit balsama membris, 
Demens et frustra miseros amplectitur artus. 
Qui faciunt simulacra virum defunctaque serrant 
Corpora — dii superi — quam delirare videntur! 
(Operum Farr. p. 46). 

( 3 ) Est Deus in nobis, non qualem Naso canebat, 

Christo non Pboebo pectora nostra calent. 

(Operum Farr. p 370). 

Anche lui, come il Bebel, dunque, e come il Naugcorg, il quale dopo aver solennemente af- 
fermato : 

Ast ego, divino doctus sermone, relinquo 

Numina falsa illis [se. paganis] turpi cum errore Adequo; 

Unum confiteor rerum DominumqueDeumque, 

Et servatone Cbristi omnia tradita dextrae ; 

(Del. Poct. Germ. IV, 1031). 

osò bandire il Pontano dal grembo della chiesa cattolica! 
(*) Ma difende fieramente il vino contro la birra ! 

Qui docuit crasso Cererem confundere succo, 

Huic iratus erat Bacchus et ipsa Ceres ; 
Nam Pelusiaci qui laudat pocula Zythi, 

Illi nec cerebrum noe caput esse potest. 
Renibus et nervis cerebroque hic noxius humor, 

Saepe etiam leprae semina foeda iacit ! 
(Operum Farr. p. 830). 

( 5 ) Bonae valetudinis conservandae rationes aliquot, in Operum Farr. p. 784 e segg. 

( 6 ) Simplicium ciborum facultates aliquot, in Operum Farr. p. 796 e segg. 

( 7 ) Le poesie latine del Hutten sono contenute nel terzo volume della monumentale edizione 
del Bocking, Opera quae reperiri potuerunt omnia, Lipsiae, 1859-70). Notizie, vedi in Goedeke, II, 
89; Erhard, II, 275; [Strauss, Ulrich v. Hutten, Leipzig, 1871]. 



— 288 — 

Profondamente dissimile da EobanusC), ama il vagare, i contrasti, le lotte, ed anche 
le battaglie. Nel 1513, lo troviamo, infatti, cogli imperiali, all'assedio di Padova, 
dove un suo cugino, pure combattente, rimane ucciso. In patria, la questione reuchli- 
niana lo rende segnalato tra i più ferventi sostenitori dell'antichità, e i più coscien- 
ziosi e incaponiti avversarj del Pfefterkom. Quel povero Pfefferkorn ! Non si era mai 
sognato forse, che la proposta dì svellere fin dalle radici la mala pianta ebraica gli 
avrebbe scatenato addosso sì gran tempesta d'invettive, e da cristiani per giunta! Ecco, 
pertanto, un breve saggio di quelle hutteniane: 

quo non crimine diras 

Polluit iste manus ? quid non simulator iniquus 
Admisit scelerum? quodve unquarn immanius Orci 
Prodiit e latcbris monstrum? certe omnibus Hydris 
Saevius exarsit Lernaeque ferocius angue 
Orbis in exitium scelus hoc; mansuescere torvas 
Quod sinat Eumenides, lyciam quod abire Chimaeram 
Saevitia cogat, monstrum quod vincat Iberum, 
Gorgones Harpyasque necet ( 2 ) 

Né sta tutta qui l' ira sua ; poiché ancora persegue il disgraziato, accusandolo 
di avvelenare parenti e amici, di sventrar le madri per estrarne i palpitanti feti, 
di ferire le ostie consacrate, effondenti, per divino miracolo, il sangue di Cristo. Dopo 
il felice esito della causa sostenuta, lo sdegno si rinfocola; e più di mille versi ri- 
traggono il trionfo del Reuchlin da l'una parte, e dall'altra lo sgomento degli Uo- 
mini Oscuri e dei Padri: sfilano in lungo ordine, insieme col vittorioso carro, la 
Superstizione, la Barbarie, l' Ignoranza, l' Invidia ; casse piene di sofismi, di false ar- 
gomentazioni, di vuote chiacchiere, cocolle gonfie di errori e simulacri di roghi ( 3 ). 

È logico, che il Hutten con così buone disposizioni, abbracciasse subito, e con 
tutta l'anima, la dottrina luterana. Sbaglierebbe di grosso però, chi lo ritenesse as- 
siduo discutitore della consustanziazione e della transustanziazione, o della dottrina 
della grazia, o anche banditore autorevole del libero esame ( 4 ). Nella Riforma, egli 
vede principalmente un fatto politico, onde la Germania si libera alfine dalla sog- 
gezione dei Wàlsche, e l'impero torna a rifulgere di nuova luce: di qui, l'odio per 



(1) Crede mihi multis nocuit vidisse remotas 
Orbe alio geritesi... 

(Eobanus, Operimi Farr. p. 515). 

( 2 ) In scelerati&simam Ioannis Peperikorni vitam exclamatio. 

( 3 ) Triumphus Ioannis Reuchlin. 

( 4 ) In qualche momento, anzi, contro ogni spirito di Kiforma, cade nel più desolato pessimismo: 

Est caelum atque illic Superi qui humana tuentur? 

Aut aliquos usquam crediraus esse deos ? 
Vel, si quis Divum est usquam, mortalia curat? 

Aut aduo Superis convenit esse leves ? 
Certe, quicquid id est, quod numen liabere putamus. 

A quo persuasum est inferiora regi. 
Instabile, infidum est, varium, mutabile, fallai, 

Quodque nocet temere, quod temereque iuvat. 
{De Mundi gitbernalione). 



— 289 - 

gli italiani. La loro vivacità gli dà noia, lo splendore delle loro arti, le loro ric- 
chezze lo indispettiscono; non parliamo della mutabilità politica: 

Mobilis Italia est, nobilis ante fuit (')• 

I Veneti, ch'osano resistere all' imperatore, vanno tra i peggio trattati. Volpi piene 
di frode, sanno a tempo minacciare e piegarsi; coi commerci si sono arricchiti, ma 
restauo nell'animo ignobili pescatori : tutta la loro splendida città è frutto di ra- 
pina ( 2 ). 11 Hutten li rappresenta volentieri in ranocchi palustri, invano sfidanti l'a- 
quila dal gran volo ('). Non parliamo del pontefice, contro il quale s'appunta, al 
tempo stesso, l'odio religioso e politico: Giulio II vien descritto come uomo assetato 
di sangue, dalla chioma e dalla barba terribili ; vera Erinni, infondente nei cuori l'odio 
e l'ardore della guerra ( 4 ). Anche i Francesi coi loro ambiziosi disegni, con le loro 
costumanze cavalleresche e brame bellicose, lo irritano, e, quando può, li punzecchia 
volentieri ( 5 ). 

Ma la sua patria, la Germania, come grande e come bella gli pare ! E quali canti 
gli ridesta nel cuore! 

foecunda viris Germania, sola priores 
Quae vincis, semper qnae prisca recentibus auges 
Cultibus, et nunquam sinis a maioribus illis 
Degenerare decus ! Tu, nondum effoeta, parentes 
Aequasti virtute nova; nec desinis unquam 
Esse tui shnilis; dum flumina fontibus errant 
Irreditura suis, caelum dum volvitur astris, 
Dum fovet Oceanus pisces, ammalia tellus, 
Constabis semper tibi tu, semperque fereris 
Terra ferax magnorum hominum ( c ). 

Onde, primo, richiama a nuova vita l'antico eroe Arminio, e lo rende simbolo del- 
l' integrità, del valore, della gloria nazionale ( 7 ). Il Hutten, insomma, è poeta essen- 
zialmente politico. Che se qualche volta si permette di scherzare o di ridere, come 
nel carme Nemo di omerica inspirazione, o di sermoneggiare, ideando, sul gusto della 
Rinascenza italica, ma non senza certo golfo simbolismo, un tipo di uomo educato e 
saggio, come nel l'ir Bonus; il suo miglior posto resta sempre là, dove si opera 
per la grandezza patria ( 8 ). Non ha tempo, né modo, né voglia forse, di studiar 



(') De Italia. 

( a ) Ad Caes. Maxirnilianum, ut bellum in Venetos prosequalur ; ma cfr. In Veneios iam 
exultantes ; De Venetorum petulantia ; De odioso Venetorum imperio; De bello Veneto, ecc. 

( 3 ) Marcus. 

( 4 ) De Glado Iulii, De Iulii Perfidia, Descriptio lulii. ecc. 

(') Ad Gallurn ; De Gallo ad Aquilani ; ad Gallimi de Caesare, ecc. 

( 6 ) In cxceptionem Moguntinam Alberti Panegyricus ; ma cfr. Germaniam nondum degenerasse 
Heroicum. 

( 7 ) Nel secondo dei sopracitati carmi, e sopratutto nel dialogo Arminius (1529). 

( 8 ) Le sue stesse invettive di carattere personale — vedine in quantità, contro i Loetz padre 
e figlio, nei Querelarmi Libri duo — cedono di gran lunga a quelle politiche. 



— 290 — 

classici ('); ma appena appena l'ira gli gonfia il cuore, il verso corre disinvolto e ra- 
pido. Non colpisce sempre giusto, ma, dove volga la punta, incide, corrode, sgretola. 
Tempi aristofaneschi, dunque, bene osservava il Gervinus; ma negava, forse a 
torto, alla Germania il suo Aristofane. Tommaso Naogeorg (1511-1563), sebbene, 
certo, di non così gran seguito come il poeta antico, né, come quello, fiorente in epoca 
di egemonia artistica, letteraria e politica della sua patria, e per grazia ed libertà 
attica mirabile, è commediografo di eccellente vis satirica, cui regge l'entusiasmo, e, 
direi, l'ebrezza, di sostenere ima causa giusta e santa. Ogni forza d'ingegno ha 
dedicato alla Riforma — solo di tanto in tanto, quasi come per riposo, volge la mente 
ai quieti lavori dei campi, di che tratta dottamente in cinque libri — né, con ombra 
alcuna, gli turba l'animo l'orgoglio di nazione o di parte; meno ancora, la speranza 
di prospera fortuna per sé e per i suoi. Ascoltiamo la sua professione di fede : 

Principio Christi me de grege noris Jesu 
Credere constanter sanctorum symbola patrum, 
Sanctis nimirum penitus conformia scriptis 
Illa caput fidei: scopus at vero unicus ille, 
Qui caput antiqui contrivit morte draconis. 



Doctores alios tantum sector coloque, 
Quantum spiritui dixerunt consona sancto. 

Discipuli simus Christi, spectemus et unum, 
Praeterea nullis dedamus corda magistris. 
Ex variis constare sonis symphonia dulcis 
Cernitur, ad certuni nimirum adstricta tenorem ( a ). 

Rassegnazione assoluta in Dio e libero esame, dunque. Nessuno dei nostri 
poeti ancora aveva formulato più chiara adesione ai principi luterani; né, d'altra 
parte, saputo colpire, con maggior energia e fervore, Chiesa e Papato. I tre 
drammi del Naogeorg, Pamw.achius, Mercator, Incendia, valgono contro Roma, più 
di certi scritti polemici dello stesso Lutero ; il primo specialmente ( :! ). È nel Pam- 
machius una confusione sì strana di realtà e di fantasmagoria, di visione storica delle 
cose, e di ingenui infingimenti, quali nei Misteri, che ci richiama singolarmente al Faust 

(') Il suo poemetto De Arte versificatoria (Opera Omnia, III, 7 e segg.), nel quale tornano 
le regole di Donato e Prisciano, non segna invero gran progresso sui trattatelli del Wimpbeling, 
del Bebel e del Murmellius. 

( 2 ) Sat. I, 2, in Del. Poet. Oerm. IV, 1018, ove son contenuti integralmente i cinque libri 
di satire del Naogeorg (IV, 997-1158). 

( 3 ) « In ihnen, osserva il Holstein, zeigt sich eine bewunderswerte Kraft der Eede, ein 
herrliches Siegesbewusstsein der lutherischen Sache, ein aristoplianischer Spott, der das Papstum 
mit seinen vielen Irrtiimern geisselt » (Die Reformation ini Spiegebilde der dramatischen Lit- 
teratur, Halle, 1886, p. 199); e con lui pienamente m'accordo. Edizione recente del Pammachius, 
per cura di I. Bolte ed E. Schmidt, vedi in Lat. Litt. Denk ; fase. 3 (Berlin, 1891). La prima ediz. 
comparve nel 1538; ma l'anno seguente già si divulgava la versione in tedesco di Iustus Menius 
(Wittenberg, 1539) e, tre anni dopo, quella di Hans Tirolf (Zwickau, 1541 ; cfr. anche Scherer, in 
Zeit. f. deutsches AUertum, XXIII, 1879, 90; Bahlmann, p. 71; Creizenach, II, 144). Per notizie 
generali, cfr. E. Schmidt, in Allgemeine Deutsche Biographie, XXIII, 245. 



— 291 — 

di Marlowe, sebbene d'intenti tanto diverso, e d'arte, quest'ultimo, alquanto più rude. 
Pammachius, vescovo di Roma, si stanca un giorno di seguire la dottrina di Cristo, 
che a nulla gli giova, e si dona al Demonio. In breve tempo, padrone di ogni ter- 
rena potestà, eccolo deporre lo stesso Cesare, che, per ricuperare il trono, deve umi- 
liarsi ai suoi piedi. Pammachius trionfa: ma sopraggiunge la Verità, incarnata in 
Paolo apostolo e fulmina il sacrilego; invano i demonj le muovono guerra; uno d'essi 
è costretto alfine a confessare, che il loro regno volge ormai alla fine. Tale la sem- 
plice tela, in cui s'intrecciano le azioni, non solo del vescovo, dell'imperatore, dei 
diavoli e dell'apostolo, ma anche di Nestore, il buon consigliere, di Porfirio, corti- 
giano frodolento, di Parresia, libero e generoso parlatore, e d'altri allegorici perso- 
naggi. Il tentativo di una grandiosa ricostruzione storica è chiaro, sebbene le ali 
del poetico ingegno non bastino a così gran volo. Ma quanto fervore nelle parole di 
Cristo prima, e dell'Apostolo poi; qual satanico orgoglio in Pammachius, e che 
scorta satira e pur pungente, nella lezione di teologia, che il Demonio impartisce al 
vescovo ed a Porfirio ! Quel martellar continuo del verso sullo stesso concetto, sulle 
medesime parole anzi — il pensiero ricorre necessariamente a certi rudi medievali 
ritmi De Nummo — dovevan parere mazzate di ferro sul capo agli interessati so- 
stenitori dell'antico reggimento: 

Datis nummis, inox iustificatur impius, 
Datis nummis, praecepta cedunt omnia, 
Datis nummis, quae quisque vult tacere .licet, 
Datis nummis, dei impetratur grati a, 
Datis nummis, merita et opera emuntur bona, 
Datis nummis, emuntur indulgentiae, 
Datis nummis, licet inferos evadere, 
Datis nummis, fugit ignis purgatorius, 
Datis nummis, solvuntur matrimonia, 
Datis nummis, frater sorori iungitur, 
Datis nummis. ius est parentes caedere, 
Datis nummis, votorum tollitur fides ('). 

Nel Mercalor, con rifioritura di contrasti medievali — Cristo e Satana tornano, 
infatti, a disputarsi il possesso di un'anima — è rappresentato il buon borghese, che, 
giunto in fin di vita, non trova ausilio alcuno nel sacerdote cattolico, ma conforto e 
rassegnazione solo nel dogma protestante ; negli Incendia, l'orrore e la strage, che i 
principi cattolici, ma in particolare Enrico di Braunschweig, seminano da per tutto, 
per ordine del pontefice. 

Non senza ragione, richiamo qui l'opera drammatica del Naogeorg, perché illu- 
mina e integra la figura del papista, tratteggiata nelle sue satire. Il papista 
in buona fede impazzisce, dunque, nei fervori ascetici, negli strazj della carne, 
nei voti più assurdi. C'è infatti, chi tre, quattro, dieci volte al giorno, porta a 
Dio gran mucchio di preghiere, e si prostra per la terra, ed alza con gran pianto 
le braccia al cielo ; chi, ornato il cappello di conchiglie, peregrina nelle terre d'oltre 
mare; chi, per mortificazione e penitenza, mai non si toglie la propria veste, e in 

(t) Pammachius, Atto III, Se. 4. 

Classe di scienze morali — Memorie — Voi. XII, Serie 5\ 39 



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quella sempre si giace, facile esca a fastidiosi insetti ( 1 ). Ma ben più spesso ri- 
troviamo nel papista colui, che finge d' abbonire dall'argento e dall'oro, né lo tocca, 
se non con palme coperte, e poi s'arricchisce sui miseri; che compra le virtù e i 
meriti a contanti, e lascia, morendo, la decima dei suoi furti alla chiesa, e l'altra 
parte ad illegittimi eredi; che specula e guadagna su finti miracoli ( 2 ): ritroviamo, 
insomma, l'ipocrita, il corrompitore e l'empio ( 3 ). 

Raccogliere quante invettive lanci il Naogeorg contro la Chiesa Romana, per la 
odiosa gerarchia, che l'incatena e la regge; per il potere temporale, che la deturpa e 
contamina; per i mercati, che la rendono vituperevole agli onesti, sarebbe assai 
lunga e forse qui inopportuna impresa. Il nostro poeta, ho già detto, opera, com- 
batte, vive per la Riforma : se lo togliamo dal suo campo, ci parrà quasi insignificante. 
Le divagazioni bibliche sulla caduta degli angeli, sulla creazione dell' uomo, sul 
primo omicidio, e sulla follia di Nembrotte, non saprei davvero perché comprese tra 
le satire, benissimo s'appaiano, per la deboletta vita, alle Eroidi di Eobanus. Ma 
qualche tipo — quello per es. del debitore Ades — si rileva con grazia, e qualche 
punta contro l' ingeneroso mecenatismo dei principi germanici e le troppo facilmente 
largite lauree poetiche, o gli ignorantissimi spregiatori dell'antichità ( 4 ), non è mal 
diretta. Nel campo della morale, si noti, ch'egli giustifica con molto calore l' uc- 
cisione dell'adultero per parte dell'offeso ( 5 ). 

La poesia del Naogeorg corre, non certo ricca di melodie ed eleganze, ma facile 
e piana; onde si dimostra, che dall'intendimento di non seguire le vestigia dell'oscuro 
Mirandolese, e dallo stesso suo precetto, che il sermone debba fluire più chiaro d' una 
montanina fonte ( G ), si diparte quanto meno gli è possibile. Qualche ingenuità o stra- 
nezza però — nota, ad es., che tutti i versi di certa sua satira (III, 2) cominciano 
con omnino — sta ad indicare, se non m' inganno, che la poesia latina della Germania, 
nel periodo stesso della sua àx^rj, continuava a nutrire germi, tutt'altro che nobili e 
puri. 

Cordus, Eobanus, Hutten, Naogeorg, sono, tra i nostri poeti latini, i più validi 
campioni della Riforma. Ma quanti, intorno e in mezzo a loro, educati nelle stesse 
scuole, nudriti della stessa cultura, anelanti con egual ardore ad un'era di libertà 
nuova e di giustizia, si valgono del verso antico, contro il culto Romano? Poiché 
questo, sopratutto, è singolare, che l'arme pagana sembri più d'ogni altra efficacis- 



(') Sat. Ili, 5, in Del. Poet. Germ. IV, 1086-87. Contro le sofferenze, che stoltamente 
s'infliggono gli eremiti e gli asceti, cfr. anche Claius in Del. Poet. Germ. II, 402, e Porsius, in 
Del. Poet. Germ. V, 120. 

(') Sat. IV", 2, in Del. Poet. Germ. IV, 1050. 

( 2 ) Vedi, più particolarmente intorno alla Madonna di Loreto, Sat. IV, 6, in Del. Poet. Germ. 
IV, 1118. 

( 3 ) Sull 1 ignoranza e la presunzione del clero, vedi sua arguta satira in Deutsche Lyriker, 
p. 111. 

(*) Sat. I, 2; V, 4; V, 5. L'ultimo passo è da confrontarsi cogli altri analoghi del Behel. 
( 5 ) Sat. IV, 4. 
(<■') Sat. II, 1. 



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sima, contro un'istituzione di vantata origine sopranaturale ed erede dello spiritua- 
lismo semitico, ma infracidita nella più sensuale paganità. Così, di qua e di là delle 
Alpi, due nemici per tradizioni storiche, costumi, e vicende politiche irreconciliati, so 
non irreconciliabili, in una sola cosa s'accordano mirabilmente: nella romanità della 
lingua. Ma trascegliamo nella folta schiera. 

Ecco, anzitutto, Filippo Melanchtou (1497-1560), di cui l'opera come col- 
laboratore di Lutero e divulgatore assiduo della dottrina di lui troppo è nota, perché 
qui occorra trattarne, e Geo r gius Sabinus suo genero (1508-1560) ( l ). Poco 
mi è noto della poesia latina del primo ( 2 ) : allegorie morali, la maggior parte ( 3 ), 
o epigrammi contro gli abusi del clero, e i vizj soliti di questa povera afflitta uma- 
nità (') ; ma l'opera del secondo appare complessa e degna di miglior considerazione. 
Alle narrazioni di leggende paurose ( 5 ), agli accenti di puro ascetismo ( 6 ), ai panegirici 
della Riforma, alle esortazioni a muover guerra contro i Turchi, già comuni, vedemmo, 
nell'età precedente ( 7 ), intreccia, per solito, carmi cortigianeschi, Etmoidi politiche ( 8 ), 
Genetliaci, compiacenti Effigie, epitalamj. Quale spaventevole vuoto, però, in cotesta 
poesia d'occasione! La fantasia del poeta, non sorretta dal sentimento, vagola per 
campi, per acque, per cieli, ma non incontra che larve, pallide larve: dei dell'O- 
limpo, a gran voce chiamati, mitiche creature oceauine e silvestri, sfilano esangui 
nelle pompe, in che malamente insieme coi patriarchi ebraici vengono costretti. Oh 
begli inni della grecità invocanti imeneo alla fiorente sposa, oh mirabili italiche 
ebrezze all'apparire di Espero ! Qui sono bibliche sentenze, consigli sapienti e ma- 
soneria elegantissima ( 9 ). Che cosa imaginerà mai il nume della Vistola per com- 
piacere al suo signore, nel giorno delle nozze? Adunerà le ninfe, e ordinerà loro di 
tessere sur un manto le generose effigie degli antenati di lui: trovato, per verità, 



(') Per notizie biografiche di quest'ultimo, oltre le opere un po' antiquate del Toppen e 
del Muther, cfr. G. Ellinger, in Allg. Deut. Biog. XXX, 107, e [M. Bieder, G. S. Dichter u. 
Freuncl Melanchlons, in Schulbrand. LXXII, 1897, 354]. 

( 2 ) Quel che si contiene, cioè, in Del. Poet. Ginn. IV, 328 e seg., e nei Deutsche Lyriker. 

( 3 ) Cfr. specialmente Imago Somnii, in Deutsche Lyriker, p. 106. Nella poesia seguente 
(p. 102), ad un ritratto di Federigo di Sassonia, rappresentato con una viola in mano, il fiore gentile 
gli suggerisce le stesse malinconiche riflessioni, che altra volta allo Stigel (DeutscheLiriker, p. 108). 

( 4 ) Nell'influsso degli astri, a differenza del genero, che se no schermisce (Poemata, p. 70) 
pare nutra assai fiducia (p. 331). 

( 6 ) Curiosa tra l'altre, quella De Spectro Spirensi (Eleg. I, 3, in Poemata | Georgii | Sabini 
Brande | burgensis ecc. Lipsiae | Cum privilegio Decennii. In fine : Lipsiae Imprimebat Ioannes | 
Steinman | Anno | MDLXXXI); nella quale si narra di demonj,' apparsi ad un pescatore, di notte, e 
sotto sembianza di monaci. Ma non è la sola poesia di spettri in Germania, durante il Rinasci- 
mento. Cfr. Fincelius, in Menzel, II, 27G. 

(«) Eleg. V, 2, 9, 10 ecc. 

(') Eleg. IV, 1 e Deutsche Lyriker, p. 7; cfr. quasi [contemporaneamente, Mynsingerus, in 
Del. Poet. Germ. IV, 965, e Rhodingius, in Deutsche Lyriker, p. 108. 

( s ) Germania ad Regem Ferdinandum, in Epistola | Philip. Melancht. | De Conventu Au- 
gustanv \ Aliquot Elegiae Georg | ii Sabini ecc. 

(°) Vedi epitalamj del tempo, specialmente in Bocer, Del. Poet. Germ.l, 656; Maroldus, Del. 
Poet. Germ. IV, 254; Stigel, Del. Poet. Germ. VI, 484. 



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nuovo e ingegnoso (')! Ma piace, ed è mandato ad effetto. Venuto il tempo, il dio 
esce dall'umido antro, s'avvia alla città, incontra gli sposi giubilanti, e, così com'è, 
grondante stille da ogni membro, presenta loro il dono, ed improvvisa un elegante 
sermoncino. Georgius Sabinus ha soddifatto al debito suo, e ottenuto credito, fors'anche, 
presso il tesoriere del re di Polonia; ma le lettere non gli debbon serbare obbligo 
alcuno. Per fortuna, parecchie elegie d'amore veramente graziose — in una, finge, 
che Venere gli sia apparsa e gli abbia condotto il giovinetto figlio da istruire: mo- 
tivo grato al Ronsard — e qualche vivida rappresentazione di alpestri bellezze ( 2 ), 
lo riconciliano con le Muse. 

Ma non io oserò rivalermi dell'acerba lettura di poeti piccoli e minimi, facen- 
done rassegna lunga e minuziosa al lettore. Ciascuno, già s' intende, coopera alla ri- 
forma etica, sociale e religiosa della nazione, secondo le proprie forze e la natura 
del proprio ingegno. C'è l'asceta, che vorrebbe il mondo ridotto a una Tebaide; il 
satirico, al quale facit indignatio versus ; il moralista, che istruisce alla buona, mi- 
rando a sradicare dall'animo, del giovinetto specialmente, ogni germoglio di vizio; 
il politico, che s'inorgoglisce del rinnovato impero e fulmina i suoi molti nemici. 
Attendiamoci, dal primo, sacri panegirici, commemorazioni religiose, querele sulla va- 
nità delle cose mondane ( 3 ), dal secondo, accenti d' ira e sarcastici sorrisi sulle ver- 



(') De nuptiis incliti regis Poloniae Sigismundi, in Poemata, p. 237. Cfr. per la fortuna 
del motivo, il mio Petrus Angelius Bargaeus, Pisa, 1903, p. 43 n. 

( 2 ) Vedi in Appendice: V Italia e i Poeti Latini ecc. Ma è degna di esser conosciuta la sua 
descrizione dell'Assia: 

Altaque se iactat proceris Flessia silvis, 

Hessia montanis vix adeunda iugis. 
At neque (luminibus noraorumque virentibus umbris 

Laeta nec agrovum fertilitate caret. 
Irrigui passim labuntnr rnurmure rivi, 

Tota paludosis omnibus uda madet 
Retibus, unde trabunt varios ad litora pisces 

Qui liquidis habitant rura propinqua vadis. 
Florida per ripas depascunt prata iuvenci, 

Lanigerae tondent fertile gramen oves. 
Tum virides circum pandunt sua brachia silvae, 

Lignaque daut avidis mateiieraque focis. 
Chaonis hinc duris curvatur glandibus arbor, 

Hinc viret hirsutis pinus odora comis. 
Navibus hinc abies, bine commoda frasinus hastis 

Surgit, et irrigui fontis amica salix. 
Atque ubi cnltus ager pressis renovatur aratri*, 

Fertilibus vestit messibus arva Ceres, 
Et sua respondent operoso vota colono, 

Cum cadit immissa falce resecta seges. 
His tua si terris non numera, Bacche, negasses, 

Omnibus haec opibus terra beata foret. 
(E kg. I, 18). 

( 3 ) Beustius, Gualterus, Lorichius, Siberus il Vecchio, Vadianus, in Del. Poet. Germ. I, 
640-46; III, 432-35; III, 1251-84; VI, 117-87; VI, 885. Quest'ultimo descrive in un'elegia il suo 
combattimento con la morto [E. Gotzinger, /. Vadian der Reformator u. Geschichtschreiber, Halle, 
1895]. Rilevanti, come indizio d'una ancor viva tradizione medievale, sono i tre libri di G. Fabri- 
cius in lode degli angeli e delle loro virtù (Paeanum Angelicorum libri III. Lipsiae, in officina 
Ernest! Vogelini, s. d.). 



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gogne del clero, ma anche, all'occasione, delle altre classe sociali ('). Il moralista, 
invece, ama l'apologo — Joachim Camerarius (1500-1574) n'è di questi tempi, 
e un poco anche per quelli successivi, il più insigne cultore ( 2 ); ma la favola impron- 
tata alla tradizione d'Esopo e di Fedro fa qua e là capolino ( 3 ) — le misurate facezie, 
il poemetto didascalico, quale ci danno, sempre a questi tempi, l'Obsopaeus, il Micyllus, 
il Delius, il già ricordato Camerarius, e studieremo fra poco. Ma il politico non si 
contenta di fremer armi contro Francia ( 4 ) o Italia ; sì bene dà fiato alla tromba epica 
per cantare i fasti patrj. In verità, non si può imaginare niente di più meschino del- 
Y Austrias del Mynsingerus, dove, in due libri, tornano tutti i vieti motivi dell'epica 
eroica ( 5 ), o del Carmen de rebus danicis del Seccervitius, che non sapendosi regger 
saldo sull'eroico, cade miseramente nel distico : le ombre venerate di Omero e Virgilio 
devono averne per certo fremuto. Alquanta maggior vita si sprigiona dal Panegyricus 
del Voitus, che le lunghe guerre della Riforma canta a gloria del principe Maurizio 
di Sassonia ( c ); ma 1' Epilogus Bysanlinae historiae, e il tardo carme sulla battaglia 
di Lepanto di H. WolHus, sono acqua di fiume limaccioso, che trabocca e stagna ('). 
Naturalmente, epitalamj, epicedj — nei quali per singolare concordanza, tornano 
quasi sempre le stesse divinità, che presiedono alle nozze — encomj, tumuli, sim- 
boli ed emblemi, si trovano in presso che tutte le raccolte ( 8 ); poesia morta, e per 
quei tempi e per noi. Ma salutiamo con piacere qua e colà, ora qualche ben riuscita 
descrizione di paese, o di fenomeni naturali ( 9 ), ora qualche Trionfo di sapore clas- 
sico ( 10 ), ora un mito caro agli antichi ( u ). Alcuno, come già il Sabinus, abbozza fin 

(') Contro il clero, Bruschius, Gigas, Sapidus, Siberus, cit., Stigel, in Del. Poet. Gemi. I, 817-27; 
III, 403-7; V, 1176-82; VI, 541-74; contro medici, avvocati, astrologi, Gigas, cit., Helmboldus, 
Micyllus, in Del. Poet. Germ. Ili, 545-60; IV, 515-823; e contro la donna, Glareanus, in Del. Poet. 
Germ. Ili, 1294. (In difesa della donna, cfr. G. Fabricius, in Deutsche Lyriker, p. ix). 

( 2 ) Fabulae Aesopicae, Lugduni, 1571 ; in prosa latina. 

( 3 ) Nota la favola dei due falconi, in Micyllus (Del. Poet. Germ. IV, 687); dell'ape e del 
ragno in Stigel (Del. Poet. Germ. VI, 414). 

( 4 ) Particolarmente Mynsingerus, in Del. Poet. Germ. IV, 961. 

( 5 ) Del. Poet. Germ. IV, 124-97. Nota, tuttavia, qualche squarcio non del tutto infelice di 
poesia descrittiva, a p. 926 (Primavera) e 951 (Pioggia dopo giornate di sole). 

( 6 ) Del. Poet. Germ. VI, 916-92. 

( 7 ) Del. Poet. Germ. VI, 1128-39. 

( 8 ) Maroldus, Langus, Logus, Micyllus I., Mollerus, ecc., in Del. Poet. Germ. IV, 254-82; 
III, 857-65; III, 852-53; Deutsche Lyriker, p. 35; Del. Poet. Germ. IV, 845-65. 

( 9 ) Particolarmente in Micyllus, Stigel, Corvinus (Del. Poet. Germ. II, 932), Vulteius, da 
non confondersi, quest'ultimo, col francese umanista dello stesso nome (Del- Poet. Germ. VI, 1050j. 
Ma le descrizioni dei fiumi germanici del Fidlerus (Del. Poet. Germ. Ili, 114-150) sono incompa- 
rabilmente meschine. 

( 10 ) Classico, dico, che sarà da pensare, non tanto al Petrarca, quanto, direttamente, a Properzio 
(III, 32) e ad Ovidio (Am. I, 15). Il Trionfo di poeti, a cui alludo, è del Bocer, ed inserito in un 
Epitalamio (Del. Poet. Germ. I, 656-80); ma già in tempo anteriore; ne troviamo uno nel Murmellius 
(Ausgew. Gedichte, p. 38), e un altro nel Hutten, Elegia ad Poetas Germanos, in Opera Omnia, 
III, 64). 

(") Stummelius, ludicium Paridis, in Del. Poet. Germ. VI, 609-14. L'argomento non è 
nuovo ai nostri poeti: ne trattò in dramma il Locher (Creizenach, II, 40), e in eroici, Eobanus, 
traducendo e parafrasando dal De Raptu Helenes di Coluthus tebano. 



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carmi amorosi ('); ma in breve sembra stancarsene: tutti, anche coloro, che hanno 
fatto qualche passo ardito ridando sulle proprie forze, si ricoverano, al più presto pos- 
sibile, sotto la grand'ala di Lutero. Tutti, meno uno solo: Simon Lemnius ( 8 ). 

Cotesto poeta, nato nella Rezia, ove le due grandi razze, la germanica e la la- 
tina si toccano e quasi si confondono, porta chiusa in se stesso, l'anima del Mezzo- 
giorno. Studia, è vero, in Germania, a Monaco ed Ingolstadt, e frequenta le lezioni 
del Melanchton e di G. Sabinus ; ma troppo ama e luce e sole e fiori, e troppo spesso 
freme, sognando rosee carni di fanciulle, per prender parte allo sdegno, di chi vuol 
restaurare la società nella purezza evangelica. Che a Wittenberg, rocca di Lutero, 
si sia trovato a disagio, è ben naturale, dunque ; né, per spiegare, come gli sia venuta 
la voglia di pungere il frate, baldanzoso delle suo vittorie, occorre pensare, forse, ad 
incogniti rancori. Tra il cattolicesimo di curia, che appaga il senso e alletta la fantasia, 
lasciando gustare nelle bellezze terrene un poco delle visioni celesti, ed il protestan- 
tesimo, severo, meditabondo e casalingo, ma anche iroso, e spesso inconsulto icono- 
clasta, non è mezzo, né via d' intesa. Lutero dovette parere al Lemnius un ambizioso 
mestatore, amante di cose nuove e di torbidi ; Lemnius a Lutero, un uomo perduto 
nei vizj della paganità. Ai primi attacchi di quest'ultimo, il Riformatore, che aveva 
ottenuto da Dio ogni spiritual bene, ma non la virtù del soffrire, rispose con violenza. 
Fuggì l'umanista, odorando il vento infido; ma non senza lanciare, quale saetta del 
Parto, un libello satirico. Fu la sua rovina tuttavia, perché non più doveva ritornar dal- 
l'esiglio, ma ramingare invece, sospettoso e sospetto, per la Germania e per la Svizzera: 
né il dramma suo oscenissimo Monachopornomachia, che con ostentata paganità doveva 
rispondere alla seconda violentissima difesa di Lutero, valse a rintuzzare l' ira nemica, 
o ad acquistargli amici nuovi. Tiriamo un velo pietoso su coteste pagine brutte, e 
per niente originali, dell'operosità letteraria dei due contendenti: quante infamie e 
sozzure bruttano le invettive del Poggio, del Panormita, del Fazio, del Valla ripul- 
lulano nei loro distici ( 3 ). Il curioso si è, che l'accusa d' incesto si rivolge a Lutero, 

(M Dantiscus e Logus, in Deutsche Lyriker, p. 1 e 4. 

( 2 ) Parlo dei poeti latini, s' intende, e di questa sola generazione. È incerta la data della 
nascita del Lemnius; morì nel 1550 a Chur, di peste. Notizie biografiche, in Goedeke, II, 95, e 
nella prefazione del Plattner, all' ediz. della Raeteis, Chur, 1874. 

( 3 ) Un esempio, dal Lemnius : 

Qui fueras monachus, nunc es, Martine, profanus, 

Impius es, nuper relligiosus eras. 
Et propter taedas inconcessosque Hymenaeos, 

Et propter stuprum concubitusque sacros. 
Fastidis omnos toto furiosus in orbe. 

Orane net'as audes et scelus omne licet. 
Al